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venerdì 22 giugno 2018

Creed II, molto più di un combattimento

Creed II - Adonis Johnson (Michael B. Jordan)
La resa dei conti è arrivata. L'incontro più atteso. Il sangue brucia ancora. Il figlio di Apollo Creed è pronto ad affrontare il figlio di Ivan Drago. Il 24 gennaio 2019 è il giorno di Creed II.

di Luca Ferrari

Sono nato con Rocky Balboa. Inutile girarci intorno. Sono nato lo stesso anno che Rocky (1976, di John G. Avildsen) sbarcò sul grande schermo. La mia prima volta al cinema è probabilmente avvenuta col terzo capitolo e di sicuro ho visto il IV (1985), piangendo per Apollo e tifando contro il colosso sovietico Ivan Drago. Adesso quei giorni stanno per tornare. Adesso il figlio dell’ex-campione è pronto a sfidare il coetaneo russo. Il 29 novembre è il giorno di Creed II (di Steven Caple Jr.).

Sono passati parecchi anni da quando Apollo Creed (Carl Weathers) perse la vita sul ring contro il troppo sbeffeggiato Ivan Drago (Dolph Lundgren). Tempo dopo Rocky Balboa (Sylvester Stallone) si era ormai defilato dal mondo del pugilato fino a quando nel suo ristorante, dedicato all’amata moglie Adriana, non entrò Adonis Johnson (Michael B. Jordan), figlio della prima compagna del campione ormai scomparso.

Quelli erano i tempi di Creed – Nato per combattere (2015, di Ryan Coogler) e da allora il “ragazzo” ha fatto strada. Ha dovuto dire al mondo chi fosse il proprio padre e subito dopo si è trovato di fronte il campione Ricky Conlan (Tony Bellew), tronfio e deciso a smontare il figlioletto, a suo dire, lì solo per un nome che ha ereditato. Come succede ai veri uomini, Adonis il rispetto lo ha guadagnato combattendo e dimostrando il suo valore. Adesso però c’è un’altra storia. La storia.

Nessuno ha mai dimenticato quel leggendario “Io ti spiezzo in due” rivolto da Ivan Drago a Rocky Balboa. Quell’incontro è leggenda per una ragione. Rocky non era lì per difendere nessun titolo. Troppo facile parlare solo di mera vendetta. Rocky era lì per sfidare qualcuno che gli aveva portato via per sempre il suo migliore amico. Era una sfida impossibile ma per Rocky non c’era altra via d’uscita. Affrontare, combattere e sconfiggere Ivan Drago.

Qualcuno dice che i peccati dei padri ricadono sui figli. Era questione di tempo allora. Forse ci è voluto il progetto giusto spostando la telecamera da Rocky ad Apollo. Ora il momento è giunto. Il 29 novembre prossimo uscirà sul grande schermo Creed II (di Steven Caple Jr.) e vedrà (anche) sfidarsi Adonis Johnson, il figlio di Apollo Creed, e Viktor Drago (Florian Munteanu), il figlio del possente Ivan.

Il terzo millennio è l’epoca dei sequel, prequel, reboot, retutto. Ma com’è possibile allora che una saga così lontana come quella legata a Rocky Balboa abbia trovato posto in mezzo ai modaioli cinecomic? La risposta è semplice. Ancora oggi Rocky è l’espressione di un mondo sincero e mai svenduto. Un mondo dove i legami umani non cedono all’odio cieco né alle facili banconote. Rocky Balboa era ed è tutto questo, così come Adonis. E forse siamo in molti a sentirci più simili a loro di quanto amiamo mostrare al mondo.

Ho iniziato con un frammento personale di vita e concludo allo stesso modo. Adoro fare jogging. Solo con me stesso e la musica. Non lo faccio per fini agonistici né per avere un fisico scolpito. Lo faccio perché mi garba e quelle musiche, di Rocky intendo, non mancano mai. Oltre alla colonna sonora di Rocky IV, in assoluto la migliore, il pezzo migliore è l’immortale "Gonna Fly Now" in versione allenamenti Rocky-Apollo nel terzo capitolo. Lì c’è tutto. Paura, reazione e coraggio di affrontare la vita.

Ve lo chiedo ancora una volta: perché il mondo di Rocky Balboa riesce ancora a entrare nel cuore delle persone? Vi rispondo in maniera diversa. Perché non si è mai atteggiato a vincente. Rocky è sempre stato “umano”. Fragile, sconfitto ma mai davvero pronto a gettare la spugna. Lui prima e Adonis oggi affrontano l’ora del KO con un solo pensiero in testa. Rialzarsi e vincere. Non subito. Ci arriveranno. Lottando comunque. Non importa quello che dirà un verdetto. È quello che hai dentro che conta davvero ed è in grado di cambiare la tua vita per sempre.


Il trailer di Creed II

Creed II - Rocky Balboa (Sylvester Stallone) e Adonis Johnson (Michael B. Jordan)

martedì 19 giugno 2018

Jurassic World - Il regno distrutto

Jurassic World - Il regno distrutto (2018, di Juan Antonio Bayona)
Vince facile al botteghino Jurassic World - Il regno distrutto ma la realtà è ben diversa. Un film scontato e per nulla horror, come si è scritto. L'emblema del cinema moderno ad alto budget.

di Luca Ferrari

Jurassic World - Il regno distrutto (2018, di Juan Antonio Bayona) è un film modesto che non aggiunge nulla alla vera meraviglia creata nell'ormai lontano 1993 con il solo e unico Jurassic Park, di Steven Spielberg. Trama trita e ritrita. Fin troppo "cool" Owen Grady, interpretato dal bravo Chris Pratt. Il finale poi, come ormai impone la legge del cine-business vedi il recente (e patetico) remake di Assassinio sull'Orient Express, viene creato ad hoc per far intendere al pubblico che l'avventura del filone non si è certo esaurita qui.

Il trailer di Jurassic World - Il regno distrutto

mercoledì 6 giugno 2018

Hotel Gagarin, il privilegio di sognare insieme

Hotel Gagarin - la prima attrice (Silvia D'Amico)
La vita, gl’imprevisti e la magia della settima arte. “È stato un privilegio sognare con tutti voi”, e allora perché non continuare? Hotel Gagarin (2018, di Simone Spada).

di Luca Ferrari

Un gruppetto di italiani in un albergo in piena Armenia coperta di neve. Sono arrivati per girare un film. Chi per lavoro, chi per caso, chi cambiare vita  chi per realizzare il sogno di intera un’esistenza. C’è un gruppetto di italiani immerso nel bianco dell’Armenia. Per alcuni sono dei professionisti, ad altri paiono dei pazzoidi in un luogo sperduto. Quale che sia la verità, il senso o il domani che li attende, questa è la storia di Hotel Gagarin (2018, di Simone Spada).

I fondi europei sono una risorsa. C’è chi li spende bene per la propria gente e il territorio amministrato, e chi ne approfitta in modo spudorato per intascare lauti dividendi. Con l'inganno, viene così assemblata una squadra formata da un professore di Storia col sogno di dirigere il proprio manoscritto (Giuseppe Battiston), un tecnico delle luci (Claudio Amendola), un fotografo (Luca Argentero) e la prima attrice (Silvia D’Amico), quest’ultima proveniente, diciamo così, non propriamente dal mondo della recitazione.

Capitanati da una scaltra donna dell’est (Barbora Bobulova), la truppa sbarca a Yerevan per poi proseguire su quattro ruote, guidate dalla una giovane ragazza locale (Caterina Shulha), tutta piercing e pancione. Dopo un bel po’ di strada tra città, paeselli e il nulla innevato, eccoli arrivare all’Hotel Gagarin. Un albergo solitamente chiuso l’inverno e aperto appositamente per gli ospiti italiani che qui avranno il loro “campo base” per partire a fare i sopralluoghi, incontrare le comparse, etc.

Tutto fila, non proprio liscio ma la farsa regge salvo poi accadere l’imprevedibile. Nelle ennesime scaramucce territoriali tra Armenia e Azerbaigian, scatta il coprifuoco. Interviene l’esercito e nessuno può più uscire dall’albergo. La copertura dal Bel paese intanto fa la sua inevitabile fine. Tutto allora deve ripartire e ricominciare. I segreti vengono a galla. Le ambizioni si spengono. La coralità del cuore prende il sopravvento. Le individualità delle singole anime si riappropriano della meraviglia dimenticata.

Se l’albergo più famoso della storia del cinema è (presumibilmente) l’Overlook Hotel dove aveva sede l’incubo Kubrickiano di Shining (1980), in tempi più recenti divenne un vero e proprio nascondiglio per i Tutsi in fuga dalla follia omicida Hutu durante il genocidio narrato in Hotel Rwanda (2004, di Terry George con Don Cheadle). A farne il centro di una più strampalata vicenda, Wes Anderson e i suoi colorati protagonisti del Grand Budapest Hotel (2014).

2018, questa volta tocca a una location isolata e allo stesso tempo molto accogliente. Il suo nome si richiama al primo astronauta dell’Unione Sovietica (e del mondo) capace di volare attorno al Pianeta Terra. Giorno dopo giorno, l’immobilità dei protagonisti si ribella. La notizia circola. Dalla vallata in tanti vogliono vedere. Dall’ampio e invisibile vicinato si presentano donne, anziani, uomini e bambini. Come tanti fanciulli che scrivono a Babbo Natale, anche loro hanno qualcosa da chiedere e sperare di veder realizzare davanti alla telecamera.

Il primo a presentarsi è un vecchio desideroso di raggiungere lo spazio come il suo eroe, per l'appunto Yuri Gagarin. Ecco poi i pistoleri, la piccola ballerina, gli innamorati. Un piccolo mondo a parte si colora di fantasia e una magia incredibile. Si crea, si monta, si cuce. Ma soprattutto, si sorride ed è contagioso. I premi non sono che pezzi di metallo. I riconoscimenti delle pergamene antiche. Gli sguardi meravigliati e festanti della gente, quelli sono diversi. Quelli sono il trionfo del cuore.

Fattosi le ossa come aiuto regista dei primi film di Checco ZaloneNoi e la GiuliaNon essere cattivo di Claudio Caligari e Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, Simone Spada (Torino ’73) è qui al suo secondo lungometraggio dopo Maìn - La casa della felicità (2012), firmando in questo suo nuovo lavoro anche la sceneggiatura insieme a Lorenzo Rossi Espagnet.

Friulano di Udine classe ’68 , Giuseppe Battiston (Zoran il mio nipote scemo, Pitza e datteri, Perfetti sconosciuti) è un attore di razza. Professore ignorato dal malinconico sapore “PaulGiamattiano” (In viaggio con Jack, ndr), dei vari personaggi alloggiati all’Hotel Gagarin è il più ingenuo e idealista. Il classico candidato a rimanere scottato dai propri sogni e ancor di più dai sotterfugi dei furbi, o meglio truffatori. Ma coma avrebbe detto il giovane protagonista di un film di Martin Scorsese, “questa avventura deve ancora finire!”.

Curiosi incroci tra gli attori protagonisti. Amendola e Argentero si ritrovano insieme dopo la travolgente commedia Noi e la Giulia (2016, di Edoardo Leo). Barbora Bobulova ritrova Battiston dopo aver diviso il set del recente Dopo la guerra (2017, di Annarita Zambrano) e sempre l’attrice slovacca è di nuovo davanti alla telecamera insieme a Silvia D’Amico, dirette da Francesco Patierno in Diva!, film presentato Fuori concorso alla 74° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Bobuolova che ritrova Caterina Shulha, l'indimenticabile escort incazzata Paprika di Smetto quando voglio, dal set di Immaturi - Il viaggio.

Distribuito da Lotus ProductionsHotel Gagarin è un film fa vedere al cinema. A tratti quasi HugoCabrettiano, ha il grande merito di mettere il destino al servizio dell’essere umano, che insolitamente e in modo del tutto anticonformista per i tempi moderni, cerca la felicità e sorride quando la trova. Come nell’immacolato paesaggio armeno, non c’è una strada unica. C’è chi si ferma a un tavolo e chi ha bisogno di una cavalcata. Qualcun altro invece inizia una partita a scacchi. Nulla di lugubre né di Bergmaniano, solo un mettere a (dolce) fuoco i propri sogni.

Hotel Gagarin (2018, di Simone Spada) non è una storia di disperati alla ricerca di una terra promessa che non c’è. Questa è una storia di uomini e donne che s’incontrano e diventano compagni di anima.. Non saranno solo le loro vite a cambiare, ma anche quelle di tante altre persone. O forse non cambierà nulla, ma da adesso tra loro e i propri sogni è scattato qualcosa. La consapevolezza di volerli davvero realizzare ed essere felici.

È stato un privilegio vedere Hotel Gagarin. È stato un privilegio potervelo raccontare.

Il trailer di Hotel Gagarin

Hotel Gagarin - la guida locale (Caterina Shulha)
Hotel Gagarin - l'organizzatrice (Borbora Bobulova) e il fotografo-cameraman (Luca Argentero)
Hotel Gagarin - il docente aspirante regista (Giuseppe Battiston)
Venezia, cinema Rossini - Tutto pronto per la visione di Hotel Gagarin © Luca Ferrari