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martedì 11 maggio 2021

Captain Marvel combatte

Captain Marvel (Brie Larson)

"Ho passato tutta la mia vita a combattere con le mani legate" Carol Danvers (Captain Marvel). 

mercoledì 5 maggio 2021

Nomadland, la banalità dell'orizzonte

Nomadland - Fern (Frances McDormand)
Spazi sconfinati. Esistenze su quattro ruote in fuga dalle tenaglie dell'economia. La poetica umana si è fatta struggente banalità dell'essere. Nomadland (2020, di Chloé Zhao).

di Luca Ferrari

Gli spazi sconfinati degli Stati Uniti. Vagabondi, ma non reietti. Senza una casa, ma non senza un tetto. Le carovane dei nomadi moderni hanno abbandonato le proprie abitazioni. Chi per scelta. Chi perché senza più un lavoro. Chi perché senza più l'amore. L'America e l'orizzonte sconfinato. Un mito che pulsa ancora forte nelle gambe e nei cuori provati degli americani. Il capitalismo colpisce. Gli esseri viventi cercano un'alternativa, un'altra strada. In queste case motrici i nomadi si portano dietro tutto il loro mondo. Si incontrano con altre anime. Le comunità si trovano e si perdono. Gli esseri umani si raccontano. E' tornato sul grande schermo il pluripremiato Nomadland (2020, di Chloé Zhao).

Fern (Frances McDormand) è una vedova. Perso il lavoro durante la grave crisi economica nel primo decennio degli Anni Duemila, ha deciso di mettersi in viaggio. La cittadina dove ha vissuto per anni insieme al marito si è ormai svuotata. Davanti a lei c'erano solo i ricordi, la solitudine e la fame. Non si è persa d'animo e ha iniziato a viaggiare. Un viaggio senza fine. Per lei i ricordi sono tutti dentro di sé e il proprio furgoncino, riadattato per cucinare e dormire. Una piccola casa mobile su quattro ruote. Le sue giornate dovrebbero essere l'antitesi della vita monotona tra le ormai solitarie quattro mura domestiche. Quelle portiere che dovrebbero raccontare una moderna storia di libertà, sono un'ancor più illusoria prigione. 

Così, quando cede all'invito del reietto nomade Dave (David Strathairn), diventato nonno e ben accolto da figlio e nuora, ecco Fern, banalmente non riuscire a dormire nel letto che le hanno preparato, finendo per rifugiarsi nel suo postribolo parcheggiato, e l'indomani alle prime luci dell'alba andarsene senza nemmeno un biglietto di amichevole ringraziamento. Fern se ne va. Anima inquieta alla ricerca di quella serenità perduta per sempre che con non troverà mai più. Fern preme l'acceleratore e il freno. Oggi si fermerà un paio di giorni. Domani chissà. Fern ormai ha rotto con i paradigmi della società. Forse il suo posto è solo on the road. Forse anche no, ma non sembra importarle molto.

Fern si sposta a seconda del lavoro da fare per campare, passando da impacchettare per Amazon a raccogliere barbabietole. Indipendenza e libertà estrema, è davvero questa la ricetta per affrontare le idre impazzite della macchina fabbrica-soldi? Ma per quanti anni ancora riuscirà a farlo? E se le dovesse succedere qualcosa? Una gomma bucata? Un improvviso malore? Potrebbe non esserci nessuno accanto a lei ad aiutarla. A molti di questi nomadi è andata esattamente così. Qualcuno è stato fortunato, altri meno. Fern guida. Fern pensa. Fern fa il bagno. Fern si fuga una sigaretta. Fern sta da sola. Fern sta insieme agli altri. Fern offre il caffè a sconosciuti. Fern resta in silenzio. Forse vorrebbe qualcosa di più e di diverso, ma oramai è fuori tempo massimo. 

Cosa si potrebbe aggiungere a un film che ha vinto il Leone d'oro al 77. Festival di Venezia, e sbancato i Golden Globe e gli OscarNomadland gioca una partita molto facile, affidandosi in tutto e per tutto al viso segnato di una grandissima attrice, Frances McDormand (Mississipi BurningFargoTre manifesti a Ebbing - Missouri), e i libertini spazi americani. Nessuna analisi economica. Nessuna introspezione interiore se non quel minimo indispensabile per fare apparire la protagonista come una fiera voce fuori dal coro, controcorrente. Nomadland è l'usato sicuro che piace e tocca l'anima sofferente (chi non ce l'ha?, ndr) di un mondo sempre più alla ricerca della scialuppa di salvataggio,

La telecamera regala ossessiva allo spettatore costanti ed estenuanti primi piani della protagonista. Fern pacata ma interiormente, una bomba pronta a esplodere. Continua testarda in questo pattinare sulle strade americane, ma molto SexPistolsianamente sbanda sulla via del there is no future. Non c'è la poesia di una vita IntotheWildiana a contatto con Madre Natura, ma la triste caducità dei noodles precotti e riscaldati. Monta l'angoscia, deglutita come un grumo di sangue alla ricerca di una via (ferita) d'uscita ma al massimo potrà fare marcia indietro e ricominciare. Ancora, e ricominciare ancora in un monotono e dantesco girone.

Chloé Zhao, prima asiatica nella Storia a vincere un Oscar per la miglior regia e terza donna in assoluto, asseconda la poetica umana di un mondo allo sbando, ma invece di imprimere le proprie tonalità, lascia che sia la storia, scontata dall'inizio alla fine, a dirigere il percorso. Nomadland  denuncia, ma senza una forte presa di posizione. Potrebbe essere quasi un documentario, e forse avrebbe avuto più spessore. Nomadland è ispirazione. Una fiammata nella notte che si dissolve in bagliori inermi, coagulati al primo colpo di tosse di un sentimento duraturo. Nomadland è un cielo stellato dove la condivisione è gioia estemporanea senza più legami. Allora ti metti in marcia. Nessun domani.

Buona notte mondo. Ho capito che sarai ugualmente infelice anche senza di me. 

Il trailer di Nomadland

Nomadland - Fern (Frances McDormand)
Nomadland (2020, di Chloé Zhao)

venerdì 26 marzo 2021

Cars, oh si, Saetta è pronto!

Cars - Saetta McQueen in un "Jodarnesco" volo durante una gara

Da sbruffone a cuore ruggente. Saetta McQueen è pronto per diventare una vera auto da corsa. Capolavoro della Pixar Animations Studios, Cars (2006, di John Lasseter).

di Luca Ferrari

Oooh si, Saetta è pronto! Inizia così la gara finale per l'assegnazione della Piston Cup. In testa a pari punti l'affermato campione The King, l'eterno secondo Chick Hicks e il novellino rampante Saetta McQueen. La gara è combattutissima e complice un colpo di scena, servirà uno spareggio all'ultima goccia di benzina riservate alle sole tre vetture. Sulla via della gloria però, il destino ha in serbo una grande lezione di vita. Una dii quelle che ti cambiano l'esistenza. Ma ora basta parlare, è tempo di sgommare insieme ai protagonisti di Cars (2006, di John Lasseter), introdotti da "Real Gone" di Sheryl Crow.

L'inizio di Cars - Motori ruggenti

Complice anche il lockdown, in tempi recenti ho avuto modo di rivedere (e rivedere e rivedere ancora, ndr) Cars - Motori ruggenti. Se già anni addietro lo avevo molto apprezzato, a furia di visioni in dvd ne ho potuto ancor di più cogliere la potenza narrativa, e questo grazie a un validissimio co-spettatore. Non è solo Saetta McQueen a catalizzare l'attenzione, ma è il suo rapporto coi personaggi a svilupparsi: dagli scontri con Doc (Paul Newman), all'adorabile Sally, fino ai gommisti Luigi e Guido, quest'ultimo doppiato nella versione italiana dal pilota Alex Zanardi. Molto azzeccato, il confronto scontro tra il pulmino hippy Filmore e la camionetta militare, sempre a battibeccare. 

Il mito della provincia americana custode dei veri valori rispetto alla città e le luci della ribalta, è presente in modo sinceramente genuino. Così, quando Saetta è tornato in pista, della vittoria non sa più che farsene. I suoi pensieri vanno tutti ai suoi nuovi amici e a quel paesaggio incontaminato verso il quale l'ex-avvocato di grido Sally, ha dedicato la sua nuova vita. Gli amici veri però, non ti lasciano mai in difficoltà, figuriamoci se il tuo migliore amico è uno scatenato carro attrezzi senza cofano che di nome fa Cricchetto. Mai avvezzo a dividere la ribalta con terzi, sarà il suo nuovo team a far svoltare la carriera di Saetta McQueen, a cominciare proprio da quello scontroso Doc Hudson, pronto ad affrontare i propri demoni.  

Scene cult a non finire. fino al cameo del sette volte campione del mondo, Michael Schumacker, che si presenta al negozio di Luigi e Guido, al tributo a un altro campionissimo sportivo, quel Michael Jordan omaggiato con la lingua di fuori da Saetta mentre vola letteralmente per evitare un ingorgo sulla pista. E poi c'è lei, la mitica Route 66, simbolo eterno di una concezione differente dalla frenesia moderna. Una strada, come spiega la dolce Sally a Saetta, dove la gente era cordiale e ciò che contava non era la meta, ma il viaggio. Cars - motori ruggenti è uno di quei film che migliora di anno in anno. Un caposaldo dell'animazione del terzo millennio capace di far nascere nuove emozioni dopo ogni visione. 

Ai tempi di Cars - motori ruggenti, l'indipendente Pixar (Ratatouille, Up, Alla ricerca di Dorysapeva scrivere lezioni di umanità senza sbatterle in faccia in modo spudorato com'è solita fare la Disney, ma utilizzando l'indiscussa sensibilità dei propri sceneggiatori. Il finale di questo lungometraggio è pura meraviglia. La dimostrazione che talvolta i veri vincitori non sono quelli che tagliano il traguardo per primi, ma coloro i quali sanno mettere i valori davanti a qualsiasi altra cosa, successo incuso. E Saetta McQueen farà proprio questo,  dimostrando al suo caposquadra Doc (e al mondo intero) quanto sia cambiato per davvero grazie a tutta la genuina combriccola di Radiator Springs, e diventando così un vero campione. Un campione elegante come una berlina e scattante come un gokart, s'intende. Ciaciao!

Il commovente finale di Cars

Cars - Doc "Honet" Hudson e Saetta McQueen
Cars - Saetta McQueen e Sally a zonzo tutt'intorno Radiator Springs 

lunedì 8 marzo 2021

Storie di donne violentate dalla guerra

Nella terra del sangue e del miele - la giovane Ajla (Zana Marjanovic)
Viaggio nella violenza disumana degli stupri di guerra. Oggi, 8 marzo festa delle donne, ho guardato con disperazione Nella terra del sangue e del miele (2011, di Angelina Jolie).

di Luca Ferrari

"Tu fotti?". È questa l'atroce domanda che un soldato serbo rivolge a una donna musulmana appena arrivata nel campo di prigionia, dove aver visto uccidere tutti i maschi del proprio condominio a Sarajevo. Passano pochi secondi e la donna viene violentata nel gelo davanti a tutte le altre prigioniere e il resto della milizia. Per la prima volta dietro la telecamera in un lungometraggio, Angelina Jolie non usa mezze misure e ci scaraventa subito nell'incubo degli stupri della Guerra dell'ex-Jugoslavia Nella terra del sangue e del miele (In the Land of Blood and Honey, 2011).

Ajla Ekmecic (Zana Marjanovic) è una giovane donna bosgnacca (musulmana di Bosnia), col sogno di diventare una pittrice. Un suo dipinto raffigurante la sorella Lejla (Vanessa Glodjo) è esposto nella galleria municipale di Sarajevo. Saltuariamente si prende cura del suo piccolo nipotino, non stasera. Ha un appuntamento con un giovane ufficiale di polizia, Danijel Vukojevic (Goran Kostic). Si incontrano in un locale. Ballano. Si guardano intensamente negli occhi. Lei è di origine musulmana, lui serbo. Sono entrambi bosniaci. Sono entrambi jugoslavi. In un attimo tutto questo viene spazzato via. Una bomba distrugge il locale. Loro sopravvivono, la loro terra (Nazione) no.

Nella sporca e ignorata guerra dei Balcani le milizie serbe (in particolare) non si limitarono a uccidere e a cercare di sterminare i bosgnacchi (dicasi genocidio), ma praticarono in modo sistematico lo stupro come forma di annientamento. Nel macello quotidiano in uno dei tanti campi detentivi ci finisce anche Ajla, scoprendo che a dirigerlo, è proprio Danjiel Vukojevic. Il suo Daniel. Quell'uomo così gentile e appassionato con lei, adesso d'improvviso è diventato il suo carnefice, o almeno così sembra. Daniel non ha dimenticato i suoi sentimenti e fa l'impossibile per salvarla dalla violenza cui sono soggette in modo brutale le sue compagne di (spietata) sventura.

Il giovane Vukojevic è un uomo conteso tra la lealtà verso l'amata Serbia di cui l'ingombrante padre è il generale Nebojsa Vukojevic (Rade Šerbedžija, il russo Boris Lametta di The Snatch), e l'amore per una donna la cui stessa esistenza è l'antitesi del proprio credo. Anche dopo essere stato trasferito al fronte, trova il modo per riavvicinarsi a lei, sfruttando le sue doti pittoriche. Le chiacchiere però girano anche in mezzo ai cadaveri, e quando la notizia giunge alle orecchie di Vukojevic senior, la reazione sarà oltre modo vendicativa. Dovere e sentimenti si scontreranno, e l'esito non sarà diverso da ciò che è accaduto in questa terra così martoriata. 

Dieci anni e non sentirli. Dieci anni fa usciva sul grande schermo Nella terra del sangue e del miele, primo lungometraggio diretto dalla Premio Oscar, Angelina Jolie, e "misteriosamente" mai arrivato sui cinema italiani per mancanza di distributori. Oggi 8 marzo 2021 si celebra la Festa delle Donne ma c'è davvero poco di che essere felici. Avrei voluto scrivere qualcosa di più allegro. Avrei voluto imprimere sulle pagine di cineluk - il cinema come non lo avete mai letto una storia di intraprendenza femminile, come Miss Potter (2006, di Chris Noonan con Renèe Zellweger), invece ho scelto il dolore. Quello più efferato. Il dolore ancora troppo poco riconosciuto. Il dolore che si vuole nascondere per far finta che non ci sia un problema.

Si soffre, e molto, Nella terra del sangue e del miele (2011, di Angelina Jolie). Pochi preamboli. Angelina Jolie (Tomb Raider, The Tourist, Maleficent) ci scaraventa nell'inferno della violenza più laida e vigliacca. Mostra la guerra dei Balcani per quello che è stata: una mattanza cieca e indistinta. Nello sguardo e le azioni del personaggio interpretato da Goran Kostic, l'indimenticabile guardia del corpo psicopatica della Volpe nell'intenso The Hunting Party (2007, di Richard Shepard), film presentato a Venezia e incentrato (anche) sulla ricerca dei criminali della guerra balcanica, c'è l'ansia e l'angoscia per qualcosa di orribile che possa succedere ad Ajla. "Perché non sei nata serba", dice Danjiel, a metà tra l'amore e il dovere "etnico".

Nell'era del covid la violenza domestica non si è fermata. Le donne sono ancora oggi tacciono sulle violenze, impotenti dinnanzi a un Sistema e una Società che fa ancora troppo poco. All'inizio degli anni Novanta il sogno del multiculturalismo slavo fu stuprato dall'orrore dei campi di sterminio, con l'aggravante di abominevoli violenze sulle donne. Ho iniziato a guardare Nella terra del sangue e del miele (2011, di Angelina Jolie), disponibile su Amazon Prime Video, con l'angoscia di chi si stava coscientemente inoltrando in un incubo di cui, temo, continuerò a rivedere le immagini nella mente. Quelle donne invece furono strappate alle loro vite, private dell'amore dei loro mariti e dei loro figli. Quelle donne furono uccise due volte. Condannate, chi sopravvisse, a vivere una vita nel tormento eterno della violenza più agghiacciante.

Il trailer di Nella terra del sangue e del miele 

Nella terra del sangue e del miele - donna vittima di stupro
Nella terra del sangue e del miele - Danjiel Vukojievic (Goran Kostic)
e il Generale Nebojsa Vukojevic (Rade Serbedzija)
Nella terra del sangue e del miele - campi di concentramento

domenica 14 febbraio 2021

San Valentino, cinema d'amore

Film d'amore, oggi, a San Valentino

Con i cinema ancora chiusi, a San Valentino sul piccolo schermo maratona di film d'amore. Sette lungometraggi a partire dale 3 del pomeriggio. Venite a scoprire quali.

di Luca Ferrari

14 febbraio, il piccolo schermo risponde presente con una maratona sentimentale su Paramount Network (canale 27), che ci accompagnerà dalle tre del pomeriggio fino a notte fonda. Nel dettaglio

  • 15:10 - Il lato positivo (2013, di David O. Russell) con Jennifer Lawrence e Bradley Cooper. La favola malinconica di Pat e Tiffany, alla ricerca dell'equilibrio che non c'è
  • 17:10 - I Perfetti innamorati (2001, di Joe Roth) con Julia Roberts, Billy Crysta, John Cusack e Catherine Zeta Jones.
  • 19:10 - Letters to Juliet (2010, di Gary Winick) con Amanda Seyfried e Vanessa Redgrave.
  • 21:10 - Serendipity - Quando l'amore è magia (2001, di Peter Chelsom) con Kate Beckinsale e John Cusack. In un'affollata New York City natalizia, l'amore imprevedibile e maledettamente romantico fa il suo trionfale e devastante ingresso. 
  • 23:00 - Kate & Leopold (2001, di James Mangold) con Meg Ryan e Hugh Jackman.

E se questo non fosse abbastanza, in prima serata ecco Il matrimonio che vorrei (2012, di David Frankel) con Meryl Streep, Steve Carell e Tommy Lee Jones, quindi il cult natalizio Love Actually - L'amore davvero (2003, di James Curtis), con un supercast British.

E voi, qual è il vostro film d'amore cui non sapreste mai rinunciare?


Il lato positivo, la scena finale 

sabato 6 febbraio 2021

Mary Poppins, la voga e il Carnevale di Venezia

Bert e Mary Poppins al Carnevale di Venezia © Luca Ferrari

La memoria spensierata è la più grande risorsa per affrontare un presente complicato. Oggi inizia il Carnevale di Venezia e cineluk lo celebra insieme a Mary Poppins e la voga alla veneta. 

di Luca Ferrari

Nella vita, al cinema e a Carnevale, la coppia più bella del mondo sono sempre loro, Mary Poppins (Julie Andres) e lo spazzacamino Bert (Dick Van Dyke). Quest'anno a Venezia non ci sarà la consueta festa per i sestieri, tutto sarà virtuale ma noi vogliamo guardare avanti, attingendo dalla tradizionale Regata de Carneval, con gli equipaggi rigorosamente in maschera. Ed è con insieme a loro e a quell'inimitabile favola portata sul grande schermo da Walt Disney, dopo il lungo corteggiamento alla sua autrice Pamela Travers.

Bert e Mary Poppins al Carnevale di Venezia © Luca Ferrari

venerdì 5 febbraio 2021

The Family Man, il regalo di anniversario

The Family Man - Kate (Tea Leoni) attende entusiasta il suo regalo da Jack (Nicolas Cage)

Il giorno dell'anniversario è un momento di condivisione e tanto amore. E se d'improvviso ce lo dimenticassimo? Succede anche questo, ai romantici protagonisti di The Famliy Man.

di Luca Ferrari

Felice. Passionale. Innamorata. Kate Reynolds (Téa Leoni) è una donna fortunata. Vive un vita semplice insieme all'amato marito Jack Campbell (Nicolas Cage) e i loro due figli. Il suo lavoro non le regala troppe soddisfazioni a livello economico ma è comunque soddisfatta. L'amore con Jack va avanti dai tempi del college. Oggi è un giorno speciale. Il giorno del loro anniversario. Kate e Jack hanno avuto un battibecco pochi giorni prima, qualcosa che succede tra chi condivide la vita ed è legato da un sentimento autentico. Succede tra chi condivide le gioie e le difficoltà della vita, come appunto è raccontato nel romantico-commovente The Family Man (2000, di Brett Ratner).

Jack è sempre stato il primo a darle il regalo di anniversario, quest'anno però c'è qualcosa che non va. Jack è turbato. Non sembra più il romantico marito di una volta. Kate invece è sempre la stessa. E' una delle tante mattine nel New Jersey innevato. Jack tutto assonnato è al piano inferiore a cambiare e dare il latte al piccolo Josh. Appena sentito il marito andare giù, Kate si sveglia tutta felice e da sotto il letto, tira fuori un grande pacco regalo. Lì dentro c'è la copia a buon mercato di una giacca che Jack aveva visto. Avere/essere in una famiglia significa anche saper rinunciare "ai propri giocattoli", specie per gli adulti. Kate è travolgente nella sua sprizzante felicità. Consegnato il regalo, allunga le braccia con gli occhi chiusi, in attesa di ricevere il proprio, e lì accade.

Kate è lì, bella e solare nel suo pigiama felpato. Entusiasta della vita. Non ha paura di esprimere la sua felicità. Kate d'improvviso capisce che il suo amato Jack ha dimenticato il giorno del loro matrimonio. Per lei è un colpo al cuore. Si sente ferita. Il suo sorriso si trasforma in una maschera di tristezza, lancinante. Non è il regalo mancato a ferirla, è il constatare che Jack abbia dimenticato il giorno più importante della loro vita. Saprà rimediare. Saprà mettere a fuoco ciò che davvero conta, come lo spirito Cash (Don Cheadle) gli aveva detto che avrebbe dovuto imparare prima di tornare alla sua vita. Una vita però, quella di Jack Campbell, che non sarebbe più stata la stessa. A ben guardare però, è stato proprio così... dal giorno che Jack s'innamorò di Kate Reynolds. 

The Family Man, la scena dell'anniversario

The Family Man - un'amorevole Kate (Tea Leoni
The Family Man - Kate (Tea Leoni) consegna il regalo a Jack (Nicolas Cage)

giovedì 24 dicembre 2020

Dickens, l'uomo che inventò il (canto di) Natale

Dickens - L'uomo che inventò il Natale (2017, di Bharat Nalluri)

Per dare una svolta a un nuovo libro (e all'umanità intera), ci vuole ispirazione e la voglia di fare i conti con i propri "spettri". Dickens - L'uomo che inventò il Natale (2017, di Bharat Nalluri).

di Luca Ferrari

Può un libricino di poche pagine cambiare il corso di una vita, o più di una? La risposta è sì, ancor di più se di mezzo c'è al festa per antonomasia dove tutto è possibile: il natale. Un'ispirazione sgorgata dai vicoli più oscuri della propria più rivoluzionaria immaginazione. Un'ispirazione che dovrà fare i conti con le lacrime abbandonate del proprio passato. Un'ispirazione che troverà la forza di mutare il corso della vita e della storia, imparando dalla dolcezza di chi ci sta accanto. Ecco allora il caso metterci il suo zampino, e poche pagine dopo, un uomo cambierà per sempre il significato di una festa, a quell'epoca sempre poco sentita. Dickens - L'uomo che inventò il Natale (2017, di Bharat Nalluri).

Charles Dickens (Dan Stevens) è uno scrittore di successo. Il suo libro "Le avventure di Oliver Twist" lo hanno reso celebre in tutto il Regno Unito ma le ultime produzioni non hanno soddisfatto le aspettative. Lui intanto continua a spendere e spandere, e i debiti aumentano. Nella sua ricca dimora a Londra, intanto, sono arrivati anche (senza chiedere) i suoi genitori, con i quali c'è ancora molto rancore dopo essere stato abbandonato a causa della sconsideratezza paterna. Per risollevare le sorti e l'avverso destino, servirebbe un nuovo libro. Un'opera capace di rilanciarlo, finanziariamente e intellettualmente. L'ispirazione però non basta desiderarla. Bisogna sentirla, assecondarla.

Un uomo intanto bussa alla porta della mente dello scrittore, ma non è ancora chiaro chi sia. Il nome non viene, non ancora. Poi, sì. Quando lo si trova, lo si riconosce: Ebeneezer Scrooge (Christopher Plummer). Uno a uno, i personaggi di questa nuova storia assumono le sembianze della vita reale. Il cinico ma fraterno Jacob Marley è l'avaro notaio Haddock (Donald Sumpter). Lo spirito dei natali presenti è il generoso John Forster (Justin Edwards), suo amico leale e instancabile nell'aiutarlo per realizzare l'opera. Dickens intinge nel mondo dei vivi, ma il finale è a un vicolo cieco. Il problema in realtà non risiede nelle parole, ma nell'anima dello scrittore stesso.

Per credere a un lieto fine bisogna essere pronti a viverlo dentro e fuori di sé. E dopo l'ennesima bugia di suo padre (Jonathan Pryce), Charles non ne vuole più sapere di averli sotto il naso, e lo caccia insieme a sua madre (Ger Ryan). Un errore commesso anche ai danni della giovanissima aiuto-governante irlandese, Tara (Anna Murphy), ma nulla che la paziente e amorevole moglie Kate (Morfydd Clark) non sia pronta a sistemare, ispirando quel cambiamento fondamentale nel cuore tormentato dello scrittore. Charles Dickens adesso è pronto a rischiare il tutto per tutto, nella vita privata e nella stesura del libro. E saranno in molti, ancora oggi, a capire e a farsi ispirare 

Per noi profani e senza fede non ci potrebbe essere la festa del 25 dicembre senza il Canto di natale di Dickens. Nel 2009 fu la magia animata di Robert Zemeckis a trasportare sul grande schermo A Christmas Carol, facendoci commuovere fino alle lacrime. In questa nuova incursione cinematografica invece, scopriamo cosa ispirò la nascita di un racconto destinato a ridisegnare il significato stesso della festività. Veritiero o meno che sia il ritratto dello scrittore, vediamo un aitante e generoso Dickens, allora segnato però da una voragine dolorosa che affonda gli aculei nei suoi ricordi di bambino affidato (dai genitori stessi) in un gelido orfanotrofio. Ed è proprio da quella ferita così aperta che gli appare Scran... Scrook... Scrooge, la sua anima più nascosta in cerca di redenzione proprio a natale.

Scrooge cede. E' davvero cambiato? Lo è davvero? Con il Soprannaturale non si può mentire, eppure adesso vorrei capire. Perché dobbiamo sempre arrivare al precipizio per comprendere i nostri sbagli? Perché dobbiamo aspettare un'alta marea di 187 cm per mettere in sicurezza una città fragile o assistere impotenti al crollo di scuole e ponti, recuperando tra le macerie i morti, per iniziare a fare sul serio (...) il nostro lavoro? Scrooge cambia, è vero. E la sua storia lo dimostra ma è un caso isolato. Una pecora bianca in una fossa di egoisimi. Mi dispiace essere così amaro ma questo è il mondo in cui viviamo e non voglio prendervi in giro. Non l'ho mai fatto e non comincerò certo a farlo in questo tormentato natale 2020. Qualcuno cambia, e il resto del mondo che fa? Vi sto aspettando. 

Il trailer di Dickens - L'uomo che inventò il natale

L'uomo che inventò il Natale - Dickens (Dan Stevens) e Scrooge (Christopher Plummer

giovedì 17 dicembre 2020

Un poliziotto alle "orribili" elementari

Un poliziotto alle elementari - il maestro John Kimble (Arnold Schwarzenegger)

Nessuno riesce a farla franca con il detective John Kimble (Arnold Schwarzenegger). Qualcuno sì, o meglio, una "orribile" scolaresca elementare che lo metterà letteralmente KO.

di Luca Ferrari

John Kimble (Arnold Schwarzenegger) è un poliziotto deciso a portare dietro le spalle il pericoloso trafficante di droga, Crisp (Richard Tyson). Per chiudere davvero la partita però, deve riuscire a trovare i soldi nascosti, e così si mette sulle tracce della ex-moglie scappata insieme al figlio. Viene così mandato sotto copertura insieme alla collega Phoebe O' Hara (Pamela Reed), ma qualcosa va storto durante il viaggio, così tocca al forzuto Kimble prendere il posto della donna e diventare il nuovo maestro elementare di un piccola cittadina di provincia. Che insidie potranno mai essere dei bambinetti per un ruvido uomo di legge, pensa lui? La parola allora a Un poliziotto alle elementari (1990, di Ivan Reitman).

Ma chi se lo sarebbe mai immaginato nei testosteronici anni Ottanta di vedere il gigantesco Arnold  Schwarzenegger duettare e soccombere a una classe di impredvedibili pulcini? La preside Miss Schwlosky (Linda Hunt) mal tollera la presenza di Kimble, ed è certo che mollerà. Le premesse dopo il primo giorno sembrano darle ragione. I piccoli fanno chiasso. Sono indisciplinati. Gli fanno domande. Lo martellano senza tregua. Poi finalmente, eccolo tornare a casa. John è stravolto. La telecamera dal basso lo ritrae in caduta libera sul letto, con il viso schiacciato. O' Hara lo chiama. E lui, esausto risponde: 

Vattene via!
Allora lei, gli chiede: è andata male?
E lui: SONO ORRIBILI!
Quindi lei, "Che bella scoperta.

Ma non è certo questa l'unica gag memorabile. Come dimenticarsi la sua faccia, seriamente preoccupata, quando ammette alla collega che i bambini si stanno prendendo gioco di lui? Siparietto da standing ovation quando la minuta e grintosa dirigente scolastica, dopo averlo richiamato per aver picchiato il papà di un bimbo, colpevole averlo menato regolarmente il piccolino, gli chiede: Ora mi dica, che cosa ha provato a colpire quel grandissimo figlio di puttana? E lui un po' sorpreso ma allo stesso tempo emozionato, risponde con un impagabile, quasi balbettando: "è stato bellissimo!".

Arnold Schwarzenegger (Conan il barbaro, Danko, True Lies) alza anche le mani, ma sempre in modo differente, mettendosi in gioco e facendo l'eroe familiare senza scadere nel banale, cosa che tornerà a fare anche nel comunque simpatico Una promessa è una promessa (1996, di Brian Levant). Curiosità. Il film è ambientato ad Astoria, nell'Oregon, chiamata da una mamma "la capitale delle madri single". Proprio lei, Astoria, dove un certo Steven Spielberg ambientò alcuni anni prima un film destinato a lasciare il segno nella settima arte, I Goonies (1985). La struttura della città è subito riconoscibile e forse aguzzando bene la vista, magari vedremo anche casa Walsh.

In Un poliziotto alle elementari non c'è l'Arnold Schwarzenegger spaccone e pompato dei (discutibili) cult "Eighties" Predator Commando. Rispetto al collega Sylvester Stallone poi, che in quelle rare occasioni in cui provò a usare i muscoli al servizio dell'ironia ottenne risultati patetici, su tutti l'atroce Fermati, o mamma spara (1992), Arnie riesce a giocare con se stesso, mostrando inaspettate qualità comiche, vedi anche I gemelli (1988) al fianco di Danny DeVito e sempre diretto "dall'acchiappa-fantasmi" Reitman. Un ulteriore passo avanti pochi anni dopo, ancora protagonista di una simpatica commedia per giovani famiglie dove al fianco dei bicipiti ci mise risate con un pizzico di sincera malinconia, Last Action Hero (1993, di John McTiernan).

Un poliziotto alle elementari, la scena memorabile

domenica 13 dicembre 2020

Fuga per la vittoria, e i "campioni" della vergogna

Fuga per la vittoria - Colby (Michael Caine), Fernandez (Pelè) e Hatch (Sylvester Stallone)

Dal film Fuga per la vittoria (1981, di John Huston), liberamente ispirato a una tragica vicenda, alla partita farsa organizzata dal dittatore ceceno Kadyrov, insieme a tante stelle mercenarie del calcio.

di Luca  Ferrari

Dalle urla “insonorizzate” dei civili torturati mentre si disputavano i Mondiali di Argentina ’78 al divieto anche solo di pronunciare le parole “diritti umani” durante le Olimpiadi di Pechino 2008. Quando sport fa rima con propaganda e omicidio legalizzato. Nel 2011 il presidente ceceno Ramzan Kadryov organizzò una partita di calcio farsa, dove scesero in campo molte stelle del pallone. Una prestazione degna dei più squallidi mercenari, l'esatto opposto di chi pagò con la vita la propria integrità di fare gol. Un fatto quest'ultimo, vero e tragico, a cui s'ispirò liberamente il film Fuga per la vittoria (1981, di John Huston).

1942, II Guerra Mondiale. Durante una visita nel campo di concentramento il Maggiore Karl Von Steiner (Max von Sydow), ex-calciatore della Nazionale Tedesca, riconosce il collega inglese John Colby (Michael Caine), e gli propone una partita internazionale per risollevare il morale. Inizia così il reclutamento al quale cerca d'inserirsi in tutti i modi il poco dotato Hatch (Sylvester Stallone), desideroso di beneficare del regime carcerario agevolato, e tentare così l'ennesima fuga. Una presenza questa molto poco a gradita a Colby, che lo sbatte fuori senza mezzi termini, salvo poi tornare sui suoi passi.

La partita intanto viene inglobata in un preciso messaggio della propaganda nazista che ha deciso una partita ad alto livello da disputare a Parigi, ma non sanno che nel frattempo anche la Resistenza Francese si sta muovendo. La squadra alleata intanto si rinforza, grazie agli innesti di ottimi elementi, alcuni dei quali giunti malnutriti dai campi di concentramento più terrificanti. Ecco dunque indossare la maglia calcistica internazionale Luis Fernandez, Terry Brady, Carlos Rey, Michel Fileu, Paul Wolchek e Gunnar Hilsson interpretati rispettivamente dai veri campioni del pallone Pelè, Bobby Moore, Osvaldo Ardiles, Paul Van Himst, Kazimierz Deyna e Hallvar Thoresen.

Dal grande schermo alla realtà censurata. L’11 maggio 2011 il presidente ceceno Ramzan Kadryov, in barba ai problemi di una nazione traumatizzata dalla violenza che si protraeva quotidianamente nell’indifferenza della Comunità Internazionale, inaugurò in grande stile l’ultramoderno nuovo stadio di calcio da 30mila posti, il Terek Grozny Stadium, con una partita amichevole disputata con vecchie glorie mondiali. Un evento questo, passato sotto silenzio dalla maggior parte dei media. Un fatto, non certo sorprendente ma piuttosto grave. Una vicenda in cui lo sport si piegò al potere e alla politica più assassina.

Una selezione di giocatori del Caucaso guidati in campo dallo stesso Kadryov (presidente dell’FC Terek Grozny, squadra militante nella Premier League Russa e allenata all'epoca dal pallone d'oro, Ruud Gullit) affrontò una formazione di stelle del passato, recente e non, tra cui i palloni d’oro Diego Armando Maradona, Jean-Pierre Papin e Luis Figo, gli ex-milanisti Franco Baresi, Alessandro Costacurta, e altri famosissimi calcatori come l’uruguaiano Enzo Francescoli, il cileno Ivan Zamorano, il francese Fabien Barthez, l’inglese Steve McManaman.

In campo dunque c’era anche il pibe de oro (1960-2020). Proprio lui, che anni or sono si era fatto immortalare con i simboli “anti-imperialisti” Fidel Castro e Hugo Chavez, e in quell'occasione invece è sceso a celebrare Ramzan Kadryov, criminale burattinaio dello zar Vladimir Putin. Ciliegina sulla (nauseabonda) torta, la partita è stata vinta dai caucasici con una tripletta messa a segno dal "fuoriclasse" Kadryov. Una pagliacciata nella farsa. La storia calcistica, e sportiva, però non ha sempre avuto codardi al servizio dei potenti. In territorio russo, quasi settant’anni fa, si disputò un match molto particolare ma dall'esito del tutto opposto.

Nel lontano 9 agosto 1942, allo stadio Zenith di Kiev, città allora sotto occupazione nazista, si fronteggiarono la locale Start e una compagine composta da ufficiali tedeschi dell’aeronautica militare Luftwaffe. In vantaggio la formazione di casa per 3-1 alla fine del primo tempo, durante l’intervallo un ufficiale teutonico intimò agli avversari di farsi battere. Raggiunti sul pareggio, l’orgoglio e la dignità ebbero la meglio sulle minacce e le probabili terribili ritorsioni, e il match finì 5-3 per gli ucraini. La maggior parte dei vincitori vennero in seguito uccisi, altri torturati e ammazzati, altri ancora spediti nei lager. Venne ribattezzata la “partita della morte”. Una tragica pagina di sport a cui si ispirò il celebre film Fuga per la vittoria (1981, di John Huston).

Altro spessore. Altri Uomini. Chi farebbe oggi un film chiamato “La partita della vergogna” mettendo in imbarazzo personaggi intoccabili della politica internazionale e baroni del pallone? Dove sono i Tommie Smith, i Muhammad Alì del terzo millennio? Dove sono gli uomini disposti a combattere per il loro valori? In Cecenia la violenza di stato è sempre continuata contro chiunque non si adattasse alla linea filorussa. Chi osa criticare il regime, o denunciare le costanti violazioni dei diritti umani, viene eliminato. La giornalista Anna Politkovskaja (1958-2006) è solo una delle tantissime vittime spazzate via dalla brutalità di questo distorto sistema. Il governo ceceno è protetto dal potente e vicino alleato.

Non sono arrivate troppe fotografie della partita di Gronzy. Allora proverò a immaginare la scena. Kadryov segna, e i vari calciatori i complimentano con lui. Come se fosse una festa. Le strette di mano. Gli abbracci. Mi piacerebbe mostrare a tutti i calciatori lì presenti le foto di donne stuprate e ammazzate dai commando militari ceceni. E vorrei poi che fossero loro a spiegarmi che cosa si prova a stringere sorridendo una mano inzuppata del sangue di innocenti. Una misera figura. Di tutti. Nessuno escluso. Con la loro presenza questi “atleti” hanno insultato le duecentomila vittime della doppia guerra ceceno-russa (1991-1996 e 1999-2006). Con la loro presenza hanno sputato sui diritti violati di migliaia di innocenti. 

"Hatch, se scappiamo ora, perdiamo più di una partita" lo implorava Fernandz. E voi, cosa avreste fatto se lì fuori non ci fosse stata una telecamera milionaria ma i terribili aguzzini della Ghestapo?

Fuga per la vittoria, il coraggio di non scappare

domenica 15 novembre 2020

Rivogliamo la dune buggy...altrimenti ci arrabbiamo!

... altrimenti ci arrabbiamo! - Kid (Terence Hill) e Ben (Bud Spencer)

Occhio a non pestare i piedi ai "miti" Bud Spencer e Terence Hill, specie se c'è in palio la loro amata dune buggy. Altrimenti? ...altrimenti ci arrabbiamo! (1974, di Marcello Fondato).

di Luca Ferrari

Ah non l'ha fatto apposta, dice un insolitamente cauto Bud Spencer dopo aver ricevuto un sacco da boxer addosso.
Invece l'ho fatto apposta, la replica dell'intransigente e impavido provocatore.
Io pure!, la risposta decisa di Bud con tanto di cazzotto in testa!

Scegliere una scena da condividere da Youtube di ...altrimenti ci arrabbiamo! (1974, di Marcello Fondato) è un'impresa ardua e credo che la maggioranza avrebbe scelto il mitico coro dei pompieri dove il killer Paganini (Manuel de Blas) cerca di fare fuori Ben (Bud Spencere) e Kid (Terence Hill). E che dire dell'altrettanto leggendaria incursione al luna park dove Attila (Deogratias Huerta) viene ridicolizzato a più riprese, dapprima sugli autoscontri? Per non parlare della intramontabile sfida a birra e salsicce dove la posta in palio è il conto e soprattutto la dune buggy rossa con cappottina gialla, "motore" della pellicola.

Ben e Kid sono due meccanici specializzati (anche) in corse automobilistiche. Si conoscono e si sfidano spesso ma quando all'ennesimo gara arrivano entrambi primi, si sfidano all'ultimo sangue per decidere chi si terrà il premio: una dune buggy, per l'appunto. Tutto procede nel rispetto delle regole fino a quando non si ritrovano in mezzo all'ennesima azione malavitosa del boss (John Sharp), che coinvolge la loro amatissima macchinina che viene distrutta. Ben e Kid non ci stanno. La rivogliono. Affrontano a muso duro il capoclam e pretendono che gliene compri una nuova. Manco a dirla, la risposta non sarà gentile ma ancora non sapeva contro chi si stesse mettendo. Specie quando si arrabbiano.

Altrimenti ci arrabbiamo, la scazzottata in palestra

mercoledì 4 novembre 2020

I croissant al cioccolato di Meryl Streep

È complicato - Jane (Meryl Streep) e Adam (Steve Martin) infornano i croissant

Soffici e ripieni di cioccolato. Sono i croissant preparati da Meryl Streep e Steve Martin in È complicato (2009, di Nancy Meyers). Una brillante commedia tutta da gustare.

di Luca Ferrari

Da moglie tradita, a ex-moglie che ripaga con la stessa moneta colei che le soffiò l'amore di una vita. È la storia di Jane Adler (Meryl Streep), donna di mezza età dalla bellezza sfiorente, abbandonata dal rampante marito e avvocato Jake (Alec Baldwin), caduto nelle forme giovanili di Agness (Lake Bell), affamata di nuova maternità. Riprese le redini della propria vita col supporto anche dei tre figli, Jane incontra il timido architetto Adam Schaffer (Steve Martin), anch'esso divorziato. Di rientro da un evento serale, lei, eccellente pasticcera, si mette a preparare dei croissant al cioccolato. Una scena epica che vi faranno venire l'acquolina in bocca.

 È complicato - Meryl Streep prepara i croissant

È complicato - Jane (Meryl Streep) e Adam (Steve Martin) preparano i croissant
È complicato - Jane (Meryl Streep) e Adam (Steve Martin

lunedì 2 novembre 2020

Gigi Proietti, l'omaggio del Conte Uguccione

Il Conte Uguccione (Bebo Storti) e il Maresciallo Rocca (Gigi Proietti)

La travolgente ironia di Bebo Stori nei panni "granducali" toscani del Conte Uguccione, per omaggiare un grande artista della risata e della recitazione: Gigi Proietti (1940-2020). 

di Luca Ferrari

Un grande della recitazione se n'è andato. Non ne so abbastanza per scrivere qualcosa di serio su Gigi Proietti (2 novembre 1940 - 2 novembre 2020). Ciò che ricorderò per sempre però, è la recensione del Conte Uguccione (Bebo Storti) sulla rivista di settore "TV, Sorrisi e Uguccioni", dove parlando della fiction Il Maresciallo Rocca, così sentenziò dal piccolo schermo di Mai dire gol: "Eravamo riusciti a superare quegli stupidi preconcetti sui carabinieri... Gigi Proietti è riuscito a farceli ritornare!". Questo è il mio piccolo ma semplice tributo, certo che il buon Gigi (Febbre da cavallo, Il premio, Pinocchio) da lassù, si farà una fragorosa risata. RIP.

sabato 31 ottobre 2020

Fusi di testa, a tutta Bohemian Rhapsody

Fusi di testa – Wayne (Mike Myers) e Garth (Dana Carvey)

Il 31 ottobre 1975 i Queen pubblicarono il singolo "Bohemian Rhapsody". Qualche anno più tardi, Mike Myers e Dana Carvey la headbangiggarono cantandola scatenati in Fusi di tesa

di Luca Ferrari 

Ci sono scene cult che definiscono e segnano un film. È il caso di Wayne's World (Fusi di testa, 1992, di Penelope Spheeris) dove a inizio pellicola i giovani Wayne Campbell (Mike Myers) e Garth Algar (Dana Carvey) insieme ad altri amici, si sparano la mitica Bohemian Rhapsody dei Queen nell'autoradio di una sgangherata quattro ruote. Lo sketch è memorabile, apoteosi del quale l'headbanging scatenato è il non plus ultra. Quella era l'epoca d'oro di MTV e nulla come un gesto forsennato di capelli e testa al ritmo rock lo sapeva fotografare al meglio. E ora tutti insieme cantiamo Oh mamma mia, mamma mia, mamma mia let me go...

Wayne's World/Fusi di testa, la scena con Bohemian Rhapsody

Fusi di testa - headbanging selvaggio al ritmo di Bohemian Rhapsody
Fusi di testa - Wayne (Mike Myers)

martedì 22 settembre 2020

La vita è un biscotto - Armagedon Outa Here

Una settimana da dio - un senzatetto sotto mentite/divine spoglie (Morgan Freeman)
Chi non vorrebbe essere il padrone dell'universo. E che scoperta capire (davvero) che ciò che conta è accanto a noi. Alla riscoperta del cult Una settimana da dio (2003, di Tom Shadyac).


Ho sempre adorato il finale del film Bruce Almighty - Una settimana da dio (2003, di Tom Shadyac) con Jim Carrey, uno strepitoso Steve Carrell, Morgan Freeman e Jennifer Aniston). Genuinamente sincero e intriso di speranza. Dalla clip finale ARMAGEDON OUTA HERE, che liberamente mi sento di tradurre in "fottiti apocalisse", racchiudo in quel sostantivo tutto il peggio dell'essere umano. Un'umanità che è tempo torni a credere e lottare per valori come l'altruismo e il rispetto, le vere fondamenta di una società.

"La vita è un biscotto ma se piove, si scioglie" Bruce Nolan.

Una settimana da dio - il finale

mercoledì 16 settembre 2020

A scuola da "Lo chiamavano Trinità..."

Lo chiamavano Trinità... - Bambino (Bud Spencer) e Trinità (Terence Hill)
La prima lezione per i piccolissimi che mercoledì 16 settembre cominceranno l'inserimento alla Scuola Materna? Lo chiamavano Trinità... (1970, di Enzo Barboni).

di Luca Ferrari

"Non fidatevi di nessuno, nemmeno degli amici... Capito?" metteva in guardia Faina. "L'esperienza è la migliore maestra. Se non avete forza nelle braccia, potete sempre usare le gambe... Come me!" suggeriva invece Timido. "Visto cosa succede, è questione di riflessi" ammonisce il corpulento Bambino. "Ripeto: blocchi di sinistro, e parti di destro" aggiunge lo scaltro pistolero Trinità. Voi che dite, dovremmo attingere all'epica western bonacciona di Lo chiamavano Trinità... (1970, di Enzo Barboni)" per dare i nostri più saggi consigli a quelle creaturine che oggi, mercoledì 16 settembre 2020, iniziano l'inserimento della scuola materna?

L'avido e spietato Maggiore (Paolo Magalotti) si è alleato con la banda dei messicani di Mezcal (Remo Capitani), mettendo così la comunità degli agricoltori mormoni in serio pericolo. Nessuno li potrebbe salvare se non la più improbabile delle combriccole, pronta a calarsi nelle veste di docenti di sberloni & cazzotti (per legittima difesa). Ve li presentiamo. Uno sceriffo opportunista con tanto di taglia sulla testa, detto la mano sinistra del diavolo: Bambino (Bud Spencer). Insieme a lui, i suoi uomini Faina (Ezio Marano) e Timido (Luciano Rossi). Con loro, la mano destra del diavolo, fratello del primo. Uno che cerca rogne "perché non sa fare altro". Uno dal grilletto facilissimo, schierato però sempre dalla parte dei più deboli: Trinità (Terence Hill).

Una cosa è certa, presto o tardi i nostri pulcini incontreranno dei prepotenti sul loro cammino e la speranza è che nel frattempo qualcuno li abbia preparati a rispondere a dovere, e non si sia girato dall'altra parte sperando che le cose in qualche modo si sistemino (perché tanto non si sistemano). Il bullismo inizia con una merendina rubata e finisce con un gruppetto di vigliacchi che ti picchiano in una calle o vicolo che sia. OK, forse è un po' presto per chiamare in causa Bud Spencer e Terence Hill ma ehi, nulla vieta di imparare fin da piccol(issim)i qualche lezione che tornerà sempre utile, divertendosi insieme e incominciando proprio da Lo chiamavano Trinità... (1970, di Enzo Barboni).

Un ultimo consiglio, figliolo: devi bloccare di sinistro, non di destro!


Lo chiamavano Trinità - l'addestramento dei mormoni

Lo chiamavano Trinità... - da sx Trinità (Terence Hill), Timido (Luciano Rossi), Bambino (Bud Spencer), Faina (Ezio Marano)
Lo chiamavano Trinità... - Trinità (Terence Hill)
Lo chiamavano Trinità... - Bambino (Bud Spencer)
Lo chiamavano Trinità... - Faina (Ezio Marano)
Lo chiamavano Trinità... - Timido (Luciano Rossi), 
Lo chiamavano Trinità... - Bambino (Bud Spencer), Faina (Ezio Marano) e Trinità (Terence Hill)

sabato 5 settembre 2020

Venezia77, Padrenostro che sei l'Italia

Padrenostro - Alfonso Noce (Piefrancesco Favino)
 Dalle lacrime di Padrenostro (di Claudio Noce), in Concorso a Venezia77, ad amare riflessioni su un'Italia schiava di passati mai compresi, rivisitazioni storiche ed egoismi ideologici

di Luca Ferrari

Non sappiamo nulla del terrorismo di Destra. Non sappiamo nulla del Terrorismo di Sinistra. Troppo impegnati a vedere congiure ovunque. Troppo impegnati a spararci l'un contro l'altro. A Venezia77 Claudio Noce ci riporta negli Anni di Piombo con una storia vis(su)ta con gli occhi di un bambino. Lì, davanti a lui, suo padre, il magistrato Alfonso Noce, interpretato da Pierfrancesco Favino, scampato miracolosamente a un attentato dei Nuclei Armati Proletari (NAP). Una storia umana che mi ha tirato Venomamente fuori amare riflessioni su questo paese.

Oggi non parlo di cinema. Oggi scrivo qualcosa che mi esce da ogni fibra. Oggi parlo di una nazione ammalata di passato, che si guarda le ferite togliendosi lentamente la crosta e versandovi alcol scaduto sopra. Parto dal film Padrenostro, presentato in Concorso alla 77. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre) uscendo dal grande schermo, per testimoniare una nazione che sta ancora brindando per la vittoria della II Guerra Mondiale e allo stesso tempo meditando vendetta contro chi l'ha liberata dal fascismo.

I diciottenni che si avviano all'università sapendo poco o niente del Dopoguerra in poi. Non è da meno la mia generazione. Piccoli flash in Italia e nel mondo: Gandhi, Mandela, il Vietnam, le Torri Gemelle, il Ruanda (forse). I nostri anni di piombo sono in mano alla politica, riscritti e accartocciati a seconda di chi comanda. L'Italia è il paese dove le destre si sono appropriate della memoria delle foibe. L'Italia è il paese dove tutto è il contrario di tutto. L'Italia è il paese dose si onorano Falcone e Borsellino ma sotto sotto in troppi li chiamano infami.

Il cinema, come ogni forma d'arte, ha sempre avuto e ha tutt'ora l'ambizione di ispirare un cambiamento nel mondo. Ora mi chiedo, quante persone andranno a documentarsi davvero sul terrorismo italiani dopo aver visto, anche solo sentito parlare di questo film? L'Italia è il paese dove sappiamo già tutto di tutti. Il paese forgiato da una cultura che non vuole mai mettersi in discussione e dunque impossibilitato a evolversi su larga scala. Non posso rimanere in sala, mi intimano di uscire. Sono fuori e troppo di cui vedo non mi piace. Adesso però è tempo di elezioni e ogni candidato mi ha già promesso che migliorerà ogni cosa.

Venezia77 - l'attore Pierfrancesco Favino © La Biennale foto ASAC
Venezia77 - l'attrice Barbara Ronchi © La Biennale foto ASAC
Venezia77 - Il regista Claudio Noce e l'attore Pierfrancesco Favino © La Biennale foto ASAC
Padrenostro - Alfonso Noce (Piefrancesco Favino)

venerdì 4 settembre 2020

Venezia77, il leone Tilda Swinton

Venezia77. L'attrice Leone d'oro alla carriera 2020, Tilda Swinton © La Biennale foto ASAC
Sul red carpet blindato di Venezia77 si accendono i riflettori per la consegna del Leone d'oro alla carriera all'attrice Tilda Swinton, accompagnata dal regista Pedro Almodovar.

di Luca Ferrari

Il secondo giorno della 77. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2-12 settembre) ha visto risplendere Tilda Swinton (Burn After Reading, Io sono l'amore, Solo gli amanti sopravvivono), premiata con il Leone d'oro alla carriera. L'attrice britannica è sbarcata in laguna anche per l'anteprima del documentario, The Human Voice, scritto e diretto dal regista spagnolo Pedro Almodovar, anch'esso insignito del medesimo e prestigioso riconoscimento nella scorsa edizione del Festival.

Venezia77. L'attrice Tilda Swinton e il regista Pedro Almodovar al photocall © La Biennale foto ASAC
Venezia77. Il regista Pedro Almodovar e l'attrice Tilda Swinton al Photocall © La Biennale foto ASAC
Venezia77. Il regista Pedro Almodovar al photocall © La Biennale foto ASAC
Venezia77. L'attrice Leone d'oro alla carriera 2020, Tilda Swinton sul red carpet © La Biennale foto ASAC
Venezia77. Il regista Pedro Almodovar e l'attrice Tilda Swinton © La Biennale foto ASAC
Venezia77. Il regista Pedro Almodovar e il direttore del festival, Alberto Barbera © La Biennale foto ASAC