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venerdì 2 marzo 2012

Premi Oscar 2012, passata è la tempesta

The Artist (2011, di Michel Hazanavicius)
Hollywood non sa rischiare. Il verdetto degli Oscar 2012 lo dice e lo sottolinea. 

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fororeporter – web writer

Premi scontati. Anticipati. Espressione inconfutabile di logiche legate al gradimento popolare senza voler dare la giusta dose di gloria anche a chi ha saputo osare oltre i soliti cliché. 

Quando parlo di azzardo, non mi riferisco al Ryan Gosling di turno, neo belloccio del momento passato con la medesima espressione statuario-facciale dalla politica Clooneyana a quel tipo di action ruffiana capace di trasformare film modesti in presunte pellicole d’autore, e insipegabilmente tanto osannato come miglior attore soprattutto dal pubblico femminile, esperte del settore incluso. 

Com’era prevedibile, The Artist ha fatto incetta delle statuette più preziose: "Miglior film", "Miglior regia" (Michel Hazanavicius) e "Miglior attore protagonista" (Jean Dujardin). Spostandosi nella categoria "Miglior attore non protagonista", che Christopher Plummer non avesse mai vinto un Oscar, gridava vendetta. 

La concorrenza quest’anno non era delle più agguerrite, anche se sarebbe stato interessante veder trionfare due outsider come Jonah Hill (Moneyball) o Kenneth Branagh (My Week with Marilyn). Il premio a Plummer per Beginners (2011, di Mike Mills) sapeva tanto di – se non ora, quando? –.

Meryl Streep vince l'Oscar 2012
Meryl Streep ha vinto il suo terzo premio Oscar grazie all’interpretazione di Margaret Thatcher in The Iron Lady (2011, di Phillida Loyd), già insieme nel film musical Mamma mia (2008).

Se tra le altre quattro candidate, Michelle Williams (My Week with Marilyn) e Rooney Mara (The Girl with the Dragon Tattoo) avranno tempo per rifarsi considerata la giovane età, è probabile che Viola Davis (The Help) e soprattutto Glenn Close con il trasformismo di Albert Nobbs, avranno avuto qualcosa di più da rimuginare una volta uscite dal Kodak Theatre. 

Restando su tinte rosa, anche l’Oscar per la "miglior attrice non protagonista" ha seguito la strada più facile, premiando Octavia Spencer (The Help).

Certo nessuno potrà mai dimenticare la scena in cui ammette davanti all’odiosa e razzista Hilly Holbrook (Bryce Dallas Howard) che il dolce che sta mangiando è fatto con escrementi umani, ma il suo ruolo non esce dal seminato. Esattamente l’opposto, sempre in The Help, la svampita Celia Foote (una travolgente Jessica Chastain), “mozzarella” totalmente fuori luogo nel contesto d’intolleranza nel sud degli Stati Uniti.

Jessica Chastain © Biennale foto Asac
E veniamo infine alle sceneggiature. Se il malinconico viaggio di un uomo tradito, con la moglie in coma irreversibile e il delicato compito di doversi occupare ora delle due figlie, ha fatto sì che The Descendants (Paradiso amaro), di Alexander Payne, Nat Faxon e Jim Rash, ricevesse il “giusto compenso” nella categoria "Miglior sceneggiatura non originale".

Decisamente inaccettabile il premio Oscar dato a Woody Allen per la “Migliore sceneggiatura originale” in Midnight in Paris (2011), soprattutto a discapito di The Artist. Un film scontato dall’inizio alla fine, zeppo di luoghi comuni e con un finale a “la vita è una cosa meravigliosa”.

Sono rimasto colpito dal discorso di Francesca Lo Schiavo dopo la vittoria insieme a Dante Ferretti per la miglior scenografia in Hugo (2011, di Martin Scorsese), che ha lanciato un messaggio d’amore per l’Italia. Lei come il marito premiato, rappresentano al meglio la fuga dei cervelli dal Belpaese. Fossero rimasti in Italia non si sarebbero mai avvicinati alla cerimonia degli Oscar. E quella classe di signorotti, che si esalta tanto per il successo stra-meritato di Francesca e Dante, forse si dovrebbe chiedere il perché della lontananza di questi due impeccabili artisti cinematografici invece di applaudire e basta.

J. Edgar (2011, di Clint Eastwood)
Chiudiamo con i grandi esclusi, di cui incarnano al meglio lo spirito due attori. Michael Fassbander e Leonardo DiCaprio, che almeno una nomination se la sarebbero meritati. 

Il primo ha commesso “l’errore” di interpretare sontuosamente un film sul sesso, Shame (2011, di Steve McQueen), argomento ancora tabù nel mondo occidentale, che non si fa problemi a mercificare il corpo femminile dalla mattina alla sera, ma se si parla di rapporti esasperati, masturbazione e simili, tutti vanno a nascondersi dietro le tonaca della Mammina Censura. Veniamo a DiCaprio. 

Tra poco esce in 3D il film che lo ha lanciato, Titanic (1997, di James Cameron). Da allora Leo ha quasi sempre cercato (e trovato) pellicole d’autore. Anche la sua intensa performance in J. Edgar (2011, di Clint Eastwood) è andata a toccare qualche nervetto scoperto americano. 

È vero, Sean Penn ha vinto l’Oscar interpretando l’eroe assassinato dei diritti omosessuali Harvey Milk in Milk (2008), di Gus Van Sant, ma qui è diverso. Il fondatore del moderno F.B.I. è qualcosa di più controverso. Vedere infine un film come La talpa (Tinker, Tailor, Soldier, Spy) di Tomas Alfredson, restare a bocca asciutta, è quasi inaccettabile.

Il cinema deve far sognare, ma bocciare sui grandi palcoscenici quelle pellicole che raccontano storie autentiche di sofferto realismo, non è salutare. Pensaci Hollywood, pensaci.

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