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martedì 19 marzo 2019

Mr Banks, buona festa del papà

Mary Poppins - il volto preoccupato di George Banks (David Tomlinson)
Alla tristezza si risponde con amore e leggerezza. Lo sanno bene Mary Poppins e ancor di più George Banks, inflessibile papà, pronto a imparare e cambiare con l'affetto dei propri figli.

di Luca Ferrari

Chi è il papà? Che cosa fa un papà? E' un uomo disposto a sacrificarsi per i propri figli se necessario, affrontando anche il silenzio e la tristezza dell'ingiusto castigo. Da solo. Lasciando il fardello delle preoccupazioni ai pensieri e alle lacrime trattenute, sorridendo comunque a quelle piccole creature che lo guardano sicuri del suo essere invincibile e comunque forte a dispetto della avversità. E' esattamente quanto accadeva al buon Mr Banks, nella fiaba universale Mary Poppins (1964, di Robert Stevenson). In apparenza un uomo preciso, freddo e determinato, nei fatti una tenera persona sedotta dall'amore per i propri figlioli.

Londra, inizi del XX secolo. Questa volta i piccoli Jane (Karen Dotrice) e Michael Banks (Matthew Garber) l'hanno combinata davvero grossa. Portati in gita nella rigida Banca d'Inghilterra dove il padre è un importante funzionario, nel rifiutarsi di consegnare due penny all'anziano direttore, il sig. Dawes (Dick Van Dyke), scatenano il panico tra i correntisti, spingendoli senza volerlo a ritirare tutto il contante depositato. La cosa ovviamente ha avuto conseguenze gravissime, e l'adulto George Banks (David Tomlinson) adesso sta per pagare le più amare conseguenze, convocato dai dirigenti a notte fonda d'urgenza nell'austera fortezza creditizia.

Jane e Michael assistono alla telefonata da sopra le scale, guardando preoccupati coi faccini tra le ringhiere di legno. Il maschietto gli consegna allora il "corpo del reato". Lui li ringrazia, salutandoli con delicata tenerezza, calza la tipica bombetta inglese e si avvia mesto. La musica sale di tono in un crescendo di romantica tristezza. C'è la tipica nebbiolina di Londra. George percorre il vialetto. Attraversa il parco solitario. Scende per la piccola scalinata. La luce soffusa dei lampioni è una carezza che fa male, lasciando alle lacrime del cuore una speranza per un futuro diverso. George Banks arriva allora davanti alla Cattedrale di San Paul, lì dove ogni giorno siede la vecchina che vende briciole di pane per sfamare i piccioni. Proprio quelle che Michael voleva comperare ma il suo inflessibile padre gl'impedì.

La musica sale ancora nella sua più gravosa andatura. George Banks è ormai davanti all'ingresso della banca, puntuale come sempre. Si, adesso è davvero solo. Non c'è sua moglie, la suffragetta Winifred (Glynis Johns) né nessun altro ad alleviare il peso di un probabilissimo licenziamento che porterà la sua famiglia in grave difficoltà. E' esattamente come spiegava il candido spazzacamino Bert (Dick Van Dyke) ai due piccoli Banks. "Se c'è un problema voi avete la mamma, Mary Poppins e anche me che bada a voi, ma vostro padre? Per lui non c'è nessuno". Ed è  esattamente ciò che accadrà una volta entrato.

Nessuno conosceva davvero la storia di George Banks, o comunque in molto pochi. Ci è voluto il commovente Saving Mr. Banks (2014, di John Lee Hancock) per farci comprendere il senso della storia e di quella tata magica, interpretata nell'omonimo film Mary Poppins da Julie Andrews (Leone d'Oro alla carriera della 76. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia), comparsa dal cielo in via dei Ciliegi non per aiutare i due bambini come tutti credevamo, ma per l'appunto venuta in soccorso del loro padre". E quando finalmente Walt Disney (Tom Hanks) capisce il senso di quel manoscritto così amato dalle sue figlie e dai bambini di tutto il mondo, ecco l'acida Pamela Travers (Emma Thompson) abbassare gli scudi, concedendogli gli agognati diritti per la trasposizione cinematografica. "Tutti ameranno George Banks" le promette il geniaccio creativo.

Venezia, 19 marzo 2019. Per il secondo anno consecutivo posso anch'io festeggiare la "festa del papà". Tra un'oretta o poco più gli terrò la manina e lo accompagnerò al nido come faccio ogni mattina. Cammineremo insieme. L'uno accanto all'altro. Momenti meravigliosi ma non sarà sempre così. Arriverà il tempo delle difficoltà e incomprensioni. Sarà allora che capirò davvero se sia degno di vivere questa festa (e questa fiaba), e sarà mio dovere e privilegio stargli MaryPoppinsianamente vicino per insegnargli a fronteggiare le tante avversità della vita, anche a costo di parare i colpi in silenzio senza comunque farsi abbattere. Non era questo d'altronde che accadeva all'appena licenziato Mr. Banks, rialzandosi dalla tristezza e tornando dalla sua famiglia per fare un aquilone tutti insieme?

In quel solitario cammino nell'oscurità di George Banks, sconsolato ma pieno dell'amore dei/per i suoi figli, c'è tutto il senso della vera paternità. Il comprendere di avere sbagliato senza scaricare le proprie colpe su nessuno. L'amare ancor di più i propri figli. L'affrontare la vita e nel momento peggiore, rispondere con un sorriso, o magari una parola perfetta per ogni occasione suggeritale proprio da quella stravagante Mary Poppins. George Banks è senza lavoro e non ha idea di come andrà avanti la sua vita, ma oramai non ha più importanza. Ha una moglie meravigliosa e due splendidi figli, solo questo conta. Lui sta tornando a casa per stare con loro. Vivere insieme a loro. Guardare e affrontare il mondo, sinceramente e amorevolmente insieme a loro.

Mary Poppins - Mr Banks si avvia triste verso la banca per essere licenziato

Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) preoccupato ha appena ricevuta la telefonata dalla banca
Mary Poppins - Jane (Karen Dotrice) e Michael Banks (Matthew Garber)
Mary Poppins - il viso pacioccone-preoccupato di George Banks (David Tomlinson
ary Poppins - Jane (Karen Dotrice) e Michael Banks (Matthew Garber)
Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) si avvia da solo
Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) lentamente viene inghiottito dalla nebbia di Londra
Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) attraversa solitario il parco
Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) sempre più lontano dal calore della sua casa
Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) prosegue mesto il suo cammino
Mary Poppins - la cupola della Cattedrale di San Paul emerge nella nebbia notturna di Londra
Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) si ferma a riflettere
Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) guarda dove'era seduta la vecchina dei piccioni
Mary Poppins - Scende la tristezza sul volto di George Banks (David Tomlinson
Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) sta per entrare in banca

mercoledì 13 marzo 2019

Serendipity, l'amore è il nostro destino

Serendipity - Sarah (Kate Beckinsale) e Jonathan (John Cusack) dolcemente vicini
In un'affollata New York City natalizia, l'amore imprevedibile e maledettamente romantico fa il suo trionfale e devastante ingresso. E' la magia di Serendipity (2001, di Peter Chelsom).

di Luca Ferrari

Un uomo e una donna vivono la loro vita, relativamente sereni e soddisfatti. Lei è psicologa e sentimentalmente impegnata. Lui lavora nella televisione ed è in procinto di sposarsi. Jonathan e Sarah non si conoscono e nemmeno avrebbero intenzione di farlo. Il destino però è sempre dietro l'angolo. Sarah e Jonathan s'incontrano senza volerlo. Qualcosa si accende. Qualcosa li avvicina, allontanandoli subito dopo. Passano gli anni ma di quel romantico incontro vi sono ancora soffici fiocchi ad alimentare il sogno di un sentimento perfetto. Adesso tocca a loro decidere. Adesso tocca a loro capire se credere davvero in quella serendipità. Serendipity - Quando l'amore è magia (2001, di Peter Chelsom).

Jonathan Trager (John Cusack) è un documentarista. A ridosso del 25 dicembre, nell'affollatissimo Bloomingdale's nella Grande Mela, sta per comperare un paio di eleganti guanti per la fidanzata Halley (Bridget Moynahan). Peccato che sul medesimo capo ci abbia appena messo le mani, e nel medesimo istante, anche una donna: Sarah Thomas (Kate Beckinsale), impegnata col musicista Lars (John Corbett). Tra i due sconosciuti è subito colpo di fulmine. Due chiacchiere, una pattinata sul ghiaccio a Central Park ed ecco scattare la magia di un (im)possibile amore, sussurrato e illuminato dal chiarore degli astri. Che fare a questo punto? Seguire l'ispirazione di questo incontro casuale (serendipità) o salutarsi e dirsi addio per sempre?

Più perplessa lei di lui, si decide in modo consensuale per uno scambio di numeri di telefono ma nel momento cruciale qualcosa va storto e per Sarah è un chiaro segno-avviso del destino. Un richiamo alle rispettive relazioni. La dimostrazione che c'è qualcosa di sbagliato. Un suggerimento deciso sul fatto che sia meglio volgere lo sguardo altrove. La donna allora gli offre un'ultima possibilità. Ognuno scriverà il proprio numero da qualche parte, lui su di una banconota e lei dentro le pagine del libro L'amore ai tempi del colera. Se lo ritroveranno, allora il loro amore potrà provare a sbocciare. Manco a dirlo i due si perdono di vista eppure qualcosa è rimasto di quel momento. Molto, molto di più.

Passano gli anni. Arrivati entrambi a ridosso delle rispettive nozze, prima di votarsi al proprio compagno/a, senza saperlo decidono entrambi di provare a ritrovarsi accompagnati in questa "mission impossible in the name of love" dai rispettivi compari. Per Jonathan, l'amico e collega giornalista dei necrologi per il New York Times, Dean (Jeremy Piven - in un ruolo analogo al fianco di Nicolas Cage nell'altrettanto romantico-natalizio The Family Man). Per Sarah invece, Eve (Molly Shannon). Ha inizio una corso contro il tempo che li porterà (anche) a dover interpretare frammentarie informazioni fornite per lo più da stravaganti personaggi, su tutti il petulante e inflessibile commesso (Eugene Levy) di Bloomingdale's.

La resa è sempre dietro all'angolo ma nessuno dei due protagonisti sembra crederci fino in fondo. Quell'incontro è stato davvero speciale e quello stesso beffardo destino che li ha allontanati, forse adesso è pronto per riavvicinare questi due cuori follemente romantici. Ma cosa succederebbe se una volta deciso, uno dei due scoprisse che tutto quel penare è stato solo fatica sprecata? Abbandono e qualche lacrima. Nulla però che una soffice nevicata non possa cancellare, magari facendo sbocciare quell'amore così voluto. L'amore ha i suoi rischi. Il grande amore di una vita impone sacrifici. E forse adesso è arrivato il momento di Sarah e Jonathan.

Da sempre uno dei mie cult natalizi per eccellenza, Serendipity - Quando l'amore è magia (2001, di Peter Chelsom) è un film confezionato ad arte per chi non ha paura di soffrire le peggiori pene d'amore. Faccia da schiaffi, spavaldo e oltre modo romantico, il Jonathan Trager di John Cusak (Con Air, I perfetti innamorati, Cell) è un vero poeta metropolitano dei sentimenti, di ben altro spessore rispetto ai fallaci miti moderni sedotti e slavati da carnali sfumature di qualsivoglia colorazione. Il dubbio lo attanaglia. Le responsabilità della vita reale lo chiamano ma lui crede davvero in quell'incontro. Si getta nel dubbio. Non ha difese contro il gelo della solitudine e del rischio. Si gioca tutto per amore e questa è la sua nobile scelta.

Dolce e ancor più romantica, con un'irrefrenabile fede nel destino, la Sarah di Kate Beckinsale (Pearl Harbor, The Aviator, Underworld) è un invito all'amore più dolce. Vorrebbe lasciarsi andare e non è mai del tutto convinta. Complice anche un fidanzato non così ideale per lei, prende i dadi e gioca la sua partita impossibile. Corre sue giù per NY arrivando vicino alla meta. In un mondo sempre più ammalato di anoressia sentimentale, Sarah espone il proprio cuore alla fragilità delle proprie lacrime incurabili. Se dovesse sbagliare, sarebbe difficile rialzarsi ma non ha importanza. Lei è lì, e se quella volta fu davvero serendipità, adesso è il momento di scoprirlo in modo definitivo. 

Non sono molti i film romantici del terzo millennio capaci di emozionare. Insieme agli ancor più natalizi Love Actually - L'amore davvero (2003, di Richard Curtis) con cast stellare all British e The Holiday - L'amore non va in vacanza (2006, di Nancy Meyers), trova legittimo posto anche Serendipity - Quando l'amore è magia. Innamorati perfetti i due protagonisti capaci di trasmettere quella giusta dose di poetica e coraggiosa malinconia. Un film questo, capace di far riscoprire cosa significhi vagare da soli affidando le proprie "cupidesche" sofferenze a un cielo stellato in attesa del doveroso happy end. Serendipity - Quando l'amore è magia (2001, di Peter Chelsom) è un film per sognatori veri. Quelli decisi e pronti a tutto pur di trasformare il loro più incredibile sogno d'amore nella realtà di tutti i giorni.

Il trailer di Serendipity - Quando l'amore è magia

Serendipity - l'incontro di Sarah (Kate Beckinsale) e Jonathan (John Cusack)
Serendipity - Jonathan (John Cusack) e Sarah (Kate Beckinsale) a Central Park
Serendipity - Sarah (Kate Beckinsale) e Jonathan (John Cusack
Serendipity - la banconota da 5 dollari col numero di telefono di Jonathan
Serendipity - l'edizione del volume "L'amore ai tempi del colera" con il numero di Sarah
Serendipity - i fidanzati Halley (Bridget Moynahan) e Jonathan (John Cusack)...
Serendipity - i fidanzati Lars (John Corbett) e Sarah (Kate Beckinsale)
Serendipity - i compari Jonathan (John Cusack) e Dean (Jeremy Piven)
Serendipity - le amiche Eve (Molly Shannon) e Sarah (Kate Beckinsale)
Serendipity - uno sconsolato Jonathan (John Cusack) sulla pista da pattinaggio
Serendipity - Sarah (Kate Beckinsale) e Jonathan (John Cusack) si sono ritrovati!

mercoledì 6 marzo 2019

Elizabethtown, l'amore è un viaggio

Elizabethtown - il romantico abbraccio tra Claire (Kirsten Dunst) e Drew (Orlando Bloom)
Romantica poesia moderna dove il viaggio è il lasciapassare per sentimenti sopiti e la giusta dose di lacrime. Elizabethtown (2005, di Cameron Crowe), un cammino alla scoperta di sé.

di Luca Ferrari

Un giovane votato al lavoro si ritrova d'improvviso senza più nulla, e per di più con un padre scomparso all'improvviso che non vedeva (e non ci parlava= da anni. Inizia così un viaggio verso la famiglia di origine nel tradizionalista stato del Kentucky, dovendo tenere alto l'onore dei suoi cari, da sempre vissuti nella più progressista costa occidentale. Nel suo percorso di avvicinamento, una persona venuta dal nulla lo metterà sulla retta via tra fiumi di parole, romantiche telefonate e un insperato viaggio solitario dentro di sé su quattro ruote che lo potrebbe condurre a cambiare vita. Preparate i fazzoletti, oggi si parte per Elizabethtown (2005, di Cameron Crowe).

Drew Baylor (Orlando Bloom) è un rampante design di calzature sportive. La sua ultima creazione, che avrebbe dovuto rivoluzionare il mercato, si è rivelata un fallimento colossale portando l'azienda, guidata dal potente Phil DeVoss (Alec Baldwin) che tanto aveva investito su di lui, a tagliare su tutto il possibile a cominciare proprio dal suo stipendio. Tornato a casa senza neanche più la fidanzata Ellen (Jessica Biel), il futuro di Drew appare alquanto compromesso e proprio quando pare disposto ad alzare definitiva bandiera bianca, ecco arrivare una telefonata che gli annuncia la morte di suo padre.

Dall'Oregon dunque, depresso e abbattuto, Drew si mette in viaggio per il Kentucky. Ed è lì, nella tratta aerea che fa la conoscenza di Claire Colbun (Kirsten Dunst), hostess logorroica che lo investe di parole poiché unico passeggero. Una ragazza dallo charme innegabile che gli spiega con tanto di piantina disegnata a mano come raggiungere Elizabethtown, la città nativa del padre Mitch, e dove ad attenderlo c'è tutta la famiglia di lui a cominciare dal cugino Jessie (Paul Schneider), lo zio Dale (Loudon Wainwright III) e l'ambiguo amico di famiglia, Bill Banyon (Bruce McGill).

Come se Drew non avesse già abbastanza preoccupazioni e pensieri, c'è in atto uno scontro tra i progressisti dell'Ovest che intendono cremare il defunto, e i conservatori del Sud che ovviamente ne pretendono la sepoltura. Tra un atterraggio e un volo intanto, Drew viene sempre più coccolato dalla nuova amica Claire, con cui continua a sentirsi fino a un intenso e romantico secondo incontro all'alba. Hollie Baylor (Susan Sarandon) intanto, la vedova, è arrivata insieme alla figlia Heather (Judy Greer) sorella di Drew, sfidando tutto e tutti. Decisa a dare l'ultimo saluto all'amato marito e seppellendo per sempre l'ascia di guerra con i parenti acquisiti.

Anche per Drew arriva il momento dei saluti, adesso però deve riprendere a fare i conti con se stesso e i propri demoni. L'impresa è ardua e le miglia sono tante fa fare prima di arrivare a casa. Adesso però non è più solo o quanto meno, lo dovrà decidere o meglio comprendere. Nella sua testa ricordi e rimpianti sfidano un futuro che ha bisogno di aria fresca e persone nuove per sopravvivere. Nel cuore di Drew si fanno largo quei sentimenti che aveva sempre tenuto alla larga ma adesso, con qualcuno di autentica che gli sussurra da lontano, neanche la più impervie delle risalite controcorrenti potrebbero fermarlo.

Dietro la macchina da presa di Elizabethtown (2005) c’è la sensibilità artistica e la passione musicale del regista Cameron Crowe (Singles - L'amore è un gioco, Jerry Maguire, La mia vita è uno zoo). Nelle parole della saggia hostess Claire, registrate per un ancora troppo sconsolato Drew, c'è un messaggio universale per iniziare a svegliarsi dal torpore, credere in se stessi e prendere il largo verso la propria felicità. E come avrebbe detto anche il menestrello Bob Dylan, La tristezza è più facile perché è una resa. Io dico, trova il tempo di ballare da solo... con una mano che si agita nell'aria! 

Vidi Elizabethtown per puro caso. Una mia amica mi telefonò dalla Mostra del Cinema dicendomi di avere un biglietto per questo film. Non ero ancora il cinefilo che sono ormai da un pezzo, e di questo film sapevo qualcosa più per il regista che per altro. Mi recai incuriosito e del tutto ignaro che quel biglietto fosse per la Sala Grande del Festival veneziano. Traduzione, mi sarei accomodato poco distante da Susan Sarandon, Orlando Bloom e Kirsten Dunst. Il film mi conquistò all'istante. Infatuazione totale. Uscii già fremendo all'idea di comperare il DVD e la colonna sonora, semplicemente grandiosa.

La musica già, cosa aspettarsi d'altronde da un ex-giornalista di Rolling Stone, che seguì l'evoluzione del sound di Seattle e che nel ventennale della rock band Pearl Jam, girò un ottimo documentario? La musica è sempre stata una parte fondamentale della cinematografia di Cameron Crowe. Il diario di Claire per Drew è qualcosa dal sapore antico. Una di quelle creazioni che fino agli anno Novanta avevamo ancora voglia di fare, per poi farci assorbire dalla facilità e istantaneità di internet e gli smartphone. Foto. Frasi. Colori. Citazioni. Incontri. Il regista Premio Oscar per la Miglior sceneggiatura di Almost Famous (2001) fa risuonare la poesia dell'anima più vera.

Se Orlando Bloom (Il signore degli Anelli, Troy, Le crociate - Kingdom of Heaven) è ingenuo e naif, Kirsten Dunst (Wimbledon, Marie AntonietteL'inganno) è semplicemente travolgente. Dolce. Romantica. Decisa. Il suo gesto di mimare una macchina fotografica che fa click è cult del cuore. Il suo autorichiamarsi - Ti prego Claire, non te ne andare - dopo la prima notte d'amore con Drew/Orlando che nel frattempo ronfa beato, è romance dai toni più ilari. Non è una svampita però, e capisce subito il motivo del viaggio del ragazzo. Lo lascia solo quando è il momento di guardarsi dentro, lei lo aspetterà se vorrà venire. Sarà così? Il suo basco rosso nella folla è un cuore palpitante, aperto e sincero.

Standing ovation per Susan Sarandon (Thelma & Louise, Shall We Dance?, Romance & Cigarette). Il suo monologo in terra "straniera" davanti a una rigida platea è tanto commovente quanto da risate incontrollate. Il suo conforto arrivato da "batacchio-Bob" è un toccasana in un'atmosfera di composto dolore. Danza da sola il tip tap, dedicando quei passi al marito defunto. Li guarda in faccia tutti, quella famiglia che l'accusò di averglielo strappato senza considerare che quell'uomo avesse fatto una scelta d'amore. L'amore di Hollie per l'appunto, e oggi è qui, a ricordarlo a tutti loro. Volendo essergli vicina per tramandare la memoria imperitura di un uomo che hanno amato.

In viaggio con l'amore fino a raggiungere Elizabethtown (2005, di Cameron Crowe). Elizabethtown è il viaggio che tutti dovremmo fare almeno una volta nella nostra vita.

Elizabethtown (2005, di Cameron Crowe)

Elizabethtown - la vedova Hollie (Susan Sarandon) tra i figli Heather (Judy Greer) e Drew (Orlando Bloom)
Elizabethtown - la simpatica hostess Claire Colburn (Kirsten Dunst)

lunedì 25 febbraio 2019

Oscar 2019, la diretta e i vincitori

And the Oscars 2019 go to...
La notte degli ambiti Premi Oscar è arrivata e noi siamo in diretta insieme a loro. Una lunga serata ricca di emozioni, analisi e commenti in diretta del Vostro "cineluk".

di Luca Ferrari

Ok, signore e signori ci siamo. E' cominciata la 91° edizione dei premi OscarCineluk - il cinema come non lo avete mai letto è in diretta. In questo momento sono le 3,52 del mattino in Italia e sono stati assegnati solo pochi premi. Come da pronostico, Roma (di Alfonso Cuaron) è stato nominato il Miglior film straniero, Spider-Man - Un nuovo universo (di Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman) ha vinto come Miglior film d'animazione e Regina King ha agguantato lo scettro per la Miglior attrice non protagonista in Se la strada potesse parlare.

Tra pochissimi saranno assegnati due dei premi che più m'interessano, quelli per la Miglior sceneggiatura originale e non originale. Da giornalista, poeta e amante della scrittura, sono forse quelli che più attendo. Potere alle parole. Le parole e la storia sono la base di un vero e grande film. Let's go!

Intanto però, è il momento di assegnare la statuetta per i migliori effetti speciali che va a... Paul Lambert, Ian Hunter, Tristan Myles e J. D. Schwalm per First Man - Il primo uomo, presentato a Venezia. Break musicale del duo Bradley Cooper/Lady Gaga, buoni per intrattenimento e anche vincere l'Oscar per la miglior canzone, non certo per competere sulla distanza di un lungometraggio con tanto di attori in lizza a discapito, in modo inspiegabile, di attori e attrici come Steve Carell e Saoirse Ronan. Ma ora è il momento di assegnare l'Oscar della Migliore sceneggiatura originale. In lizza ci sono:
  • Deborah Davis e Tony McNamara – La favorita (The Favourite)
  • Paul Schrader – First Reformed - La creazione a rischio (First Reformed)
  • Nick Vallelonga, Brian Currie e Peter Farrelly – Green Book
  • Alfonso Cuarón – Roma
  • Adam McKay – Vice - L'uomo nell'ombra (Vice)

And the Oscar goes to... Nick Vallelonga, Brian Currie e Peter FarrellyGreen Book. Sono le 4,11 e sono felicissimo. Anzi, minchia se sono felice! Già seconda statuetta per il film dopo quella per il Miglior attore non protagonista andata a Mahershala Ali. Pensare a questo punto che anche Viggo Mortensen possa riuscirci, credo sia molto difficile. Avessi dovuto fare una scelta tra i due compagni di set, avrei preferito quest'ultimo. Non solo per il ruolo, ma anche perché Ali è alla 2° statuetta dopo Moonlight (sempre Miglior attore non protagonista, 2017) e Viggo è ancora a secco.

Sempre presentati da Samuel L. Jackson e Brie Larson, ecco ora le nomination della Migliore sceneggiatura non originale:
  • Joel ed Ethan Coen – La ballata di Buster Scruggs (The Ballad of Buster Scruggs)
  • Charlie Wachtel, David Rabinowitz, Kevin Willmott e Spike Lee – BlacKkKlansman
  • Nicole Holofcener e Jeff Whitty – Copia originale (Can You Ever Forgive Me?)
  • Barry Jenkins – Se la strada potesse parlare (If Beale Street Could Talk)
  • Eric Roth, Bradley Cooper e Will Fetters – A Star Is Born

And the Oscar goest to... Charlie Wachtel, David Rabinowitz, Kevin Willmott e Spike LeeBlacKkKlansman. Vittoria meritatissima. "Io rendo omaggio a tutti i nostri antenati" ha sottolineato il regista. Un discorso potente il suo, parlando chiaramente del "genocidio", che le elezioni del 2020 sono vicine e bisogna fare la scelta giusta. Ma soprattutto ha parlato di amore, come scelta. Lo spettacolo deve andare avanti e tra pochissimo verranno assegnati gli Oscar per Miglior colonna sonora e canzone.

Fatto. Il primo a Ludwig Göransson per il cinecomic Black Panther. Scontato che vincerà Shallow (Lady Gaga) e infatti... ovviamente!

Piccolo intermezzo musicale, un mito come Barbara Streisand a parlare di BlacKkKlansman e la sua importanza. Ma ora i vincitori dello scorso anno come Miglior attori protagonisti, Allison Janey e Gary Oldman salgono sul palco a presentare le nomination per il Miglior attore protagonista che sono:
  • Christian Bale – Vice - L'uomo nell'ombra (Vice)
  • Bradley Cooper – A Star Is Born
  • Willem Dafoe – Van Gogh - Sulla soglia dell'eternità (At Eternity's Gate)
  • Rami Malek – Bohemian Rhapsody
  • Viggo Mortensen – Green Book

And the Oscar goes to... Rami Malek (Bohemian Rhapsody). Dopo BAFTA e Globe, tripletta con l'Oscar. Tutto molto scontato. Vediamo ora con le nomination della Migliore attrice protagonista:
  • Yalitza Aparicio – Roma
  • Glenn Close – The Wife - Vivere nell'ombra (The Wife)
  • Olivia Colman – La favorita (The Favourite)
  • Lady Gaga – A Star Is Born
  • Melissa McCarthy – Copia originale (Can You Ever Forgive Me?)

And the Oscar goes to... Olivia Colman (La favorita). Di nome e di fatto. E ora mancano gli ultimi due, regia e film. La serata degli Oscar sta per volgere al termine. Ci saranno sorprese? Ecco, ci siamo. E' arrivato Guillermo del Toro, vincitore l'anno passato per Miglior film e regia con La forma dell'acqua, per annunciare le nomination e il vincitore dell'Oscar per la Migliore regia:
  • Alfonso Cuarón – Roma
  • Yorgos Lanthimos – La favorita (The Favourite)
  • Spike Lee – BlacKkKlansman
  • Adam McKay – Vice - L'uomo nell'ombra (Vice)
  • Paweł Pawlikowski – Cold War (Zimna wojna)

And the Oscar goes to... Alfonso Cuarón (Roma), già terzo Oscar della pellicola dopo il Film straniero e la fotografia. E ora manca solo lui, il Miglior film, che sarà presentato dalla bravissima Julia Roberts, premio Oscar come Miglior attrice 2001 nel film Erin Brockovic - Forte come la verità (di Steven Soderbergh) al fianco del grande Albert Finney, scomparso il 7 febbraio scorso. E ora le nomination del Miglior film:
  • A Star Is Born - Bill Gerber, Bradley Cooper e Lynette Howell Taylor
  • Black Panther - Kevin Feige
  • BlacKkKlansman - Sean McKittrick, Jason Blum, Raymond Mansfield, Jordan Peele e Spike Lee
  • Bohemian Rhapsody - Graham King
  • Green Book - Jim Burke, Charles B. Wessler, Brian Currie, Peter Farrelly e Nick Vallelonga
  • La favorita (The Favourite) - Ceci Dempsey, Ed Guiney, Lee Magiday e Yorgos Lanthimos
  • Roma - Gabriela Rodríguez e Alfonso Cuarón
  • Vice - L'uomo nell'ombra (Vice) - Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Adam McKay e Kevin J. Messick

And the winner is... non ci credo, Green Book di Peter FarrellyJim Burke, Charles B. Wessler, Brian Currie e Nick Vallelonga! Un premio meritatissimo per un film, tratto da una storia vera, che ha saputo coniugare rapporti umani e politici, in un'epoca dove la società stava cambiando. Senza facili moralismi né dita puntate, la storia è un viaggio. Un viaggio alla scoperta di se stessi con la mera vicinanza di due culture differenti. Due culture che scopriranno di avere presto qualcosa in comune di estremamente prezioso: il rispetto l'una per l'altra e la forza di sostenersi a vicenda.

Green Book trionfa alla 91° edizione dei Premi Oscar ma non è il solo. Insieme a lui hanno vinto Roma, BlacKkKlansman e Bohemian Rhapsody. Film in apparenza diversi ma accomunati dalla diversità. La diversità che diventa legame e normalità. Diversità che rompe gli schemi e si distacca da un passato, purtroppo ancora troppo vivido anche nel 2019. Mondi separati che trovano la sola strada possibile per costruire un mondo differente: il dialogo. In questo senso gli Oscar 2019 resteranno un'edizione su cui molti dovranno riflettere e ricominciare. Onore alla settima arte.

Green Book, miglio film agli Oscar 2019

sabato 23 febbraio 2019

Copia originale, ogni pagina è una vita

Copia originale - la scrittrice Lee Israel (Melissa McCarthy)
La vera storia di Lee Israel, da scrittrice di successo a falsaria di lettere dei grandi del passato. E' arrivato sul grande schermo, Copia originale (2018, di Marielle Heller).

di Luca Ferrari

Una donna sola, un tempo famosa. Una donna scaricata dallo star system i cui nuovi lavori di penna non interessano più a nessuno, o per lo meno questo è il pensiero della sua ricca agente. Una donna dal carattere scontroso, solitaria e col vizio del bere. Una donna lentamente sprofonda nell'anonimato della propria esistenza fino a scoprire un modo per tornare a respirare, o quanto meno a pagare le bollette e non ritrovarsi in mezzo a una strada. Adattamento cinematografico del volume autobiografico "Can You Ever Forgive Me? Memoirs of a Literary Forger di Lee Israel (1939-2014)", è uscito sul grande schermo Copia originale (2018, di Marielle Heller).

Lee Israel (Melissa McCarthy) è stata una biografa di successo, citata anche dal New York Times. Adesso ha un modesto lavoro di scrittura, perso malamente per qualche "alcolico" commento di troppo rivolto ai suoi colleghi. Senza più stipendio, tenta in tutti i modi di farsi dare un anticipo dal suo agente, l'elegante Marjorie (Jane Curtin), per la scrittura di un'opera sulla modella Fanny Brice. Ricevuto un secco rifiuto, per la scontrosa e sempre più rassegnata Lee si spalancano le voragini dell'alcol, ogni giorno di più, trovando sollievo solo nell'affetto della sua amata gatta, per di più malata. In uno dei tanti bar bazzicati intanto, ritrova una vecchia conoscenza, l'anticonformista Jack Hock (Richard E. Grant), reietto ed omosessuale come lei.

Trovata per caso una lettera autentica durante una ricerca in biblioteca, senza farsi vedere Lee se ne impossessa, vendendola poi a una libraria di proprietà della romantica Anna (Dolly Wells), da sempre fan della Israel. La scrittrice scopre così un mondo di collezionisti disposti a pagare svariati bigliettoni per lettere di letterati e personaggi famosi e così, sfruttando le sue indubbie qualità di penna, inizia una redditizia carriera di falsaria, sostenuta/supportata da Jack che non si farà il minimo scrupolo a vendere le carte scritte dall'amica e ricavarne qualche verdone per i propri eccentrici capricci.

L'America non perdona. O sei al top e resti al top, o non sei nessuno e devi startene all'angolo, nell'oblio, e ci devi rimanere. E' quello che è accaduto a Leonore Carol detta "Lee" Israel (1939-2014). E' quanto la giovane regista Marielle Heller (Diario di una teeneager, e prossimamente dietro la macchina da presa per l'atteso A Beautiful Day in the Neighborhood con protagonista Tom Hanls) trasmette sul grande schermo grazie anche alla ficcante sceneggiatura di Nicole Holofcener e Jeff Whitty (candidatura ai BAFTA e Oscar 2019 nella categoria "non originale") il tutto basato sulle parole della stessa Israel. Un mondo dove il muro che divide i riflettori dai lampioni scrostati e appena bagnati di fioca luce stantia, diventa ogni giorno più invalicabile e scivoloso.

Non sono certo una costante per lei i ruoli drammatici, Melissa McCarthy (Corpi da reato, Spy, Ghostbusters) dimostra in Copia originale tutta la sua padronanza recitativa regalando una prova autoriale capace di lasciare il segno, e mettendoci molto del suo per convincere lo spettatore che chi ha davanti, è una donna autentica e realmente provata. Non è un caso che abbia ricevuto nomination come Miglior attrice per i Golden Globe, BAFTA e premi Oscar (la cerimonia, domenica 24 febbraio). Non vincerà la statuetta ma di sicuro gli Academy dovranno iniziare a tenerla d'occhio, soprattutto se la troveremo ancora in ruoli drammatici.

Una sofferenza diversa invece, quella incarnata da Richard E. Grant (The Iron Lady, Jackie, Logan - The Wolverine). Sorride per non sprofondare. A dispetto dell'età e le calvizie incalzanti, fa lo gigolo perché è così che si sente. New York è la sua casa ma oramai ciò che lo attende sono locali di seconda categoria e soldi racimolati con piccole operazioni di spaccio. A dispetto dei suoi vizi, è una persona corretta finché può e riconosce in Lee un'amicizia e una sincerità che ormai nella Grande Mela sono facili da trovare quanto una macchina da scrivere nella sede della Microsoft. Il suo destino è già scritto ma Jack ci beve su, consolandosi con qualche flirt e una carezza di autentica mondanità umana.

Una nuova generazione di registe si sta facendo largo nella bolgia della settima arte. Da Greta Gerwig del poetico Lady Bird (2018) con protagonista Saoirse Ronan alla nostrana Alice Rohrwacher (Corpo celeste, Le meraviglie, Lazzaro felice) fino a Natalie Portman (Eve, episodio di New York I love you, Sognare è vivere) e ora Marielle Heller. Tutte voci narranti e menti capaci di focalizzarsi su storie femminili, in particolare, raccontandole con una prospettiva inevitabilmente più veritiera al proprio universo. I nomi e le capacità ci sono, vanno scoperte e soprattutto anche il pubblico deve rispondere magari sfruttando il passaparola dei tanto bistrattati social network che possono contribuire a migliorare/modificare la cultura, anche davanti al grande schermo.

Chi sono i protagonisti di Copia originale (2018, di Marielle Heller)? Una donna talentuosa non vuole rinunciare a fare il suo mestiere, scrivere. Persa ogni speranza, tenta la strada più facile, quella della truffa finendo per danneggiare se stessa e quelle poche persone che le vogliono bene. Copia originale racconta una storia universale e personale di caduta senza clamore né parate gloriose. Lee Israel è la donna seduta accanto a noi. Ci osserva senza nessuna volontà di chiederci come vada, chiusa nella smorfia di un domani che non tramanderà né morale né parate. Questa è la sua vita, ed è lei stessa a raccontar-tramandarcela. Meglio prendere qualche appunto, tirarsi su le maniche e iniziare dal ripulire la propria vita.

Il trailer di Copia originale


Copia originale - Lee (Melissa McCarthy) e Jack (Richard E. Grant)

lunedì 18 febbraio 2019

Jennifer Lopez e quel mostro di suocera

Quel mostro di suocera - Viola Fields (Jane Fonda) e la futura nuora Charlie (Jennifer Lopez)
Allacciate le cinture. Il più classico ed epocale scontro al femminile madre sta per andare in scena. Quel mostro di suocera (2005, di Robert Luketic).

di Luca Ferrari

Una semplice ragazza del popolo s'innamora di un brillante medico della upper class americana. Un amore degno delle fiabe, ma anche le favole più belle hanno la villain da sconfiggere. La strega cattiva, anzi peggio. Molto peggio, la suocera. Ancor di più se è un ex-stella del giornalismo uscita in malo modo dal piccolo schermo e decisa a fare del benessere della vita del proprio "figlioletto" la sua nuova missione, il che ovviamente non prevede una moglie per il suddetto. Preparate angoscia e risate, è in arrivo la brillante commedia Quel mostro di suocera (2005, di Robert Luketic).

Charlotte Cantilini detta Charlie (Jennifer Lopez) si divide tra mille lavoretti, gli amici fidati Remy (Adam Scott) e Fiona (Monet Mazur), un'immacolata speranza d'incontrare un uomo che la completi. Il destino e la spiaggia di Venice Beach, California, fanno il proprio corso, ed ecco apparirle l'aitante Kevin Fields (Michael Vartan). E' amore a prima vista, e non potrebbe che proseguire bene questa love story da sogno se non fosse che la sempre impegnata giornalista e importante madre di lui, Viola (Jane Fonda), è stata appena fatta fuori dall'emittente televisiva per cui ha lavorato per quarant'anni.

Smaltito l'amarissimo boccone e fattasi aiutare in un centro di recupero, la donna è finalmente pronta per rientrare in società, come sempre spalleggiata dalla fedele segretaria Ruby (Wanda Sykes), immaginando di rifondare la propria vita incollata al brillante figliolo. Quello che ignora, e sarà l'inizio di uno scontro senza esclusione di colpi, è che il suo dolce pargoletto sia innamorato e ciò che è peggio, è pronto per il grande passo. Un autentico affronto per Viola Fields. Un'autentica e involontaria dichiarazione di guerra da parte dell'ignara Charlotte che capirà presto, a furia di esaurimenti nervosi, in che guaio si sia cacciata.

Reduce (all'epoca) dalla brillante e divertente commedia La rivincita delle bionde (2001), il regista australiano Robert Luketic racconta una storia universale, piazzando un belloccio in mezzo a due schiacciasassi. Si passa dal romanticismo del classico "di che colore sono i miei occhi?" alla replica dell'apparente fragile Charlie contro l'odiosa Viola, facendole trascorrere la notte con la testa dentro un piatto di trippa al sugo, guardata a vista da due ringhiosi doberman. E questo non è che un assaggio dell'atmosfera comica de Quel mostro di suocera, vedi anche l'inizio del film quando Viola chiude la propria carriera intervistando l'ennesima Britney Spears di turno, tutto ballo semi-svestito e niente cervello.

Grandiosamente interpretata da Jane Fonda (Barbarella, Sindrome cinese, Le nostre anime di notte), Viola è invadente, non pensa minimamente al vero benessere di suo figlio. E' una donna egoista che vorrebbe il proprio figliolo, ormai adulto e affermato, tutto per sé. Non le sfiora minimamente l'idea che Kevin abbia fatto la sua scelta d'amore. Non le interessa nulla che il suo Kevin abbia trovato in Charlie quell'amore che superficiali relazioni precedenti non gli avevano mai dato. Esiste solo lei e quello che vuole. La felicità altrui è irrilevante. Deve essere felice lei, il resto, ok, può essere ma comunque subordinato alla sua persona.

Dolce. Combattiva. Amorevole. Tra le commedie e film più impegnati interpretati dall'eclettica Jennifer Lopez (Via dall'incubo, Shall We Dance?, Shades of Blue), Quel mostro di suocera le ha offerto la possibilità di vivere un personaggio solo in apparenza scontato. Sembra un agnellino già condannato alle fauci acuminate della leonessa ma è solo un abbaglio, e non ci vorrà molto perché la "popolana" sfoderi unghie e artiglieria pesante, riuscendo a ribaltare perfino un'allergia "capitatale misteriosamente" la sera prima del fatidico giorno. J.Lo è appassionata, abbattuta e reattiva. La donna giusta per tenere testa al vecchio che non vuole lasciare spazio al nuovo.

Decisamente comprimario il frutto proibito, Michael Vartan (Mai stata baciata, One Hour Photo, Jolene), impacciato nel barcamenarsi tra le donne della sua vita. Più spigliata, energica e sboccata la grandiosa Wanda Sykes (La mia super ex-ragazza, Un'impresa da Dio, Bad Moms - Mamme molto cattive). Ha passato una vita a fianco di Viola e anche lei ormai è arrivata al punto di non ritorno, stufa marcia delle sue crisi da isterica incompresa. In fin dei conti però, le vuole bene e glielo farà capire usando spregiudicate parole con grandiosi paragoni volatili.

Quel mostro di suocera (2005, di Robert Luketic). Perché è così difficile essere felici per gli altri, e ancor di più per le persone che amiamo? Mestiere difficile quello del genitore, o comunque dei consanguinei, ma certo questi, troppo spesso, non ne vogliono proprio sapere di darsi una mano. Trincerandosi al contrario dietro il comodo luogo comune del non poter cambiare. Una moglie, così come un figlio, sono dei cambiamenti giganteschi nel cuore e nell'esistenza di una persona. Sono l'emblema di una nuova vita che deve potere respirare senza doversi guardare da ossessioni altrui, sentendo il costante e non richiesto fiato sul collo di chi vorrebbe avere un posto che non le/gli compete.

I genitori, ancor di più quelli che hanno già vissuto simili esperienze, devono imparare a essere solo felici per il proprio figlio/a, mettendo da parte qualsiasi pretesa. Anche perché, così agendo, che cosa sperano di ottenere? Nulla. Faranno peggio. Creeranno inutili tensioni. Magari non finirà a schiaffi, ma è probabile che alla fine qualcuno rinunci a combattere per mera disperazione, riducendo il rapporto a mera superficialità e il risultato sarà uno scoramento che produrrà solo rimpianti e rimorsi. E forse non ci sarà una Gertrude (Elaine Stritch) che arriverà a sistemare le cose. Un matrimonio così come un figlio/a, è un sogno che si avvera. Care suocere, siate meno mostruose e vedrete che troverete la porta dei vostri cari sempre più aperta e densa di affetto anche per voi.

Il trailer di Quel mostro di suocera
Quel mostro di suocera - Viola Fields (Jane Fonda), l'amato figlio di lei, Kevin (Michael Vartan),
e la futura sposa di lui, Charlie (
Jennifer Lopez)

giovedì 14 febbraio 2019

Creed II, lotte di famiglia

Creed II - Viktor Drago (Florian Munteanu) e Adonis Creed (Michael B. Jordan)
I pugni, come le colpe, passano di padre in figlio. Ma perché il mondo cambi davvero, devono essere le persone le prime a farlo, anche salendo sul ring. Creed II (2018, di Steven Caple Jr.).

di Luca Ferrari

La sfida che tutti sognavano sta per diventare realtà. Viktor Drago, figlio di quell'Ivan che uccise sul ring Apollo Creed, ha lanciato la sfida al figliastro di quest'ultimo, Adonis, oggi allenato da Rocky Balboa. Passato e presente si affrontano spietati. Si guardano in cagnesco. Eredi controvoglia di una guerra che li trascinerà in uno scontro all'ultimo sangue. Adonis e Viktor, avamposti di sentimento, disperazione e adrenalina, mandati allo sbaraglio per scrivere la definitiva parola "fine" a saette impazzite di un dolore mai placatosi. Ci sarà un combattimento e molto, molto di più. L'attesa è davvero finita. Ci possiamo accomodare in sala per assistere alla proiezione di Creed II (2018, di Steven Caple Jr.).

Adonis Creed (Michael B. Jordan) ce l'ha fatta. E' diventato un pugile affermato e rispettato. Non è più solo un nome o un erede illegittimo che vive di fama altrui. Sta scrivendo la propria storia. Una storia però che adesso rischia di doversi fermare e fare un lungo balzo all'indietro. Un salto nel passato più doloroso. A miglia e miglia di distanza da Philadelphia dove vive con la fidanzata Bianca (Thessa Thompson) e si allena sotto l'esperta guida di Rocky Balboa (Sylvester Stallone), un giovane pugile sta per lanciargli una sfida che non potrà rifiutare. Il suo cognome evoca gli incubi peggiori: Drago. Di nome fa Viktor (Florian Munteanu), figlio di quell'Ivan (Dolp Lundgren) che trent'anni or sono uccise suo padre coi guantoni a Las Vegas.

Adonis è combattuto ma una sfida così sa bene di non poterla rifiutare. Questo almeno è ciò che crede lui, al contrario del saggio Rocky e la madre Mary Anne (Phylicia Rashād), raggiunta nel frattempo in California da Adonis e Bianca per iniziare una nuova fase della loro vita. Senza più il suo storico trainer, Creed contatta il figlio del primo allenatore del padre, Tony "Little Duke" Evers (Wood Harris). Anche lui nutre seri dubbi sulla sfida ma ormai non ha più importanza. La morte di Apollo è benzina infuocata su ogni goccia di sangue di Adonis e la soluzione può essere una e una unica: incrociare i guantoni del possente Viktor in un combattimento con il titolo in palio.

Rispetto alla sfida-esibizione tra Apollo e Ivan però, nel terzo millennio la separazione tra i buoni e i cattivi non c'è. La Guerra Fredda è finita, o almeno per alcuni di essi. Rocky è andato avanti. Ha perso l'amatissima moglie Adriana e il cognato burbero Paulie. Il figlio vive lontano e non lo sente quasi mai. Da qualche anno però ha ritrovato il figliastro del suo amico fraterno Apollo, diventandone lo "zio" adottivo. Davanti a lui, ad attenderlo nel suo ristorante c'è un uomo ancora ferito. "Non c'è nessuna mia foto" gli dice. Un uomo che sentenzia di aver perduto tutto a causa del KO che gl'inflisse a Mosca. Fama, moglie, futuro. Tutto, Ivan Drago mastica odio e con quel veleno ha cresciuto il suo unico figlio Viktor.

Adesso c'è una nuova storia. Suo malgrado Viktor paga l'amaro destino del padre. Una società, quella presunta socialista russa che al pari di quella capitalista americana non risparmia i perdenti. Li esalta nel momento del trionfo, li esilia rinnegandoli quando le cose vanno male. Viktor sta nel mezzo. La sua vita è fatta solo di umili lavori e sfiancanti allenamenti. Deve riscattare l'onore di suo padre ma quando si trova a tavola con quelle stesse persone, Ludmilla (Brigitte Nielsen), sua mamma inclusa, mai vista prima che adesso fanno i gentili ma a suo tempo bandirono nell'oblio il proprio sangue, non ci sta. Soffre al limite delle lacrime. Qualcosa nella sua testa cambia. Vacilla. E non è certo la condizione ideale per affrontare un campione in cerca di risposte e rivincite.

In modo analogo, anche Adonis ha i suoi grattacapi a livello psicologico. Rocky lo sa bene, ci è passato tante volte. Quando la testa non funziona come dovrebbe, muscoli e pugni sono quasi ininfluenti. Adesso l'uomo Adonis, se vorrà sopravvivere, dovrà lasciare da parte le ombre del passato e concentrarsi su se stesso. Adesso il pugile Creed deve farsi da parte per l'uomo nuovo Adonis che vuole ancora e sinceramente il ring per dimostrare qualcosa di differente. Dall'altra parte però c'è un ragazzo meno spietato di quello che traspare dal suo sguardo luciferino. All'altro angolo del ring c'è una persona che è stata scagliata lì per chiudere i conti con una Storia che non è nemmeno la sua. A chi toccherà l'ultima mossa? Chi tirerà l'ultimo pugno? Chi volterà davvero pagina?

Non sarà candidato a Golden Globe né a premi Oscar ma pochi film hanno suscitato così tanta attesa come Creed II di Steven Caple Jr. Fino a qualche anno fa sarebbe stata extra-fantascienza anche solo pensare di ritrovare Sylvester Stallone e Dolph Lundgren nei panni di Rocky Balboa e Ivan Drago. Troppo anni Ottanta quella vicenda. A tratti perfino troppo leggendaria. Il loro scontro (Rocky IV, 1985) allontanava e avvicinava due mondi che oggi sono più simili di quanto non si possa immaginare. Cosa avrebbero potuto raccontare ancora ai Millenial che già non sia stato condiviso e distorto? In palio c'era molto ma fin da quando hanno cominciato a comparire le prime immagini di quei due, l'uno di fronte all'altro, milioni di persone hanno sentito qualcosa.

Poche saghe hanno la capacità di scandire e lasciare qualcosa dentro la vita degli spettatori, anche a distanza di anni e decenni. Se per cineluk - il cinema come non lo avete mai letto un posto d'onore ce lo avranno sempre i battibecchi di Don Camillo e Peppone, le vicende umane di Rocky Balboa forse sono ancor più forti poiché viste sul grande schermo già a partire dal terzo capitolo, e con il quarto, teatro della leggendaria sfida tra Rocky e Drago, nel pieno dei miei 9 anni pre-comunione, con tanto di pugni battenti sulla ringhiera della sala cinematografica (al piano superiore del cinema Astra del Lido di Venezia) nell'incitare il pugile italo-americano a mandare giù il colosso dell'Unione Sovietica.

Febbraio 2018. Due di quei protagonisti sono di nuovo qui, davanti a miei occhi di oltre quarantenne. Un evento simile andava vissuto in maniera diversa e così è stato. Un cinema tutto per me. Una grande e comodissima sala all'UCI Luxe di Marcon (VE) tutta per il sottoscritto e un amico, immersi fino al collo nelle vicende umano-pugilistiche. Scritta da Sylvester Stallone e Juel Taylor, la sceneggiatura rappresentava la sfida più grande. Qualcosa alla fine è rimasto sospeso. Forse volutamente. Forse alla fine la storia prenderà un'altra direzione. Adonis ha iniziato a capire il significato della parola "pace interiore". Per altri la strada sarà ancora lunga e dolorosa. Esattamente come nella vita reale per molti di noi.

Il trailer di Creed II

Creed II - Ivan Drago (Dolph Lundregn) e Rocky Balboa (Sylvester Stallone)
Creed II - Ivan (Dolph Lundgren) e Viktor Drago (Florian Munteanu)
Creed II - Adonis Creed (Michael B. Jordan)

lunedì 11 febbraio 2019

BAFTA 2019, tutti i premi portano a Roma

Roma (di Alfonso Cuaron)
Dopo i Globe, anche ai BAFTA trionfano Roma di Alfonso Cuarón La favorita di Yorgos Lanthimos. Mastica amaro ancora una volta il sopravvalutato remake A Star is Born.

di Luca Ferrari

And the BAFTA goest to... Dopo il Leone d'oro alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e la doppietta ai Golden Globe come Miglior regista e Miglior film straniero, alla 72° edizione dei British Academy Film Awards (BAFTA), Roma di Alfonso Cuarón, ha trionfato anche come Miglior film e Miglior fotografia. L'altro e indiscusso vincitore della serata londinese, come da pronostico, è stato La favorita di Yorgos Lanthimos, Miglior film britannico e mattatore sul fronte femminile in entrambe le categorie (Olivia Colman, Rachel Weisz), oltre all'altrettanto prestigiosa Sceneggiatura originale, Costumi, Trucco e acconciatura.

Ennesima e sonora bocciatura per il sopravvalutato A Star is Born di Bradley Cooper, anch'esso presentato in laguna, dove sono a dir poco allucinanti le pretese di vittoria per una storia scontata dall'inizio alla fine, con una prima attrice, la cantante trasformista Stefani Joanne Angelina Germanotta alias Lady Gaga, che altro non fa se non interpretare se stessa, e senza dimenticarsi di ennesimo remake. Rimane (ingiustamente) a bocca asciutta Maria regina di Scozia (di Josie Rourke), mentre si prendono premi importanti BlacKkKlansman di Spike Lee e il romantico-impegnato Green Book (di Peter Farrelly) con il co-protagonista maschile Mahershala Ali.

L'elenco dettagliato di tutti i premi BAFTA 2019:
  • Miglior film: Roma, di Alfonso Cuarón
  • Miglior film britannico: La favorita, di Yorgos Lanthimos 
  • Miglior regista: Alfonso Cuarón (Roma)
  • Miglior sceneggiatura originale: La favorita (Deborah Davis e Tony McNamara)
  • Miglior sceneggiatura non originale: BlacKkKlansman (Spike Lee, David Rabinowitz, Charlie Wachtel e Kevin Willmott)
  • Miglior attrice protagonista: Olivia Colman (La favorita)
  • Miglior attore protagonista: Rami Malek (Bohemian Rhapsody)
  • Miglior attrice non protagonista: Rachel Weisz (La favorita)
  • Miglior attore non protagonista: Mahershala Ali (Green Book)
  • Miglior colonna sonora: A Star Is Born, di Bradley Cooper, Lady Gaga e Lukas Nelson
  • Miglior fotografia: Roma, di Alfonso Cuarón
  • Miglior scenografia: La favorita (Fiona Crombie e Alice Felton)
  • Miglior montaggio: Vice - L'uomo nell'ombra (Hank Corwin)
  • Miglior trucco e acconciatura: La favorita (Nadia Stacey)
  • Miglior sonoro: Bohemian Rhapsody (John Casali, Tim Cavagin, Nina Hartstone, Paul Massey e John Warhurst)
  • Migliori costumi: La favorita (Sandy Powell)
  • Miglior effetti speciali: Black Panther (Geoffrey Baumann, Jesse James Chisholm, Craig Hammack e Dan Sudick)
  • Miglior film straniero: Roma, di Alfonso Cuarón
  • Miglior documentario: Free Solo (di Elizabeth Chai Vasarhelyi e Jimmy Chin)
  • Miglior debutto di un regista, sceneggiatore o produttore britannico: Michael Pearce (regista, sceneggiatore) e Lauren Dark (produttrice) – Beast
  • Miglior film d'animazione: Spider-Man - Un nuovo universo (di Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman)
  • Miglior cortometraggio animato: Roughhouse di Jonathan Hodgson e Richard Van Den Boom
  • Miglior cortometraggio: 73 Cows di Alex Lockwood
  • Miglior stella emergente: Laetitia Wright
La favorita - (da sx) le vincitrici dei BAFTA 2019 come Miglior attrice non protagonista e Miglior attrice protagonista, Rachel Weisz e Olivia Colman