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sabato 29 settembre 2012

The Brave (2012), più Disney che Pixar

Merida, la coraggiosa protagonista di Ribelle - The Brave
Dopo tanti eroi-maschi-protagonisti, in casa Pixar è arrivata l'ora del gentil sesso con la coraggiosa Merida, protagonista di Ribelle - The Brave (2012).

di Luca Ferrari

Generazioni a confronto. Le aspettative dei genitori e la legittima sete di libertà dei figli. Uno scontro che non conosce sosta. Non importa di quanto mettiamo indietro le lancette dell’orologio e verso quale latitudine facciamo direzione, la dinamica è la sempre la stessa. E continuerà. Sempre e comunque. A cambiare sono gli esiti semmai.

L’incomprensione può durare il tempo di un litigio, di qualche anno o di una vita intera. Ne sa qualcosa la giovane Merida, per nulla intenzionata a maritarsi come vorrebbe la regina madre Elinor, e molto più propensa a cavalcare il suo possente destriero e scagliare frecce nel bosco. Lei vuole decidere per sé il proprio futuro, e nessuno potrà mai obbligarla a fare diversamente dal proprio volere. 

Per il suo tredicesimo lungometraggio, la Pixar Animation Studios ha finalmente scelto come protagonista una fanciulla. Seppur siano indimenticabili le performance del gentil sesso in Alla ricerca di Nemo (2003) con il pesce smemorato Dory, passando per il terzetto degli Incredibili (2004) formato da Elastigirl, Violetta ed Edna “E” Mode, per poi andare dalla determinata e romantica cuoca Colette di Ratatouille (2007), una prima donna in assoluto non c’era ancora stata. 

L’onore è toccato alla dolce e caparbia principessa Merida, al centro della vicenda di Ribelle - The Brave (2012), per la regia di Mark Andrews e Brenda Chapman.

“Mi ha molto colpito il tema trattato” racconta la danzatrice Viviana Ammannato, la cui immagine del profilo su Facebook in questo momento rappresenta proprio la principessa  boccoloona rossa con cui condivide, per sua stessa ammissione, quella ribellione giovanile che a suo tempo la fece soprannominare dal padre la Ribelle o l’Ultima dei Moicani, “ciò verso cui ci scagliamo, quello che crediamo sia all’esterno un ostacolo al nostro Divenire (e magari in parte lo è), è in realtà uno specchio di ciò che ci portiamo Dentro, che ci impedisce di crescere”.

La primogenita di Re Fergus e della Regina Elinor, rispettivamente con le voci originali Billy Connolly e di Emma Thompson, pur di non doversi sposare con uno dei figli degli altri tre clan del regno, ricorre alla magia di una strega con la passione di intagliare il legno. Offerto così alla madre in segno di pace un dolce “corretto”, con immensa incredulità la regina si trasforma in una gigantesca orsa. Non proprio l’animale più amato dal consorte, che anni prima, per difendere la sua famiglia, incrociò la lama con una creatura simile perdendo anche un piede. 

Preceduto dal poetico cortometraggio animato La luna (2012, di Enrico Casarosa), la pellicola non ci mette molto a entrare nella pericolosa dimensione del “già visto”, “banale” e soprattutto dello “speriamo che il prossimo non sia a questi livelli”. 

Merida è un portento. Ma di quei dialoghi (e annessa sceneggiatura) che hanno reso grandiosa la Pixar non v’è quasi mai traccia, spazzata via dal filone moralistico disneyano fin troppo accentuato. Se le similitudini tra la strega Braveiana e la maga Yubaba del premio Oscar La città incantata (2001, di Hayao Miyazaki) sono evidenti, ciò che appare ancor più esageratamente simile è la somiglianza dello sviluppo della storia con Koda, fratello Orso (Disney, 2003).

Lo sguardo della regina tramutata nel possente felino è quello di Kenai versione animalesca. Le musiche di sottofondo paiono uscite da Biancaneve o la principessa addormentata. Nessuna azione che possa far pensare a un finale diverso dall’happy end più scontato. Lacrime facili, e sorrisi da luna park. E le tradizioni secolari cancellate in un baleno dalla richiesta di una ragazzina non sono credibili. È troppo.

Ma è necessariamente coraggiosa la ribellione? O è il coraggio a essere sempre ribelle? Differenti approcci. Pensieri diversi. I colori perfetti della fabbrica creativa pixariana sono stati soggiogati da uno spirito fatuo e con poco spessore. Sarà perché il giorno che ho deciso di cambiare vita non ho mai avuto un segno che tutte le mie lacrime sconosciute avrebbero potuto trasformarsi in un giorno di festa, e così la giovinezza della mia storia risente ancora il peso dell’incomprensione. Forse è per questo che ho sempre sentito il peso di una leggenda che cercava e sta ancora cercando il suo spazio.

Le mele cadute ai miei piedi non sono state divise da una freccia, ed è per questo che adesso ho bisogno di  cercare l’esistenza della fantasia altrove.

Il trailer di Ribelle - The Brave

The Brave - la principessa Merida si ribella alla regina Elinor © 2012 Disney/Pixar
The Brave (2012), Merida si raggrappa alla mamma-orso © 2012 Disney/Pixar
The Brave (2012), Merida si aggira nel bosco con la mamma-orso © 2012 Disney/Pixar
Merida è pronta per fare centro nel nome della propria indipendenza © 2012 Disney/Pixar

venerdì 28 settembre 2012

Canidato a sorpresa (2012), il macello della politica

Candidato a sorpresa - Cam Brady (Will Ferrell) e Marty Huggins (Zach Galifianakis)
Ladri, truffatori, approfittatori. Alla fine comunque li votate sempre i politici. Un candidato a sorpresa (2012 di Jay Roach).

Sono intelligenti. Affabili. Spregiudicati. Calcolatori. Ma soprattutto, sono convincenti. Sono i politici. Destra. Sinistra. Centro. È lo stesso. L’arte delle parole all’ennesima potenza. Approfittatori. Corrotti. Fanfaroni. Marionette delle grandi lobby economiche. Sono loro, i politici. Nessuna invenzione, tutto ispirato dalla realtà. Un candidato a sorpresa (The Campaign, 2012 di Jay Roach).

Nell’anno della sfida presidenziale tra Barack Obama e Mitt Romney, la verve comica della regia di Jay Roach s'insinua nella (tragi)commedia per eccellenza. La farsa smerciata come impegno per la comunità. Roach, che si è fatto le ossa dirigendo Mike Myers in Austin Powers, ha inventato la coppia Stiller/De Niro nella saga familiare dei Fockers e ha ullteriomente valorizzato Steve Carell in A cena con un cretino (2010), trasporta senza eccessiva difficoltà il grottesco e lo scurrile nella sfida per un posto a Washington.

Nulla da inventare. A fornire la materia prima, la categoria stessa. Tra dichiarazioni ai media, pubblicità e talk garbage show, ecco Un candidato a sorpresa (The Campaign, 2012) con protagonista Will Ferrell nella parte dell’aitante Cam Brady e Zach Galifianakis, lo sfidante Marty Huggins.

Nella placida North Carolina, Cam Brady è sicuro di essere rieletto nel suo distretto per la quinta volta consecutiva. Nemmeno di fronte a una figuraccia (telefonata hard a una giovincella) pensa di fare marcia indietro. Nessuno si mette mai contro di lui. Nessuno fino a quando qualcuno ancora più in alto non decida che Brady ha fatto il suo tempo e che un altro possa essere pilotato meglio di lui per portare a termine certi loschi affari.

Quest’uomo è l’ingenua guida turistica Marty Huggins. Grassottello e trattato a pesci in faccia dal classico padre macho americano (Brian Cox) che stravede per l’altro figlio, donnaiolo e amante del football. Burattinai del forzato ingresso del timido Huggins, i fratelli Wade (Dan Aykroyd) e (John Lithgow) degni eredi degli immortali Randolph e Mortimer Duke (Ralph Bellamy e Don Ameche) di Una poltrona per due (1983, di John  Landis).

Lo sprovveduto viene così affiancato dall'agguerrito Tim Wattley (Dylan McDermott), specializzato in campagne elettorali vincenti e soprattutto nel non fargli fare più figure di merda. Inizia la guerra. Senza esclusione di colpi. Facendo perfino a gara a chi bacia per primo un neonato tenuto in braccio da una mamma venuta ad ascoltare un loro comizio, ma finendo poi con un zigomo incrinato (il piccolo intendo).

Ma se dal navigato e senza troppa morale Brady ci si aspetta di tutto e di più (inclusa la cornificazione del suo avversario), col tempo anche Huggins inizierà a servirsi di mezzi poco leciti, mettendo a repentaglio la sua stessa vita coniugale e l’amor proprio.

Ferrell non è certo una scoperta. Dal guru della moda Mugatu in Zoolander (2001) all’insopportabile bamboccione Chazz che vive con mamma e capace di architettare le più infime tecniche per sedurre donne, funerali inclusi, in Due single a nozze (2004). E anche in questa pellicola dimostra tutto il suo potenziale comico presentandosi come il più patinato e classico fanfarone che le spara sempre più grosse per imbonire l’elettorato, ricorrendo a luoghi comuni e ostentando sentimentalismi di facciata senza mai scordarsi le parole chiave come "America" e "Libertà".

Analogo discorso per Galifianakis, che dopo essersi fatto conoscere nel doppio Una notte da leoni (2009, 2011) e come compagno di viaggio di Robert Downey Jr. in Parto col folle (2010), ormai anch’esso è garanzia di risate. Ci sono film da cui nascono spin-off mal riusciti, di cui uno dei più deludenti è stato il Gatto con gli stivali tratto da Shrek. Terrei d’occhio la coppia Aykroyd/Lithgow. Rivederli insieme in ruoli simili sa di scommessa già vinta.

E ora, cosa volete che vi dica. Vorreste una bella strigliata a quei signori dei piani alti? Vorreste che vi dicessi che la politica americana la fanno solo i ricchi? Lo sappiamo già. Vorreste vedermi scrivere parole spietate sui nostri politici, imperversante massa di facinorosi (...) che pensano solo al loro tornaconto? Lo sappiamo già. Vorreste che calcassi la mano sul fatto che grazie alle performance di certe infime figure della politica nostrana, l’Italia ha ancora una reputazione penosa in giro per il mondo? Perché dovei farlo? Sappiamo tutto questo, ma continuiamo a votarli. Volevo dire, continuate a votarli.

Voi credeteci allora. Credete pure in questi politici e nei loro eguali successori. Io mi faccio due risate al cinema. Nessuno di noi tanto sta cambiando né cambierà mai nulla.

Il trailer di Candidato a sorpresa

Candidato a sorpresa - Cam Brady (Will Ferrell) & family
Canidato a sorpresa - Glenn Motch (John Lithgow) e Wade Motch (Dan Aykroyd)
Canidato a sorpresa - Tim Wattley (Dylan McDermott)

mercoledì 26 settembre 2012

The Beatles, il cinema è un Magical Mystery Tour

Il Magical Mystery Tour di Paul, George, John e Ringo
Torna il folle cinema psichedelico dei Fab Four di Liverpool, i Beatles. Tutti pronti? Si parte allora per il Magical Mystery Tour.

di Luca Ferrari
 
Quando i Beatles si sciolsero mancava ancora qualche anno prima della mia nascita, quindi non verrò certo a dare lezioni sugli anni Sessanta. Appartengo alla generazione passata nel giro di un decennio dal walkman all’mp3, con tappa mai troppo convincente (specie per il consumo delle pile stilo) nel cd portatile, ma è indubbio che il quartetto di Liverpool faccia parte del mio background musicale.

E verrebbe da aggiungere, ma di chi non lo è? Sarei sorpreso di trovare qualcuno che non abbia almeno un ricordo legato a una canzone dei John, Paul, George e Ringo. Per me sono tante, inclusa quella All You Need is Love a cui hanno reso tributo i Pearl Jam nella poetica Love Boat Captain (2002, Riot Act). "All You Need is Love", nel cui video si vedeva il presunto nemico Mick Jagger tra il pubblico.

"All You Need is Love", undicesima e ultima traccia dell’album Magical Mystery Tour (1967), il cui omonimo film è solo oggi, mercoledì 26 settembre, in proiezione in molte sale cinematografiche d’Italia incluso l’Excelsior di Mestre (Ve), per un tuffo nella psichedelia aggiornata al Dolby Digital. La pellicola, diretta dagli stessi quattro musicisti insieme a Bernard Knowles, ex-direttore della fotografia di Alfred Hitchcock, è un (visionario) viaggio che parte da Londra destinazione Cornovaglia

“È un ottimo spaccato di quegli anni. Fa ridere però pensare  che con tutto quello che stava succedendo, i Beatles rifiutassero qualsiasi riferimento alla realtà” racconta un fan di vecchia data, “Era il 1967. Il mondo in crisi tra Vietnam, primavera di Praga, la Baia dei Porci, la questione razziale in USA, gli omicidi Kennedy, Martin Luther King, Malcolm X, il terrorismo rosso e nero europeo, il maggio francese, e – questi – ti fanno un film che non dice niente e che fondamentalmente è un viaggio con LSD. Fa specie soprattutto se si pensa al John Lennon e il George Harrison post-Beatles. Ti viene da pensare: o si sono svegliati all’improvviso oppure le regole dello show business volevano che fossero 4 eterni frollocconi”.

Sia quel che sia, una cosa è certa. Sarà dura non cantare quando durante la proiezione partiranno le varie Magical Mystery Tour, The Fool On The Hill, Flying, I Am The Walrus, Blue Jay Way, Your Mother Should Know e il finale con Hello Goodbye. Cosa per altro già sperimentata nel medesimo cinema mestrino in compagnia di tanti sconosciuti durante Shine a Light (2008) di Martin Scorsese, con la telecamera quella volta tutta per i Rolling Stones

Il trailer di Magical Mystery Tour

Magical Mystery Tour - Ringo Starr, George Harrison, John Lennon e Paul McCartney
Magical Mystery Tour (1967)

martedì 25 settembre 2012

Ted, vaffanculo al temporale

Ted (2012) - John (Mark Wahlberg) e l'orsacchiotto (Seth MacFarlane): vaffanculo al temporale
Si può avere 35 anni, amare una donna (la splendida Mila Kunis) ma avere ancora una fottuta paura dei temporali? La risposta è si, specie se vi chiamate Mark Wahlberg (Rock Star, The Departed, The Fighter) e soprattutto se a dirigervi è un maestro del politically scorrect come Seth MacFarlane, creatore delle celebri serie animate I Griffin e American Dad! E se a questo si aggiunge uno sboccato orsacchiotto che si fuma le canne (con la voce nella versione originale del regista stesso) con la vostra stessa fobia, quando l’aere è minaccioso non c’è che una soluzione per placare i propri timori.

Un bel ritornello che fa giustappunto così: "Quando arriva il temporale, io l'aspetto qui/, ripeto le parole del mio rimbombamico: vaffanculo, fammi un bel pippon, tuono io lo so, sei una scoreggia del ciel...prrrrrrr!".

Ted (2012) - l'orsacchiotto (Seth MacFarlane) e John (Mark Wahlberg)

lunedì 24 settembre 2012

Vanity Fair dimentica Don Cheadle

La foto su Vanity Fair - Don Cheadle, in alto a sinistra non è cerchiato
Nella corsa alla Casa Bianca anche Hollywood è scesa in campo. Tra le varie star pro Barack Obama, la rivista Vanity Fair non si è accorta di Don Cheadle.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer 
 
Negli Stati Uniti d'America è tempo di elezioni. La sfida tra l’attuale inquilino della Casa Bianca, Barack Obama, e il repubblicano Mitt Romney è sempre più accesa. In una nazione che ha avuto per presidente un attore (Ronald Reagan 1981-1989), non sorprende che ciascuno dei due candidati sfoderi i propri assi hollywoodiani per guadagnare ulteriori consensi.

E se lo sfidante ha annoverato, un po’ a sorpresa, Clint Eastwood, nella sponda pro Barack sono tante le star scese in campo per sostenere la sua rielezione. Sul numero 38 del noto settimanale Vanity Fair (in copertina Blake Lively), è stata pubblicata un’immagine (pag. 176) tratta dalla convention del 6 settembre scorso a Charlotte (North Carolina, USA) dove c’erano molti divi del grande schermo ad ascoltare e applaudire Obama.

Come si vede nella foto, i “pezzi grossi” vengono evidenziati da un tondo. Partendo dall’alto a sinistra, ecco John Hamm quindi Jennifer Westfeldt, Zach Braff, Alexis Bledel, Olivia Wilde, Scarlett Johansson, Jared Leto ed Elizabeth Banks. Tra i presenti immortalati però, il noto settimanale si è dimenticato di citare l’attore più importante. 

Guardate vicino alla signorina Wilde, e scoprirete un “certo” Don Cheadle. Proprio lui, protagonista insieme a George Clooney, Brad Pitt e Matt Damon della triplice saga Soderberghiana della banda di Ocean. A fianco di Robert Downej Jr. e Mickey Rourke in Iron Man 2 (2010). 

Ed era sempre lui a dare volto, lacrime e coraggio al Paul Rusesabagina del toccante Hotel Rwanda (2004 di Terry George), interpretazione per la quale ha avuto la doppia nomination ai Golden Globe come miglior attore drammatico e ai Premi Oscar come miglior attore protagonista. Prossimamente inoltre vedremo Don Cheadle nel nuovo film di Robert Zemeckis, Flight (2012), insieme a Denzel Washington e John Goodman.

Aldilà del nome mancato, l’omissione è grave soprattutto per una ragione. Insieme all’amico Clooney, l’attore originario di Kansas City ha interpretato il film Darfur Now (2007, di Ted Braun), pellicola incentrata sul tema del genocidio e della costante violazione dei diritti umani nel martoriato stato africano. Problema più volte portato all’attenzione proprio di Barack Obama di cui, come si vede, Don Cheadle è un deciso sostenitore.

martedì 18 settembre 2012

Michael Jordan sfida Angelina Jolie

L'attrice Angelina Jolie e il cestista Michael Jordan
Più forte del vendicatore Hulk (Mark Raffalo). Più cliccato della poetica di E.T. Più diabolico (nell'andare a segno) della saga di Twin Peaks. Lui è l'attore Michael Jordan.

Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Dal giorno del suo primo sbarco nel web a fine estate 2011 (gli articoli precedeti a quella data sono stati collocati perché non andassero perduti), Cineluk, blog giornalistico-cinematografico, ha visto alcuni post in particolare godere di estrema popolarità. Strane logiche quelle della rete. Magari basta un buon titolo perché i motori di ricerca li sparino in orbita, mentre altri anche più meritevoli, li leggono in quattro gatti.

Dopo più di un anno, due edizioni della Mostra del Cinema seguite, gli Oscar 2012 e tantissime recensioni scritte, mi sono buttato a guardare le statistiche e vedere così quale fosse l’articolo più letto. Cosa per altro visibile da chiunque andando a fine homepage, o aprendo qualsiasi pezzo. A dominare è lei, la Diva. Il primo della lista riguarda il cinema e i diritti umani, Angelina Jolie - quelle immagini gelano il sangue, a cui segue La Bosnia stuprata di Angelina Jolie non interessa al cinema italiano, inerente il suo primo film da regista, Nella terra del sangue e del miele (In the Land of Blood and Honey, 2011).

Un pezzo questo per il quale sono stato anche attaccato su Facebook dove, presumibilmente un nazionalista serbo mi suggeriva di “svegliarmi”. Un commento a cui ho preferito evitare di rispondere visto che non sarò certo io a dovergli spiegare come si siano comportati molti suoi connazionali tra il 1991 e il 1995 in Bosnia, in particolare verso la popolazione bosgnacca.

Risultato prevedibile? Non saprei. Quello che di sicuro non mi aspettavo è che quatto quatto nella top ten fosse entrata una pellicola umano-animata di più di quindici anni fa che ho recensito lo scorso 20 luglio. Giorno dopo giorno infatti, ha scavalcato sempre più posizioni arrivando addirittura a mettersi alle spalle uno dei più grandi capolavori di Steven Spielberg e una delle pellicole campione d’incassi di questa stagione, The Avengers (2012, di Joss Whedon).

Il film in questione è Space Jam (1996, di Joe Pytka), con protagonista His Airness, Michael Jordan, il più grande giocatore di basket di sempre, in compagnia di tanti celebri amici quali Bugs Bunny, Duffy Duck, Gatto Silvestro e camei eccellenti di attori e compagni di sfide sotto canestro: da Bill Murray a Charles Barkley, da Wayne Knight a Larry Bird.

Morale, su Cineluk l'articolo Michael Jordan, we need a new Space Jam si sta avvicinando sempre più al podio dei servizi più letti. Prima della coppia Jolieniana ne è rimasto ormai uno solo da superare: Emile Hirsch potrebbe essere Layne Staley. Riuscirà dunque Jordan nell'impresa impossibile di detronizzare la regina Angelina? Per uno che sapeva letteralmente volare sul campo, è solo una sfida. Ci risentiamo a fine anno per sapere a che punto siamo. Outsider permettendo s’intende.

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sabato 15 settembre 2012

The Rising Knights - Non ho paura, sono furioso

The Dark Knight Rises - Bane (Tom Hardy) contro Batman (Christianl Bale)
La trilogia Nolaniana sull'uomo-pipistrello è giunta al termine. La minacca questa volta pare insormontabile (Bane). Riuscirà Batman a trionfare?

 di Luca Ferrari

Il manto bianco che ha ricoperto le strade di Gotham City non allenta l'atmosfera di anarchica vendetta che vi si sta consumando. Nessuna possibilità di redenzione né di salvezza. Per qualcuno è arrivato il momento di far sapere al mondo che cosa ha compiuto e cosa è ancora in grado di saper fare. La promessa sarà mantenuta. Christopher Nolan scrive la parola fine al suo Cavaliere oscuro con The Dark Knight Rises (2012).

La fine più tragicamente gotica lascia spazio a un futuro collettivo con i primi passi mossi nella quiete di un auspicato caffè continentale. C’è chi invece è appena agli inizi con la sua vera identità. È la strada dove vieni capito da tutti per un po’. Poi semplicemente pretendono che tu dimentichi la rabbia. Non funziona così.

In un mondo sempre più alla deriva, la speranza cerca qualcosa di più. Per diventare leggenda e sopravvivere allo stesso tempo bisognerà che uomini e donne della porta (o palazzo) accanto semplicemente smettano di credere che qualcuno fermerà il massacro quotidiano in nome dell’umanità. Adesso i cavalieri dell’oscurità e della luce del sole devono schierarsi dallo stesso lato del campo.

Bruce Wayne (Christian Bale) si è visto portare via i suoi genitori. La rabbia e l’odio sono cresciuti. Potevano ucciderlo. Potevano trasformarlo in un efferato criminale. Ha fatto una scelta. Anche Bane (Tom Hardy), ma opposta. Ingiustizie diverse, ma sempre prepotenze subite. Sopraffazioni patite.

Se per loro due non sembra esserci mai stato il tempo di scegliere, Selina Kyle (Anne Hathaway) rappresenta al meglio il sentimento della sfiducia umana. In se stessa e negli altri. Prima sottrae una collana di perle a uno zoppo (...), poi con l’inganno vende Batman alle "cure" di Bane decretandone la possibile morte.

Quando però capisce che il giustiziere mascherato è più di uno sconosciuto che le offre un passaggio su una macchina-astronave, va contro i suoi stessi (presunti) principi e rischia la propria vita per salvare Gotham. Ed è lei, a cavallo del batpod a colpire a morte il forzuto nemico e iniziare una nuova storia.

C'è una bomba che sta per esplodere. C'è un camion pieno di ragazzini bloccato su di un ponte distrutto da chi doveva proteggerli. Christopher Nolan ci aveva abituati troppo bene. The Dark Knight Rises (2012), l’ultimo capitolo della trilogia su Batman è decisamente più leggero rispetto ai primi due capitoli, ma non meno carico di simbolismi. 

Bane è un villain poderoso ma senza quella strana maschera che gli copre metà viso, passerebbe nell'anonimato. È un mercenario al servizio di chi non prova nessun rimorso all’idea di uccidere migliaia d’innocenti, ossia Miranda Tate (Marion Cotillard). Si è finta amica di Wayne e Lucius Fox (Morgan Freeman), salvo poi pugnalare a tradimento l’uomo-pipistrello rivelando così la sua vera identità: è la figlia Ra’s Al Ghul (Liam Neeson). E la bomba che sta per esplodere era l’obbiettivo della Setta delle Ombre del cui fondatore lei è la diretta discendente.

La tempesta alla fine è arrivata. E anche qui è passata. E come è stata superata? Di fronte alle tragedie con che cosa si è replicato? Con altro sangue. Tirannie abbattute per mettere sopra nuove dittature. Diverse. Più sottili. E allora, dove sono i semplici James Gordon (Gary Oldman) e i John Blake (Joseph Gordon-Levitt)? Dove sono quelle persone che non si guardano allo specchio la mattina semplicemente perché i propri demoni sono già all'opera. E da qualche parte c'è un bambino che per crescere ha solo bisogno di una parola buona, e qualcuno che lo rincuori anche se la fine è già segnata.

Chi sono dunque i Batman odierni? Se mai ne avesse, chi sarebbero i suoi amici? I troppi chiunque delle mistificate democrazie sono cavi sospesi nel vuoto senza grotte dove cadere. Non siamo mai stati in tempo di pace perché tutto quello che hai dentro sarà sempre e solo usato contro di te. Da oggi in poi potrai anche fare attenzione ai dettagli, ma nessuno offrirà un futuro alla tua anima senza che le catene delle regole colpiscano senza pietà ogni tua singola parola ribelle.

Sotto il mantello del mondo non c’è spazio per affrontare quello che sta succedendo da altre parti. Sopra il mantello di ciascuno c’è una nuova guerra pronta a dichiararsi. Chi saranno i vostri nemici tra una decina d’anni? Con quale megafono ispirerete la paura dentro un messaggio d’intrattenimento? In che modo strapperai loro di dosso l'ingiunzione alla nostra estinzione?

...alzati, alzati, alzati, alzati, alzati, ALZATI! Ho messo il pilota automatico e mi sono celato dietro a un monumento. La concepisci la differenza adesso? C’è solo una fine per il viaggio dei profeti del male.

Il trailer di The Dark Knight Rises

The Dark Knight Rises - Selina Kyle (Anne Hathaway)
The Dark Knight Rises - Bruce Wayne/Batman (Christianl Bale)

venerdì 14 settembre 2012

The Simple Knight Speaks

"Tutti ti capiscono per un po’. Poi semplicemente pretendono che tu dimentichi la rabbia" John Blake (Joseph Gordon-Levitt), The Dark Knight Rises

giovedì 13 settembre 2012

Cous cous, cinema e danza del ventre

Cous Cous - la danza del ventre di Rym (Hafsia Herzi
Nel cinema occidentale la danza orientale non ha mai goduto della luce dei riflettori se non per spettacoli di contorno, spesso sfociati in banali danze di seduzione. Cous cous è un'atipica e amara eccezione.

Per placare un bisogno, ci vuole un altro bisogno. Il mondo dei privilegiati non ha pietà né rispetto degli umili che sudano senza tregua per sopravvivere. La danza orientale viene in loro soccorso ma nessuno dei pomposi spettatori ne carpisce il vero significato. Presentato in anteprima alla 64º edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di VeneziaCous cous (La Graine et le Mulet, 2007, di Abdellatif Kechiche) vincitore nella rassegna lagunare del Leone d'argento – Gran premio della giuria, ex aequo con Io non sono qui di Todd Haynes.

Il mite Slimane (Habib Boufares) vive oppresso tra il peso della sua numerosa e prima famiglia, invadente e poco rispettosa della sua nuova sfera affettiva, e la responsabilità che sente verso la nuova compagna Latifa (Hatika Karaoui), la figlia di lei, Rym (Hafsia Herzi). Anticipando l’esplosione globale del precariato a oltranza, il sessantenne Slimane viene licenziato dal cantiere navale dove lavorava da anni senza troppi complimenti.

Prova allora a mettere in piedi un ristorante specializzato in cuscus su una barca ormeggiata al porto, dove in cucina ci starebbe l’ex-moglie. Ma come accade sempre più spesso, l’iniziativa di persone dalle modeste possibilità economiche e senza conoscenze altolocate, viene schiacciata dalla strafottenza delle giacche incravattate.

Emblema di tutto questo, la parte finale della pellicola quando Slimane invita tutta la più facoltosa clientela a una cena gratuita per far degustare le migliori specialità, e dare un’idea precisa di quella che potrebbe essere questa attività a dispetto di cartelle, permessi o presentazioni varie. Una cena con le migliori specialità della cucina magrebina, in particolare il cuscus di pesce (cefalo).

Nonostante l’invito, sono sufficienti pochi minuti di ritardo per far iniziare a sbuffare gl’invitati. E dopo un iniziale successo della serata, la situazione inizia a precipitare. Uno dei figli di Slimane abbandona il ristorante perché vede una delle sue tante amanti e scappa via in macchina dimenticandosi che nel portabagagli c’è la semola del cuscus. Le figlie non fanno altro che sparlare della nuova compagna del loro padre, mentre gli ospiti non dimostrano la benché minima tolleranza per questo ritardo del piatto più atteso.

Sono cafoni. Hanno già deciso che bocceranno il suo progetto. Intanto però s’ingozzano. Gratis. I bisogni dell’uomo primitivo erano e sono rimasti due: la fame e il sesso. Non sono cambiati. Per sedare uno, si può utilizzare l’altro. E Rym, stufa di sentire commenti irrispettosi su Slimane, si toglie l’abito da sera e d’accordo con gli amici musicisti che stanno allietando la serata, inizia un’indimenticabile performance di danza del ventre, puntando decisamente sul lato erotico e non quello artistico né spirituale. L’appetito si placa, e il pubblico inizia a guardare e applaudire.

Del culto della femminilità e della sua storia però non v’è traccia. Guardano le forme della ragazza che si muovono. Ammirano divertiti la performance come ricchi bambocci viziati .Rym balla. Quasi indemoniata. Si percepisce la calura del posto. Danza stretta a contatto con i musicisti. L’attrice ha volutamente messo su qualche chilo per questa interpretazione, per essere più “in carne”. Una danza che sembra attingere dai culti tribali. Una danza dettata dell’amore di una ragazza per un uomo cui vuole bene come un padre.

Cinema e danza del ventre, due mondi che nel mondo occidentale fin'ora hanno dialogato poco e male. Ne La guerra di Charlie Wilson (2007, di Mike Nichols), l’escamotage per tenere il ministro egiziano impegnato, è una fin troppo conturbante performance di danza del ventre. Di ancor meno interesse la flebile interpretazione di Luciana Littizzetto in Genitori & figli – Agitare bene prima dell'uso, (2010, di Giovanni Veronesi) o la versione coatta di Claudia Gerini in Bianco, Rosso e Verdone (2008). Più odalische che altro invece, nel mediocre La banda dei babbi natale (2010, con Aldo, Giovanni e Giacomo).

Cous cous uno dei rari film di successo sbarcati in Occidente dove la danza orientale (bellydance) non è un ballo di pochi secondi, tanto per mettere un po’ di colore orientale. Un finale quasi interamente vissuto dentro i movimenti di quest’arte millenaria. Ciò che appare però non è la celebrazione della femminilità, ma un escamotage per imbonire un clan di egoisti, superficiali e poco rispettosi, che brindano alle parole di “Salam aleikum” come uno slogan. Cous cous è una storia malinconica dove il senso di superiorità della ricchezza rende fin troppo amara la lotta continua del pescatore Slimane.

Il trailer di Cous cous

Cous cous - un malinconico Slimane (Habib Boufares)
Cous cous - viene servita la cena
Cous cous - la danza del ventre di Rym (Hafsia Herzi

lunedì 10 settembre 2012

Mostra del Cinema 2012, i servizi di Cineluk

Venezia 69. – Robert Redford e la moglie Sibylle Szaggar © Federico Roiter
Viaggio nella 69. Mostra del Cinema di Venezia con i servizi del giornalista Luca Ferrari e le photostory del fotografo Federico Roiter.


Dalla regista indiana Mira Nair insieme alla bionda hollywoodiana Kate Hudson, alla burtoniana creatura Winona Ryder, passando a Spike Lee in the name of Michael Jackson. Dal faccione barbuto del futuro vincitore della Coppa Volpi, Philip Seymour-Hoffman alla bellezza ucraina di Olga Kurylenko. Dal cast italiano di Bella addormentata di Marco Bellocchio alla coppia Robert Redford - Shia LaBeouf nel politico The Company You Keep.


69. Venezia, il regista Marco Bellocchio e l'attore Toni Servillo © Federico Roiter

    domenica 9 settembre 2012

    Venice Film Festival, the Beautiful Ones

    Mostra del Cinema 2012, il regista Kim Ki-duk © La Biennale di Venezia - ASAC
    Viaggio visivo tra alcune delle più belle immagini ufficiali della 69. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (29 agosto – 8 settembre 2012).


    Si comincia dai tre premiati: il regista sudcoreano Kim Ki-duk, vincitore del Leone d’Oro per il miglior film Pietà, Hadas Yaron vincitrice della Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile in Fill the Void e Philip Seymour Hoffman (Coppa Volpi maschile) per The Master

    Spazio poi alle quattro giovani protagonisti femminili insieme a James Franco di Spring Breakers. La sempre più brava Alba Rohrwacher intenta a firmare autografi prima della presentazione di Bella addormentata di Marco Bellocchio. E ancora l’immortale Claudia Cardinale, l’elegante Noomi Rapace (Passion, di Brian de Palma), i protagonisti di Un giorno speciale, Giulia Valentini e Filippo Scicchitano insieme alla regista Francesca Comencini. E ancora Michael Fassbander e la madrina della rassegna, sulla spiaggia, Kasia Smutniak.

    Mostra del Cinema 2012, la madrina Kasia Smtniak © La Biennale di Venezia - ASAC
    Mostra del Cinema 2012, l'attore Michael Fassbender © La Biennale di Venezia - ASAC
    Mostra del Cinema 2012, l'attrice Alba Rohrwacher © La Biennale di Venezia - ASAC
    Mostra del Cinema 2012, il cast di Spring Breakers © La Biennale di Venezia - ASAC
    Mostra del Cinema 2012, l'attrice Claudia Cardinale © La Biennale di Venezia - ASAC
    Mostra del Cinema 2012, l'attrice Noomi Rapace © La Biennale di Venezia - ASAC
    Mostra del Cinema 2012, F. Scicchitano, F. Comencini e G. Valentini © La Biennale di Venezia - ASAC
    Mostra del Cinema 2012, l'attrice con la Coppa Volpi, Hadas Yaron © La Biennale di Venezia - ASAC
    Mostra del Cinema 2012, il vincitore della Coppa Volpi, Philip Seymour Hoffman © La Biennale di Venezia - ASAC

    Nessun giorno speciale scende a compromessi

    Un giorno speciale - Gina (Giulia Valentini) e Marco (Filippo Scicchitano)
    Due giovani sbranati dall'arrivismo dei "grandi". Dite addio a ogni speranza di happy end o di Un giorno speciale (di Francesca Comencini).

    di Luca Ferrari 

    A Venezia 69 la regista Francesca Comencini ci accompagna nel fragile equilibrio giovanile di Un giorno speciale. Due vite s’incrociano. Due destini mutano. Per fare il salto di qualità nel mondo dello spettacolo, Gina (l’esordiente Giulia Valentini) si vendere al politico di turno. Marco (Filippo Scicchitano) invece, ha già quello che vuole. Grazie all’impegno di sarta della madre nei confronti di un prete influente, è al suo primo giorno di lavoro come autista in una prestigiosa agenzia. Gina e Marco sono due ragazzi come tanti.

    In principio lei è rigida. Ma le basta abbandonare i tacchi da modella e indossare le proprie scarpe stile all-stars per sentirsi a suo agio e lasciarsi andare, arrivando perfino simulare un furto in una ricca boutique in centro, o scavalcare le recinzioni per passeggiare tra l’architettura antica della Capitale. E se all’inizio è la ragazza a giocare fuori dalle regole, con l’avvicinarsi del proprio “impegno”, le parti s’invertono ed è costretta a indossare una maschera per colmare quel tragico divario che separa il proprio mondo dalle azioni più viscide.

    “C’è leggerezza e crudezza in questo film. I protagonisti sono creature poetiche. Sono pieni di grazia. Fanno ciò che non ti aspetti” ha spiegato la regista, “nel film come nella vita reale, se in una prima fase sono più le ragazze ad avere un temperamento forte, con l’ingresso nell’età più adulta, l’equilibrio si sposta (cosa perfettamente logica vista la società palesemente maschilista, ndr)”. 

    È una Roma diversa quella che Francesca Comencini mostra. Ci sono le case colorate della periferia. Non è quella zuppa grassa di banalità recentemente ingollate con Woody Allen. “La bellezza ha lo stesso valore di una merce” ha poi aggiunto la regista, “Negli ultimi tempi c’è stata e c’è una ricerca ossessiva del corpo. Il rapporto ossessivo della bellezza la può far degenerare”.

    Se Scicchitano era già noto per Scialla (2011, di Francesco Bruni con Francesco Bentivoglio), la Valentini è al suo debutto sul grande schermo. E quello che si vede non è per nulla lontano dalla realtà. Nella scena del ristorante, Gina racconta a Marco che pur avendo messo in rete annunci di ricerca lavoro come cameriera e donna delle pulizie, la contattavano per foto da nuda o favori da concedere per ottenere altro. La stessa situazione è realmente capitata alla giovane attrice con una telefonata arrivatale poco prima di fare il provino con la Comenicini.

    Per la maggior parte del film i due protagonisti non fanno nulla di particolare. Parlano. Come amici. Come possibili innamorati. Saltellando su pietre come fossero troni. Con il sole che rincorre le sue stesse ombre. Vorremmo vederli fare l’autostop scalzi, e trovare un posto che li meriti realmente. Sanno fin da ora come stanno le cose. In qualche sguardo delicatamente ravvicinato, le loro anime ci destano da un sogno che non si avvera. E le stelle si fanno così sempre più lontane. 

    “Non abbassate la testa” esorta Filippo in conferenza stampa dellla Mostra del Cinema di Venezia, rivolgendosi a tutti i giovani, “Non scendete a compromessi, e le istituzioni cerchino di fare di più”. Più specificatamente rivolto alle ragazze invece, il messaggio finale di Giulia, “È meglio passare la vita a fare le pulizie ma stare bene con se stesse che vendere il proprio corpo solo per uno sfizio personale”.

    Quando inizierà il resto della mia vita? Dite che non posso stare con entrambe le braccia fuori dal finestrino ma nessuno mi ha mai spiegato il perché. Avete spostato le indicazioni per raggiungere qualsiasi direzione perché volete essere adulati da chi ne sa meno. Ma non andrà più così. Le tagliole che mi sto lasciando alle spalle non resteranno sempre attive. Le premature cicatrici del mio sorriso adesso hanno una prima nuova missione.

    Un giorno speciale - Marco (Filippo Scicchitano) e Gina (Giulia Valentini
    Un giorno speciale - Marco (Filippo Scicchitano) e Gina (Giulia Valentini
    Gina (Giulia Valentini), Marco (Filippo Scicchitano) e la regista Francesca Comencini

    sabato 8 settembre 2012

    La compagnia di Robert Redford

    Lido di Venezia, Mostra del Cinema – Robert Redford e Shia LaBeouf © Federico Roiter
    Sulo red carpet della 69° Mostra del Cinema Robert Redford è in compagnia della sua dolce metà e Shia LaBeouf, co-protagonista de La regola del silenzio.

    A cinque anni dall’ultimo Leoni per Agnelli (2007), il due volte premio Oscar Robert Redford è tornato dietro la macchina da presa per dirigere e recitare La regola del silenzio - The Company You Keep, raccontando ancora la politica ma lasciando gl'ideali sul secondo gradino del podio. Eccolo in conferenza stampa e sul red carpet in compagnia della moglie Sibylle Szaggar e uno dei protagonisti della pellicola, Shia LaBeouf.

    Lido di Venezia, Mostra del Cinema – Robert Redford © Federico Roiter
    Lido di Venezia, Mostra del Cinema – Robert Redford © Federico Roiter
    Lido di Venezia, Mostra del Cinema – Robert Redford © Federico Roiter
    Lido di Venezia, Mostra del Cinema – Robert Redford © Federico Roiter
    Lido di Venezia, Mostra del Cinema – Shia LaBeouf © Federico Roiter
    Lido di Venezia, Mostra del Cinema – Robert Redford © Federico Roiter
    Lido di Venezia, Mostra del Cinema – Robert Redford e la moglie Sibylle Szaggar © Federico Roiter

    Le regole della verità, dello scoop e del silenzio

    La regola del silenzio - Nick Sloan/Jim Grant (Robert Redford)
    Gli anni della Contestazione si ripresentano con il conto da pagare. Ispirato all'omonimo romanzo di Neil Gordonm, La regola del silenzio (di Robert Redford).

    di Luca Ferrari

    Sono lontani, a prescindere da quanti siano, I tre giorni del Condor. Gli uomini del Presidente intanto si sono moltiplicati. Clonati. Non li distingui più. I media non sono meno volgari della politica. Fino a che punto ci si può e si deve spingere? E se lo fai, è per amore della verità o del sensazionalismo da scoop? Reporter in erba ti dicono serenamente che quando vengono chiamati sono felici all’idea ci possa essere un cadavere, così hanno una storia da seguire. Si può fare il proprio mestiere e in modo superlativo senza oltrepassare quella sogna di umanità. E fanculo anche un articolo e il Premio Pulizter se a rimetterci deve essere una vita.

    I veri ideali non cambiano. Si aggiornano. Nell’attivismo come nell’espressione artistica. Negli anni della guerra in Vietnam, Nick Sloan (Robert Redford) prese parte al movimento di contestazione Weather Underground. Quando però ci scappa il morto durante una rapina im banca e una guardia padre di famiglia muore, scatta la caccia all’uomo. I quatto presenti si danno alla fuga, e cambiando identità riescono a farla franca ai Servizi Segreti.

    Questo per trent’anni fino a quando Sharon Solarz (Susan Sarandon) decide volontariamente di costituirsi. La storia riscuote molto eco su tutta la stampa e l’interesse del giovane e scafato giornalista di una piccola testata locale, Ben Shepard (Shia LaBeouf), che inizia un certosino lavoro investigativo degno del Watergate ma non senza una certa voglia di protagonismo.

    Ispirato all'omonimo romanzo di Neil GordonLa regola del silenzio (di Robert Redfordè stato presentato nella sezione Fuori Concorso alla 69° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (29 agosto – 8 settembre 2012).

    Jim Grant oggi è vedovo. Sua figlia Isabel (Jackie Evancho) è una normale studentessa di 11 anni. Lui è un avvocato. Tutto scorre liscio, ma qualcuno (Shepard) vuole di più di un misero lavoro da articolista di cronaca. Vuole la prima pagina sul giornale locale di Albany NY alla cui direzione c’è Ray Fuller (l’istrionico Stanley Tucci). Grazie a una sua ex-fiamma che lavora all’FBI, Diana (Anna Kendrick), inizia a mettere insieme i pezzi del puzzle fino a scoprire in modo del tutto autonomo, e decisamente meglio dei servizi segreti, che Nick Sloan è Jim Grant, anch’esso accusato della morte della guardia.

    Ma questi in realtà non c’era. La sua sola speranza di far venire a galla la verità a questo punto è trovare Mimi Lurie (Julie Christie), anch’essa a scomparsa nel nulla. Ma per raccontare la storia, dovrebbe costituirsi. “Chi è il terrorista?” chiede la donna a uno stremato Sloan, “Uno stato che commette un genocidio o chi si ribella a tutto questo arrivando anche ad atti estremi?”.

    Il giornalismo e la verità. Quando la moda dei supereroi non era ancora dilagata, il regista Mark Steven Johnson (Ghost Rider) portò sul grande schermo Daredevi (2003) con protagonista Ben Affleck, spalleggiato dalla sua futura moglie (ed Elektra) Jennifer Garner, opposto alla temibile coppia Colin Farrell alias Bullseye, e il recentemente scomparso Michael Clarke Duncan, nelle parte del boss mafioso Wilson Fisk/Kingpin.

    Matt Murdock (Daredevil) incappa spesso nel giornalista Ben Urich (Joe Pantoliano), giornalista investigativo deciso a far luce su questo fantomatico eroe mascherato. Scoperta l’identità segreta e con l’articolo terminato, non resta che schiacciare invio e mandarlo in stampa. Ma ualcosa lo boocca. Non mi voglio arrendere a un sistema che disprezzo, dice ancora Mimie. E così sia. Ma se i risultati fin’ora raggiunti non hanno cambiato nulla, forse è ora di cercare un’altra strada. L’essere umano è avvisato. La verità non disseta l’orgoglio.

    Curiosità del film. Per la seconda volta dopo L'uomo che sussurrava ai cavalli (1998)sempre diretto e interpretato da Redford, anche in La regola del silenzio, lui e l’attore Chris Cooper sono fratelli. Nel caso della pellicola tratta dall’omonimo libro di Nicholas Evans, come Tom e Frank Booker, in questa presentata in laguna come Nick e Daniel Sloan.

    La regola del silenzio - Sharon Solarz (Susan Sarandon)
    La regola del silenzio - Ben Shepard (Shia LaBeouf)
    La regola del silenzio - Rebecca Osborne (Brit Marling)
    La regola del silenzio - Nick Sloan/Jim Grant (Robert Redford)