A Jackson, Mississipi, c'è ancora la segregazione razziale. La domestica Minny è decisa a prendersi una rivincita che lascerà la sua padrona con qualcosa di più dell'"amaro in bocca."
Una scena liberatoria. Una sorta di karma pasticcero al vetriolo. Minny Jackson (Octavia Spencer), cuoca negra ripudiata dalla ricca e razzista Hilly Holbrook (Bryce Dallas Howard), è tornata dalla sua ex-padrona per chiederle scusa e ha portato con sé una delle sue famose e deliziose torte. La bianca la accoglie e la gusta con gran delizia salvo poi scoprire, inorridita e in preda alla disperazione, che lì dentro c'è qualcosa dal colore bruno che non è esattamente cioccolata. Lì, nel mezzo delle tragiche vicende delle domestiche di colore di The Help (2011, di Tate Taylor), c'è anche spazio per una po' di sana giustizia vendicativa.
No no, Mrs Walters, è per Mrs Hilly... è una torta speciale! ammonisce Minny rivolgendosi all'anziana madre (Sissy Spacek) di lei. Hilly non gradisce, e con la solita arroganza wasp, le lancia un piatto ordinandole di tagliare subito una fetta. Minny non si trattiene più e le replica: Si mangi la mia merda! Lì per lì non capisce. Minny allora le ribadisce il concetto guardandola fissa negli occhi, fino alla più amara delle comprensioni, suscitando una risata senza fine della madre. La bianca Hilly ha appena mangiato due fette di torta fatte con gli escrementi usciti dal fondoschiena di una negra.
Si ride anche al di qua del grande/piccolo schermo ma quelli erano anni in cui se eri un negro negli Stati del sud, c'era ben poco di che stare allegri. Le cose stavano cambiando ma a rilento, e pensare che nell'evoluta e democratica America il colore della pelle fosse ancora sinonimo di emarginazione, fa impressione. Eppure, anche in quel coro di veleno razzista, c'era chi aveva il coraggio di stare dalla parte delle persone come la sveglia Eugenia detta "Skeeter" (Emma Stone), sua madre Charlotte (Allison Janney) o la sempre ricca ma sbeffeggiata Celia Foot (Jessica Chastain), capace di accogliere Minny dopo essere rimasta senza lavoro.
Golden Globe, BAFTA e premio Oscar come Miglior attrice non protagonista 2012, Octavia Spencer (Get on Up - La vera storia di James Brown, Il diritto di contare, La forma dell'acqua - The Shape of Water) in The Help interpreta una domestica dalla lingua affilata e un quotidiano sempre molto gravoso. Rientrata dal college, la progressista Skeeter decide di raccontare al mondo la storia di queste domestiche che, pur crescendo i figli dei bianchi, vengono ancora trattate con disprezzo e lasciate ai vivere ai margini. Per capirci, siamo ancora in un'epoca dove ci sono i bagni dei bianchi e i sanitari per i negri.
Una scena cult quella della torta con l'ingrediente segreto di Minny. Una torta che immagino ci piacerebbe vedere mangiare a tanta gente, a cominciare da quelle persone che soffiano sul "noi & loro", non facendo altro che giocare con l'ignoranza delle masse per il proprio tornaconto elettorale e del proprio conto in banca. In un'epoca di chef-personaggi, dovremmo avere tutti più il coraggio di prendere farina, burro, lievito & co. e metterci a preparare una robusta torta alla Minny, uscire di casa e far presente al mondo che siamo noi gli artefici di codesta delizia. E saremo sempre pronti a batterci per i suoi ingredienti (ideali).
Il diritto di contare - (da sx) Dorothy (Octavia Spencer), Katherine (Taraji P. Henson) e Mary (Janelle Monáe)
Nel mezzo della corsa per la conquista dello spazio, la segregazione razziale negli Stati Uniti era ancora una tragica e quotidiana realtà. Il diritto di contare (2016, di Theodore Melfi).
I bagni separati per colore della pelle. Una seconda e più piccola caffettiera collocata (di nascosto) appositamente affinché certa gente non sporcasse le tazze dei bianchi. Scuole accessibili solo a una razza. La legge che giustificava la segregazione razziale. No, non siamo nel Medioevo o in uno di quei paesi tanto invisi all'attuale inquilino della Casa Bianca, questa era “banalmente” l'America degli anni '60. Ed è in quel mondo che tre coraggiose donne fecero la storia, lasciando il segno fin sullo spazio. Il diritto di contare (2016, di Theodore Melfi).
Katherine Johnson (Taraji P. Henson), Dorothy Vaughan (Octavia Spencer) e Mary Jackson (Janelle Monáe) sono tre brillanti matematiche nella Virginia segregazionista, operanti nell'area della NASA. A dispetto delle indubbie capacità, in quanto negre, non hanno (ovviamente) accesso alle posizioni che gli spetterebbero. L'ascesa però di Yuri Gagarin nei cieli del Pianeta Terra spinge gli USA a una folle corsa contro il tempo per rispondere a dovere e conquistare la Luna, badando meno alle catene.
Katherine era una bambina prodigio ma non ha potuto accedere a quel mondo che i suoi coetanei più “pallidi” al contrario hanno potuto beneficiare. Adesso però le cose stanno cambiando. A dispetto dell'astiosità razzista di Vivian Mitchell (Kirsten Dunst), la donna viene mandata a lavorare nella centrale operativa di Al Harrison (Kevin Costner), dove si studia come mandare il primo astronauta americano a fare un'orbita completa attorno alla Terra e così pareggiare il conto con l'Impero del Male.
Lì dentro, in quel grandissimo ufficio ci sono uomini e una donna, tutti bianchi. Katherine è stata chiamata perché sa fare i conti come nessuno ma se la strada per le stelle è tortuosa e complicata, nulla a che vedere con i preconcetti e il becero razzismo di cui è vittima anche solo negli sguardi dei suoi colleghi, primo fra tutti il giovane Paul Stafford (Jim BigBangParsons), braccio destro di Harrison.
Katherine sopporta e resiste, ma alla fine esplode. Accusata di assenteismo dal capo in persona, grida esausta tutta la fatica di ogni giorno anche solo per andare alla toilette poiché quella dei negri è parecchio lontana. Il tappo salta. Katherine alza la voce. Non vuole nessun trattamento speciale, semplicemente vuole gli stessi diritti. Com'è possibile che in quella che viene spacciata la più grande democrazia del mondo la gente di colore subisca una simile discriminazione?
Anni '60. Il mondo degli Stati Uniti era in fermento. Alla Casa Bianca si era insediato il democratico John Kennedy. I diritti civili sono nell'agenda presidenziale ma la strada sarà ancora lunga e imbrattata di sangue. Martin Luther King così come molti attivisti dei diritti civili saranno eliminati, vedi anche il violento episodio nella contea di Neshoba poi raccontato da Alan Parker nel drammatico e grandioso Mississippi Burning – Le radici dell'odio (1987).
Il razzismo di allora così come quello moderno viene ridimensionato. Lo si confina nelle ideologie di una minoranza inoffensiva ma non è così. Ancora oggi, in alcuni stati dell'America del Nord, la drammatica piaga culturale del razzismo è tragicamente in forma smagliante. Film come 12 anni schiavo (2013, di Steve McQueen), The Butler (2013 di Lee Daniels), Selma(2014, di Ava DuVernay) fino al più recente Loving (2016, di Jeff Nichols), parlano tutti la stessa lingua. Quella della segregazione.
Il mondo cinema potrà anche ispirare e guadagnare le prime pagine per qualche giorno con le dichiarazioni dei suoi interpreti ma è il pensiero di una minoranza, non priva di contraddizioni. Agli Oscar 2016 fu polemica per l'assenza di candidati di colore, quest'anno, quasi sembrasse una sorta di ricompensa, c'è stato boom di nomination e premi vinti tra cui Miglior film e miglior sceneggiatura non originale (Moonlight), Miglior attore non protagonista (Mahershala Ali – Moonlight, questi presente anche nel film in recensione) e Miglior attrice non protagonista (Viola Davis – Barriere).
Lo stesso Il diritto di contare ha ricevuto tre nomination per il Miglior film, la Miglior attrice non protagonista (Octavia Spencer) e la Migliore sceneggiatura non originale (Theodore Melfi e Allison Schroeder). Ma più che la Spencer, sempre troppo confinata in certi ruoli, è stato assurdo non vedere nella cinquina della Miglior attrice protagonista Taraji P. Henson, personaggio ben più fuori dalle righe e priva di quella venatura di vittima-rabbiosa che al contrario contraddistingue troppo la sua collega.
Uscito nel giorno della festa della donna, mercoledì 8 marzo, il Circuito Cinema di Venezia ha prolungato la permanenza Il diritto di contare (2016, di Theodore Melfi) nella sala più grande (A) del Giorgione fino a mercoledì 22 marzo (escluso martedì 21) con la chicca della versione in lingua originale sottotitolata in italiana (orario spettacoli 16,30/19/ 21,30). Una ragione in più per entrare in sala e scoprire come tre donne ebbero la caparbietà e le capacità per sovvertire un ordine prestabilito.
Basato su una storia vera, Il diritto di contare spinge un po' sull'acceleratore della finzione sul fronte della discriminazione. Non che non ci fosse in quegli anni, anzi (era molto peggio), semplicemente all'interno della NASA non era così rigida come il regista faccia vedere sul grande schermo. La scena però di Al-Kevin Costner con accetta di mano (non svelo per cosa se non spoilero) fa bene al morale. Si davvero bene. Distribuito in Italia dalla 20th Century Fox, il titolo originale è Hidden Figures, molto più azzeccato della versione italiana.
Saranno in molti (spero) ad andare a vedere Il diritto di contare (2016, di Theodore Melfi) e di sicuro in mezzo al pubblico ci saranno anche persone che applaudiranno queste coraggiose donne salvo poi schifare "i loro negri personali" che oggi in Italia e in Europa sono gli immigrati, i cosiddetti clandestini, etc. Il cinema fa il suo dovere, le politiche e i movimenti civili molto meno, nascondendosi dietro proclami e manifestazioni i cui risultati sono lo zero assoluto.
Dalla Francia all'Olanda (al momento respinto), passando per Serbia, Ungheria e la nobile Italia, si sta cercando in tutti i modi di alzare i muri perché alla fine il solo razzismo da biasimare è quello degli altri. Oggi i negri emarginati affollano le periferie e le scuole. Forse qualcuno riuscirà a emergere ma dovendo sopportare quanto e soprattutto, perché? È la domanda che più mi angoscia: perché? Perché?
È sufficiente un credo religioso, un'ideologia politica, il colore della pelle o ancor più tristemente, un'appartenenza culturale-nazionale per discriminare e umiliare un essere umano? Si, è sempre stato così e lo è tutt'ora, tanto nell'Europa illuminista così come nel resto del mondo, Medio Oriente e Stati Uniti inclusi Oggi chi accusa di essere nazista ha in seno leggi che proibiscono di parlare di genocidio pena il carcere, e questo come lo vogliamo chiamare?
La storia non cambia perché il sistema di sfruttamento è lo stesso. Troppo facile sorridere per l'happy end delle tre matematiche afroamericane quando nel terzo millennio sono solo cambiati i volti degli ultimi e degli emarginati. Il diritto di contare (2016, di Theodore Melfi) è una pietra che dovrebbe colpire al cuore, la mente e le mani. Potremmo poi lasciare sanguinare il nostro corpo oppure sanarlo e schierarci al fianco di chi adesso non è in grado di difendersi. Possiamo unirci alla massa o reagire e cambiare il mondo per sempre.
Il trailer de Il diritto di contare
Il diritto di contare - Paul (Jim Parsons), Katherine (Taraji P. Henson) e Harrison (Kevin Costner)
Il diritto di contare - Katherine Johnson (Taraji P. Henson) in azione