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venerdì 17 maggio 2019

Beverly Hills 90210, il ritorno

Il cast originale di Beverly Hills 90210 riunito
Il sequel della serie cult anni '90, Beverly Hills 90210, è in arrivo. Riusciranno i loro protagonisti, orfani del compianto Luke Perry, nell'impresa di inserirsi nel terzo millennio delle serie d'autore?

di Luca Ferrari

Brendon, Kelly, Steve, Andrea, Brenda e Donna (vi prego, almeno nella nuova versione, ditelo corretto in italiano: si pronunzia Dana) si stanno destando. C'è chi fa colazione, chi si sta vestendo, chi sta uscendo, chi fa meditazione. Quale che sia la loro azione, il rumore prodotto rimanda ciascuno alla mitica sigla di John Davis suscitando ilarità e l'entusiasmo dei protagonisti originali della serie cult Beverly Hills 90210 di cui furono realizzate dieci stagioni (1990-2000). Ora è ufficiale, ci sarà un sequel. Un sequel col lutto al braccio vista la recente scomparsa di Luke Perry, interprete del ricco e tormentato Dylan McKay.

Beverly Hills 90210 è uno spaccato di vita degli anni Novanta, e per noi adolescenti italiani senza manco un'idea di cosa fosse internet, fu una delle serie pioniere nel raccontare/toccare certe tematiche, all'epoca ancora tabù o comunque non rivolte a un pubblico di giovani. Ricordi e reminiscenze a parte, che cosa potrebbe dire una nuova fase di Beverly Hills 90210 al mondo contemporaneo, per di più dove il mercato delle serie televisive ha raggiunto una qualità pazzesca? Nulla, e sarà un flop. Questa almeno è la considerazione più scontata. La storia lo dimostra. Ciò che funziona è figlio del presente. Tentativi di attualizzare ciò che fu un successo nel passato, si è sempre rivelato un penoso flop di ascolti e realizzazione.

Qualcuno potrebbe replicare a questa mi affermazione citandomi la 3° stagione di Twin Peaks (2017). Ognuno ovviamente il diritto di avere la propria opinione, ma è indubbio che la serie d'inizio anni Novanta che cambiò letteralmente il panorama, si è trasformata in un folle prodotto con una trama arzigogolata all'inverosimile e la cui unica ragione del suo successo, è nella venerazione esasperata che il pubblico ha del suo regista, David Lynch. Ma non è solo chi sta dietro le telecamere a essere cambiati, anche chi sta davanti hanno subito un'evoluzione, almeno in questi ultimi tempi di era digitale.

Fatta eccezione per Leonardo DiCaprio (Genitori in blue jeans) e Will Smith (Willy il principe di Bel-Air), la stragrande maggioranza dei protagonisti delle sitcom fino agli anni Duemila, non è mai riuscita sfondare nel settore film. Da Friends a Will & Grace, da Dawson's Creek a Big Bang Theory e così via. Non fa eccezione Beverly Hills 90210, del cui cast originale si sono perse le tracce se non per partecipazioni minori. Adesso invece sono gli attori più affermati del grande schermo a voler interpretare serie di successo o quelli meno noti, le usano come trampolino di lancio. Tra i tantissimi esempi, uno su tutti: Allison Janney, premio Oscar come Miglior attrice protagonista per Tonya (2017, di Craig Gillerspie) e personaggio principale della serie Mom, tutt'ora in corso.

Beverly Hills 90210 è compiti a casa, primi appuntamenti e corse in spiaggia. Beverly Hills 90210 è la spensieratezza di un'epoca che non tornerà più. Il 2019 è l'anno del nuovo film di Quentin Tarantino presentati al Festival di Cannes. Il 2019 è l'anno delle attesissime uscite della 4° stagione di Billions della seconda di Big Little Lies con la new entry Maryl Streep. Il 2019 sarà ricordato cone l'anno del quasi-record assoluto d'incassi di Avenger's End Game. Si, il 2019 sarà anche l'anno del ritorno di Beverly Hills 90210 ma resteranno solo poche righe d'inchiostro su di esso. Per tutti noi che lo abbiamo vissuto davvero quando era il momento, ne guarderemo pochi minuti e poi cambieremo canale, preferendogli la malinconica dolcezza dei nostri ricordi autentici e originali.


Il trailer del ritorno di Beverly Hills 90210

Il cast di Beverly Hills 90210 nei primi anni della serie
(da sx in senso orario): Steve Sanders (Ian Ziering), Andrea Zuckerman (Gabrielle Carteris), Brandon Walsh (Jason Priestley), Dylan McKay (Luke Perry), Brenda Walsh (Shannen Doherty),
Donna (
Tori Spelling), David Silver (Brian Austin Green) e Kelly Taylor (Jennie Garth

domenica 12 maggio 2019

Piera DeTassis, le nuove eroine del cinema

Dilili a Parigi (di Michel Ocelot)
Nel numero di addio della storia direttrice del mensile Ciak, Piera DeTassis, l'omaggio di cineluk con una cinecolazione e un suo articolo sulle nuove eroine della settima arte.

di Luca Ferrari

Dal 1997 al 2019 Piera DeTassis è stata il direttore del mensile cinematografico, Ciak. Una rivista questa che in fasi alterne della mia esistenza, ho comperato e letto. E oggi, domenica 12 maggio, mi è venuto naturale leggere il suo articolo dedicato all'ultimo film animato di Michel Ocelot, Dilili a Parigi, con un equivocabile sottotitolo: "Abbiamo tanto bisogno di eroine". E come non essere d'accordo? La cultura è a un punto cruciale e i tempi ormai sono maturi. Anche la settima arte può, deve e sta facendo la sua parte e non solo a livello di regia e performance attoriali.

Da cineluk - il cinema come non lo avete mai letto, un augurio a suon di caffè e pancake fatti in casa a Piera DeTassis, per un eroico proseguimento nel mondo della settima arte.

Cinecolazione con Ciak, caffè e pancake © Luca Ferrari

sabato 4 maggio 2019

Steve Jobs, gli artisti guidano

Steve Jobs (Michael Fassbender)
“Gli artisti guidano, le mezze tacche vanno ad alzata di mano”, così disse un imbufalito Steve Jobs (Michael Fassbener) sfidando l'intero Consiglio di Amministrazione della Apple, da lui fondata, e il loro CEO John Sculley (Jeff Daniels), pronti a scaricarlo. E' stato davvero il Leonardo da Vinci dell'informatica Steve Jobs? Non ha importanza, in un'epoca dominata dai tutologi e un presente sempre più stupido e ignorante, fanculo loro.

Steve Jobs (2015, di Danny Boyle).

martedì 23 aprile 2019

Casablanca (1942), viva la libertà

Casablanca - Yvonne (Madeleine Lebeau) canta commossa la Marsigliese
Combattere per la libertà contro la tirannia, sempre. Oggi anche più di allora. Casablanca (1942, di Michael Curtiz) è sempre lì, a cantarcelo "LaMarsigliesamente" nel cuore e all'anima.

di Luca Ferrari

Suonate la Marsigliese, suonatela!  incita all'orchestra il partigiano Victor Laszlo dinnanzi ai cori nazisti nel locale di Ric Blaine, a Casablanca, zona franca non ancora occupata dalla truce mano di Hitler. Dietro le quinte il presunto indifferente proprietario dà il via libera. Ecco allora ergersi un corso deciso contro la tirannia, salendo di volume fino a zittire gli odiati nemici in divisa militare. Epica cinematografica. Una scena memorabile che ancora oggi fa venire la pelle d'oca. Un oggi dove correnti nazional-fasciste sono sempre più vive. Oggi, anche più di ieri, c'è bisogno degli eroi di Casablanca (1942, di Michael Curtiz).

Fuggito dai campi di concentramento, l'audace Victor Laszlo (Paul Henreid) è arrivato a Casablanca insieme alla moglie, Ilsa (Ingrid Bergman). Raggiungere il Portogallo e poi gli Stati Uniti però, non è cosa facile, anche per uno come lui. Nella città marocchina infatti, non ancora inglobata nella Francia collaborazionista di Vichy, sono già arrivati i nazisti guidati dal Maggiore Henirich Strasser (Conrad Veidt). L'unica possibilità di fuga paiono essere dei visti, rubati proprio ai tedeschi, e arrivati nelle mani di Rick Blaine (Humprey Bogart), proprietario dell'omonimo Café Americanin. Un uomo, in apparenza disinteressato a prendere posizioni politiche, ma da un passato "alleato".

La trattativa è appena agli inizi quand'ecco che Strasser e i suoi ufficiali iniziano fieri a intonare canzoni del Terzo Reich. Tutti le ascoltano senza fare nulla. Tutti le ascoltano infastiditi e impotenti, incluso il Capitano della gendarmeria locale, Louis Renault (Claude Reins), di supporto ai futuri occupanti, e l'alticcia e abitudinaria cliente, Yvonne (Madeleine LeBeau). Tutti come detto, ascoltano abbandonati a se stessi. Tutti meno lui, Victor Laszlo. Sotto gli occhi dell'amata moglie, lascia Blaine e parte come un razzo verso l'orchestra intimando loro di suonare la Marsigliese. I musicisti non sanno che fare. Gurdano il loro padrone che, molto poco neutralmente, acconsente.

E' l'inizio di una scena memorabile della settima arte. Spronati dallo stesso Strasser, i nazisti provano ad alzare la voce ma è poca cosa. Tutta la clientela del Rick's Café Américain va dietro a Laszlo, inclusa la chitarrista tzigana (Corinna Mura). I tedeschi alla fine si arrendono, e si siedono scoraggiati. La Marsigliese intanto va avanti e al coro si unisce anche lei, Yvonne. Si, lei. L'emblema del facile vendersi a chi le offre da bere a prescindere dalla bandiera, riscopre il suo orgoglio francese e intona l'inno della sua patria fino alle lacrime (sue e di chi la guarda, ndr) per poi chiudere la performance collettiva con un memorabile: Viva la libertà! 


Non si può dire di conoscere né di essere appassionati della settima arte senza aver visto (e amato) Casablanca, 1942, di Michael Curtiz). Un film che ha segnato un'epoca e la cui scena qui raccontata ne incarna il cuore più sfaccettato. Semplicemente c'è tutto. Coraggio, astuzia, passione, sottomissione e ribellione. Una scena memorabile dove le parole dell'inno nazionale francese hanno il sacro potere di risvegliare per sempre la forza di dire no all'oppressore, qualunque esso sia. Ne vengono tutti coinvolti. Da quelli più decisi (Laszlo), a quelli più sornioni (Rick) e via via tutti coloro che dal silenzio passano a lasciare esplodere la propria ugola.

E poi c'è ovviamente c'è lei, Yvonne. Sempre un po' alticcia. Sempre alla ricerca di qualcuno che le offra un drink, e fa niente se questo onore oggi è toccato a un ufficiale tedesco. Quando Laszlo si avvia deciso verso i musicanti, lei se ne sta accasciata su se stessa a rigirarsi nei pensieri e nell'alcol, ma ecco che quando le note e le parole conquistano la ribalta, qualcosa dentro di lei scatta e si accende. Dirompente. Deciso. Irrefrenabile. Il sangue francese. L'eredità illuminista della libertà irrompe fino alla commozione più lacrimosa. Yvonne alza la voce e canta anche lei La Marsigliese. Yvonne ha deciso che anche lei combatterà la tirannia. 

Manca un mese oramai alle elezioni europee e il vecchio continente ha dimenticato la sua Storia. Guarda avanti sospinta da di intolleranza. La Brexit non è bastata per far capire quando non si arrivi da nessuna parte senza unità.. Fino alla fine della II Guerra Mondiale l'Europa era sempre in guerra tra di sé, poi qualcosa cambiò ma oggi, in un drammatico vuoto politico delle Sinistre partigiano-rivoluzionarie, colpevoli di aver smarrito il significato e l'impegno di formare un'autentica democrazia popolare, ci consegnano a rozzi doganieri più interessati a erigere muri e aumentare la militarizzazione della società per il proprio bieco interesse.

Casablanca (1942, di Michael Curtiz) non può essere considerato un semplice film. Non lo è. Rivederlo ha sempre l'effetto di una scossa. Nel corso della II Guerra Mondiale moltissimi uomini, donne e giovani morirono perché credevano nel massimo ideale umano: la libertà. Oggi, la diamo per scontata. Per certi versi oggi siamo più schiavi di una volta eppure sembra che a (quasi) nessuno interessi davvero. Oggi, dinnanzi a un sopruso, se qualcuno si alza per controbattere viene abbandonato a se stesso. Oggi il popolo ha perso la sua capacità di abbattere perfino la tirannia della porta accanto. Se oggi un Victor Laszlo provasse a zittire i canti nazisti, resterebbe da solo e sarebbe subito arrestato. Non in quegli anni. Non al tempo di Casablanca dove si era disposti a tutto nel nome della libertà.

Casablanca, la scena della Marsigliese

Casablanca - Rick Blaine (Humprey Bogart) assiste all'inizio dei cori tedeschi
Casablanca - gli ufficiali cantano e fanno propaganda del Terzo Reich
Casablanca - il Capitano collaborazionista Louis Renault (Claude Rains)
Casablanca - Victor Laszlo (Paul Henreid) e Rick Blaine (Humprey Bogart
Casablanca - una spenta Yvonne (Madeleine Lebeau) seduta al tavolo del "nemico"
Casablanca - un'ammirata-preoccupata Ilsa Lund Laszlo (Ingrid Bergman)
Casablanca - Laszlo (Paul Henreid) va dai musicisti intimandogli di suonare La Marsigliese
Casablanca - gli orchestranti si girano verso Blaine per avere o meno il via libera e...
Casablanca - ... il presunto neutrale Rick Blaine (Paul Henreid) acconsente!
Casablanca - Victor Laszlo (Paul Henreid) inizia a cantare e dirigere la Masrigliese
Casablanca - la chitarrista (Corinna Mura)
Casablanca - il Maggiore Heinrich Strasser (Conrad Veidt) prova ad alzare la voce
Casablanca - i clienti del Rick's Café Américain in piedi a cantare La Marsigliese
Casablanca - Strasser (Conrad Veidt) subisce il volume corale della Marsigliese
Casablanca - i tedeschi abbandonano "la sfida canora"
Casablanca - Laszlo (Paul Henreid) e gli altri francesi proseguono fieri a cantare La Marsigliese
Casablanca - Yvonne (Madeleine Lebeau) si unisce alla folla nel canto della Marsigliese
Casablanca - Ilsa Lund Laszlo (Ingrid Bergman) assiste alla performance rivoluzionaria
Casablanca - Victor Laszlo (Paul Henreid) canta a pieni polmoni la Marsigliese
Casablanca - Ilsa Lund Laszlo (Ingrid Bergman), una donna fiera e innamorata
Casablanca - la chitarrista (Corinna Mura) e la clientela cantano La Marsigliese
Casablanca - la clientela francese canta fiera la Marsigliese
Casablanca - Victor Laszlo (Paul Henreid) dirige il popolo nel canto libertino della Marsigliese
Casablanca - Yvonne (Madeleine Lebeau) grida: "W la libertà"...
Casablanca - ... e Strasser (Conrad Veidt) e i "suoi" non gradiscono!
Casablanca - Victor Laszlo (Paul Henreid) e il resto della clientela finiscono la performance canora
Casablanca - i francesi esultano di gioia e ardore patriottico, ispirati dalla Marsigliese

lunedì 15 aprile 2019

Gonna Fly Now, il trionfale Rocky III

Rocky III - Apollo (Carl Weathers) e Rocky (Sylvester Stallone)
Il campione è caduto. L'amore e l'amicizia lo rialzano. Sulle note di Gonna Fly Now, l'allenamento di Rocky con Apollo incarna la più autentica e genuina forza dell'uomo.

di Luca Ferrari

Un uomo sconfitto, ferito e incapace di risollevarsi. Un uomo avviato alla sconfitta ancora prima di tornare sul ring. L'ex-campione dei pesi massimi di pugilato, Rocky Balboa, si trova a un vicolo cieco nella sua carriera e nella sua vita. Ci vorrà l'intervento della sua amata moglie per sbloccarlo psicologicamente e la maestria del suo migliore amico per farlo tornare il dominatore del quadrato. Ritrovata dunque concentrazione e determinazione, ecco andare in scena l'allenamento più epico della saga sulle note di Gonna Fly Now (Bill Conti). Questo è quanto accadde in Rocky III (1982, di Sylvester Stallone).

Rocky Balboa (Sylvester Stalloene) è a terra. Lo sfidante numero uno Clubber Lang (Mr.T) gli ha inferto una pesantissima sconfitta per KO alla seconda ripresa. Poco prima della debacle, il suo storico allenatore, l'irascibile e paterno Mickey (Burgess Meredith), è morto. A provare a risollevare lo Stallone Italiano, una vecchia conoscenza dei guantoni, Apollo Creed (Carl Weathers). Si proprio lui, l'invincibile boxer cui Rocky strappò il titolo anni prima, è pronto a seppellire "il pugno" di guerra e aiutarlo per tornare a vincere. Rocky però ha un problema. E' spento. Combatte male. Ha perso quei famosi "occhi della tigre" che aveva ai tempi dei loro combattimenti.

Lanciata la sfida dunque, gli allenamenti di Rocky passano dalle strade di Philadelphia alla calda Los Angeles, ma in principio sembra tutto inutile. Rocky è ancora scombussolato. Si allena senza incisività. Non recepisce gli insegnamenti di Apollo e il suo storico secondo, Duke (Tony Burton). Nello sport, fisico e muscoli non sono mai sufficienti. C'è la testa a comandare tutto. La sua dolce metà allora, Adriana (Talia Shire), capisce che è arrivato quel momento. Dopo l'ennesimo flop di preparazione, affronta il marito sulla spiaggia tirandogli a forza fuori la verità. Rocky si sfoga e capisce. Rocky accetta le sue paure e si riconnette con la mente. Adesso Rocky è pronto per allenarsi sul serio insieme ad Apollo.

Rocky e Apollo ricominciano sulla sabbia, in un crescendo di sudore e sacrifici. Giorno dopo giorno, Rocky migliora in tutto. Velocità, tecnica e potenza. Apollo è sempre lì, fianco a fianco. A ispirargli costante fiducia c'è anche il burbero cognato Paulie (Burt Young), cui Rocky fa fare un memorabile volo in piscina suscitando la divertita ilarità della moglie e dell'amico pugile. La canzone Gonna Fly Now sale di tono fino a quando Rocky non riesce nell'impresa di superare nella corsa Apolo. La scena successiva è la forza dell'amicizia che trionfa. I due si abbracciano nell'acqua del mare. Adesso Rocky Balboa è pronto per riprendersi il titolo. Comunque vada però, ha già vinto contro i suoi demoni.

Troppo piccolo per ricordarmelo, ma comunque lo vidi al cinema Rocky III. Diverso fu il caso del successivo capitolo dove il pugile italo-americano sfidò il colosso sovietico Ivan Drago. Fu allora, durante quella visione sul grande schermo, che per la prima volta vidi alcune sequenze di questa epica corsa in spiaggia di Rocky e Apollo, nello scorrere della dolorosa ed epocale No Easy Way Out, dove Rocky ripensa a tutti i momenti vissuti con l'amico fraterno ormai deceduto. Quelle scene mi rimasero impresse e ancora oggi, quando scendo a correre sulla battigia, Gonna Fly Now in versione Rocky III è una canzone che non manca mai nella mia playlist ed è in grado di tirarmi fuori quelle energie che non penso di avere.

E' la vera canzone della riscossa. La Gonna Fly Now di Rocky III non teme rivali con altre versioni. Per il sottoscritto, nemmeno quella di Rocky II (1979, di Sylvester Stallone), iniziata baciando il proprio figlioletto in culla e conclusa circondato dai ragazzini in cima alla famosa scalinata. La grandezza di Rocky Balboa non è nelle vittorie. La sua vera forza, rivoluzionaria e ancora oggi controcorrente, è la capacità di cadere trovando la strada per rialzarsi e trionfare, supportato dagli affetti più autentici. Questa è l'anima di Rocky Balboa. Questa è la fiamma vittoriosa che alimenta Rocky (e Apollo) nel corso di Gonna Fly Now in Rocky III.

Rocky III, l'allenamento di Rocky e Apollo

Rocky III - Adriana (Talia Shire) e Rocky (Sylvester Stallone)
Rocky III Rocky (Sylvester Stallone) e Apollo (Carl Weathers)

sabato 13 aprile 2019

Che bella faccia da Gassman

Tolgo il disturbo - Augusto Scribani (Vittorio Gassman)
Ci sono battute che valgono un intero film. E' il caso di Vittorio Gassman e la sua performance in Tolgo il disturbo (1990, di Dino Risi).

di Luca Ferrari

"Che bella faccia da cazzo. Non non ne ho mai viste così. Bravo, complimenti". Esordisce così, in pigiama, l'anziano Augusto Scribani (Vittorio Gassman), ospite poco gradito nella sua casa, ormai di proprietà della nuora Carla (Dominique Sanda), rivolgendosi a un illustre giacca e cravatta nel corso di una festa dell'alta società. Uscito da poco da una clinica psichiatrica, l'uomo non usa mezze parole. Un'immagine incubo per qualsiasi figlio all'idea di vedere il proprio genitore fargli fare una figuraccia davanti a ospiti altolocati. Una frase cult tratta dall'amaro Tolgo il disturbo (1990, di Dino Risi).

Due giganti della settima arte, Vittorio Gassman e Dino Risi, interprete e regista di tantissime pellicole, molte delle quali girate insieme. Tra le più importanti collaborazioni: I mostri (1963), In nome del popolo italiano (1971), Carò papà (1979) e anche il celeberrimo Profumo di donna (1971) con cui Gassman vinse David di Donatello (e anche Risi come miglio regista), Nastro d'argento e il premio come migliore interpretazione maschile al Festival di Cannes. Anni dopo uscì il remake americano Scent of Woman (1992, di Martin Brest) con protagonista Al Pacino che grazie a quella interpretazione vince il BAFTA come Migliore attore drammatico e l'Oscar come Migliore attore protagonista.

Troppe volte ci teniamo le opinioni dentro di noi, facendoci macerare finzioni e nevrosi interne. Dovremmo tutti (un po') imparare dalla lingua lunga di Augusto, ricordandoci che ogni sorriso bugiardo regalato al prossimo e/o frase non voluta, altro non è che un gesto di vigliaccheria e ipocrisia contro noi stessi e gli altri. Augusto Scribani sarà anche un "cane sciolto", eppure capace di stringere un tenero rapporto con la nipotina di nove anni Rosa (Valentina Holtkamp), la cui dolcezza arriverà a farle dire all'anziano parente, un poetico e struggente: "Ti prego nonno, non morire".

Detto questo, buon weekend del cazzo a tutti.


Vittorio Gassman in Tolgo il disturbo

martedì 2 aprile 2019

Lottare sempre per... Una giusta causa

Una giusta causa - l'avvocato Ruth Bader Ginsburg (Felicity Jones)
Il mondo è pronto per il cambiamento, adesso bisogna modificare le leggi. Ruth Bader Ginsburg lo aveva capito e non smise mai di lottare per esso. Una giusta causa (2018, di Mimi Leder).

di Luca Ferrari

Ciao donna, mi rivolgo a te perché tu ti renda conto quanto ancora il mondo sia ingiusto nei tuoi confronti. La discriminazione è ovunque, dal posto di lavoro ai rapporti umani dove eguali comportamenti producono reazioni diverse se a compierle sono gli uomini. Esiste la discriminazione perfino sul significato delle parole come ci spiegò in modo sprezzante Paola Cortellesi durante la presentazione dei David di Donatello. Ciao donna, è finito il tempo delle concessioni perché è questo che tu hai sempre avuto. Invece no, il mondo ti spetta di diritto. Quel diritto che l'avvocato Ruth Bader Ginsburg non smise mai di combattere per farlo cambiare. Vedere questo film è imperativo, per donne e uomini. Una giusta causa (2018, di Mimi Leder).

Ruth Bader Ginsburg (Felicity Jones) è una brillante studentessa ammessa alla facoltà di legge di Harvard, dove da pochi anni hanno iniziato ad avere accesso anche le donne. Il clima però che si respira nel prestigioso istituto universitario, è aperto solo di facciata a cominciare dall'ipocrita rettore Erwin Griswold (Sam Waterston). Poco importa che Ruth sia lo studente più scaltro e preparato, i docenti scelgono sempre i colleghi maschi per chiedere le risposte. Nella medesima scuola è iscritto anche il marito, Marty (Armie Hammer), di tutt'altra mentalità e sempre pronto a sostenere la moglie a dispetto di una cultura ancora ed enormemente testosterogena.

Ottenuta entrambi la laurea, la coppia con già una figlia, Jane, si sposta a New York dove lui ha trovato lavoro. Opposta la situazione per Ruth. I suoi colloqui di lavoro sono al limite della farsa, sentendosi dare le risposte più assurde e a tratti anche offensive. Tutte scuse e/o pregiudizi per non assumerla. Stufa di sentirsi sbattere la porta in faccia, accetta l'insegnamento. La delusione però resta. Ora tocca a lei formare e lanciare le nuove menti per un cambiamento, com'è la figlia Jane (Cailee Spaeny) con cui ha spesso scontri. Quel cambiamento però di cui lei stessa voleva essere soldato in prima linea e non stratega nelle retrovie.

Un caso particolare di discriminazione ai danni di un uomo le arriva sotto il naso. Il sangue da avvocato inizia a ribollire. Ruth ha sempre e solo voluto fare l'avvocato, ed è tempo di dimostrarlo. Charles Moritz (Chrisl Mulkey) è uno scapolo che si è dovuto occupare della madre malata. Giustamente ha detratto le spese dell'assistenza, ma all'epoca era una prerogativa delle sole donne e il fisco ora gli chiede il conto. Lì nel mezzo però, c'è Ruth Bader Ginsburg che spalleggiata dalla sua personale eroina, l'avvocato Dorothy Kanyon (Kathy Bates) e al suo fianco in aula anche dal vecchio amico nonché capofila per i diritti civili Mel Wulf (Justin Theroux), si troverà a sfidare i suoi vecchi docenti, Preside e prof. Brown (Stephen Root), ingaggiati dal Governo degli Stati Uniti per venire a capo della faccenda.

Ruth Bader Ginsburg arriva alla Corte Suprema. Dovrà convincere tre giudici maschi che la legge è ingiusta. Dovrà farlo senza avere effettiva esperienza sul campo. Dovrà guardarli in faccia e argomentare in modo da spazzare via preconcetti e diffidenza. La sua battaglia potrebbe dare il via a una nuova pagina di Storia sociale. Una sua vittoria potrebbe spalancare certe porte fino ad allora neanche immaginate. Sono gli anni delle Contestazioni studentesche e una sua eventuale sconfitta però, potrebbe far perdere anni di battaglie alle donne. Ormai è tardi per tirarsi indietro. Ormai si può e si deve vincere. Il mondo è pronto per il cambiamento. Adesso è tempo di cambiare anche la Legge.

Donne, disuguaglianze e diritti delle donne. Non sono molti i film che hanno fatto di questo delicato e importante tema il centro della propria telecamera. Tutti (..) in apparenza dalla parte del gentil sesso ma nella prova decisiva della pratica, anche il grande schermo è una questione ancora molto e troppo maschile. Se le Suffragette (2015) di Sara Gavron hanno raccolto facili consensi grazie anche alla presenza dell'inossidabile Meryl Streep, in Italia è passato quasi sotto silenzio l'intenso Made in Dagenham (2010, di Nigel Cole) per di più storpiato nell'offensivo e imbarazzante We Want Sex.

Se poi, oltre al genere ci si mettesse anche il colore della pelle, come ne Il diritto di contare (2016, di Theodore Melfi) con protagoniste le brillanti Octavia Spencer, Taraji P. Henson e Janelle Monáe, allora la sfida è ancora più ardua. Nel cinema come nella vita reale la donna deve faticare di più dell'uomo: perché? Come dice il rampante e giovane avvocato Jim Bozart (Jack Reynor), "perché è nell'ordine delle cose ed è sempre stato così". Dunque perché cambiare? La stessa logica che avrebbe potuto mantenere la segregazione, la tortura e tutte quelle cose che al giorno d'oggi ci paiono medievali ma che al contrario, molte di esse sono più vive e vegete che mai.

Per tornare alla settima arte, basterebbe vedere poi quante donne abbiano conquistato l'ambita statuetta per il Miglior film e/o Miglior regia per tirare le somme su quanto machismo ancora imperversi a Hollywood e dintorni. Ben venga il movimento #MeToo, ma non si può aspettare uno scandalo per pretendere ciò che spetterebbe alle donne di diritto e non come concessione-reazione dopo un fatto. Bisognerebbe avere il coraggio di dirlo apertamente: nel 2019 le donne sono ancora tragicamente discriminate, e questo senza andare a scomodare fantomatiche e inesistenti nazioni di psicopatici. E' sufficiente guardare in casa nostra e dentro le mura domestiche.

In casa Ginsburg invece, a differenza dell'ipocrisia maschile MadeInDagenhamiana di casa O'Grady (dove la signora Rita è solo in apparenza spalleggiata dal marito), c'è un vero sostegno. Moglie e marito sono una grande squadra. Lei sostiene lui, lui sostiene lei. Questa dovrebbe essere la base di ogni civiltà. Questo dovrebbe essere l'abc di ogni nazione che è fatta dalle famiglie, ed è inutile sorprendersi se anni dopo i maschietti uccidono donne perché lasciati, se fin dalla nascita ci inculcano che noi uomini valiamo più delle donne. Si comincia dal basso. Si comincia dalla tenera età, quando i bambini hanno i giocattoli legati a professioni, le bambine alla cucina. Il mondo si cambia dalle radici.

Regista di celebri pellicole come The Peacemaker (1997, con George Clooney e Nicole Kidman),  Deep Impact (1998 con Robert Duvall e Tea Leoni) e Un sogno per domani (2000, con Kevin Spacey ed Helen Hunt), questa volta Mimi Leder si affaccia alla cronaca della vita vera, portando sul grande schermo la storia di una Donna che negli Stati Uniti è più famosa dei rapper. Forte della sceneggiatura di Daniel Stiepleman, il film è un assolo corale di parole e azioni. Una giusta causa (2018) va diritto alla mente delle persone, incidendo nel cuore la sacra fiamma della giustizia umana. Una giusta causa (2018, di Mimi Leder) è un costante richiamo al senso di giustizia che lotta per costruire una strada più equa dentro ciascuno di noi.

"Ehi coglione, baci tua madre con quella bocca?" inveisce Jane Ginsburg contro un rozzo operaio che si permette di sbeffeggiare lei e sua mamma con i classici epiteti sessuali. Jane ha in casa un modello femminile che combatte per le proprie cause. Jane è una giovane donna protagonista di un mondo in fermento e a cui vuole dare il proprio contributo. Generazioni unite si aiutano a vicenda. Generazioni di donne, uomini, studenti universitari e teenager imbracciano l'arma più pericolosa per una società: il cambiamento. Si deve sempre lottare per le giuste cause. Non bisogna mai smettere di lottare per una giusta causa. Una giusta causa (2018, di Mimi Leder), al cinema e nella vita di tutti i giorni.

Il trailer de Una giusta causa

Una giusta causa - Marty (Armie Hammer) e Ruth  (Felicity Jones
Una giusta causa - Ruth Bader Ginsburg (Felicity Jones) sui banchi di Harvard

venerdì 29 marzo 2019

Dumbo, il coraggio dell'amore

Dumbo (2019, di Tim Burton)
Da Walt Disney a Tim Burton, lì nel mezzo un tenero elefantino dalla grandi orecchie. Preparate i fazzoletti, sul grande schermo è arrivato il live action di Dumbo (2019).

di Luca Ferrari

L'amore di un cucciolo per la sua mamma. L'amore di un padre per i propri figli rimasti orfani della loro dolce madre. L'amore di una sorella e un fratello che attendevano, speranzosi, il ritorno del padre. L'amore struggente di un mammifero gigante allontanato dal suo neonato. Il regista delle meraviglie, Tim Burton, rilegge il classico Disneyano, Dumbo (2019). Preparate i fazzoletti per piangere e sorridere perché su quelle grandi orecchie troveremo tutti la forza e il coraggio di andare e tornare da chi amiamo veramente. E nulla e nessuno lo potrà mai impedire, soprattutto se ad aiutarci ci saranno dei veri e autentici amici.

Max Medici (Danny De Vito) è il titolare dell'omonimo circo. I tempi moderni però non sembrano essere di aiuto per gli affari. Nella carovana sempre in viaggio intanto, è tornato (menomato) dalla guerra il buon Holt Farrier (Colin Farrell), atteso con molta ansia dai figlioletti Milly (Nico Parker) e Joe (Finley Hobbins), nel frattempo orfani della loro mamma deceduta per malattia. Rispetto ai tempi pre-bellici però, il circo se la passa piuttosto male. Gli stessi cavalli che Holt domava con maestria insieme all'amata dolce metà, sono stati venduti. Per rilanciare la "baracca"  è in arrivo un cucciolo di elefante la cui mamma, di recente comperata, è prossima al parto.

Il cucciolo nasce ma non è esattamente come gli altri, avendo infatti due orecchie gigantesche. Con la notizia del nascituro già inviata alla stampa, Max affida a Holt la gestione elefantesca ed escogitano il modo di nascondergliele. Il trucco ovviamente non regge e il piccoletto, davanti a un pubblico divertito, viene sbeffeggiato senza pietà. Qualcosa che ovviamente mamma elefante non gradisce per niente, reagendo (provocata) con intensità. La risposta è la sua vendita, lasciando il piccolo col cuore spezzato. Fortuna sua che gli stanno vicino i piccoli Farrier, che anzi fanno una scoperta sensazionale. Il piccolo sa volare.

Volare? Un elefante? Esattamente! La notizia fa il giro del globo e tutto ciò che luccica, attira sempre gli avvoltoi affamati di danari. Ecco dunque presentarsi al circo Medici, lo spavaldo e arrogante V.A. Vandevere (Michael Keaton), accompagnato dalla sua stella "volante, la trapezista francese Colette Marchant (Eva Green). La proposta è semplice: entrare in società con lui e portare Dumbo nel proprio parco delle meraviglie, Dreamland. La prospettiva di una casa e un lavoro più sicuro per tutti i circensi, spinge Max ad accettare, ma dell'atmosfera familiare che si respirava nel prima, ormai non c'è più nulla. Dumbo sarà la star, e va sfruttata a dovere.

Arriva il giorno della prima, ma qualcosa non va. Davanti (anche) al potente banchiere J. Griffin Remington (Alan Arkin), l'elefantino vola si, ma poi scappa fuori dal tendone. Per la stampa è un fiasco, Vandevere  non lo gradisce e reagisce di conseguenza. I circensi di Max Medici però cominciano ad averne abbastanza e il popolo insorge. Obiettivo numero uno, ridare libertà a Dumbo e la sua mamma, nel frattempo diventata la terrificante Kali al servizio proprio dei visitatori del Dreamland. Ci vole un piano e le persone giuste. Quelle con un cuore vero. Quelle persone capaci poi di cambiare davvero il mondo.

Gotico. Traumi infantili. Fantastico. Sono gli elementi chiave nella cinematografia del regista di Burbank, Tim  Burton (Edward mani di forbiceSleepy Hollow, Ed Wood). Riappacificatosi con la Disney con il "a suo tempo scartato" Frankenweenie (2013), solo lui poteva accettare la sfida di portarci davanti al grande schermo per una fiaba che ha traumatizzato intere generazioni. Una storia, quella di Dumbo, a tratti così dolorosa da arrivare a far dire anche, "no, non ce la faccio proprio a vederlo". Quale bambino d'altronde riuscirebbe a guardare un suo coetaneo perdere la propria mamma senza versare lacrimoni? E quale adulto a sua volta, potrebbe sopportare di vedere un suo corrispettivo allontanato a forza dal proprio fagottino? 

Già diretta da Tim Burton in Dark Shadows (2013) e Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali (2016), Eva Green è una creatura in apparenza superficiale, in realtà è una donna imprigionata che troverà nelle ali e nel cuore di Dumbo, la spinta per volare via e vivere insieme a chi la sa davvero apprezzare. Falso duro ma dal cuore d'oro, Danny DeVito (Qualcuno volò sul nido del cuculo, I gemelli, La guerra dei Roses) anch'esso bi-diretto da Tim nel commovente Big Fish (2003) e ancor prima nei panni del letale Pinguino, nemico di Batman (Il ritorno, 1992), quest'ultimo interpretato proprio da Michael Keaton (4 pazzi in libertà, Il caso Spotlight, The Founder), indimenticabile Beetlejuice, altra grandiosa creatura Burtoniana.

Pochi attori hanno la versatilità di Colin Farrell (Alexander, The Lobster, L'inganno). Alla sua prima incursione davanti alla telecamera di Tim Burton, l'attore irlandese incarna un padre privato della sua amata moglie, e diventato l'unico sostegno per i due figli. La guerra e le vicissitudini della vita lo hanno spinto a guardare solo il lato pratico delle cose. Per sua fortuna, come la stessa Colette gli fa notare, è circondato da un figlio e una figlia. E sotto la loro guida (e sentimento), saprà trovare la forza necessaria per compiere imprese straordinarie e tornare a essere l'uomo deciso e combattivo che era un tempo.

Una fiaba? Una storia vera? Nella vicenda di Dumbo c'è un pezzetto di ciascuno di noi. L'abbandono. La riscossa. L'amicizia. La famiglia. Ne è stata un'ulteriore conferma il variegato pubblico nella prima giornata di programmazione al cinema Rossini di Venezia. Adolescenti, over 50. Qualche temerario genitore con figli piccoli e le classiche età di mezzo. Tutti lì, a prendere appunti per il nostro cuore. Tutti lì, sapendo cosa ci aspetta e allo stesso tempo con la speranza che quelle grandi lacrime che ci solcheranno il viso, si tramutino presto nell'abbraccio della felicità. Tutti lì, per credere in ciò che rende grande una creatura.

Dumbo (2019, di Tim Burton). Una scena su tutte. Imbizzarrita la mamma e intervenuta per proteggere il suo piccolo deriso nel corso della prima apparizione circense, viene messa sotto chiave in un'angusta e stretta stalla su quattro ruote. Dumbo la sente, e si avvicina. Dall'inferriata ci passa la lunga proboscide della mamma che si stringe a quella più piccina di suo figlio. Una scena di struggente amore tra due creature che nessun avido imprenditore potrà mai separare. Ci vorrà del tempo, certo. Ci vorrà coraggio e collaborazione, assolutamente. Ma nel nome di chi si ama e di chi amiamo, siamo pronti a tutto. Noi e Dumbo.

Il trailer di Dumbo

Dumbo - mamma e cucciolo
Dumbo - l'elefantino coccolato dalla piccola Milly (Nico Parker)
Dumbo - Holt (Colin Farrell) e Colette (Eva Green

martedì 19 marzo 2019

Mr Banks, buona festa del papà

Mary Poppins - il volto preoccupato di George Banks (David Tomlinson)
Alla tristezza si risponde con amore e leggerezza. Lo sanno bene Mary Poppins e ancor di più George Banks, inflessibile papà, pronto a imparare e cambiare con l'affetto dei propri figli.

di Luca Ferrari

Chi è il papà? Che cosa fa un papà? E' un uomo disposto a sacrificarsi per i propri figli se necessario, affrontando anche il silenzio e la tristezza dell'ingiusto castigo. Da solo. Lasciando il fardello delle preoccupazioni ai pensieri e alle lacrime trattenute, sorridendo comunque a quelle piccole creature che lo guardano sicuri del suo essere invincibile e comunque forte a dispetto della avversità. E' esattamente quanto accadeva al buon Mr Banks, nella fiaba universale Mary Poppins (1964, di Robert Stevenson). In apparenza un uomo preciso, freddo e determinato, nei fatti una tenera persona sedotta dall'amore per i propri figlioli.

Londra, inizi del XX secolo. Questa volta i piccoli Jane (Karen Dotrice) e Michael Banks (Matthew Garber) l'hanno combinata davvero grossa. Portati in gita nella rigida Banca d'Inghilterra dove il padre è un importante funzionario, nel rifiutarsi di consegnare due penny all'anziano direttore, il sig. Dawes (Dick Van Dyke), scatenano il panico tra i correntisti, spingendoli senza volerlo a ritirare tutto il contante depositato. La cosa ovviamente ha avuto conseguenze gravissime, e l'adulto George Banks (David Tomlinson) adesso sta per pagare le più amare conseguenze, convocato dai dirigenti a notte fonda d'urgenza nell'austera fortezza creditizia.

Jane e Michael assistono alla telefonata da sopra le scale, guardando preoccupati coi faccini tra le ringhiere di legno. Il maschietto gli consegna allora il "corpo del reato". Lui li ringrazia, salutandoli con delicata tenerezza, calza la tipica bombetta inglese e si avvia mesto. La musica sale di tono in un crescendo di romantica tristezza. C'è la tipica nebbiolina di Londra. George percorre il vialetto. Attraversa il parco solitario. Scende per la piccola scalinata. La luce soffusa dei lampioni è una carezza che fa male, lasciando alle lacrime del cuore una speranza per un futuro diverso. George Banks arriva allora davanti alla Cattedrale di San Paul, lì dove ogni giorno siede la vecchina che vende briciole di pane per sfamare i piccioni. Proprio quelle che Michael voleva comperare ma il suo inflessibile padre gl'impedì.

La musica sale ancora nella sua più gravosa andatura. George Banks è ormai davanti all'ingresso della banca, puntuale come sempre. Si, adesso è davvero solo. Non c'è sua moglie, la suffragetta Winifred (Glynis Johns) né nessun altro ad alleviare il peso di un probabilissimo licenziamento che porterà la sua famiglia in grave difficoltà. E' esattamente come spiegava il candido spazzacamino Bert (Dick Van Dyke) ai due piccoli Banks. "Se c'è un problema voi avete la mamma, Mary Poppins e anche me che bada a voi, ma vostro padre? Per lui non c'è nessuno". Ed è  esattamente ciò che accadrà una volta entrato.

Nessuno conosceva davvero la storia di George Banks, o comunque in molto pochi. Ci è voluto il commovente Saving Mr. Banks (2014, di John Lee Hancock) per farci comprendere il senso della storia e di quella tata magica, interpretata nell'omonimo film Mary Poppins da Julie Andrews (Leone d'Oro alla carriera della 76. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia), comparsa dal cielo in via dei Ciliegi non per aiutare i due bambini come tutti credevamo, ma per l'appunto venuta in soccorso del loro padre". E quando finalmente Walt Disney (Tom Hanks) capisce il senso di quel manoscritto così amato dalle sue figlie e dai bambini di tutto il mondo, ecco l'acida Pamela Travers (Emma Thompson) abbassare gli scudi, concedendogli gli agognati diritti per la trasposizione cinematografica. "Tutti ameranno George Banks" le promette il geniaccio creativo.

Venezia, 19 marzo 2019. Per il secondo anno consecutivo posso anch'io festeggiare la "festa del papà". Tra un'oretta o poco più gli terrò la manina e lo accompagnerò al nido come faccio ogni mattina. Cammineremo insieme. L'uno accanto all'altro. Momenti meravigliosi ma non sarà sempre così. Arriverà il tempo delle difficoltà e incomprensioni. Sarà allora che capirò davvero se sia degno di vivere questa festa (e questa fiaba), e sarà mio dovere e privilegio stargli MaryPoppinsianamente vicino per insegnargli a fronteggiare le tante avversità della vita, anche a costo di parare i colpi in silenzio senza comunque farsi abbattere. Non era questo d'altronde che accadeva all'appena licenziato Mr. Banks, rialzandosi dalla tristezza e tornando dalla sua famiglia per fare un aquilone tutti insieme?

In quel solitario cammino nell'oscurità di George Banks, sconsolato ma pieno dell'amore dei/per i suoi figli, c'è tutto il senso della vera paternità. Il comprendere di avere sbagliato senza scaricare le proprie colpe su nessuno. L'amare ancor di più i propri figli. L'affrontare la vita e nel momento peggiore, rispondere con un sorriso, o magari una parola perfetta per ogni occasione suggeritale proprio da quella stravagante Mary Poppins. George Banks è senza lavoro e non ha idea di come andrà avanti la sua vita, ma oramai non ha più importanza. Ha una moglie meravigliosa e due splendidi figli, solo questo conta. Lui sta tornando a casa per stare con loro. Vivere insieme a loro. Guardare e affrontare il mondo, sinceramente e amorevolmente insieme a loro.

Mary Poppins - Mr Banks si avvia triste verso la banca per essere licenziato

Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) preoccupato ha appena ricevuta la telefonata dalla banca
Mary Poppins - Jane (Karen Dotrice) e Michael Banks (Matthew Garber)
Mary Poppins - il viso pacioccone-preoccupato di George Banks (David Tomlinson
ary Poppins - Jane (Karen Dotrice) e Michael Banks (Matthew Garber)
Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) si avvia da solo
Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) lentamente viene inghiottito dalla nebbia di Londra
Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) attraversa solitario il parco
Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) sempre più lontano dal calore della sua casa
Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) prosegue mesto il suo cammino
Mary Poppins - la cupola della Cattedrale di San Paul emerge nella nebbia notturna di Londra
Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) si ferma a riflettere
Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) guarda dove'era seduta la vecchina dei piccioni
Mary Poppins - Scende la tristezza sul volto di George Banks (David Tomlinson
Mary Poppins - George Banks (David Tomlinson) sta per entrare in banca