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giovedì 28 dicembre 2017

Le migliori cinecolazioni del 2017

Cinecolazione, succulenti krapfen e il toccante Wonder © Luca Ferrari 
Tazzone traboccante di cappuccino, dolciozzo e un articolo di cinema. Sono gli ingredienti delle cinecolazioni. Ed è con le migliori e più gustose dell'anno che cineluk vi augura buon 2018.

di Luca Ferrari

Soffici pancake per l’alleata Marion Cotillard. Strudel e torta al grano saraceno per la banda dei ricercatori. Una robusta porzione di sacher per scaldare i cuori dei neo-sposini durante le loro disavventure insulari-oceaniche. L’intramontabile caffè nero dell’agente speciale Dale Cooper. La colomba pasquale per celebrare il ritorno di Mary Poppins. Le tortine di Sua Maestà per le scorribande piratesche. Sono solo alcune delle migliori cinecolazioni preparate e gustate in questo 2017 ricchissimo di cinema e recensioni.

Una cinecolazione non si prepara solamente, si sente. Non succede mai che la sera prima sappia già che cosa leggerò. La stessa materia prima dolciaria può far propendere per un’intervista, una recensione o un redazionale. O magari la visione imminente di un film da vedere e recensire. Le opzioni sono tante. cineluk - il cinema come non lo avete mai letto non fa gossip, cineluk scrive unicamente di vero cinema. E poi c’è anche lei, la tazza. Una presenza mai casuale. Inzuppare un croissant con Anna dai capelli rossi non è come fare colazione su di un treno gallese dipinto sopra. La sola e unica costante è lui, il cappuccino.

Se nel 2016 la cinecolazione per eccellenza ha trovato nei pancake con lo sciroppo d’acero la propria massima incarnazione, il 2017 è stato segnato dai krapfen con crema Chantilly. Eccoli dunque meritarsi la foto di copertina, gustati insieme a un film ancora da vedere e recensire, Wonder con Julia Roberts, Owen Wilson e il piccolo Jacob Tremblay. A ospitare il cappuccino, l’ultima tazza entrata al servizio delle cinecolazioni, quella dell’UIA – Università Internazionale dell’Arte di Venezia dove si studia (gratuitamente) per diventare tecnici del restauro di beni culturali.

E veniamo alle altre. Quelle cinecolazioni che hanno dato vita a momenti davvero intensi e indimenticabili, da tramandare ai posteri e ai presenti della rete. Risvegli mattutini, che unendo la meraviglia della settima arte su carta stampata e l’impareggiabile momento della colazione, hanno creato piccoli corti dolciario-culturali. Allacciate le cinture dunque e rifatevi il palato con le migliori cinecolazioni del 2017.
  • Protagonista indiscussa al fianco di Brad Pitt in Allied – Un'ombra nascosta (2016, di Robert Zemeckis), Marion Cotillard è decisa e seducente. Una dama d’altri tempi. Il meglio del 2017 “cinecolazionoso” non poteva che cominciare da lei, la premio Oscar come Miglior attrice protagonista in Le vie en rose. Il fucile puntato verso un piatto zeppo di pancake la dice lunga sull’effetto desiderato (gustato) nella mattina di sabato 14 gennaio.
  • Smetto quando voglio - Masterclass (di Sydney Sibilia) era uno dei film più attesi dell'anno e non ha tradito le aspettatevi, aumentando il tasso di risate e mantenendo la partecipazione corale del primo capitolo dove un gruppo di esausti ricercatori universitari si mettono a produrre e spacciare droghe. Una degna cinecolazione dal sapore altoatesino a base di strudel e torta al grano saraceno con tazza "canadese" direttamente dalla Prince Edward Island.
  • Non posso certo dire sia stato uno dei film migliori dell'anno, anzi. L'ho stroncato in modo brutale questo T2 - Trainspotting, sequel dell'unico e solo Trainspotting (1996). La cinecolazione però in compagnia dell'intervista al regista Danny Boyle, torta fatta in casa e tazza rigorosamente inglese dalla contea del Cheshire, hanno toccato apici di notevole godimento in quel giovedì 2 marzo. 
  • Fin troppo criticato a Venezia73La luce sugli oceani (di Dereck Ciangrance) con i neo-sposini Alicia Vikander e Michael Fassbender è una storia tragico-romantica. Un film senza chissà quali effetti speciali né balletti ruffiani, ma una storia di sincero strazio sentimentale. Dinnanzi a tante a lacrime e acqua salata dunque, non restava che una sola cosa da fare: affogare il tutto nel cioccolato di una possente porzione di torta sacher. 
  • Una pagina di storia sconosciuta ai più, ed ecco come alcune donne di colore dall'altissimo quoziente intellettivo, in epoca di discriminazione razziale, diedero un contributo fondamentale alla conquista americana dello Spazio. Una ricca cinecolazione con soffice krapfen al gusto pera-crema-cioccolato fu il doveroso tributo a Il diritto di contare (2016, di Theodore Melfi). Un trittico di grandissime attrici: Octavia Spencer, Taraji P. Henson e Janelle Monáe, spalleggiate da Kevin Costner, Jim Sheldon Parson e Kirsten Dunst.
  • Poteva mancare nel 2017, l'anno della 3° stagione di Twin Peaks, il caffè nero dell'agente Dale Cooper (Kyle MacLachlan)? No, e infatti niente fronzoli. Solo loro due con caffettiera d'oltreoceano e caffè degno del Twede's Cafe. Il risultato della serie però è stato molto al di sotto delle aspettative e più che un lavoro per il piccolo schermo, ha il gusto di una deformazione artistica dell'ego del suo fac totum, ossia David Lynch. Grandioso prodotto artistico, scarso per il filone televisivo.
  • L'unico caso di cinecolazione dedicata a un film ancora da vedere (tutt'ora) e su cui nutro perfino seri dubbi della riuscita. Lei però si chiama Mary Poppins e anche se a interpretare il sequel è l'ottima Emily Blunt, temo sarà un prodotto di bassa qualità. La speranza però è l'ultima a morire e a supporto della mia teoria, le ho voluto dedicare una soffice colomba pasquale.
  • La mia sconfinata passione per i dolciozzi anglosassoni non si è fatta attendere, ed eccomi dunque partire insieme a Jack Sparrow (Johnny Depp) e i Pirati dei Caraibi per affrontare La vendetta di Salazar (2017, di Joachim Rønning ed Espen Sandberg). Con me, un'ottima scorta di tortini alla frutta originally British. L'aria di mare e le grandi imprese, si sa, mettono fame e dunque... coraggio, portami alla sazietà!
  • Dalle stelle alle stalle. Quest'estate è uscito il film omonimo tratto dalla serie cult anni Novanta, Baywatch (di Seth Gordon) con Dwayne Johnson, Zac Efron e Alexandra Daddario. Mai e poi mai sarei andato a vivere una simile baggianata ma era impossibile non dedicargli una ricca cinecolazione. La foto è stata scattata d'estate e non si contano le volte che ho cominciato la mia ora di jogging sulla spiaggia partendo proprio con la sigla originale della serie.
  • Era uno dei film più attesi, per altro incentrato sulla disciplina sportiva a me più gradita, il tennis. Borg McEnroe (di Janus Metz). A dispetto di un baricentro totalmente spostato più sul campione svedese, la pellicola conquista. Le facce dei due atleti al centro del campo di Wimbledon con sopra di loro un bombolone e un saccottino al mirtillo la dice tutta sulla diversità (o meno) dei due campionissimi. Un film da rivedere che non poteva restare immune al fascino delle mie insuperabili cinecolazioni.
  • Nessun film per l'ultima cinecolazione dell'anno, dal sapore natalizio e con tanto di panettone, ma il corposo editoriale della direttrice del mensile Ciak, Piera Detassis, incentrato sul caso Harvey Weinstein e le tante verità venute a galla. Uno scandalo uscito un po' troppo tardi. Una verità, quella degli abusi sessuali, che in troppi sapevano e hanno taciuto. La speranza è che aldilà di qualche scontata (e sicura) parola alle passerelle Globe/Oscar, si lavori perché questi comportamenti vengano stroncati e denunciati sul nascere. Nel mondo del cinema come in ogni altro aspetto della vita.
Arrivederci al 2018 per un'altra grande annata di cinecolazioni e recensioni!

Cinecolazione con Allied - Un'ombra nascosta © Luca Ferrari 
Cinecolazione con Smetto quando voglio - Masterclass © Luca Ferrari 
Cinecolazione con T2 Trainspotting © Luca Ferrari 
Cinecolazione con La luce sugli oceano © Luca Ferrari 
Cinecolazione con Il diritto di contare © Luca Ferrari 
Cinecolazione con Twin Peaks © Luca Ferrari 
Cinecolazione con Mary Poppins © Luca Ferrari
Cinecolazione con Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar © Luca Ferrari
Cinecolazione con la recensione cinelukiana di The Circle pubblicata su Best Movie © Luca Ferrari
Cinecolazione con Baywatch © Luca Ferrari
Cinecolazione con Borg McEnroe © Luca Ferrari
Cinecolazione con l'editoriale di Piera Detassis sullo scandalo degli abusi sessuali © Luca Ferrari

venerdì 22 dicembre 2017

L'insulto siamo tutti noi

L'insulto - Yasser (Kamel El Basha) e Toni (Adel Karam)
Potente. Istruttivo. Lungimirante. L’insulto (2017, di Ziad Doueiri) ha lasciato il segno a Venezia74. È ora sbarcato sul grande schermo. Fatevi un regalo di natale, andate a vederlo.

di Luca Ferrari

Rancori. Pregiudizi. Parole non dette. Scontro fratricida. Sofferenza. Due uomini contro. Due nazioni contro. Due lancinanti bisogni di riconoscimento e giustizia. Due trascorsi alla ricerca del proprio e tanto atteso antagonista, per dare così sfogo a tutto e a troppo. Presentato in concorso alla 74° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e vincitore della Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile conferita a Kamel El Basha, è uscito L’insulto (2017, di Ziad Doueiri).

Beirut, terzo millennio. Yasser Abdallah Salameh (Kamel El Basha) è un rifugiato palestinese che vive in Libano, capocantiere di una ditta locale. Una grondaia fuori norma dell’appartamento abitato dal meccanico Toni Hanna (Adel Karam), porta quest’ultimo a insultare l’operaio in modo pesante, impegnato a fare solo il suo lavoro, e così ricevendo per tutta risposta “due costole rotte”.  È l’inizio di una drammatica lotta tra i due uomini, passando dal face to face alle aule di tribunale.

In seguito alle ferite riportate, Toni ha un successivo svenimento. Scoperto accasciato, la moglie Shirine (Rita Hayek), incinta, partorisce una figlia prematura per lo spavento, con tutte le conseguenze del caso. Ristabilitosi, e a dispetto dei tentativi familiari-lavorativi di riconciliazione, la disputa finisce in tribunale dove viene rappresentato dall’esperto Wajdi Wehbe (Camille Salameh), mentre l’imputato dalla giovane Nadine (Diamand Bou Abboud). Pur di far vincere il proprio assistito, si scava e si scava ancora. Fino a far emergere le più sepolte delle verità.

L’insulto (2017, di Ziad Doueiri) è un film che ci appartiene. Tutti, nessuno escluso. Xenofobia, razzismo e odio del diverso sono sempre in agguato ma non sono gli unici mostri che dobbiamo combattere. Dietro le nostre più amabili facciate perbeniste si nascondo molti più pregiudizi di quelli che amiamo pensare e ammettere. Magari saremo accoglienti con chi è lontano, ma chi ci sta vicino? Che sia un parente o una prostituta che lasciamo sulla strada senza fare nulla, anche il silenzio è un insulto al giorno d’oggi.

Ho scelto volutamente di pubblicare la recensione de L’insulto pochi giorni prima di natale, come regalo a tutti voi. È un film che non solo consiglio a chiunque ma è davvero un’occasione per uscire dal proprio orticello di preconcetti, razzismo latente e pregiudizi. Non si può continuare così. Il mondo e la pazienza non sono infiniti. La bontà dell’essere umana sarà presto soffocata dall’odio sempre più globale se non si inizierà a reagire davvero con una cultura differente.

Scelto come portabandiera del Libano ai prossimi premi Oscar, L’insulto è entrato nella top nine come Miglior film straniero 2018. Insieme a lui il cileno Una Donna Fantastica (di Sebastián Lelio), il tedesco Oltre la notte (di Fatih Akin), l’ungherese Corpo e Anima (di Ildikó Enyedi), l’israeliano Foxtrot (di Samuel Maoz), il russo Loveless (di Andrey Zvyagintsev), il senegalese Félicité (di Alain Gomis), il sudafricano The Wound (di John Trengove) e infine il favoritissimo The Square (di Ruben Östlund), svedese, già trionfatore a Cannes.

Appuntamento il prossimo 23 gennaio per conoscere i nomi dei cinque che si siederanno al Kodak Theatre di Los Angeles il 6 di marzo alla 70° edizione degli Academy in attesa del mitico "And the winner is…". L’insulto merita questo premio più degli altri e cineluk – il cinema come non lo avete mai letto lo sosterrà fino alla fine perché il cinema è anche dialogo. Perché il cinema arriva lì dove politica e sproloqui social falliscono ogni giorno. Perché il grande cinema de L’insulto ci tocca la coscienza spronando a costruire un nuovo e migliore domani.

Ci sono film e film. Nessuno pretende che la settima arte possa sostituire insegnanti e libri di storia ma è indubbio che possa dare un contributo non indifferente. Ci sono film fini a se stessi, buoni al massimo per imbonire un pubblico a dieta stretta di materia grigia mettendolo nelle condizioni di ingrassare con superficiale irrealtà. E poi ci sono film come Venuto al mondo (2012, di Sergio Castellitto) o l'ancor più politico-sociale Il figlio dell'altra (2012, di Lorraine Levy), che hanno la capacità di affrontare la vita e tutte le sue più dolorose segmentazioni.

L’insulto ha come protagonista uno scontro libano-palestinese ma potrebbe essere benissimo una disputa italo-austriaca, serbo-ungherese, statunitense-iraniana, veneto-napoletana, partitica, di quartiere, di commensali, etc. L’insulto è uno specchio dove ognuno deve trovare la forza (morale) di mettersi davanti e restarci il più possibile. E più ci resterà, più saprà andare avanti. E più ci resterà, più saprà comprendere il proprio vicino di casa, comune, provincia, regione, nazione, continente, religione.

A questo mondo tutti hanno sempre ragione e forse è così. Ognuno ha le sue ragioni ma non è certo urlando reciprocamente il nostro disprezzo che qualcosa cambierà. Nelle sue ultime parole prima di suicidarsi, il musicista Kurt Cobain fece un augurio a tutti di empatia, qualcosa che al giorno d’oggi non sappiamo più neanche cosa sia. La sola cosa che c’importa è screditare il prossimo e imporre il nostro modo di pensare, credo religioso o ideologia politica che sia. È un mondo triste. È il mondo in cui viviamo.

Non pubblicherò bigliettini di auguri il 24 e il 25 dicembre su cineluk – il cinema come non lo avete mai letto. Questo è il mio regalo per tutti voi. Questa lunga recensione-editoriale sul film L’insulto, presentato al Lido di Venezia in anteprima mondiale lo scorso 31 agosto. Ritagliatevi un momento nella corsa sfrenata allo shopping natalizio, regalatevi la visione de L’insulto e una volta usciti dalla sala, guardate (davvero) la vostra vita a fianco di quelle altrui. Il resto spetta a ciascuno di voi. Buone feste!

Il trailer de L'insulto

L'insulto - a sx, la moglie di Toni Hanna, Shirine (Rita Hayek
L'insulto - Toni (Adel Karam) e Yasser (Kamel El Basha)

mercoledì 20 dicembre 2017

La vita è un (Il) premio

Il premio (2017, di Alessandro Gassman)
Un padre e una famiglia allargata. Un lungo viaggio in auto è un'occasione per conoscere davvero se stessi oltre ai propri vicini di sedile. Seconda regia di Alessandro Gassman, Il premio (2017).

di Luca Ferrari

Una famigli allargatissima e al centro un padre famoso in procinto di andare a Stoccolma a ritirare il Premio Nobel per la letteratura. Insieme a lui si mettono in viaggio due dei tanti figli e il fido segretario, ai quali poi si aggiungeranno altri personaggi. Tra insoddisfazioni e ambizioni pronte ad affrontare la realtà, il cosmo umano fa il suo strampalato corso fino a una conclusione che è il più romantico punto di ripartenza. Il premio (2017, di Alessandro Gassman).

Giovanni (Gigi Proietti) è un uomo colto e di successo. Nella sua intera vita ha collezionato una serie sconfinata di mogli e amanti. Nemmeno ora che gli anni si fanno sentire e la barba è sempre più canuta, è intenzionato a cambiare registro. Patriarca atipico, per niente impositivo e al contrario, libertino. I suoi figli sono sparsi in tutto il mondo e talvolta li chiama e li saluta. Ora lo attende un grande viaggio per ritirare il Nobel per la Letteratura. Di prendere l’aereo però manco ci pensa.

In partenza dunque sulla fedele quattro ruote insieme al segretario di lunga data Rinaldo (Rocco Papaleo), sono pronti a conquistare la capitale svedese quando il classico colpo della strega mette KO quest’ultimo. Di prendere un autista e passare giorni con uno sconosciuto, il capriccioso Giovanni non ci pensa proprio. Fortuna vuole che in quel momento sia passato il figlio Oreste (Alessandro Gassman), alle prese con qualche problemuccio lavorativo e coniugale.

Al terzetto si autoinvita l’invadente e logorroica blogger Lucrezia (Anna Foglietta), anch’essa figlia di Giovanni e sorellastra di Oreste. Tra i due non scorre proprio buon sangue. Se il maschio è più docile e remissivo, la donna è smaliziata e decisa a valorizzare al meglio il premio paterno per il proprio sito, a caccia di sponsor e una certa notorietà, nascondendo (chi lo sa) un certo desiderio di emulazione.

Il viaggio è più lungo del previsto, colpa di Giovanni che per andare a trovare vecchie fiamme, eccentriche anch’esse, impone strade poco battute tra imprevisti con rigidi funzionari austriaci e desideri improvvisi da realizzare. Arrivati in Scandinavia, alla ciurma si unisce anche il nipote Andrea (Marco Zitelli) e l’amica di quest’ultimo, Britta (Matilda De Angelis), italo-islandese, dalle grandi dote canore.

E finalmente si arriva lì, alla sala del Nobel dove Giovanni dopo una cena in cui l’Italia più chiassona conferma stereotipi e luoghi comuni, è pronto per un esplosivo discorso di ringraziamento. Il substrato familiare intanto è in fermento. Parole, azioni, confronti. Operazioni di pensieri e intervalli. Non esiste la matematica nello scorrere e progredire della vita umana, ma solo un infinito periodico incastonato in emozioni e reazioni imprevedibili.

Insolitamente ai miei standard di scrittura, uscito dal cinema Rossini di Venezia, sono passati parecchi giorni prima che potessi trovare la dovuta concentrazione e mettermi a scrivere. Il film di Alessandro Gassman a tratti mi era sembrato molto scontato (il papà latin lover e lo scontro italo-austriaco su tutti) ma sotto quella patina di classica Italia ho sempre avvertito qualcosa di più profondo, malinconico ma non fine a se stesso. I cerchi prodotti da Il premio non si esauriscono nel  tipico stagno ma espatriano nel vicino oceano.

Il confronto generazionale Oreste-Andrea è molto interessante, nettamente a favore della nuova generazione più sveglia e risoluta. Eppure il regista (Il nome del figlio, Se Dio vuole, Beata ignoranza) non lascia affogare i propri protagonisti nella melanconia del piangersi addosso e offre a ciascuno la possibilità di confrontarsi con i propri demoni e dunque ripartire. Per dove, lo dovrà decidere ciascuno ma si sa che quando la testa salta il proverbiale steccato, non c’è più limite alle mete che si potranno raggiungere.

Il cast funziona bene. Gassman si ritaglia un ruolo meno strabordante. Papaleo è un curioso ibrido tra un grillo parlante e Cirano de Bergerac. Anna Foglietta (Noi e la Giulia, Perfetti sconosciuti, Che vuoi che sia) è una donna che nasconde fragilità e a tratti sbruffona, ma intelligente per capire quando è il momento di cambiare rotta. Funzionali e risolutivi per la storia i due giovani protagonisti, con Matilda De Angelis (Veloce come il vento, Una famiglia) sempre più lanciata. E infine lui, il grande vecchio, Gigi Proietti. Emblema di un cinema che avrebbe dovuto osare di più.

Sono sceso dall’auto insieme ai protagonisti de Il premio (2017, di Alessandro Gassman) con un formicolio sul braccio e la schiena graffiata. Ho fatto i miei primi passi all’aria aperta e ho avuto freddo. Non mi sentivo a casa mia ma ho comunque voluto proseguire nelle mie curve. Ho continuato a correre facendo finta di camminare. Adesso sono seduto e ho voglia di ricominciare. Adesso sono in piedi e le terrazze non mi attirano. Adesso ho la certezza che Il premio riguardi anche me.

Il trailer de Il premio

Il premio - Oreste (Alessandro Gassman) e il figlio Andrea (Marco Zitelli)
Il premio - Oreste (Alessandro Gassman) e la sorellastra Lucrezia (Anna Foglietta)

lunedì 18 dicembre 2017

Made in Dagenham (2010), lotta di donne

Made in Dagenham (2010, di Nigel Cole) - la protesta delle donne arriva in Parlamento
Forse la peggiore italianizzazione di un titolo e il tema, primo sciopero lavorativo delle donne, meritava molto di meglio di un offensivo We Want Sex. Tutti in piedi per Made in Dagenham (2010, di Nigel Cole).

di Luca Ferrari

Discriminazione e diritti dei lavoratori. 1968, Dagenham, sobborgo orientale di Londra. Le donne alzano la voce. 187 operaie sfidano il colosso Ford. Impiegate alle macchine da cucire e costrette a lavorare in condizioni precarie per molte ore, sottopagate e non riconosciute come operaie specializzate, 187 coraggiose operaie alzarono i tono mettendo in atto uno sciopero contro la discriminazione sessuale e così ottenere la parità di retribuzione. Poco apprezzato in Italia e sbarcato al cinema col vergognoso titolo "We Want Sex", Nigel Cole dirige Made in Dagenham.

Guidate da Rita O'Grady (Sally Hawkins) e sostenute da Albert Passingham (Bob Hoskins, l'indimenticabile Eddie Valiant di Chi ha incastrato Roger Rabbit), la protesta, nonostante la chiusura provvisoria della fabbrica con conseguente ira degli uomini rimasti senza lavoro, arriverà fino ai piani alti del Governo inglese trovando nella deputata Barbara Castle (Miranda Richardson) un alleato fondamentale e decisivo, che non si piegherà al ricatto della Ford che minacciava la chiusura di tutte le proprie fabbriche in terra inglese.

Sbarcato in Italia con l'orrido We want sex, sarebbe stato corretto aggiungere quanto meno la parola "equality"- Parità di diritti di genere insomma e non certo "desiderio di sesso" come il titolo sembra voglia suggerire. Mi viene da pensare che per suscitare l'interesse degli italiani a certe tematiche si debba per forza usare riferimenti maliziosi, ignorando il dramma e l’importanza della battaglia di fine anni '60 che le donne inglesi portarono avanti per l'eguaglianza salariale.

Che la maggior parte degli italiani (maschietti e femminucce) non abbia idea da dove venga la prima grande svolta sociale per l’uguaglianza dei salari tra uomini e donne, lo posso comprendere visto lo squallore del trash lobotomizzante che imperversa sulle nostre televisioni. Che l’ennesima italianizzazione del titolo di un film però ne stravolgesse totalmente il senso, è una cosa che grida vendetta, molto più del tanto ripetuto The Eternal Sunshine of the Spotless Mind mutato in Se mi lasci ti cancello, che comunque aveva attinenza con la storia.

Una storia universale quella di Made in Dagenham. Una storia che evidenzia la necessità di essere uniti per vincere e cambiare le cose. E spesso i peggiori nemici non sono di fronte a noi, ma nelle stesse retrovie. Proprio quelli che ci dovrebbero guardare le spalle. E Rita, nella suo autentico ardore di lotta per i propri diritti, lo capisce bene e subito, fin dal primo incontro coi sindacalisti. Grassi signorotti che pur di mantenere le loro comode poltrone di lavoro, badano più a pranzi al ristorante e a non irritare i ricchi imprenditori. Ma lei non è così. E nemmeno le altre operaie della fabbrica.

Nel film c’è spazio per qualche risata e per le lacrime. Meccanismi familiari stravolti dalle donne che d'improvviso smettono di occuparsi delle faccende domestiche per imbracciare cartelli e serrare la protesta, cogliendo così di sorpresa intere generazioni di mariti incapaci perfino di lavarsi una camicia. Ma il problema della discriminazione resta nel mondo del lavoro così come nei confronti delle donne. Continua ancora oggi. A tutti i livelli e colpisce sempre.

Il popolo di precari ormai non ha più età. Folle di esistenze che fallimentari governi hanno creato con manovre che stanno rovinando famiglie su famiglie. E qual è la soluzione? Uno sciopero. Qualche giorno di protesta. Un piccolo contentino per farli tacere e poi cala il sipario. E poi il solito vicolo sperduto di sopravvivenza. L'ingiustizia determina il potere. Quando qualcuno arriva ad anteporre un'intimidazione come ultima scialuppa per salvare la propria indipendenza, allora è davvero il momento di lasciarlo solo con gli scricchiolii delle nostre voci. Tutte unite/i e temerarie/i al grido di: “È un diritto, non un privilegio”.

Il trailer di Made in Dagenham 

Made in Dagenham (2010, di Nigel Cole

sabato 16 dicembre 2017

La ruota delle meraviglie, il cinema è una storia

La ruota delle meraviglie - Ginny Rannell (Kate Winslet)
Blues spettinato. Lacrime, patatine fritte e brividi da passioni neo-ritrovate. Woody Allen ci racconta una storia e non fa mancare nulla alla sua ultima creatura, La ruota delle meraviglie (2017).

di Luca Ferrari

Una famiglia come tante cerca di sbarcare il lunario. Un matrimonio fallito ciascuno alle spalle. Un figlio adolescente col vizio di appiccare fuochi ovunque e una figlia in fuga dall'ex-marito malavitoso. A osservare, farsi ispirare ed entrare in questo sgangherato quadretto di semplici esseri umani, un bagnino di corvetta della spiaggia newyorchese. Woody Allen è tornato. Tutti a sedere, prego, e prepariamoci ad ammirare La ruota delle meraviglie (2017).

Nel luna park della spiaggia di Cony Island, Humpty (Jim Belushi) e Ginny Rannell (Kate Winslet) tirano avanti, lui addetto alla giostra dei cavalli, lei servendo ostriche ai tavoli. A spezzare la monotonia di un'unione dettata più dal bisogno l'uno dell'altra che non dall'amore, ci pensa la figlia del primo matrimonio di lui, Carolina (Juno Temple), non troppo ben vista da Gin e sulle cui tracce presto bussano personaggi poco raccomandabili. La ragazza è giovane e spiantata e sebbene il padre avesse tagliato i rapporti con lei anni or sono, facendo sacrifici la iscrive a una scuola serale perché diventi un'insegnante e si rifaccia una nuova vita.

Un autentico pozzo di problemi è Richie (Jack Gore), figlio del primo matrimonio di lei. Marina la scuola di continuo preferendo il cinema, ciò non senza una certa influenza (responsabilità) materna, sempre in preda alle nostalgia per un passato da teatrante. Il giovincello però ha il brutto vizio di giocare coi fiammiferi, dando fuoco a qualsiasi cosa gli passi tra le mani. E anche quando viene obbligato ad andare da una psicologa, la sua testa non ne vuole proprio sapere di migliorare.

A guardare dall'alto (nel vero senso della parola) questo menage familiare, Mickey Rubin (Justin Timberlake), aitante bagnino e sognatore, deciso a diventare uno scrittore di fama mondiale. È colto e sicuro di sé. È curioso. Un giorno senza sole incontra Ginny sulla battigia in passeggiata solitaria, depressa e stanca. Tra i due scatta la passione. Durerà? Il successivo incontro con la figliastra Carolina complicherà non poco le relazioni tra tutti i personaggi.

Woody Allen racconta storie e sono rimasti in pochi ormai a farlo. Sempre più registi li usano più che altro come mezzi tanto per intervallare qualche effetto scenico o un'inquadratura alla disperata ricerca di una prospettiva mai vista prima (…). Non è per lui. Nei film di Woody Allen le persone sono la storia (Blue Jasmine, Magic in the Moonlight, Cafè Society). Ogni anno sul grande schermo arriva un film di Woody Allen e se si esclude l'imbarazzante To Rome with Love, l'attesa vale la proiezione. Oggi, guardando un film di Woody Allen hai davvero la certezza di essere al cinema.

Woody Allen chiama, cineluk risponde. Non potevo non presentarmi il primo giorno di programmazione di La ruota delle meraviglie. Scelta azzeccatissima quella di proporre la pellicola nel più retro' cinema Giorgione di Venezia. L'atmosfera giusta per farsi catapultare negli anni '50 d'oltreoceano dove i guardia-spiaggia non erano vestiti di rosso né sfoderavano addominali scolpiti, ma al massimo esibivano quel non so che di faccia da schiaffi.

Il cast recita alle perfezione. Smessi (per il momento) i panni di uno dei fratelli Mitchun nella controversa terza stagione di Twin Peaks (a ogni modo uno dei personaggi meglio riusciti), Jim Belushi (The Pincipal - Una classe violenta, Danko) è un tenero, burbero padre-marito. Sotto la rozza pellaccia, si apre lentamente per gli occhi lacrimosi di Juno Temple (I tre moschettieri, Sin City - Una donna per cui uccidere, Black Mass - L'ultimo gangster), perfetta nel ruolo della giovane sognante, alla ricerca del Principe Azzurro più sincero.

A vedere l'ex-'N Sync Justin Timberlake di nuovo sul grande schermo, c'è da chiedersi perché abbia perso tempo con la musica e aspettato così tanto. Piccolo o grande il ruolo che interpreti (The Open Road, The Social Network, Di nuovo in gioco), riesce sempre a fare il suo compito egregio. Protagonista in un nuovo film dei Coen dopo l'ottima prova in A proposito di Davis (2013), sarebbe la sua degna consacrazione. Iniziato come vino frizzantino, è destinato a diventare negli anni uno di quei Brandy dal sapore sempre più intenso.

Infine Lei, insieme a Cate Blanchett è la più grande attrice di media generazione, degna erede di Meryl Streep. Donna e Attrice di razza. Fin dai tempi di Titanic (1997), Kate Winslet (Se mi lasci di cancello, Romance & Cigarette, Revolutionary Road) ha collezionato sempre più ruoli diversificati passando con naturalezza dal romanticismo del cult natalizio L'amore non va in vacanza al massacro familiare di Carnage fino alla insostituibile addetta stampa dell'ego smisurato di Steve Jobs. Facendo sempre del suo cinema il grande cinema.

Non appartengo alla schiera dei “veneratori” di Woody Allena ma il suo cinema è un toccasana per chi crede ancora che le vicende umane possano essere raccontate anche senza l'uso della carta carbone o della tecnologia più avanzata. Si percepisce la voglia di Woody Allen di scrivere ancora tante pagine di cinema e io sono felice di aver camminato e danzato sopra La ruota delle meraviglie. E io sono onorato di essere stato ispirato dalla prospettiva umana de La ruota delle meraviglie (2017, di Woody Allen).

Il trailer de La ruota delle meraviglie

La ruota delle meraviglie - Carolina (Juno Temple)
La ruota delle meraviglie - Humpty (Jim Belushi) e Mickey (Justin Timberlake) 

venerdì 15 dicembre 2017

Donne, è sempre colpa vostra

l'attrice Asia Argento, vittima di una vergognosa gogna mediatica
Non bastassero i predatori alla Harvey Weistein, è pieno di "dotti" sproloqui nauseabondi che accusano, chi più chi meno velatamente, le donne che hanno subito violenza.

di Luca Ferrari

Lo scandalo legato agli abusi sessuali di Harvey Weistein ha sorpreso il mondo. Ma quale mondo? Forse quello degli ipocriti e di chi ha sempre taciuto su verità di comodo? Forse quel mondo che ha sempre trattato le molestie con risatine e pacche sulle spalle di compiacimento? A partire dalle rivelazioni sui metodi dell'ormai ex-potente produttore Harvey Weinstein sono esplosi i consueti processi mediatici e mai come ora in troppi hanno perso l'occasione di fare davvero qualcosa di utile: tacere.

Strenuo difensore dei valori della donna, il mondo occidentale è un ipocrita padre padrone che vorrebbe ancora la propria moglie ai fornelli e a fare figli, collezionando amanti (puttane) in tutti i porti del mondo. In questa giungla di vetero-machismo, l'attrice-regista Asia Argento è stata letteralmente messa alla gogna mentre personaggi dalle scarse capacità cinematografiche hanno apertamente dichiarato di trovare normale fare avance sessuali in sede di colloquio lavorativo.

Secondo la logica di questi signori dunque, uno dei quali in particolari che si arricchisce le tasche con quei patetici prodotti chiamati cinepanettone (sono un giornalista e pure critico cinematografico, lo so, il peggio ndr), sostiene che non sia violenza ma solo una richiesta alla quale ovviamente la donna può dire di no. D'altronde è notorio che quando una candidata si presenti per un impiego, invece di essere esaminata in modo professionale, le venga richiesto di spogliarsi o peggio.

Eppure mi domando: perché sorprendersi delle dichiarazione di Enrico Brignano quando pochi anni or sono il regista Bernardo Bertolucci, premio Oscar per l'Ultimo Imperatore, ammise senza il minimo problema etico (né conseguenze penali) di aver sodomizzato la giovanissima Maria Schneider durante le riprese di Ultimo tango a Parigi? E quella stessa stampa che oggi si scandalizza per Weinstein, che cosa disse allora? Praticamente nulla.

Il perbenismo occidentale imputa all'Islam (di cui forse lo 0,0000000000001 per cento conosce qualcosa) un pessimo trattamento della donna. Qui da noi invece è tutta un'altra musica. E lo sappiamo bene. È per questo infatti che oltre il 90 per cento della violenza sulla donna avviene tra le sacre mura domestiche non venendo neppure denunciata. Perché viviamo in società talmente rette da lasciare alle donne il privilegio di tenersi tutto il dolore dentro.

Ultima delle vittime delle attenzioni di Weinstein in ordine di rivelazione, Salma Hayek. Weinstein ha aperto un vaso di Pandora? Ma neanche per sogno. Prevedo già tante frasi da copione alla prossima cerimonia degli Oscar e ai Globe, poi tutto tornerà più o meno come prima. Magari verrà fatta qualche nuova legge e le molestie saranno effettivamente punite ma a che livello? Una dirigente non è una segretaria. Fin da ora c'è già stato un trattamento diverso a seconda di chi ha sporto la denuncia anche se la Legge dovrebbe essere una e una unica.

A fine 2017 le disuguaglianze tra uomo e donna sono ancora notevoli. Vi siete mai chiesti tutto questo che messaggio lanci? Il piccolo schermo è un continuo rimando alla donna-oggetto. Vi siete mai fermati un secondo a domandarvi quali effetti può avere tutto questo? Aspettiamo tutti il singolo contro cui scagliarci contro,  trascurando tutta un'intera cultura distorta che semina letale la concezione che la donna non vale quanto l'uomo. E se c'è violenza dunque, chi se ne frega!

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giovedì 7 dicembre 2017

Suburbicon, tutti all'inferno

Suburbicon - l'ambiguo Gardner Lodge (Matt Damon)
Spietato. Crudelmente contemporaneo, allora come oggi. Presentato a Venezia74, esce oggi sul grande schermo Suburbicon (2017, di George Clooney).

di Luca Ferrari

L'America di provincia bianca e benestante. Tutti sono gentili e tutti si salutano. Qualcosa però sta per mandare fuori giri l'ingranaggio perfetto di fine anni '50. Nell'impeccabile quartiere residenziale di Suburbicon viene a vivere una famiglia di “negri”. In parallelo, un violento episodio di cronaca ha luogo nella casa di un rispettabile cittadino. Da una sceneggiatura dei fratelli Joel ed Ethan Coen e presentato in concorso alla 74° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, esce oggi sul grande schermo Suburbicon (2017, di George Clooney).

Gardner Lodge (Matt Damon) è un onesto lavoratore, marito e padre di famiglia. Vive con la moglie Rose (Julianne Moore), la sorella gemella di quest'ultima Margaret (Julianne Moore) e il loro figlioletto Nicky (Noah Jupe). Hanno dei nuovi vicini, i Meyers. Senza troppi problemi per il colore della pelle, gli ultimi arrivati non vengono così bene accolti dal resto del quartiere. Le cose cambiano radicalmente quando i Lodge sono vittima di un'aggressione da parte di due balordi, capitanati dal manesco Ira Sloan (Glenn Fleshler).

L'intero nucleo familiare viene imbavagliato e sedato. Il risveglio poi è anche peggio. Qualcosa si rompe. Le tante verità iniziano a venire a galla. La tregua dentro e fuori l'impeccabile giardino si sgretola. L'uomo cede spazio all'orrido che è in sé. Nicky si ritrova sempre più solo e l'unico conforto gli viene offerto dal malvisto zio Mitch (Gary Basaraba). Imbrogli e corruzione calpestano ogni sentimento. E anche se la Legge si mette sulle loro tracce con lo scafato Bud Cooper (Oscar Isaac), l'obiettivo non si sposta di un millimetro. Va raggiunto a ogni costo. Da una parte e dall'altra.

Suspance. Tensione. I 104 minuti di pellicola sono un treno squilibrato che sfreccia sui binari del privato e pubblico. Se da una parte ci sono i coniugi Mayers (Leith Burke, Karimah Westbrook) e il piccolo Andy (Tony Espinosa) nascosti dentro casa mentre l'intero quartiere bianco latra sguaiato per farli andare via, dentro il guscio dei Lodge è di scena una tragedia anche peggiore, eppure molto meglio amalgamata nei perversi meccanismi del moralismo più intollerante. Un giogo da camicia bianca e veleno. Lattice sporco di sangue e permanente.

Abile regista e attento osservatore dell'America, George Clooney (Good Night and Good Luck, Le Idi di Marzo, Monuments Men) valorizza al meglio il materiale Coeniano regalandoci un Matt Damon talmente inedito da farlo (temo) passare inosservato nella futura memoria del grande pubblico. Notevole anche la doppia presenza di Julianne Moore. Se nel recente Kingsman – Il cerchio d'oro era una cattiva donna capricciosa, qui è una gelida borghese calcolatrice senza il minimo spirito materno. Decisa a tutto pur di accaparrarsi marito, casa e conto in banca.

Villain subdolo e senza scrupoli, Glenn Fleshler si trova a suo agio con ruoli di questa portata. Già viscido avvocato al soldo del potente Bobby Axelrod nell'ottima serie Billions, nella nuova opera Clooneyana è il classico uomo rozzo e corrotto. Non ha alcun interesse per la morale e il rispetto umano. Pensa solo al proprio tornaconto e se c'è da fare male a qualcuno per ottenerlo, beh, tanto peggio per chi si metterà sulla sua corpulenta strada.

Dici che l'America in fondo è ancora “schiava” del suo passato e voglia nascondersi? E cosa dovrebbe dire allora l'Italia? Il presente ci regala un ritorno del passato più vergognoso. Qualcosa che evidentemente la cultura non è stata abbastanza capace di spiegare e combattere. Oggi in Italia stiamo assistendo passivamente al ritorno della nostalgia per il fascismo. L'ignoranza popolare fa da collante, così invece di puntare chi è all'origine dei problemi, gli stolti e i razzisti se la prendono con la minoranza più sacrificabile. Un male questo comune in sempre più nazioni europee e ovviamente negli Stati Uniti.

Suburbicon immortala un'America lontana a livello temporale, nei fatti più vicina di quanto si potrebbe tragicamente immaginare. Storia di provincia dal cuore hindi e l'anima nera, graffiante. Un blues con rigurgiti splatter e una feroce critica sociale. Un film ideale per i lettori del New York Times. Un film che l'elettorato di Donald Trump non sarà mai in grado di comprendere. Un film di cui tra vent'anni i registi dalla penna fumante citeranno come manifesto di una mondo che, si spera, stia ancora lottando contro l'imperversare dell'inciviltà più gretta e sordida. Suburbicon (2017, di George Clooney) un film da vedere (e su cui ragionare) al cinema.

Il trailer di Suburbicon


Suburbicon Mrs. Mayers (Karimah Westbrook) viene insultata
Suburbicon Margaret (Julianne Moore) a colloquio con Bud Cooper (Oscar Isaac)

sabato 2 dicembre 2017

Assassinio e sbadigli sul "Polarient" Express

Assassinio sull'Orient Express (2017, di Kenneth Branagh)
Inutile e frettoloso. La nuova trasposizione del celebre giallo di Agatha Christie, Assassinio sull'Orient Express, è quanto di più mediocre ci si possa aspettare e col finale emblema del business ammazza-arte.

di Luca Ferrari

Massa e luci. Pan di Spagna e guacamole. Jack Sparrow a bordo del Polar Express. Assassinio sull'Orient Express (2017, di Kenneth Branagh) doveva essere un thriller. Nella realtà dei fatti non lo è. Nauseabondo dolce pre-natalizio con mascarpone e acciughe. Ennesimo prodotto della non più fabbrica dei sogni, ma carezza di cortesia con le nocche su facce ancora sonnolente di un riposo tardo mattutino. Mettetevi (s)comodi, è il momento di Assassinio sull'Orient Express (2017, di Kenneth Branagh).

Dopo il suo ultimo caso brillantemente risolto, l'investigatore belga Hercule Poirot (Kenneth Branagh) viene richiamato d'urgenza a Londra per l'ennesimo caso da risolvere. Per sua fortuna a Istanbul incontra il giovane amico di vecchia data Bouc (Tom Bateman), nipote del direttore della compagnia titolare del famoso treno Orient Express. Eccolo dunque salire a bordo e attraversare tutta l'Europa fino a Calais, in Francia, per poi imbarcarsi per l'Inghilterra. Un imprevisto intanto si abbatte sul treno. Una slavina gigante lo ha fatto deragliare ed è ora fermo nel nulla.

Il tempo di fare la conoscenza del losco Samuel Racthett (Johnny Depp), e di lì a poco eccolo cadavere nella propria cuccetta. Molti indizi (una misteriosa vestaglia, un bottone di una divisa da capotreno) sembrano indicare un misterioso uomo passato dalla attigua cabina della signora Hubbard (Michelle Pfeiffer), la verità però è molto più intricata e attinge al crudele omicidio di una bambina, Daisy Armostrong, rapita anni prima da un certo Cassetti. Inutile girarci attorno, l'omicida è ancora sul treno e Poirot è chiamato a risolvere il mistero.

Interrogatorio dopo interrogatorio, le bugie lasciano spazio alla tinte della luce, quella poca ed accecante che si lascia (intra)vedere.

Perché, perché un regista dalle indubbie qualità com'è  Kenneth Branagh (Frankenstein di Mary Shelley, Thor, Cenerentola) ha scelto di imbarcarsi in un'avventura così ardita finendo per offrire un prodotto che potrà al massimo conquistare ragazzini e neofiti della settima arte? Poteva fare di meglio. Poteva fare di più e soprattutto poteva fare altro. Il risultato è un ibrido deciso a recuperare spettatori da ovunque, senza badare al dolore più lancinante della storia originale.

Con ancora negli occhi il capolavoro diretto da Sidney Lumet nel 1974, mi accingo ad andare al cinema Rossini di Venezia per assistere nella sala più grande alla proiezione di Assassinio sull'Orient Express di Kenneth Branagh. Fin dalle prime battute percepisco subito una certa frettolosità di regia. I personaggi si rivelano in pochi attimi. Poirot è di corsa e di conseguenza anche l'assassino. I personaggi non hanno il minimo mordente, Poirot incluso. Nessuno lascia davvero il segno.

Il finale poi, che per questioni di spoiler non sto qui a rivelare, è l'emblema del cinema arraffa-polli. Studiato a tavolino per chiudere la questione Orient Express e rimandare a un futuro prossimo e “pagato”. L'originale degli anni '70 era di tutt'altra pasta. Un film allora, capace di non farti chiudere occhio la notte. La pellicola diretta da Branagh è una fetta di torta ben preparata, capace di soddisfare ogni palato, dai bambini agli anziani, e per questo finendo per essere dimenticato già al secondo boccone.

Remake, remake e ancora remake. È questo che passa il convento alle masse. Film scadenti che puntano solo sui grandi nomi, effetti speciali e il grande titolo. Il resto è il niente. Film fuori epoca pari allo zero. L'arte, la vera arte è un'altra cosa. L'arte è lo specchio di un'epoca e non una sterile fotocopia del passato. Se i Nirvana avessero pubblicato oggi Nevermind, nessuno li avrebbe mai presi in considerazione. A fine anni Ottanta invece furono una risposta sensibile-rabbiosa ai patetici macho-lustrini del glam-rock.

Ormai sono anni che il filone cinecomic ha preso il sopravvento. Possono piacere oppure no, ma rappresentano alla perfezione questo momento della Storia contemporanea dove la maggioranza crede che il singolo più fantasioso, sia esso un supereroe, un dittatore del passato o una vincita alle slot machine, possa sistemare tutto. Ci sono film riusciti alla grande come The Avengers (2012, di Joss Whedon) altri decisamente più mediocri ma sono comunque in linea con il Tempo che stiamo vivendo.

Assassinio sull'Orient Express (2017, di Kenneth Branagh) è un film che non vale la pena vedere, se non con zero pretese o giusto per passarsi una serata tra amici. Molto meglio andare a bussare alla Eagle Pictures e ordinarsi il DVD originale della già citata pellicola con protagonisti Albert Finney, Ingrid Bergman, Anthony Perkins e Sean Connery. Un film questo degna di questa parola. Dialoghi, scenografia, sguardi. Tutto. Tutto è perfetto. Un film che ha segnato un'epoca che oggi non c'è più. Ma proprio più, capito Kenneth? Saluti alla produzione.

Il trailer di Assassinio sull'Orient Express

Venezia, la locandina di Assassinio sull'Orient Express fuori del cinema Rossini © Luca Ferrari
Assassinio sull'Orient Express - Mary Debenham (Daisy Ridley) seguita da Bouc (Tom Bateman

mercoledì 29 novembre 2017

Il mio cinema contro il fascismo

La signora dello zoo di Varsavia (2017, di Niki Caro)
ATTENZIONE SPOILER: questa non è una recensione! Ancora un film sul nazi-fascismo? A giudicare dalla sconfortante ignoranza intrisa di allarmante negazionismo, ce n'è ancora da raccontare.

di Luca Ferrari

"Un altro film sul nazismo? Ma no, basta. Sono passati più di 70 anni dalla fine della II Guerra Mondiale e ancora vanno avanti 'sti radical chic, ma sono fuori dal tempo! Ormai è preistoria". Ieri sera ero pronto per andare a vedere al cinema La signora dello zoo di Varsavia (2017, di Niki Caro), storia vera che vide protagonista Antonina Żabińska (Jessica Chastain) e suo marito Jan (Johan Heldenbergh), direttore della struttura nella capitale polacca al tempo dell'invasione tedesca, nascondere ebrei nelle gabbie degli animali. 

Ho avuto un imprevisto all'ultimo e non sono riuscito a vederlo eppure, ispirato anche da una interessante conversazione avuta con la collega E. Nina Rothe, giornalista dell'Huffington Post, da ieri continuo a pensare a questo film domandandomi chi al giorno d'oggi, in un'ipotetica nuova guerra mondiale, saprebbe osare tanto, mettendo a repentaglio davvero la propria esistenza per quella degli altri. Un tempo era facile comandare le masse perché erano all'oscuro di tutto. Oggi che sanno (credono di sapere) ogni cosa, lo è ancora di più. 

Ma forse è lo scenario che sarebbe diverso. Le guerre mondiali non sono più in grado di produrre sconfitti e supremazia. Oggi al contrario assistiamo alle guerre locali, di quartiere. Topi di fogna che latrano nel modo più sguaiato possibile cercando di schiacciare gli ultimi arrivati della colonia, puntandogli ogni cosa contro, ignorando del tutto chi nasconda il veleno mortale tra quei rifiuti per cui si sbranano ogni giorno pur di arraffare.   

Si, è passata qualche decade dalla fine del Secondo Conflitto Mondiale ma giorno dopo giorno in Italia (e non solo), l'orgoglio nazionalista che non si sa bene perché ormai sia inscindibile da xenofobia, ignoranza e razzismo, sta guadagnando sempre più spazio nei pensieri del prossimo. Nel Bel paese stiamo assistendo a un vero attacco di nostalgia per il Duce Benito Mussolini (ormai i suoi calendari nelle edicole si trovano sempre di più, ndr), un uomo che si è macchiato dei crimini più efferati ma ehi, sapeva mantenere l'ordine quindi va bene.

Impariamo dalla storia, è ora di abbattere il mito di questa frase o meglio la veridicità. Se fosse davvero così, non passerebbe giorno in cui nel mondo non prospererebbero amore e felicità. Non è così. È molto raro. Le ideologie di una volta ormai hanno lasciato il campo all'opportunismo più bieco e gli unici che ancora si arrogano l'orgoglio di un'idea (o presunta tale), sono quelle peggiori. Quelle che non lasciano spazio agli altri. Quelle che inneggiano a una non troppo velata superiorità. Di cosa, non si sa bene.  

Dalle Alpi alla Sicilia, gli orrori del Fascismo sono stati dimenticati troppo in fretta perché alla fine è sempre colpa dell'altro, mentalità questa ancora tragicamente dilagante in Italia. Oggigiorno gli orrori del Fascismo in Italia sono stati in qualche misura ridimensionati in nome di un odio populo-politico verso tutto e tutti (o quasi), dove chiunque è un esperto, sempre pronto a social-sbandierare una pseudo-idea che col Duce vivremmo prosperi, non ci sarebbe corruzione e saremmo una nazione potente. Le fake news al riguardo che si trovano su Facebook poi, sono imbarazzanti, specie per chi ci crede.

Cosa può fare il cinema in tutto questo? Niente, è ovvio. Tra i film più recenti passati sul grande schermo, La veritò negata (2016, di Mick Jackson) con Tom Wilkinson, Rachel Weisz e Timothy Spall, ispirato alla vera vicenda tra la professoressa Deborah Lipstadt e lo scrittore David Irving, ha toccato tasti molto importanti quali la memoria e il negazionismo ma come detto a più riprese, l'arte al massimo può ispirare un cambiamento e non certo esserne il soggetto principale. 
L'arte e dunque anche il cinema possono essere un pezzo del mosaico ma di sicuro finché la gente continuerà a riempirsi la bocca, o meglio i post, di slogan e gli sproloqui senili di persone come la giornalista Oriana Fallaci, capaci solo di istigare all'odio e alla paura, c'è ben poco da fare. Anche e perché dall'altra parte c'è il nulla. Non c'è una cultura vera fondata sui valori degni di una società civile. Quando il gioco si fa pesante, pur di non perdere i voti, si fa un passo indietro sulle tematiche più variegate. Non esiste un fronte compatto capace di respingere l'odio con un'autentica e aggiornata cultura multietnica.

Dopo l'originale Lui è tornato (2015, di David Wnendt), film basato sull'omonimo bestseller satirico di Timur Vermes e ispirato a un immaginifico ritorno nella Germania contemporanea di Adolf Hitler, nel 2018 il regista nostrano Luca Miniero (Benvenuti al Sud, Un boss in salotto, Non c'è più religione) porterà sul grande schermo il remake italiano con protagonista ovviamente Benito Mussolini. Posso già immaginare che le reazioni saranno molto diverse tra il pubblico delle ex-Potenze dell'Asse e temo andranno nella direzione opposta.

Sono passati più di 72 anni da quando le truppe sovietiche dell’Armata Rossa scoprirono il campo di concentramento di Auschwitz ma per ancora troppa gente sono solo fandonie montate. E in Italia poi, è stato impiccato un grande uomo per mettere al governo dei farabutti. “Lui toglierà loro la libertà e loro l'ameranno per questo” sentenziava preoccupato il senatore Gracco (Derek Jacobi) ne Il Gladiatore (2000, di Ridley Scott). Quello era “solo” un film dopo tutto. Già, ma perché allora è ancora così dannatamente vero?

Lui è tornato (2015, di David Wnendt)
 La verità negata (2016, di Mick Jackson
La signora dello zoo di Varsavia (2017, di Niki Caro)

mercoledì 22 novembre 2017

Hayao Miyazaki, l'animazione infinita

65° Mostra del cinema di Venezia - il regista Hayao Miyazaki © Federico Roiter
Hayao Miyazaki è tornato a lavorare. A breve uscirà il corto Boro il bruco, in CGI. Kaku Arakawa ce ne racconta la genesi col documentario-intervista Never-Ending Man: Hayao Miyazaki (2017).

di Luca Ferrari

Hayao Miyazaki si è ritirato dal mondo del cinema. La notizia non è certo una novità. Ma può un pozzo creativo come il premio Oscar per il Miglior film d'animazione La città incantata (2001) pensare davvero di restarsene con le mani in mano fuori finché mente & corpo girano ancora? No, non è possibile. Eccolo dunque tornare (leggermente) indietro sui suoi passi e calarsi in una nuova avventura, il corto di "Boro il bruco" in CGI (computer-generated imagery). Come ci sia arrivato, ce lo racconta Never-Ending Mad: Hayao Miyazaki (2017, di Kaku Arakawa), distribuito da Nexo Digital.

Sigaretta sempre in bocca. Tazza di un non imprecisato liquido (probabile caffè). Si comincia con i saluti del produttore dello Studio Ghibli e lo stesso Miyazaki al pubblico italiano. “È stato uno schizzo. Disegno per divertimento”. Hayao sembra davvero arrivato al capolinea. Per sua stessa ammissione, non si ritiene più in grado. “Voglio creare qualcosa di straordinario ma non so se sono in grado di farlo” ammette a metà strada tra il divertito e lo sconsolato.

Sul grande schermo si susseguono brevissimi frammenti dei suoi indiscussi capolavori a cominciare da Nausicaa della Valle del vento (1984), tornato due anni fa sul grande schermo. Ecco poi i protagonisti de Il mio vicino Totoro (1988), Kiki - Consegne a domicilio (1989, anch'esso riproposto di recente), le inimitabile peripezie volanti di Porco Rosso (1992), l'ecologista Principessa Mononoke  (1997) fino ai più recenti Il castello errante di Howl (2004) e Si alza il vento (2013).

Dal passato al presente. Lì, sulla carta c'è lo schizzo di Boro il bruco. “Farò un corto in CGI”. Caratteristica dello Studio Ghibli, co-fondato da Miyazaki nei lontani anni '70, quella di realizzare tutti i disegni a mano.  Adesso i tempi sono cambiati e bisogna fare i conti con l'era digitale. Cambiano gli strumenti ma non l'uomo alla base dell'invenzione e con lui non si scherza, né allora né oggi. “È importante disegnare esseri umani completi” spiega, “Ho sempre creato panorami mai visti. Adesso sono attratto da quelli insignificanti. Sarà l'età”.

Capitolo dopo capitolo, Arakawa ci mette sempre più a stretto contatto con Miyazaki, un “arzillo vecchietto” con ancora un po' di voglia di darsi da fare. I problemi non mancano. Ciò che sgorga dalla sua matita non trova l'esatta comprensione nelle giovani generazioni già espertissime della tecnologia digitale più avanzata. Un po' si spazientisce. Un po' vorrebbe mollare tutto. “Preferisco morire pensando che devo continuare a vivere” scandisce deciso ed energico. Vorrebbe davvero chiudere ma non ci riesce. “Voglio una copia di me stesso” sentenzia.

Hayao Miyazaki, un legame profondo mi unisce al regista giapponese. Per la prima volta inviato stampa al Festival del Cinema di Venezia, quella era la 65° edizione. L'anno in cui fu presentato in anteprima in concorso Ponyo sulla scogliera. Sgommando su e giù per le sale e le conferenze stampe, d'improvviso me lo trovo lì. Seduto fuori dell'hotel Des Bains. Gli chiedo se lo posso fotografare con in mano una rivista per cui collaboravo dove c'era un articolo scritto dal sottoscritto su di lui. Accettò senza battere ciglio e mi regala un momento di pura cine-magia.

Oggi di Mostre del Cinema vissute in prima linea giornalistica ne ho collezionate dieci. È il 21 novembre 2017 e a Venezia non è una giornata come le altre, è la festa della Salute. Come ogni anno migliaia di donne, uomini e bambini si riversano in pellegrinaggio ad accendere una candela votiva per la Madonna. Non è il mio caso. Questa non è una mia tradizione, non sono credente e non mi sognerei mai di rivolgermi a qualcuno (il cui mito, o presunto tale, è stato ampiamente romanzato) per elemosinare ciò che non sono in grado di realizzare da me.

Se c'è qualcosa in cui posso fermamente sostenere di credere, oltre agli esseri umani, è la fantasia e tutto ciò che ne consegue. Giornata ideale dunque per venire qui, al cinema Rossini, ad assistere alla proiezione di Never-Ending Man: Hayao Miyazaki. Il consueta regalo a Instagram come segno di tributo al grande schermo e posso accomodarmi. Taccuino aperto e proteso con tutta l'anima ad ascoltare “i deliri senili di un vecchio”, come il Maestro giapponese stesso riferisce di sé con non poca autoironia.

Assisto alla proiezione di Never-Ending Man: Hayao Miyazaki (2017, di Kaku Arakawa). Riaccese le luci, sgattaiolo veloce nell'oscurità lagunare. Vorrei già mettermi al lavoro ma è giusto concedere una minima pausa. Lascio che le parole e le immagini sedimentino quel tanto. Mi rintano nei pensieri senza il minimo sforzo. Ripenso a queste parole “Il movimento parte dalla volontà. Bisogna renderlo espressivo”. Oggi, 21 novembre 2017, ho scelto con ferma volontà di essere qui, a imparare dal lavoro di Hayao Miyazaki... per creare qualcosa di straordinario!

Il trailer di Never-Ending Man: Hayao Miyazaki

Venezia, l'ingresso del cinema Rossini con locandina “Miyazakesca” © Luca Ferrari
il regista Hayao Miyazaki in azione
Never-Ending Man: Hayao Miyazaki (2017, di Kaku Arakawa)