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Visualizzazione post con etichetta Michael Fassbender. Mostra tutti i post
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giovedì 14 marzo 2024

Chi segna vince - Insieme con i sentimenti

Chi segna vince - Jaiyah (Kaimana) e coach Rongen (Michael Fassbender)

Il film sul calcio che tutti dovrebbero vedere. Chi segna vince (2023, di Taika Waititi). Storia vera con un incazzosissimo Michael Fassbender, coach della peggior squadra nazionale.

di Luca Ferrari

Scaricato. Arrabbiato. Ferito (ma nessuno lo sa). Thomas Rongen (Michael Fassbender) è un allenatore di calcio olandese, fresco di licenziamento dopo cinque anni passati a dirigere la squadra Under 20 della Nazionale statunitense. Complici anche i suoi modi poco ortodossi sul rettangolo di gioco, viene messo alla porta senza troppi convenevoli, o meglio viene mandato a guidare la squadra più perdente nella storia continentale, le Samoa Americane. Un'avventura che sa di punizione e allo stesso tempo di redenzione, come in realtà spera l'ex-moglie Gail (Elisabeth Moss), sempre se il bizzoso coach darà una possibilità ai suoi giocatori, e soprattutto a se stesso. L'obiettivo ha il sapore di una sfida impossibile: qualificarsi alla prossima edizione dei Mondiali. Tratto da una storia vera, è sbarcato su Disney+, Chi segna vince (2023 di Taika Waititi).

Gli inizi non sono per nulla promettenti, Rongen è nervoso e spazientito. Il materiale umano-calcistico è quello che è. Nonostante ciò, attorno a lui c'è sempre molta gentilezza e disponibilità, a cominciare dal suo vice, il mite Ace (David Fane) e lo stesso Presidente della Federazione, Tavita (Oscar Kightley), cui non interessa troppo vincere. O meglio, certo che gli piacerebbe, ma dopo l'umiliante 30-0 rimediato dall'Australia, si accontenterebbe se la sua squadra riuscisse a segnare almeno un goal in una gara ufficiale. Ed è questa la mission impossible cui è chiamato il celebre allenatore orange. A complicare una situazione già delicata, in principio, il ritorno in squadra di Jaiyah (Kaimana), giocatrice faʻafafine (né uomo né donna) con cui Rongen si sente in macho-imbarazzo, ma che col tempo diventerà il perno fondamentale della squadra, aiutando l'allenatore a reclutare quei giocatori che ormai non ne volevano più sapere di rappresentare l'umiliata Nazionale delle Samoa Americane.

Con una spruzzata di saggezza anni '80 (direttamente dal Maestro Miyagi di Karate Kid), l'uomo e la sfida diventano tutt'uno. Gli allenamenti si fanno seri e tutto ciò che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrato più assurdo di un sogno irrealizzabile, adesso è alla portata. Ma qualcosa ancora non va. A dispetto dell'impegno e della fatica, qualcosa non è ancora a fuoco. E ancora una volta Rongen darà ascolto ai propri demoni invece di voltare pagina e affrontare la vita diversamente. Così, inevitabilmente, ci sarà l'ennesima sfuriata davanti alle telecamere. Questa volta però, qualcuno andrà da lui e non sarà un amministratore delegato, né un dirigente né un arbitro. Verrà da lui "solamente" una persona, un amico sincero, e gli parlerà col cuore. Già, il cuore. Thomas capirà che deve cambiare qualcosa per ricominciare a vivere sul serio e il solo modo per farlo, è iniziare a dare ascolto ai propri sentimenti. Anche se si è in un campo da calcio e per di più in un momento cruciale di una partita cruciale.

Chi segna vince (2023, di Taika Waititi), finalmente un film sul calcio che non osanni questo sport in modo ossessivo, come il sopravvalutato Febbre a 90° (1997, di David Evans con protagonista Colin Firth nei panni di un maniacale tifoso della squadra inglese dell'Arsenal). Finalmente una storia sul mondo del calcio (vera) dove non c'è solo il pallone e/o la violenza dei tifosi, ma anche e soprattutto i sentimenti e l'identità, come quelle che nel mondo del pallone si nega a più riprese. A sentire certi "personaggetti", il calcio è l'unico sport al mondo dove ci sono esclusivamente giocatori etero. Chi segna vince è un film sul calcio che non è solo calcio, capace di raccontare qualcosa di più. Presente nella pellicola anche il regista Taika Waititi (Thor: Ragnarock, Thor: Love and Thunder, Jojo Rabbit) nei panni di un prete samoano peace & love.

Chi segna vince (2023) non ha l'ambizione di competere con film sul mondo del pallone come il bellissimo Il maledetto United (2009, di Tom Hooper), né possiede quella spensieratezza giovanile di Bend it like Beckham  (2002, di Gurinder Chadha). Gli atleti di Chi segna vince non sono calciatori professionisti. O meglio, lo sono ma non hanno certo gli stipendi a infiniti zeri degli omologhi europei. Fanno tutti altri lavori per campare, a cominciare dallo stesso Tavita che fa anche il cameraman per l'emittente locale, l'autista turistico e il cameriere. Chi segna vince è una parentesi nella complicata vita di coach Rogen e probabilmente, si spera, anche nelle nostre/vostre esistenze. Forse sarebbe dovuto chiamarsi, Chi GIOCA, vince perché la sensazione è proprio questa. Che i vincenti siano tutti i membri della Nazionale delle Samoa Americane. Agguerriti e pronti per cambiare una sentenza (sportiva) già scritta, ma allo stesso tempo decisi a farcela senza esasperazione e con una parola gentile per chi ci è accanto.

Un'ultima nota per il finale, con l'attualità dei veri giocatori su cosa stanno facendo nella vita nel presente più recente. Momento toccante, quando si scopre questo: "Jaiyah Saelua è stata la prima atleta apertamente transessuale a competere in una gara di qualificazione di Coppa del Mondo. Oggi è un'allenatrice di calcio pluripremiata e un'ambasciatrice FIFA per l'uguaglianza".

Chi segna vince, il trailer

Chi segna vince - il regista-prete samoano Taika Waititi
Chi segna vince - coach Rongen (Michael Fassbender) e il Presidente della Federazione Calcio
delle Samoa Americane, Tavita (Oscar Kightley)
Chi segna vince - Ace (David Fane) e coach Rongen (Michael Fassbender)
Chi segna vince - Jaiyah (Kaimana) e coach Rongen (Michael Fassbender)
Chi segna vince - coach Rongen (Michael Fassbender) e la squadra delle Samoa Americane
Chi segna vince - le Samoa Americane si preparano alla partita
Chi segna vince - il Presidente della Federazione Calcio delle Samoa Americane,
Tavita (Oscar Kightley)
Chi segna vince - un commosso e provato (Michael Fassbender)
Chi segna vince - la vera Jaiyah Saelua
Chi segna vince - coach Rongen (Michael Fassbender) e la sua squadra

giovedì 26 marzo 2020

cineluk brinda con Bastardi senza gloria

Bastardi senza gloria - il tenente Hicox (Michael Fassbender) e il maggiore Hellstrom (August Diehl)
Tre come i bicchieri ordinati. Tre come le dita mostrate senza pollice. Tre come gli anni compiuti per iniziare ad apprezzare Bastardi senza gloria (2009, di Quentin Tarantino).

di Luca Ferrari

I bastardi al servizio del tenente Aldo Raine (Brad Pitt) detto l'Apache sono a Parigi, pronti per mettere in atto l'uccisione di Adolf Hitler e l'alto comando nazista. A loro intanto, si è unito il collegamento dei Servizi Segreti britannici, tenente Archie Hicox (Michael Fassbender). Insieme al tenente Hugo Stiglitz (Til Schweiger) e il caporale Wilhem Wicki (Gedeon Burkhard) si sono appena incontrati con la spia infiltrata, l'attrice Bridget Von Hammersmark (Diane Kruger) per mettere in atto il piano. Nel luogo prescelto però, un imprevisto delle SS è lì nascosto e in agguato.

Complice l'accento poco riconoscibile di Hicox che poi spiega provenire dal Piz Palü, il maggiore delle SS, Dieter Hellstrom (August Diehl), si avvicina al tavolo, minaccioso e insospettito. In principio sta al gioco ma la puzza di spia è forte e per quanto il suddito di Sua Maestà sia un esperto della cultura tedesca, scivola sulla classica buccia di banana e ordina tre bicchieri di scotch con indice, medio e l'anulare al posto del pollice. Un dettaglio che non sfugge a Hellstrom. E non basta alzare la voce per brindare a mille anni di Reich tedesco per celarsi, la copertura è saltata e ciò che sta per succedere, è un pezzo di storia della settima arte.

Anche cineluk intanto fa il suo brindisi. Non ovviamente al Reich, ma a qualcuno di speciale. 


Bastardi senza gloria, la scena del bar

Bastardi senza gloria - il maggiore delle SS, Dieter Hellstrom (August Diehl)

sabato 4 maggio 2019

Steve Jobs, gli artisti guidano

Steve Jobs (Michael Fassbender)
“Gli artisti guidano, le mezze tacche vanno ad alzata di mano”, così disse un imbufalito Steve Jobs (Michael Fassbener) sfidando l'intero Consiglio di Amministrazione della Apple, da lui fondata, e il loro CEO John Sculley (Jeff Daniels), pronti a scaricarlo. E' stato davvero il Leonardo da Vinci dell'informatica Steve Jobs? Non ha importanza, in un'epoca dominata dai tutologi e un presente sempre più stupido e ignorante, fanculo loro.

Steve Jobs (2015, di Danny Boyle).

martedì 17 ottobre 2017

Michael e Alicia, dovevate sposare noi

(da sx) Luca Ferrari, Desiree Sigurtà, Michael Fassbender e Alicia Vikander
Alicia Vikander e Michael Fassbender si sono sposati. Un autentico affronto al duo indie-rock Finalmente Melissa, Desiree Sigurtà e Luca Ferrari. Nelle loro menti (distorte e malate) infatti, avrebbero dovuto sposare loro.

di Luca Ferrari

Quei due l'hanno combinata davvero grossa. La premio Oscar Alicia Vikander e Michael Fassbender si erano presentati ai riflettori della 73° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia come neo-coppia per l'anteprima del sottovalutato La luce sugli oceani (2016, di Derek Cianfrance). L'amore è proseguito fino alle nozze celebratesi il 13 ottobre scorso. Felicitazioni da parte di tutti, o quasi. A storcere il naso il duo indie-rock dei Finalmente Melissa. Il loro addetto stampa ha parlato di un clima inimmaginabile.

Leader della band, la milanese Desiree Sigurtà in più di una occasione aveva dichiarato di essere alla ricerca di un vero uomo di classe e Michael Fassbender sembrava essere la persona giusta, senza che questi però la degnasse di alcuna attenzione. Inviato stampa a Venezia73, il veneziano Luca Ferrari, dal torbido passato sentimentale, aveva provato ad avvicinare la fanciulla ricevendo in cambio minacce dall'intero staff dell'Actv (è sempre colpa loro, ndr). Ora, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Desiree e Luca non ci stanno proprio. Parafrasando il loro collega Alessandro Manzoni, “questo matrimonio non ha s'ha da proseguire”.

La storia dei Finalmente Melissa è avvolta nel mistero. Considerati da molti il perfetto incidente tra Sonic Youth e Stone Gossard, nonostante la band debba ancora produrre il primo album e non abbia all'attivo alcuna presenza live, gode di un incredibile seguito (la loro pagina Facebook ha ben 17 followers!”). Tutto quello che si sa dei due artisti è che sono anche giornalisti. In esclusiva sono stati raggiunti da “cineluk – il cinema come non lo avete mai letto”. Preparatevi dunque a leggere questa incredibile e stucchevole doppia intervista.

  • Perché Michael/Alicia avrebbe dovuto sposare te? 
D.S Innanzitutto, per istinto di conservazione della specie. Non tanto quella umana, quanto quella dei portatori di capelli rossi. Inoltre, avendo lui interpretato film a tema musicale (c’è Song to Song, ma soprattutto Frank), e facendo io parte di una band, e avendo partecipato al compleanno di Noel Gallagher, abbiamo molto più cose in comune di quanto potrebbe pensare. E poi perché io sono io. Anche se sono forse meno graziosa di James McAvoy.
L.F Sono un poeta. Ho scritto più di 12.000 poesie fino a ora. Che volete di più nella vita? Volete mettere poi "lo spasso" portare il sottoscritto, notoriamente asociale e inviso alle public relations, a eventi e anteprime? Ogni volta sarebbe un'avventura... specie per gli altri.

  • Perché Michael/Alicia non avrebbe dovuto sposare Alicia/Michael? 
D.S Perché lei è lei? Troppo facile.
L.F All'inizio può sembrare più facile e galvanizzante, ma alla fine la gente che fa lo stesso mestiere entra in un circolo vizioso di noia e condivisione estrema. Io invece sono una mina vagante.

  • Dove lo/l'avresti portato/a al primo appuntamento? 
D.S Prima in un non luogo. Una lunga camminata, perfetta per fare un po’ di psicanalisi alla Jung (che preferisco a Freud. Infatti chi interpretava lui in A Dangerous Method? Esatto). Poi, dopo ore di chiacchiere, birra e freccette (ma anche biliardo), in un pub.
L.F Dipenda dalla città, ma in linea di massima in un posto tranquillo e affacciato sul mare. Dato il mio ego sconfinato, avrei parlato soprattutto io. Tanto di lei so già su tutto con "Uikipedia". Scherzo, avrei fatto tesoro di tutto il mio assurdo passato, e l'avrei conquistata con ironia e il mio noto amore per l'acqua di rubinetto e il chinotto con limone (senza ghiaccio).

  • Dove vi sareste sposati?
D.S Non ci saremmo sposati. Non saremmo stati così borghesi. Ok, matrimonio civile probabilmente in una piccola città. Che non avrei voluto blindata.
L.F Adoro la Scandinavia. Ho girato per lavoro in Norvegia, Svezia e Finlandia. Ho fatto un reportage di viaggio anche a Goteborg, città natale di Alicia. Tutti gli scenari possibili mi garbano. Foreste, fiordi, laghi. Natura comunque. Se la fanciulla avesse gradito la sua terra natale, carta bianca per scegliere il posto.

  • Cerimonia grande o per pochi intimi? 
D.S Quante casse di birra servono per 30 amici strettissimi?
L.F Pochi intimi assolutamente. Lo ribadisco, sono abbastanza (…) avverso agli esseri umani (e io a loro). Poi la tensione pre-nuziale non l'avrei retta, in più non ho simpatia per l'alcol, il che complica le cose. Diciamo i due testimoni e stop. Però presumo avrei dovuto concedere qualcosa in più ad Alicia.

  • Dove sareste andati in luna di miele? 
D.S Galles. Ci sono un sacco di gingerheads.
L.F Siamo entrambi del Nord, ergo un posto caldo (ma non umido) sarebbe stato l'ideale, tanto per cambiare aria. Riflettendoci bene però, l'Islanda è da sempre una delle mie mete predilette che ancora aspetto di visitare..

  • Qual è il miglior film di Michael/Alicia?
D.S  Inglorious bastards (come ci chiameremmo nell’intimità)-
L.F L'ho molto apprezzata in Il quinto potere (2013, di Bill Condon), sulla controversa figura di Julian Assange. A Royal AffairOperazione UNCLE e The Danish Girl mi sono garbati assai ma ovviamente attendo con estrema curiosità di vederla in Tomb Raider (2018).

  • Che cosa dovrà assolutamente cambiare una volta sposati? 
D.S “James, questa  è l’ultima volta che mi sveglio la mattina e ti trovo in pigiama in cucina”.
L.F Non sono così presuntuoso da pensare che la fanciulla cambi per me, per lo meno ufficialmente. Le donne sono già perfette così come sono, Alicia in particolare. Ah, ovviamente stando insieme a me imparerà da sola l'arte della tolleranza e la pazienza. In caso contrario credo mi ucciderà, e che speranze posso avere contro "Lara Croft"?

  • Che cosa pensi di dover cambiare per essere la sua compagna di vita per sempre?
D.S Non potrò più fare tour lunghi coi Finalmente Melissa 😞
L.F Non sbuffare in modo palese quando ho sonno e/o mi viene fame. Diciamo che in codeste situazioni posso diventare dispettoso, fastidioso e usando le parole di Desiree stessa, “ignobile”.

  • Avresti inviato Luca e Alicia/Desiree e Michael al vostro matrimonio (si o no,  perché) ? 
D.S Sì, perché così lei rosicherebbe.
L.F Che si fottano tutti e due! Se si avvicinano nel raggio di 10 miglia li prendo a cannonate! Lei è una piantagrane, e lui doveva vincere l'Oscar come Steve Jobs. Mi ha profondamente deluso. Si vergogni!

La luce sugli oceani - Tom (Michael Fassbender) e Isabel (Alicia Vikander
Luca Ferrari e Desiree Sigurtà

mercoledì 8 marzo 2017

Lo luce sugli oceani, lo strazio dell'amore

La luce sugli oceani - Tom (Michael Fassbender) e la moglie Isabel (Alicia Vikander)
I sentimenti di un uomo e una donna sferzati dalla vita, le onde e la solitudine. Presentato in concorso a Venezia73, esce oggi La luce sugli oceani (2016, di Dereck Cianfrance).

di Luca Ferrari

Il vento soffia spietato. Il faro illumina l'oscurità. Un uomo ha visto troppo orrore per mano umana e adesso non ne vuole più sapore. La forza dell'amore però è capace di lenire le ferite più atroci e mutare il corso degli eventi. Così, anche le creature con più silenzi e cicatrici saranno un giorno capaci di aprirsi ancora e guardare alla luce di nuova vita. Adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo (2012) di M.L. Stedman e presentato in concorso a Venezia73, sbarca oggi sul grande schermo La luce sugli oceani  (2016, di Dereck Cianfrance).

Sopravvissuto agli orrori della I Guerra Mondiale, Tom Sherbourne (Michael Fassbender) è deciso ad accettare l'isolato incarico di guardiano del faro in un isolotto disabitato dell'Australia occidentale. Non ci sarà nessuno a parte lui. Arrivato all'ultimo avamposto civile, prima di imbarcarsi, fa la conoscenza di  Isabel Graysmark (Alicia Vikander). Il feeling è immediato e la giovane donna inizia una corrispondenza epistolare con lui fino all'epilogo più dolce delle nozze, trasferendosi dunque in questo mondo a parte.

Tom e Isabel sono innamorati. Il desiderio di un figlio è forte ma qualcosa non va mai per il verso giusto. Anche quando la gravidanza pare procedere, il finale è sempre lo stesso. Isabel è distrutta e l'assenza di una qualsiasi anima con cui confrontarsi e parlare, a parte il marito, non la aiuta di certo. Poi un giorno, sull'isoletta si arena una barca. C'è un uomo morente e una neonata. L'amore e la disperazione spingono la coppia ad adottarla, facendo finta che sia figlia loro. E se qualcuno lo dovesse scoprire?

Isabel non ci vuole neanche pensare ma Tom inizia a indagare fino a scoprire chi sia la vera madre della “loro” bambina, ossia Hannah Roennfeldt (Rachel Weisz). Cosa fare a questo punto? La gioia di una è il dramma per l'altra. Tom è un ex-soldato. È abituato ad agire ligio seguendo gli ordini. Tom sa bene che se la verità dovesse venire a galla, per Isabel sarebbe uno strazio insopportabile e pure la bambina, che cosa le succederebbe? Ormai gli anni sono passati e sono lui e Isabel i suoi genitori.

Trattato con eccessiva superficialità da pubblico e stampa alla 73° edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, La luce sugli oceani racconta il dramma di due anime, senza cedimenti alla rabbia ma fondendosi nell'amore più totale. A tratti Macbethiano, Michael Fassbender (Bastardi senza gloria, Shame, Steve Jobs) regala l’ennesima sontuosa interpretazione, sostenuto nello strazio dalla sua compagna di set (e pure nella vita) Alicia Vikander, premio Oscar 2016 come Miglior attrice non protagonista in The Danish Girl (2015), anch'esso presentato in laguna.

Nel solco del dramma, non è da meno Rachel Weisz (Il grande e potente Oz, Youth - La giovinezza, La verità negata). Londinese classe 1970 e premio Oscar come Miglior attrice non protagonista 2006 per l'interpretazione in The Constant Gardener – La cospirazione, il suo ruolo è quello “quasi” della cattiva, che vuole riavere sua figlia da chi gliel'ha salvata/strappata. Lei è la madre legittima della bambina. La piccola era abituata ad essere chiamata Lucy, ma il suo vero nome è Grace Roennfeldt. Un dramma nel dramma. Un dolore nel dolore. Saltano gli equilibri. Tutti. L'amore si coagula. La sofferenza colpisce in totale anarchia.

Cast impeccabile per una storia non facile da raccontare dove ogni scelta diventa una spina nell'esistenza di un altro. Come in guerra, la linea tra il giusto e sbagliato si dipana fino a scomparire. Ci sono solo esseri umani che sopraffatti dal proprio vissuto, cercano la pace e lottano con i denti (e le lacrime) perché nessuno gliela porti via. La luce sugli oceani (2016, di Dereck Cianfrance).
parla di scelte impossibili che alla fine bisogna fare. Qualcuno soffrirà più degli altri. Qualcun altro subirà le decisioni altrui.

Metafora di un mondo che non vuole più concedere spazio alla solitudine né all'amore più intenso e sofferto, un uomo e una donna scelgono il proprio destino. Non c'è nessuno al loro fianco. Le braccia robuste di Tom, il cuore caldo di Isabel. Loro due sotto il peso di una gelida pioggia che li percuote. Non c'è altro. Parafrasando la poetica I am mine della rock band americana Pearl Jam, “L'oceano è pieno perché tutti stanno piangendo/ La luna piena chiama a gran voce l'alta marea e i sentimenti/ Il dolore aumenta quando il dolore non viene lenito/ Voglio solo i nostri cuori/ Noi siamo qui”.

Il trailer de La luce sugli oceani

La luce sugli oceani - Isabel Sherbourne (Alicia Vikander) e la piccola Lucy (Florence Clery)

venerdì 2 settembre 2016

Le stelle di Venezia 73

Michael Fassbender & Alicia Vikander (sx) – Emma Stone (dx) © Federico Roiter
Le star del cinema a "colloquio" con l'obiettivo del fotografo Federico Roiter. Sono passati appena pochi giorni dall'inizio di Venezia 73 ma è già tutto un flash.

di Luca Ferrari

La “principessa” Emma Stone, stella danzerina di La La Land. Gl’innamorati Alica & Michael, coppia anche nel film The Light between Oceans di Derek Cianfrance. Il giovane cast di L’estate addosso, nuovo film di Gabriele Muccino. L’arrivo del Leone d’oro alla carriera 2016 Jerzy Skolimovski. La statuaria Bianca Balti. Sono solo alcuni dei principali protagonisti di Venezia 73 immortalati dal fotografo Federico Roiter.

Si è quasi conclusa la prima settimana della 73° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (31 agosto – 10 settembre) e mentre la mia mente inizia già a sentire la nostalgia per quando sarà finita e la mia penna infaticabile annota e scrive per il settimanale internazionale L’Italo-Americano, vediamo un po’ cosa e chi ha scovato il mio fedele uomo-obiettivo.

La copertina non può che essere per lei, Emma Stone, brillante protagonista della commedia musical La La Land (di Damien Chazelle). Vederla salire sul red carpet con un simile vestito è stato come assistere all’incoronazione di una reale. Non sono stati da meno la nuova coppia d’oro di Hollywood, Alicia Vikander, premio Oscar per The Danish Girl (film presentato a Venezia l’anno passato), e Michael Steve JobsFassbender.

Tra gli altri protagonisti, il simpatico Kim Rossi Stuart, sbarcato in laguna per presentare la sua seconda opera Tommaso (sez. Fuori Concorso) e il celeberrimo regista Wim Wenders, in gara con Les Beaux Jours D’Aranjuez (3D). Chiusura per i due “primi uomini del Festival”, il direttore Alberto Barbera e il presidente de La Biennale, Paolo Baratta. E uno sguardo sulla folla trepidante in attesa delle star. E ora, si può tornare in sala.

Emma Stone sul red carpet © Federico Roiter
Jeremy Irons firma autografi © Federico Roiter
Il regista Kim Rossi Stuart © Federico Roiter
Il leone d’oro alla carriera Jerzy Skolimovski © Federico Roiter
Matilda Lutz e Taylor Frey (L’estate addosso) © Federico Roiter
Gabriele Muccino e il cast di L’estate addosso © Federico Roiter
Bianca Balti e il regista Wim Wenders © Federico Roiter
Il regista Kim Ki Duck © Federico Roiter
Paolo Baratta e Alberto Barbera © Federico Roiter
Il pubblico attende le star sul red carpet © Federico Roiter

venerdì 20 maggio 2016

X-Men, i mutanti lottano per la pace

X-Men Apocalisse - il potente primo mutante En Sabah Nur (Oscar Isaac)
Uniti si può cambiare il mondo nel nome di un’esistenza pacifica. L’alternativa è l’Apocalisse, per gli X-Men (2016, di Bryan Singer) e per gli esseri umani.

di Luca Ferrari

Ancora una volta il potere di uno vuole tutti schiavi. La storia non cambia mai. Le dittature cadono. Anche il potere più becero un giorno si sbriciolerà. Almeno questa è la speranza. Almeno questa è la possibilità finché esisteranno uomini, donne ed esseri mutanti capaci di credere prima, e agire poi, uniti. Mettendo da parte le differenze di facciata. Siamo diversi. Tutti. Ed è questo il bello di tutti noi. Terzo e ultimo capitolo della seconda trilogia del genere, X-Men – Apocalisse (2016, di Bryan Singer).

En Sabah Nur (Oscar Isaac), il primo mutante della Storia è tornato ed è pronto a fare piazza pulita di tutto e tutti. Gli unici che intende risparmiare sono i suoi simili più potenti. Coloro che si alleeranno con lui. E se gli altri non sono d’accordo, peggio per loro. L’umanità ha fatto il suo tempo. Questa razza umana figlia di leader deboli e collezionisti di armi di distruzione di massa deve far posto ha una nuova era.

Inizia così l’ultimo capitolo della seconda trilogia dedicata ai mutanti (prima in ordine temporale). Scampato il pericolo di un futuro letale, Charles Xavier (James McAvoy) è di nuovo a dirigere la scuola speciale, aiutato dal fido Hank McCoy (Nicholas Hoult). Raven (Jennifer Lawrence) intanto, smesse le sembianze di Mystica, si da alla liberazione di altri suoi simili usati come bestie da circo. Anche il fu Magneto, Erik Lehnsherr (Michael Fassbender) ha provvisoriamente messo da parte i propri poteri per condurre un’esistenza normale e soprattutto lontana.

Tutto cambia quando quest’ultimo per salvare un uomo, rivela le proprie doti e il corso degli eventi farà si che torni a essere dominato dall’odio e la vendetta verso gli umani. È allora che si alleerà con l’invulnerabile En Sabah Nur, formando lo squadrone dei quattro cavalieri dell’Apocalisse insieme a Ororo-Tempesta (Alexandra Shipp), Betsy-Psylocke (Olivia Munn) e Warren-Angelo (Ben Hardy).

Nuovi promettenti X-Men buoni intanto stanno studiando per diventare grandi. Tra di essi, Scott Summers (Tye Sheridan), fratello di Alex, e soprattutto Jean Grey (Sophie Turner), dal potere fortissimo ma al momento ancora incapace di reggerne il peso. A questi si aggiunge il fuggitivo (via Raven) Kurt Wagner (Kodi Smit-McPhee), detto Nightcrawler. Al loro fianco c’è anche l’indomita agente dell’FBI Moira MacTaggert (Rose Byrne), del cui passato al fianco di Xavier, non ricorda nulla.

È solo questione di tempo (poco). En Sabah Nur ha in mente lo sterminio di massa. La razza umana non ha i mezzi per reggere una simile onda di distruzione. Tutte le speranze sono affidate al telepate Xavier e i suoi giovani aiutanti. Non c’è spazio per il dialogo. C’è solo la decisione di un essere che si erge a dio sovrano del mondo. Chiunque al suo cospetto è chiamato a prendere una decisione. Tradire il padre originale o rifiutare quel mondo fatto di imperfezioni.

A distanza di un paio di settimane dall’uscita di Captain America: Civil War, la Marvel torna sul grande schermo con un altro prodotto. La differenza c’è e si vede. Se l’aramda dei supereroi appare più un prodotto da mero entertainment salvo qualche rarissima eccezione, la saga dei mutanti è differente. Una cinematografia più ricercata, e diretta da personaggi più all’altezza. Una cinematografia che non cerca il sensazionalismo ma attinge al campionario di emozioni umane per lasciare una traccia.

Anche se non c’è la guerra, non c’è la pace” dice un Eric sempre più amareggiato. Come non vedere similitudini nella nostra vita? Non parlo del facile terrorismo, mostro impazzito su cui tutti dovrebbero prendersi le proprie responsabilità per averlo creato, parlo della vita quotidiana dove flotte di famiglie sono alla canna del gas e l’economia delle banche stritola milioni di persone, senza poi manco pagare le conseguenze come ha ben raccontato l’eccellente La grande scommessa (2015, di Adam McKay). Magari questa non è una guerra, ma di sicuro sta gettando le basi per crearne di future.

Dopo la superlativa prova nel biopic Steve Jobs (2015, di Danny Boyle) e la trasposizione Shakespeariana del Macbeth al fianco della premio Oscar Marion Cotillard, l’irlandese Michael Fassbender (Hunger, A Dangerous Method, 12 anni schiavo) offre un’ulteriore prova delle sue capacità attoriali. Le lacrime che gli colano sul viso irsuto sono l’anticamera di una vendetta. Una strada pericolosa e letale cui sono l’amore della sua famiglia adottiva dei mutanti potrà sedare.

Se Fassbender svetta a livello recitativo, il personaggio cruciale è Raven-Mystica. È cresciuta. È decisa. È pronta a sacrificarsi. Tocca a lei fare la mamma chioccia alle nuove leve. È la sola che in principio riesce ad avvicinarsi a Magneto senza scatenare le sue potenti reazioni. È la sola che ha il coraggio di guardarlo fisso negli occhi e dirgli le sue intenzioni: andrò a combattere per quello che mi resta, e tu?

E poi c’è lei, Jean. Il suo potere era già noto nella trilogia adulta dove era interpretata da Famke Janssen, questa volta tocca alla giovane Sophie Turner. È fragile ma non si sottrae a ciò che è. Ha le stesse capacità mentali di Xavier ma ancora più accentuate. Non cercare di controllare il tuo potere, accettatelo! le viene suggerito. Se En Sabah Nur scatenerà l’Apocalisse sulla Terra, le sue doti avranno l’occasione di dimostrare ciò che è veramente.

I film sugli X-Men sono soprattutto dei mondi sulle diversità. Ai tempi del primo album dei Nirvana, Bleach (1989), ricordo ancora una buffa dichiarazione del cantante-chitarrista Kurt Cobain che parlando di sé e gli altri membri del gruppo si paragonava a dei mutanti per come erano e si sentivano (alienati). Non essendo mai stato (né lo sono ora) un appassionato di fumetti, all’epoca non avevo idea a cosa si stesse riferendo però quella frase mi rimase impressa.

Adesso ne capisco il significato. Gli X-Men sono una minoranza emarginata, e come tale viene vista con sospetto e spesso discriminazione. C’è chi reagisce tendendo comunque la mano e chi sposa la linea o con me o contro di me. In questo i mutanti sono uguali agli esseri umani, e la soluzione, se vogliamo evitare le tante piccole apocalissi del genere umano, è il dialogo. Oggi e per sempre.

Guarda il trailer di X-Men - Apocalisse

X-Men Apocalisse - (da sx) Raven (Jennifer Lawrence), Moira MacTaggert (Rose Byrne),
Charles Xavier (James McAvoy), Alex Summers (Lucas Till) e Hank McCoy (Nicholas Hoult)
X-Men Apocalisse - Tempesta (Alexandra Shipp), En Sabah Nur (Oscar Isaac) e Psylocke (Olivia Munn)
X-Men Apocalisse - Jean (Sophie Turner), Nightcrawler (Kodi Smit-McPhee) e Scott (Tye Sheridan)

venerdì 29 gennaio 2016

Steve Jobs, cinema allo stato puro

Steve Jobs interpretato da un grandioso Michael Fassbender 
Il grande, grandissimo cinema è tornato. I dialoghi. Le parole. La sceneggiatura. Gli interpreti. Steve Jobs (2015, di Danny Boyle). 

di Luca Ferrari

Il lancio del Macintosh nel 1984. I difficili rapporti umani con lo storico collega Steve Wozniack e la figlia non riconosciuta. Il ritorno del geniale informatico come CEO di NeXT. Lì nel mezzo, un uomo affamato di grandezza ma vulnerabile come un qualsiasi altro comune mortale. Basato sull’omonima biografia autorizzata (2011) scritta da Walter Isaacson, a distanza di neanche tre anni da un altro biopic sul co-fondatore della Apple, è uscito giovedì 21 gennaio Steve Jobs (di Danny Boyle).

Tre atti come in una pièce teatrale. Tre atti per immortalare su pellicola il guru informatico Steve Jobs (Michael Fassbender). Dirimpettai del suo genio e brama di creazione, Steve Wozniak (Seth Rogen), co-fondatore della Apple e creatore dell'Apple I e della serie Apple II; la fedele capo-ufficio stampa Joanna Hoffman (Kate Winslet) e l’amministratore delegato della Apple, John Sculley (Jeff Daniels). Con loro Jobs si scontra e confronta. Nei loro dialoghi le convinzioni di un uomo che ha cambiato il mondo sociale molto prima dell’avvento dei social network.

Lavoro, lavoro e tanto lavoro. Il Jobs di Danny Boyle non ammette lo sbaglio. Ha un’idea del mondo e quello vuole rappresentare. Tutti gli altri si devono sintonizzare con lui e se ciò non dovesse accadere, non ha problemi a paventargli la pubblica gogna come nel caso del “povero” ingegnere Andy Hertzfeld (Michael Stuhlbarg), il cui peccato consiste nel non riuscire a far dire ciao al Macintosh durante la presentazione.

Steve è un orfano. Non gl’interessa piacere a tutti. Il meglio di sé lo vuole creare e donarlo (a un prezzo cospicuo, cosa che gli costerà più di un fallimento professionale) al mondo intero. Insieme all’amico Woz ha creato tutto da un garage e non accetta che i tanti Ringo comprimari gli possano sottrarre ciò che è frutto del suo "Lennoniano" ingegno. "Gli artisti guidano, i mediocri vanno ad alzata di mano" ringhia messo al muro da quel Consiglio d'Amministrazione che ha la pretesa di dirgli come gestire ciò che lui ha creato.

È un dolore (nascosto) il mancato riconoscimento della figlia Lisa, la cui madre Chrisanne (Katherine Waterston) viene ridicolizzata sulle pagine di Time Magazine, mettendo in dubbio la fedeltà di rapporti. E se Jobs insiste a volere creare il futuro è la materna a farlo mettere in ascolto del proprio cuore, "Quello che produci non dovrebbe essere la parte migliore di te, è quando sei padre. Quella dovrebbe essere la tua parte migliore".

Se dal Jobs (2013) di Joshua Michael Stern ne usciva un ritratto contraddittorio con un Aston Kutcher più adolescente rabbioso che non complesso uomo d’affari, Boyle non gioca a fare lo psicologo con la vita di Steve Jobs. Danny Boyle sa bene chi ha davanti e nessun uomo è perfetto, Steve incluso. Il ritratto che ne esce non lascia spazio a commiserazione o esaltazione. Lui è Steve Jobs, take it or leave it! Prendere o lasciare.

Nell’ultima delle tre presentazioni Steve
offre un tributo ad Alan Turing, l’uomo che “ha vinto la II Guerra Mondiale da solo” come dice lui stesso. Un uomo spinto al suicidio dal Governo (Britannico) in seguito a un’infamante punizione ormonale a causa della propria omosessualità. Quell’uomo cui Benedict Cumberbatch ha dato memoria imperitura con una sontuosa interpretazione in The Imitation Game (2014, di Morten Tyldum).

Ma ciò che letteralmente esplode più di tutto nel film sono i dialoghi. I face to face. Jobs-Wozniack, Jobs-Joanna e Jobs-Sculley. Scontri. Incontri. Esce tutto. Esce l’uomo, qualche accenno di debolezza. Esce la volontà. Non ci sono luci. Non ci sono digiuni forzati. Michael Fassbender, Kate Winslet e Jeff Daniels si superano. “Senza buone sceneggiature alla base è impossibile fare grandi film” ha raccontato lo sceneggiatore del film, Aaron Sorkin al mensile Ciak, nell’intervista realizzata dal collega Andrea Morandi (numero gennaio 2016).

Vincitore di due Golden Globes per la Miglior sceneggiatura a Sorkin e per la Miglior attrice non protagonista a Kate Winslet, Steve Jobs è atteso anche ai prossimi premi BAFTA (Londra, 14 febbraio) dove è candidato per il Miglior attore protagonista (Fassbender), Miglior Attrice non protagonista (Winslet) e Miglior sceneggiatura non originale (Sorkin). Due sole le nomination agli Oscar (Los Angeles, 28 febbraio), ancora per Michael e Kate.

Mai stato un devoto di Jobs. Non ho un iPad né iPhone. Ho solo avuto un Mac portatile che mi si è bruciato in un anno ma dopo questo film il mio approccio verso il geniaccio di Cupertino non sarà più lo stesso. Merito di un grande sceneggiatore in primis. E a dispetto degli ormai noti tentativi della sig.ra Lauren Powell Jobs di persuadere chiunque a non interpretare-dirigere-scrivere questa pelllicola, io sono la prova vivente che qualunque idea avessi di suo marito prima di ieri, oggi è decisamente migliorata.

E il finale è tutto per il già citato Ciak, con il cui account Instagram ho dialogato prima e alla fine della visione di Steve Jobs. Un confronto che mi ha regalato l’ispirazione per il titolo (vedi ultima foto, ndr). Perché si, questo è davvero un grande film dove le persone e le loro parole sono gli indiscussi protagonisti. Che se lo culli pure l'Oscar se mai lo vincerà DiCaprio con l'egocentrico Revenant, tra cent’anni saremo ancora qui a parlare di Steve Jobs e dell'interpretazione di Michael Fassbender.

Il trailer di Steve Jobs

Steve Jobs - Wozniack (Seth Rogen) e Jobs (Michael Fassbender
Steve Jobs - Joanna Hoffman (Kate Winslet
Steve Jobs - Jobs (Michael Fassbender) a colloquio con John Sculley (Jeff Daniels)
Steve Jobs (2015, di Danny Boyle) e la mia conversazione via Instagram con Ciak

venerdì 14 marzo 2014

Le atroci frustate di 12 anni schiavo

12 anni schiavo - l'atroce fustigazione di Patsey (Lupita Nyong’o)
Frustate. Torture. Impiccagioni. Questo è lo schiavismo. Dall’omonima biografia di Solomon Northup, il drammatico 12 anni schiavo (di Steve McQueen).

di Luca Ferrari

Crudele. Intenso. Spietato. Reale. Educatore. A ragione, pluri-premiato. Vincitore di tre premi Oscar come Miglior film, Miglior sceneggiatura non originale (a John Ridley) e Migliore attrice non protagonista (Lupita Nyong’o). Tratto dall’omonima biografia di Solomon Northup, 12 anni schiavo (2013). A dispetto di un certo ridimensionamento del libro (ancor più feroce), il regista inglese Steve McQueen (Hunger, Shame) racconta lo schiavismo negli Stati Uniti di metà ‘800 prima della Guerra di Secessione.

È stata la mia prima volta, lo ammetto. È stata la prima volta che mi sono dovuto imporre di andare al cinema perché ne avrei fatto volentieri a meno, ma non perché ritenessi 12 anni schiavo un film poco interessante, anzi. Ma per la violenza che sapevo esserci dentro. Per quella violenza reale e per niente cinematografica. La peggiore. Quella accaduta e ancor oggi troppo ignorata. E a dispetto delle 37 candeline già archiviate, temevo non di riuscire a sopportarne la visione. Alla fine sono andato, ho guardato e sono uscito ammutolito dalla sala 3 del cinema Rossini di Venezia come una sola volta in precedenza mi era accaduto, per Hotel Rwanda (2004, di Terry George).

Salomone Northup (Chiwetel Ejiofor) è un uomo libero. È un rispettato musicista. Ha una moglie e due figli. Vive a Saratoga (NY). Allettato da una proposta di lavoro,  cade nell’inganno di due mercanti di schiavi. Da vestiti di sartoria si ritrova in una cella incatenato e trattato peggio di una bestia. Emblematiche le prime orribili bastonate. Danno proprio l’idea della meschinità e dell’odio. Della sottomissione imposta con la forza più vigliaccamente bruta, un uomo armato di pagaia e gatto a nove code contro un uomo legato.

Il negriero colpisce e infierisce finché Solomon non ammetterà di non essere un uomo libero ma uno schiavo fuggitivo di nome Plat. Da angoscia pura l’urlo disperato di Solomon, più che ancora per la sofferenza delle percosse,  quando la ripresa sale dalla sua prigionia e lo si vede sepolto nella periferia abbandonata. Nessuno lo può sentire. Nessuno lo può aiutare.

Inizia il viaggio nell’orrore della schiavitù. Dalla compravendita del mercante di schiavi Theophilus Freeman (Paul Giamatti), al primo padrone, il buono William Ford (Benedict Cumberbatch). Ma se con questi s’instaura un rapporto di fiducia e senza frusta, non si può dire lo stesso con il giovane e spietato John Tibeats (Paul Dano), a guardia degli schiavi, che dopo uno scontro con Solomon, arriva quasi a impiccarlo impunemente.

Nonostante quest’ultimo venga salvato in extremis dal custode della piantagione, viene comunque lasciato per punizione al limite della sopravvivenza con la corda strette al collo fino a quando, dopo una giornata intera, non rientra il sig. Ford che si, lo libera ma non se lo vuole nemmeno più tenere. E così “ponzianamente pilato”, lo vende a Edwin Epps (Michael Fassbender), un feroce proprietario terriero “spezza-negri”.

Epps è spietato. Se i suoi schiavi non raccolgono abbastanza cotone o comunque meno del giorno precedente, vengono sistematicamente frustati. Beve. Ogni volta che può abusa sessualmente della schiava Patsey (Lupita Nyong’o). Quando vuole, li fa ballare come scimmie ammaestrate. È però succube della moglie Mary (Sarah Paulson) che ovviamente odia la giovane nera su cui il marito riversa le proprie attenzioni.

E così si arriva alla scena più atroce del film. Se fino a quel punto il mio livello di sensibilità ancora reggeva, tant’è che dentro di me mi ripetevo nella mente (mi aspettavo peggio), tutto ciò svanisce dinnanzi alla spietata fustigazione di Patsey, “colpevole” di essersi recata nella piantagione vicina per avere un misero pezzo di sapone per lavarsi visto che Mary Epps non le dava nemmeno quello.

La signora Epps è crudele oltre ogni limite. Incita il marito con le parole “uccidila di frustate” e lui è talmente vigliacco da ordinare a Solomon di colpirla al suo posto per dargli ancor più soddisfazione. Inizia la tortura. Legata al palo, Patsey urla disperata ma non può scappare. La frusta la ferisce. Le spacca la pelle. Le apre squarci nella schiena. Il sangue raggrumato le gonfia il corpo maciullato. E quando finalmente la foga di Epps si placa e la schiava cade distrutta per terra, una volta medicata con dei tamponi, le sue urla si fanno ancora più lancinanti. Urla di dolore. Urla di rabbia. Urla contro la sua vita così dolorosa. Urla di rassegnazione.

Petsy, frustata a sangue senza pietà. Dovremmo rivederla ogni giorno questa scena. Non per narcotizzarci al dolore, ma perché la prossima volta che ci troveremo dinnanzi a un abuso, quale che sia la sua natura, ci destiamo subito come se avessimo ricevuto noi una frustata su quel palo. La differenza però è che noi possiamo alzarci, ribellarci e combattere. Patsey e migliaia di migliaia di schiavi neri non hanno potuto. Sono stati massacrati senza pietà.

12 anni schiavo prosegue così, fino a quando Solomon non si troverà a lavorare nella piantagione anche con un bianco, Samuel Bass (Brad Pitt). Canadese e contrario alla schiavitù. Sarà lui che, pur timoroso, scriverà per conto di Solomon una lettera che farà si che la verità venga a galla e venga al fine liberato.

“Un film bellissimo, ma ti lascia addosso un senso di angoscia e ansia che è difficile far andare via” racconta Virginia Danese, danzatrice tribal nonché mediatrice culturale con gli immigrati e rifugiati politici “l’interpretazione di Chiwetel Ejiofor è stata davvero notevole. Per la sua emotività e interpretazione era difficile non entrare in empatia con lui. Le musiche e i canti gospel poi, hanno giocato un ruolo importante nel film, creando la giusta atmosfera.

Del tema in sé, che dire? Si capisce come la dignità, la libertà di una persona e il suo poter essere considerato un – essere umano – fossero legati esclusivamente al possesso o meno di un documento. Io sono tuttora paralizzata e senza parole per quanto inconcepibile sia pensare a una razza superiore a un’altra (e al concetto di razza in sé). Nessuno può e deve potersi arrogare il diritto di limitare la libertà di qualcun altro”.

Finisce 12 anni schiavo. Esci dal cinema e provi a riprenderti cercando nel mondo risposte sui progressi dei diritti umani. Ce ne sono stati, si, eppure lo schiavismo è ancora una tragica realtà del mondo. Forse non ci sono più i padroni ai livelli di Epps, eppure la tortura è praticata ovunque. E che cos’è poi un datore di lavoro che può metterti sulla strada in qualsiasi momento? E come si può chiamare vita un’esistenza in cui si ha a stento il tempo di baciare i propri figli la mattina per poi essere inghiottiti dai ritmi lavorativi con sempre meno tutela giuridica?

Steve McQueen ha realizzato un’opera importante. Niente momenti di quiete, risate o ironia alla Django Unchained (2012) di Quentin Tarantino, anch’esso ambientato nella dimensione dello schiavismo. Due ore abbondanti di angoscia dove speri solamente che Solomon riconquisti la libertà. Già ma gli altri? Salito in carrozza verso la probabile salvezza, guarda Patsey e gli altri. Felice dentro di sé ma morente per lasciare gli altri compagni di prigionia fra gli artigli acuminati di Epps.

Lo schiavismo? C’è e c’è ancora. Non solo. Viene ancora taciuto, nel presente così come nel passato. Lo schiavismo brucia ancora perché non se ne parla abbastanza. Negli Stati Uniti s’intende. E il resto del mondo? Chi la racconta realmente la storia dei neri africani (da cui gli americani discendono) e di come l’illuminista Occidente seppe trattarli, gettando le basi per discriminazione e genocidi tramandati come “colonialismo”?

L’Europa di fine Ottocento ha fatto di più e di peggio. Oltre ad aver massacrato popoli, disegnò l’Africa con squadra e righello, ignorando totalmente tradizioni e culture. E ancora oggi  il continente africano paga la ferocia europea mai portata sul banco di un tribunale, ma al contrario versandogli ingenti tributi attraverso volgari e dittatoriali intermediari quali Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale.

Schiavitù. Ci si vergogna a tal punto della schiavitù che nemmeno la si vorrebbe raccontare.  Ma com’è allora che esiste ancora nel terzo millennio? E com’è che il becero razzismo, amalgamato sempre più anche all’odio verso un credo e un orientamento sessuale differente, trova posto persino nei palazzi del potere?

Il dicembre scorso, alcuni richiedenti asilo chiamati “clandestini” sono stati portati nel centro di accoglienza di Lampedusa, e lì messi nudi al gelo per essere sottoposti al trattamento contro la scabbia, e dunque lavati con una pompa. Immagini che sembravano maledettamente degne dello schiavismo. Perché oggi, nel 2014, c’è ancora troppa cultura che parla di “negri”.

Nel film 12 anni schiavo di Steve McQueen la schiava Petsy viene frustata a sangue senza pietà. Riguardiamocela quella scena. Riguardiamocela fino a quando non sopporteremo di vederne neanche un micro-frammento. Allora si, saremo tutti pronti per alzarci, reagire e combattere contro ogni discriminazione e prepotenza. Allora si che saremo pronti per cambiare un mondo che nel 2014 è ancora dolorosamente troppo schiavo.

Guarda il trailer di 12 anni schiavo

12 anni schiavo - Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) eTheophilus Freeman (Paul Giamatti)
12 anni schiavo - Solomon (Chiwetel Ejiofor), W. Ford (Benedict Cumberbatch) e J. Tibeats (Paul Dano
12 anni schiavo - Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor
12 anni schiavo - Mary Epps (Sarah Paulson) ferisce Patsey (Lupita Nyong’o)
12 anni schiavo -  Edwin Epps (Michael Fassbender) e Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor