Quale miglior modo di chiudere il 2018 con la dolcezza più cinematografica targata cineluk? Ci rivediamo nel 2019, e che la magia della settima arte sia con voi!
Ormai lo sapete (anche) grazie ai canali social. L'unica digressione alle recensioni cinematografiche sono le mie adorate cinecolazioni. Un risveglio che non ha paragoni, mescolando il piacere di una ricca colazione con il relax di una lettura sul mondo della settima arte. Ne abbiamo "dolcmente" parlato nel 2017, e ora è tempo di aggiornare questa amabile pratica mattutina a cominciare ovviamente da lei, indiscussa regina della settima arte: Mrs Mary Poppins, tornata sul grande schermo con il volto dei Emily Blunt e la regia di Rob Masrhall.
Così, invece di stare qui a tediarvi con le più banali classifiche del film più bello & simili o divertirmi con le ruffianate di presunti giornalisti che si spacciano per critici, nulla di più gustoso con il meglio delle mie colazioni a tema che nel corso di questi 12 mesi hanno visto alternarsi grandissimi protagonisti della stagione in corso fin dai primissimi mesi dell'anno come il premio Oscar 2018 per il migliore attore protagonista Gary Oldman, la cui mutazione in Winston Churchill nel film L'ora più buia, gli ha consegnato la sua prima meritata statuetta dell'Academy.
Indiscussa protagonista con tanto di Oscar sfiorato come Miglior attrice protagonista, Margot Robbie, che incarnando la parabola della pattinatrice Tonya Harding ha regalato una delle migliori performance del 2018, e di sicuro la migliore della sua carriera. Ricche golosità anche per lei, anche per entrare nella giusta mentalità sportiva di chi deve nutrirsi bene per sostenere lo sforzo dell'attività agonistica. Grassi dolci carnevaleschi invece per mandare giù le (purtroppo) troppe analogie del remake italiano Sono tornato (di Luca Miniero) con la realtà.
A segnare quest'anno cinematografico, due serie televisive. Il ritorno sul piccolo schermo della travolgente Anna dai capelli rossi con Chiamatemi Anna, e la terza discutibile stagione de I segreti di Twin Peaks. Se nella serie canadese la giovane Amybeth McNulty è riuscita a dare stravaganza e istintiva dolcezza a quella ragazzina sgorgata dalla penna di Lucy Maud Montogomery. Esageratamente artistico invece e molto poco cinematografico, il ritorno di David Lynch. Riprendendo la serie cult anni Novanta, ne è venuta fuori una esasperazione del proprio ego a dispetto di una autentica sceneggiatura.
Tra le sorprese di questo 2018, un film che è stato capace regia e sogno senza chissà quali effetti speciali, Hotel Gagarin di Simone Spada. Lui non ha avuto le pastine della neo-Lara Croft, Alicia Vikander, né la torta al grano saraceno dei Vendicatori al gran completo contro Thanos. Solo una semplice brioche ma la dolcezza trasmessa ha raggiunto alti traguardi di godimento. A chiudere le cinecolazioni, due donne. L'erede di Julie Andrews nei panni di Mary Poppins, Emily Blunt, e la scatenata Amy Schumer di Come ti divento bella.
Dei tanti film recensiti ma assenti per caso dalle cinecolazioni, ci tengo a ricordarne 5 in particolare in questo ultimo articolo dell'anno 2018:
Oltre la notte (di Fatih Akin). Un vile attentato. I pregiudizi. Il desiderio di vendetta. Un incubo senza fine. Un incubo che prosegue inesorabile.
Ricomincio da noi (di Richard Loncraine). Tenera storia di creature non più giovani decise comunque a godersi la vita. Si affrontano i dolori condividendo un sorriso e magari un ballo.
Lady Bird (di Greta Gerwig). Una giovane ragazza desidera ardentemente abbandonare il nido. Tra lei e la sua vita, una madre molto simile alla sua anima.
A Private War (di Mathhew Heineman). Inviata sui peggiori fronti di guerra, se la coraggiosa Marie Colvin avesse fatto la giornalista in Italia, sarebbe stata tacciata anche lei di "puttana"?
Chiudo questo servizio e dunque anche il 2018 con un film di qualche anno fa. Niente articoli cartacei di accompagnamento ma una soffice e deliziosa torta di compleanno insieme alla mia stessa recensione qui pubblicata. Un film (animato) questi, che da quest'anno resterà scolpito nella mia anima più sentimentale. Un film che non trovava proprio posto nel mio mondo. Forse la storia era un po' troppo enfatizzata, non lo so. Quello a ogni modo era il passato. Quest'anno finalmente è sbarcato nel mondo di cineluk - il cinema come non lo avete mai letto, Il piccolo principe (2015, di Mark Osborne).
Come spesso mi accade, cinema a parte ovviamente, ho visto questo film a piccoli pezzi. Condividendo ogni singolo frammento con una dolce creatura al mio fianco. Forse il coinvolgimento è stato tale che alla fine qualcosa di quella vicenda si è davvero materializzato (vedi articolo, ndr). Viviamo in un mondo sempre più in vendita, dove i sogni sono dichiarazioni per raccogliere consenso e la fanciullezza è una merce (rubata) di scambio. Crescere però non significa dover smettere di essere bambini. Ciao, sta per finire il 2018 ma io ho ancora voglia di credere che domani saremo ancora più felici.
Tonya - Tonya Harding (Margot Robbie) durante l'esecuzione del triplo axel
Tonya Harding è una grande pattinatrice ma per l’immagine dell'America puritana non potrà mai essere davvero una vincente. Tonya (2017, di Craig Gillerspie).
Combattiva. Segnata. Risoluta. Tonya Harding ha potenza e talento ma nel mondo del pattinaggio artistico non basta per essere la numero uno. Apparenza e presenza valgono anche di più e lei, Tonya, non ha una bella storia da raccontare alle telecamere. Nel suo curriculum ci sono abbandoni, una madre prepotente e un compagno-marito violento. E questo non va bene. Tratto dalla storia vera della stessa protagonista, Tonya (2017, di Craig Gillerspie).
Tonya Harding è una bambina (Mckenna Grace) di appena quattro anni quando la rigida e insensibile madre LaVona (Allison Janney) la porta sulle piste di pattinaggio per farne una campionessa, affidandola alle cure della mite Diane Rawlinson (Julianne Nicholson), in principio refrattaria ad allenare una dilettante. LaVona fuma sulla pista ed è sboccata. Non gliene frega nulla dell’apparenza. Quando la figlia non fa come dice lei, piovono schiaffi.
Tonya (Margot Robbie) pattina e cresce fino a sfidare l’impossibile, diventando la prima pattinatrice americana a realizzare un triplo axel e così vincendo i campionati nazionali. Sembra l’inizio di una fiaba. Un passato difficile e ora il riscatto. Non è così. Non sarà così. Dopo il classico e iniziale idillio col belloccio Jeff Gillooly (Sebastian Stan), iniziano a fioccare sberle e pugni. Nonostante tutto, Tonya va avanti. I due si lasciano e si rimettono insieme. Si sposano ma la violenza è una costante. Da parte materna non esiste alcuna compassione né sostegno. Questa è la "cazzo" di vita di Tonya Harding.
Tonya però non molla. Cambia allenatrice passando a Dody Teachman (Bojana Novakovic). La carriera di Tonya procede tra alti e bassi fino al fattaccio dell’aggressione alla collega Nancy Kerrigan (Caitlin Carver). In principio nato come una semplice idea di disturbarla psicologicamente con lettere anonime, il compare del marito, Shawn (Paul Walter Hause), un inetto sbruffone e bugiardo, la fa aggredire fisicamente. Puntuale il boomerang torna diritto in faccia a Tonya. Sapeva, non sapeva o ha contribuito al piano? Comunque un episodio che la porterà in tribunale mettendo a rischio tutto ciò per cui ha sudato e faticosamente lavorato.
Formula interessante quella scelta dal regista australiano qui al suo sesto lungometraggio con sceneggiatura di Steve Rogers. Fin dalle prime battute del film, i Tonya, Jeff e LaVona contemporanei raccontano la storia dal proprio punto di vista, dando ovviamente maggior risalto alla protagonista. Craig Gillerspie (Lars e una ragazza tutta sua, Million Dollar Arm, L’ultima tempesta) consacra sul grande schermo una storia che in America fece scalpore e qui nel vecchio continente era pressoché sconosciuta.
Tonya è una donna colpita dal marito ma a nessuno interessa. Tonya Hardingnon è una di quelle belle faccine con cui svendere i diritti delle donne sulle copertine di riviste alla moda. Tonya Harding viene dal fango e lì deve rimanere. Le botte che prende sono inevitabili per la sua vita ed estrazione sociale. Tonya Harding non sarà mai il volto d’America, semplicemente perché la terra delle opportunità non vale davvero per tutti, e se qualcuno non lo avesse ancora capito, ci penseranno altri a spiegarlo (imporlo).
Pioggia di nomination nelle varie competizioni con Allison Janney trionfatrice come Miglior attrice non protagonista nel terzetto d’oro: Golden Globe, BAFTA e premio Oscar, portandosi a casa anche i prestigiosi Screen Actors Guild Award e Critic’s Choice Award. Niente da fare invece per Margot Robbie, sempre sconfitta ma la cui performance rimarrà nella memoria molto di più della sua tanto decantata Harley Quinn (Suicide Squad, 2016) o per la scena hot di The Wolf of Wall Street (2013, di Martin Scorsese).
Nota al grande pubblico per vestire (tutt'ora) i panni di Bonnie Plunkett, madre della protagonista Anna Faris nella serie Mom (trasmessa anche in Italia con meno successo rispetto agli States), Allison Janney è uno di quei volti visto e stravisto. Era lei la madre catatonica del giovane Fitts in American Beauty e sempre nel medesimo ruolo ma più disinvolta, mamma di Emma Stone nel drammatico The Help. Di tutt'altro genere la sua presenza nel recente Spy (2015, di Paul Feig), a capo della CIA e dei suoi strampalati agenti Jude Law, Jason Statham e Melissa McCharty.
LaVona Harding è una donna dallo scarso spirito materno. Non si piange addosso né punta il dito contro nessuno. A differenza della figlia che cerca di evolversi e sradicarsi da un destino segnato, per lei esistono solo i calli del presente. Lavora in una tavola calda. Non aspira a nulla di più. A LaVona Harding non interessa l'affetto della propria figlia. Non riflette su ciò che le fa notare, anzi, si arrabbia ancora di più. La guarda pattinare fumandosi l'ennesima sigaretta e quando sembra davvero preoccupata per come le stanno andando le cose, forse c'è qualcosa sotto.
Tonya Harding è una vittima ma è una di quelle esistenze che non vanno bene per l’ipocrita facciata puritana delle crociate contro la violenza sulle donne. Nessuno al giorno d’oggi si sbraccerebbe per lei magari con un hashtag personalizzato. Tonya Harding sanguina nella macchina dopo l’ennesimo litigio terminato con un colpo di pistola ma quando la macchina viene fermata dalla Legge, al solerte agente non interessa la sua salute ma solamente ciò che c’è nel portabagagli.
Tonya Harding si cuce i vestiti da sola. Volteggia sul ghiaccio al ritmo degli ZZ Top. S'intossica i polmoni prima di cominciare la sua performance. Tonya Harding è un pugno nell’occhio per un mondo dove i proletari neanche si avvicinano. Ha grinta da vendere e quando vede che la sua storia pregiudicare i risultati, superiori alle colleghe, non le manda proprio a dire. Allo stesso tempo è una donna che piange, e vorrebbe solo vivere un po’ di quella felicità cui sembra preclusa.
Tonya (2017, di Craig Gillerspie) non prende una chiara posizione ma è palpabile che parteggi (un po’) per la giovane Harding. A 23 anni la pattinatrice originaria di Portland, Oregon, si ritrovò con tutti i riflettori d’America puntati addosso e una stampa che si divertiva a dipingerla nel peggiore dei modi. Tonya Harding ne sarebbe potuta uscire diversamente ma non era ciò che la Federazione di pattinaggio artistico e lo sport statunitense volevano, e dunque doveva pagare.
Il trailer di Tonya
Tonya - la madre della ragazza, Lavona Harding (Allison Janney)