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Visualizzazione post con etichetta Alicia Vikander. Mostra tutti i post
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martedì 17 ottobre 2017

Michael e Alicia, dovevate sposare noi

(da sx) Luca Ferrari, Desiree Sigurtà, Michael Fassbender e Alicia Vikander
Alicia Vikander e Michael Fassbender si sono sposati. Un autentico affronto al duo indie-rock Finalmente Melissa, Desiree Sigurtà e Luca Ferrari. Nelle loro menti (distorte e malate) infatti, avrebbero dovuto sposare loro.

di Luca Ferrari

Quei due l'hanno combinata davvero grossa. La premio Oscar Alicia Vikander e Michael Fassbender si erano presentati ai riflettori della 73° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia come neo-coppia per l'anteprima del sottovalutato La luce sugli oceani (2016, di Derek Cianfrance). L'amore è proseguito fino alle nozze celebratesi il 13 ottobre scorso. Felicitazioni da parte di tutti, o quasi. A storcere il naso il duo indie-rock dei Finalmente Melissa. Il loro addetto stampa ha parlato di un clima inimmaginabile.

Leader della band, la milanese Desiree Sigurtà in più di una occasione aveva dichiarato di essere alla ricerca di un vero uomo di classe e Michael Fassbender sembrava essere la persona giusta, senza che questi però la degnasse di alcuna attenzione. Inviato stampa a Venezia73, il veneziano Luca Ferrari, dal torbido passato sentimentale, aveva provato ad avvicinare la fanciulla ricevendo in cambio minacce dall'intero staff dell'Actv (è sempre colpa loro, ndr). Ora, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Desiree e Luca non ci stanno proprio. Parafrasando il loro collega Alessandro Manzoni, “questo matrimonio non ha s'ha da proseguire”.

La storia dei Finalmente Melissa è avvolta nel mistero. Considerati da molti il perfetto incidente tra Sonic Youth e Stone Gossard, nonostante la band debba ancora produrre il primo album e non abbia all'attivo alcuna presenza live, gode di un incredibile seguito (la loro pagina Facebook ha ben 17 followers!”). Tutto quello che si sa dei due artisti è che sono anche giornalisti. In esclusiva sono stati raggiunti da “cineluk – il cinema come non lo avete mai letto”. Preparatevi dunque a leggere questa incredibile e stucchevole doppia intervista.

  • Perché Michael/Alicia avrebbe dovuto sposare te? 
D.S Innanzitutto, per istinto di conservazione della specie. Non tanto quella umana, quanto quella dei portatori di capelli rossi. Inoltre, avendo lui interpretato film a tema musicale (c’è Song to Song, ma soprattutto Frank), e facendo io parte di una band, e avendo partecipato al compleanno di Noel Gallagher, abbiamo molto più cose in comune di quanto potrebbe pensare. E poi perché io sono io. Anche se sono forse meno graziosa di James McAvoy.
L.F Sono un poeta. Ho scritto più di 12.000 poesie fino a ora. Che volete di più nella vita? Volete mettere poi "lo spasso" portare il sottoscritto, notoriamente asociale e inviso alle public relations, a eventi e anteprime? Ogni volta sarebbe un'avventura... specie per gli altri.

  • Perché Michael/Alicia non avrebbe dovuto sposare Alicia/Michael? 
D.S Perché lei è lei? Troppo facile.
L.F All'inizio può sembrare più facile e galvanizzante, ma alla fine la gente che fa lo stesso mestiere entra in un circolo vizioso di noia e condivisione estrema. Io invece sono una mina vagante.

  • Dove lo/l'avresti portato/a al primo appuntamento? 
D.S Prima in un non luogo. Una lunga camminata, perfetta per fare un po’ di psicanalisi alla Jung (che preferisco a Freud. Infatti chi interpretava lui in A Dangerous Method? Esatto). Poi, dopo ore di chiacchiere, birra e freccette (ma anche biliardo), in un pub.
L.F Dipenda dalla città, ma in linea di massima in un posto tranquillo e affacciato sul mare. Dato il mio ego sconfinato, avrei parlato soprattutto io. Tanto di lei so già su tutto con "Uikipedia". Scherzo, avrei fatto tesoro di tutto il mio assurdo passato, e l'avrei conquistata con ironia e il mio noto amore per l'acqua di rubinetto e il chinotto con limone (senza ghiaccio).

  • Dove vi sareste sposati?
D.S Non ci saremmo sposati. Non saremmo stati così borghesi. Ok, matrimonio civile probabilmente in una piccola città. Che non avrei voluto blindata.
L.F Adoro la Scandinavia. Ho girato per lavoro in Norvegia, Svezia e Finlandia. Ho fatto un reportage di viaggio anche a Goteborg, città natale di Alicia. Tutti gli scenari possibili mi garbano. Foreste, fiordi, laghi. Natura comunque. Se la fanciulla avesse gradito la sua terra natale, carta bianca per scegliere il posto.

  • Cerimonia grande o per pochi intimi? 
D.S Quante casse di birra servono per 30 amici strettissimi?
L.F Pochi intimi assolutamente. Lo ribadisco, sono abbastanza (…) avverso agli esseri umani (e io a loro). Poi la tensione pre-nuziale non l'avrei retta, in più non ho simpatia per l'alcol, il che complica le cose. Diciamo i due testimoni e stop. Però presumo avrei dovuto concedere qualcosa in più ad Alicia.

  • Dove sareste andati in luna di miele? 
D.S Galles. Ci sono un sacco di gingerheads.
L.F Siamo entrambi del Nord, ergo un posto caldo (ma non umido) sarebbe stato l'ideale, tanto per cambiare aria. Riflettendoci bene però, l'Islanda è da sempre una delle mie mete predilette che ancora aspetto di visitare..

  • Qual è il miglior film di Michael/Alicia?
D.S  Inglorious bastards (come ci chiameremmo nell’intimità)-
L.F L'ho molto apprezzata in Il quinto potere (2013, di Bill Condon), sulla controversa figura di Julian Assange. A Royal AffairOperazione UNCLE e The Danish Girl mi sono garbati assai ma ovviamente attendo con estrema curiosità di vederla in Tomb Raider (2018).

  • Che cosa dovrà assolutamente cambiare una volta sposati? 
D.S “James, questa  è l’ultima volta che mi sveglio la mattina e ti trovo in pigiama in cucina”.
L.F Non sono così presuntuoso da pensare che la fanciulla cambi per me, per lo meno ufficialmente. Le donne sono già perfette così come sono, Alicia in particolare. Ah, ovviamente stando insieme a me imparerà da sola l'arte della tolleranza e la pazienza. In caso contrario credo mi ucciderà, e che speranze posso avere contro "Lara Croft"?

  • Che cosa pensi di dover cambiare per essere la sua compagna di vita per sempre?
D.S Non potrò più fare tour lunghi coi Finalmente Melissa 😞
L.F Non sbuffare in modo palese quando ho sonno e/o mi viene fame. Diciamo che in codeste situazioni posso diventare dispettoso, fastidioso e usando le parole di Desiree stessa, “ignobile”.

  • Avresti inviato Luca e Alicia/Desiree e Michael al vostro matrimonio (si o no,  perché) ? 
D.S Sì, perché così lei rosicherebbe.
L.F Che si fottano tutti e due! Se si avvicinano nel raggio di 10 miglia li prendo a cannonate! Lei è una piantagrane, e lui doveva vincere l'Oscar come Steve Jobs. Mi ha profondamente deluso. Si vergogni!

La luce sugli oceani - Tom (Michael Fassbender) e Isabel (Alicia Vikander
Luca Ferrari e Desiree Sigurtà

mercoledì 8 marzo 2017

Lo luce sugli oceani, lo strazio dell'amore

La luce sugli oceani - Tom (Michael Fassbender) e la moglie Isabel (Alicia Vikander)
I sentimenti di un uomo e una donna sferzati dalla vita, le onde e la solitudine. Presentato in concorso a Venezia73, esce oggi La luce sugli oceani (2016, di Dereck Cianfrance).

di Luca Ferrari

Il vento soffia spietato. Il faro illumina l'oscurità. Un uomo ha visto troppo orrore per mano umana e adesso non ne vuole più sapore. La forza dell'amore però è capace di lenire le ferite più atroci e mutare il corso degli eventi. Così, anche le creature con più silenzi e cicatrici saranno un giorno capaci di aprirsi ancora e guardare alla luce di nuova vita. Adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo (2012) di M.L. Stedman e presentato in concorso a Venezia73, sbarca oggi sul grande schermo La luce sugli oceani  (2016, di Dereck Cianfrance).

Sopravvissuto agli orrori della I Guerra Mondiale, Tom Sherbourne (Michael Fassbender) è deciso ad accettare l'isolato incarico di guardiano del faro in un isolotto disabitato dell'Australia occidentale. Non ci sarà nessuno a parte lui. Arrivato all'ultimo avamposto civile, prima di imbarcarsi, fa la conoscenza di  Isabel Graysmark (Alicia Vikander). Il feeling è immediato e la giovane donna inizia una corrispondenza epistolare con lui fino all'epilogo più dolce delle nozze, trasferendosi dunque in questo mondo a parte.

Tom e Isabel sono innamorati. Il desiderio di un figlio è forte ma qualcosa non va mai per il verso giusto. Anche quando la gravidanza pare procedere, il finale è sempre lo stesso. Isabel è distrutta e l'assenza di una qualsiasi anima con cui confrontarsi e parlare, a parte il marito, non la aiuta di certo. Poi un giorno, sull'isoletta si arena una barca. C'è un uomo morente e una neonata. L'amore e la disperazione spingono la coppia ad adottarla, facendo finta che sia figlia loro. E se qualcuno lo dovesse scoprire?

Isabel non ci vuole neanche pensare ma Tom inizia a indagare fino a scoprire chi sia la vera madre della “loro” bambina, ossia Hannah Roennfeldt (Rachel Weisz). Cosa fare a questo punto? La gioia di una è il dramma per l'altra. Tom è un ex-soldato. È abituato ad agire ligio seguendo gli ordini. Tom sa bene che se la verità dovesse venire a galla, per Isabel sarebbe uno strazio insopportabile e pure la bambina, che cosa le succederebbe? Ormai gli anni sono passati e sono lui e Isabel i suoi genitori.

Trattato con eccessiva superficialità da pubblico e stampa alla 73° edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, La luce sugli oceani racconta il dramma di due anime, senza cedimenti alla rabbia ma fondendosi nell'amore più totale. A tratti Macbethiano, Michael Fassbender (Bastardi senza gloria, Shame, Steve Jobs) regala l’ennesima sontuosa interpretazione, sostenuto nello strazio dalla sua compagna di set (e pure nella vita) Alicia Vikander, premio Oscar 2016 come Miglior attrice non protagonista in The Danish Girl (2015), anch'esso presentato in laguna.

Nel solco del dramma, non è da meno Rachel Weisz (Il grande e potente Oz, Youth - La giovinezza, La verità negata). Londinese classe 1970 e premio Oscar come Miglior attrice non protagonista 2006 per l'interpretazione in The Constant Gardener – La cospirazione, il suo ruolo è quello “quasi” della cattiva, che vuole riavere sua figlia da chi gliel'ha salvata/strappata. Lei è la madre legittima della bambina. La piccola era abituata ad essere chiamata Lucy, ma il suo vero nome è Grace Roennfeldt. Un dramma nel dramma. Un dolore nel dolore. Saltano gli equilibri. Tutti. L'amore si coagula. La sofferenza colpisce in totale anarchia.

Cast impeccabile per una storia non facile da raccontare dove ogni scelta diventa una spina nell'esistenza di un altro. Come in guerra, la linea tra il giusto e sbagliato si dipana fino a scomparire. Ci sono solo esseri umani che sopraffatti dal proprio vissuto, cercano la pace e lottano con i denti (e le lacrime) perché nessuno gliela porti via. La luce sugli oceani (2016, di Dereck Cianfrance).
parla di scelte impossibili che alla fine bisogna fare. Qualcuno soffrirà più degli altri. Qualcun altro subirà le decisioni altrui.

Metafora di un mondo che non vuole più concedere spazio alla solitudine né all'amore più intenso e sofferto, un uomo e una donna scelgono il proprio destino. Non c'è nessuno al loro fianco. Le braccia robuste di Tom, il cuore caldo di Isabel. Loro due sotto il peso di una gelida pioggia che li percuote. Non c'è altro. Parafrasando la poetica I am mine della rock band americana Pearl Jam, “L'oceano è pieno perché tutti stanno piangendo/ La luna piena chiama a gran voce l'alta marea e i sentimenti/ Il dolore aumenta quando il dolore non viene lenito/ Voglio solo i nostri cuori/ Noi siamo qui”.

Il trailer de La luce sugli oceani

La luce sugli oceani - Isabel Sherbourne (Alicia Vikander) e la piccola Lucy (Florence Clery)

venerdì 2 settembre 2016

Le stelle di Venezia 73

Michael Fassbender & Alicia Vikander (sx) – Emma Stone (dx) © Federico Roiter
Le star del cinema a "colloquio" con l'obiettivo del fotografo Federico Roiter. Sono passati appena pochi giorni dall'inizio di Venezia 73 ma è già tutto un flash.

di Luca Ferrari

La “principessa” Emma Stone, stella danzerina di La La Land. Gl’innamorati Alica & Michael, coppia anche nel film The Light between Oceans di Derek Cianfrance. Il giovane cast di L’estate addosso, nuovo film di Gabriele Muccino. L’arrivo del Leone d’oro alla carriera 2016 Jerzy Skolimovski. La statuaria Bianca Balti. Sono solo alcuni dei principali protagonisti di Venezia 73 immortalati dal fotografo Federico Roiter.

Si è quasi conclusa la prima settimana della 73° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (31 agosto – 10 settembre) e mentre la mia mente inizia già a sentire la nostalgia per quando sarà finita e la mia penna infaticabile annota e scrive per il settimanale internazionale L’Italo-Americano, vediamo un po’ cosa e chi ha scovato il mio fedele uomo-obiettivo.

La copertina non può che essere per lei, Emma Stone, brillante protagonista della commedia musical La La Land (di Damien Chazelle). Vederla salire sul red carpet con un simile vestito è stato come assistere all’incoronazione di una reale. Non sono stati da meno la nuova coppia d’oro di Hollywood, Alicia Vikander, premio Oscar per The Danish Girl (film presentato a Venezia l’anno passato), e Michael Steve JobsFassbender.

Tra gli altri protagonisti, il simpatico Kim Rossi Stuart, sbarcato in laguna per presentare la sua seconda opera Tommaso (sez. Fuori Concorso) e il celeberrimo regista Wim Wenders, in gara con Les Beaux Jours D’Aranjuez (3D). Chiusura per i due “primi uomini del Festival”, il direttore Alberto Barbera e il presidente de La Biennale, Paolo Baratta. E uno sguardo sulla folla trepidante in attesa delle star. E ora, si può tornare in sala.

Emma Stone sul red carpet © Federico Roiter
Jeremy Irons firma autografi © Federico Roiter
Il regista Kim Rossi Stuart © Federico Roiter
Il leone d’oro alla carriera Jerzy Skolimovski © Federico Roiter
Matilda Lutz e Taylor Frey (L’estate addosso) © Federico Roiter
Gabriele Muccino e il cast di L’estate addosso © Federico Roiter
Bianca Balti e il regista Wim Wenders © Federico Roiter
Il regista Kim Ki Duck © Federico Roiter
Paolo Baratta e Alberto Barbera © Federico Roiter
Il pubblico attende le star sul red carpet © Federico Roiter

mercoledì 2 marzo 2016

Oscar 2016, i film sono storie

Oscar 2016 - I migliori attori non protagonisti, Mark Rylance e Alicia Vikander
Scontati. Poche sorprese. Gli Oscar 2016 premiano il cinema di sensazione con qualche rara eccezione tra cui il "Miglior film" andato a Il caso Spotlight.

di Luca Ferrari

L'Oscar a DiCaprio? Era ora, così è finito il supplizio del “poveretto”! L'esasperata attenzione al remake di Mad Max? Allucinante! Il caso Spotlight è il Miglior film? "Fuckin' unbelievable!" (da non crederci, ndr). L'Oscar a Morricone? Non mi piacciono i premi di compensazione! Miglior regia a Innarirtu? No comment! Le assenze tra i candidati di Aaron Sorkin (Jobs) e Steve Carell (La grande scommessa)? Una bestemmia! Chris Rock? Banale e noioso. Ladies and gentlemen, benvenuti nel noioso mondo dell'88° edizione degli Oscar 2016.

Venezia, mercoledì 2 marzo. Gli incandescenti fuochi pirotecnici degli Oscar 2016 sono oramai sopiti se non del tutto raffreddati e spenti. Lo champagne è stato bevuto. La delusione è stata assorbita. Non mi sono perso un secondo di questa importante notte, inclusa la toccante performance voce-chitarra di Dave Grohl (Foo Fighters, ex-batterista dei Nirvana) eppure solo ora ho messo mano all'inchiostro. La ragione è semplice.

Il 29 febbraio era una data importante e più dei risultati (fin troppo scontati) degli Academy, c'era qualcosa da ricordare anche con la settima arte: la fine dell'assedio di Sarajevo nella guerra dei Balcani. Una guerra sempre ignorata. Ed è stato triste constatare che neanche a Il figlio di Saul, trionfatore come Miglior film straniero (ungherese), gli sia venuto in mente un giorno simile. Una nazione quella dell'Est europeo non certo lontana né geograficamente (poco più di 500 km) né culturalmente.

Los Angeles, Dolby Theatre – 28 febbraio 2016. I primi Oscar a essere assegnati sono quelli per la Miglior sceneggiatura originale e non originale. A trionfare sono due dei pochi film con una vera storia alla base: Il caso Spotlight e La grande scommessa. Due film e due storie d'ingiustizia. A colpirmi in particolare sono le parole di Charlize Theron ed Emily Blunt (prossimamente sorelle in Il cacciatore e la regina di ghiaccio): "Sono la spina dorsale di ciò che facciamo", "E' dove inizia un gran film".

La sceneggiatura è il cuore di un film. Senza di essa non ci sarebbe regia né effetti speciali, né musica né trucco, nulla. Eppure, a ben guardare i tanti prodotti sbarcati, incensati e addirittura premiati, sembra quasi che la sceneggiatura abbia un ruolo minore. Il caso più emblematico è Mad Max: Fury Road, vincitore di 6 premi Oscar e addirittura in lizza per il Miglior film.

Come a più riprese ho evidenziato e sottolineato ovunque ne avessi l'occasione (recensione, conversazioni, commenti, post, etc.), Mad Max: Fury Road è l'embema del film moderno imbottito di effetti digitali senza lo straccio di un'anima. È un remake e per di più fatto dal medesimo regista (in crisi). George Miller poi è riuscito a sprecare due cavalli di razza come la già citata Charlize e ancor di più l'eclettico Tom Hardy.

Persa la fotografia per mano e obiettivo di Emmanuel Lubezki (Revenant), Fury Road si è portato a casa l'Oscar per la Miglior scenografia, montaggio, sonoro, montaggio sonoro, costumi, trucco & acconciatura. Ossia, il contorno. Si lo so, sarò mangiato vivo dagli addetti ai lavori ma non m'interessa. Un film è una storia e non è un caso che tante pellicole a dispetto di mezzi rudimentali siano ancora nel cuore della gente proprio perché avevano qualcosa da dire e non volevano fare sensazione.

E veniamo al grande eroe della serata, o meglio il fiammiferaio Leonardo DiCaprio. Per quanto mi riguarda c'è una sola ragione per cui sono felice del suo trionfo come Miglio attore protagonista in Revenant - Redivivo (di Alejandro G. Inarritu): è finalmente finito il supplizio del povero Leo. Un attore che ormai era diventato l'emblema dell'ingiustizia più dei bambini violentati dai preti di Spotlight o la genre frodata in La grande scommessa.

Incamerato l'Oscar, ovviamente sono partiti subito gli articoli dei 10 o 20 grandi attori/attrici che non l'hanno mai vinto. In questa lista ho letto nomi imbarazzanti: da Meg Ryan ad Arnold Shwarzenegger, dimenticandosi di personaggi come Gary Oldman, Edward Norton, Steve Buscemi, Joaquin Phoenix, John Goodman, Michael Fassebnder e questo solo per citare i primi nomi venutimi in mente. Invece no, il dramma del cinema moderno era il non-Oscar a Leonardo DiCaprio.

Nonostante fosse “in attesa” (…) da molto più tempo, ha di sicuro perso l'ultimo tram per l'Oscar l'immortale Sylvester Stallone. Io sono cresciuto con Rocky Balboa e alla soglia dei 40 anni mi fa ancora commuovere. È un personaggio puro e positivo, di sicuro anacronistico per quest'epoca. Ma gusto personale a parte, tanto il Globe (vinto) quanto l'Oscar, per fortuna mancato, non glielo avrei mai dato. Sly era in lizza con Mark Ruffalo, Christian Bale e Tom Hardy, gente di un'altra categoria. Il premio poi se l'è portato a casa Mark Rylance (Il ponte delle spie) in una delle pochissime sorprese della serata.

Del tutto scontati i premi femminili: Brie Larson (Room) e Alicia Vikander (The Danish Girl, film presentato a Venezia) dovevano essere la Miglior attrice protagonista e non protagonista, così è stato. Nulla (ma proprio no) sul fronte animato con l'ennesimo Oscar vinto dai Pixar Animation Studios grazie a Inside Out (di Pete Docter e Ronnie Del Carmen), e su quello del Miglior documentario dove Amy (di Asif Kapadia) ha sbaragliato la concorrenza.

Nel segno dell'ovvietà anche il premio per la Miglior colonna sonora andato a Ennio "Morrantino". A differenza del 99 per cento dei miei connazionali però, io non ho esultato per la semplice ragione che questi riconoscimenti sono il trionfo dell'ipocrisia. Ennio Morricone avrebbe meritato in più e diverse occasioni la statuetta degli Academy e non certo per un film modesto (The Hateful Eight) di cui già oggi nessuno saprebbe accennarmi alcuna melodia.

Tra i tre grandi sconfitti della serata, per due di essi non posso che essere più che soddisfatto: Sopravvissuto – The Martian (di Ridley Scott) e Star Wars: Il risveglio della Forza (di J.J. Abrahms), rispediti a casa a mani vuote nonostante le rispettive 7 e 5 nomination, incapaci perfino di vincere lo scettro dei Migliori effetti speciali andati al ben più meritevole e originale Ex Machina (di Alex Garland). Fermo a zero a fine serata nonostante le 6 candidature anche l'intenso Carol (di Todd Haynes) con protagoniste (nominate) due superbe Cate Blanchett e Rooney Mara.

È stata una serata interessante quella dell'88° edizione dei premi Oscar che ha ribadito qual è l'andazzo del cinema: il marketing dell'ego e degli effetti speciali conta più della storia. La colpa però non è solo di Hollywood e dei grandi Studios. Il cinema è cultura ma finché Revenant resterà tre settimane e più in sala mentre film come L'ultima parola – La vera storia di Dulton Trumbo pochi giorni, è difficile che il pubblico possa aprire i propri confezionati e condizionati orizzonti.

Oscar 2016 - Emily Blunt e Charlize Theron annunciano la Miglior sceneggiatura originale
Oscar 2016 - Tom McCarthy sul palco per il Miglior film: Il caso Spotlight

sabato 9 gennaio 2016

2016: odissea nei Golden Globe

Benvenuti nel magico mondo dei Golden Globe
Domenica 10 gennaio si svolgerà a Beverly Hills la 73° edizione dei Golden Globe. Capofila per nomination (5) Carol di Todd Haynes. Nomination anche per Sly – Rocky.

di Luca Ferrari

L’armada dei vecchietti Mirren, Sly, Smith e Morricone. I derby “attoriali” di Carol e La grande scommessa. Il giornalismo d’inchiesta sul grande schermo. La doppia nomination (in due categorie diverse) della svedese Alicia Vikander. Domenica sera (notte, ora italiana) 10 gennaio, al Beverly Hilton Hotel di Beverly Hills (California) avrà luogo la 73° edizione dei Golden Globe, i premi televisivi e cinematografici assegnati dalla Hollywood Foreign Press Association. Conduttore della serata, il simpatico inglese Ricky The Office Gervais.

Il primo applauso della serata è tutto per Denzel Washington, a cui sarà consegnato il Golden Globe alla carriera.  Per l’attore non certo una novità vedersi i riflettori puntati dei Globe puntati. Per otto volte è stato a un passo dall’aggiudicarsi l'ambito premio, due delle quali andate a buon fine: nel 1990 come Miglior attore non protagonista per Glory – Uomini di gloria (interpretazione che gli valse anche il primo Oscar) e dieci anni dopo come Miglior attore in un film drammatico per Hurricane – Il grido dell'innocenza.

Globe vinti a parte, l'attore afroamericano classe '54 originario di Mount Vernon (New York), ha lasciato il segno anche in altre epiche interpretazioni. Su tutte Malcolm X (1992, di Spike Lee) e Philadelphia (1993, di Jonathan Demme). Notevoli anche Il collezionista di ossa (2000, di Phillip Noyce), Training Day (2001, di Antoine Fuqua) con qui si aggiudicò il secondo Oscar, fino ai più recenti American Gangster (2007, di Ridley Scott) e Flight (2012, di Robert Zemeckis).

Si parte. Voglio subito dire, sottolineare e ribadire nel modo più chiaro possibile che se la giuria dei GG2016 dovesse per un misterioso caso assegnare il premio per il Miglior film drammatico a Mad Max: Fury Road (di George Miller), chiederò ufficialmente per i votanti l'incapacità d'intendere e volere. E non solo perché lo meritano senza dubbio e di gran lunga di più Il caso Spotlight (di Tom McCarthy) o l'elegante Carol (di Todd Haynes), senza comunque trascurare Revenant – Redivivo (di Alejandro González Iñárritu) e Room (di Lenny Abrahamson), ma perché il remake diretto dal medesimo regista trent’anni fa, a parte gli effetti speciali, non ha nulla di nulla da offrire.

In tutta onestà poi, non ho idea del perché La grande scommessa (di Adam McKay) rientri nella cinquina del Miglior film commedia o musicale (essendo una pellicola di un certo peso), categoria questa dove la mia simpatia sarà tutta rivolta al divertente Spy di Paul Feig con la grandiosa accoppiata Melissa McCharty-Jason Statham. A contendergli l'ambito premio: il polpettone spaziale Sopravvissuto – The Martian (di Ridley Scott), Un disastro di ragazza (di Judd Apatow) e Joy di David O. Russell che ha di nuovo piazzato sotto la sua telecamera il trio Jennifer Lawrence, Bradley Cooper e Robert De Niro.

Per il quintetto del miglior regista, stessi protagonisti del Miglior film drammatico con il solo Ridley “The Martian” al posto di Lanny Abrahamson. New entry invece sul fronte della Migliore sceneggiatura a cominciare da Quentin Tarantino per il suo nuovo lavoro The Hateful Eight, quindi Aaron Sorkin per l'attesissimo biopic Steve Jobs e via via gli altri Emma Donaghue (Room), Tom McCarthy & Josh Singer (Il caso Spotlight, in uscita il 18 febbraio), Charles Randolph & Adam McKay (La grande scommessa).

Prima di passare alle 6 categorie tra attori e attrici, restiamo in tema di lungometraggi con il Miglior film straniero. Si lo so, il francese Mustang di Deniz Gamze Ergüven e l'ungherese Il figlio di Saul di László Nemes sono ottimi lavori, e così pure il cileno El club di Pablo Larraín e il finlandese Miekkailija di Klaus Härö, ma io non posso non tifare per il belga Dio esiste e vive a Bruxelles (di Jaco Van Dormael), scorretto e originale. Qualità davvero rare da trovare tutte in un’unica opera.

Capitolo animazione. Ho amato la Pixar per avermi regalato capolavori come Alla ricerca di Nemo, Up e Ratatouille. Al contrario non mi posso dire entusiasta dello strombazzato Inside Out (di Pete Docter): ottima l'idea, debole la resa. Un in bocca al lupo speciale ad Anomalisa (di Charlie Kaufman), presentato in concorso alla 72° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, che se la vedrà anche con Il viaggio di Arlo (di Bob Peterson), Snoopy & Friends – Il film dei Peanuts (di Steve Martino) e  Shaun, vita da pecora – Il film (di Mark Burton e Richard Starzak).

A catalizzare l'attenzione sul fronte della Migliore colonna sonora originale, specie per noi italiani, non può essere che lui: “Sua Maestà” Ennio Morricone. Dopo aver trionfato nel 1986 in Mission (di Roland Joffé) e nel 1991 in Bugsy (di Barry Levinson), adesso è la volta di The Hateful Eight (di Quentin Tarantino), alla seconda collaborazione con il regista di Pulp Fiction dopo Django Unchained (2012). Sulla sua strada troverà le musiche di Carter Burwell (Carol), Alexandre Desplat (The Danish Girl), Daniel Pemberton (Steve Jobs) e la coppia Ryūichi Sakamoto-Alva Noto (Revenant – Redivivo).

Per quando riguarda la Migliore canzone originale invece, in pole position ci sono i film Cinquanta sfumature di grigio con “Love Me Like You Do” di Max Martin, Savan Kotecha, Ali Payami, Tove Nilsson e Ilya Salmanzadeh; Love & Mercy con “One Kind of Love” di Brian Wilson e Scott Bennett; Fast and Furious 7 con “See You Again” di Justin Franks, Andrew Cedar, Charlie Puth e Cameron Thomaz; Youth – La giovinezza con “Simple Song#3” di David Lang e infine Spectre con “Writing's on the Wall” di Sam Smith, Jimmy Napes.

E veniamo ora alle attese categorie degli interpreti principali delle pellicole. A sfidarsi per diventare la Migliore attrice in un film drammatico, oltre all'atteso (e sontuoso) derby “Caroliano” tra Cate Blanchett e Rooney Mara, spazio a Brie Larson (Room), Saoirse Ronan (Brooklyn) e Alicia Vikander (The Danish Girl), quest’ultima sbarcata lo scorso settembre a Venezia per l'anteprima della suddetta pellicola. Un film ancora inedito sul grande schermo italiano.

Per la Migliore attrice in un film commedia o musicale le cinque candidate sono Jennifer Lawrence (Joy), Amy Schumer (Un disastro di ragazza), Melissa McCarthy (Spy), Maggie Smith (The Lady in the Van) e Lily Tomlin (Grandma). La domanda che tutti si pongono è: riuscirà l'oltre novantenne di Ilford (Londra) a mettere in riga le giovincelle e così fare poker di Globe dopo i successi del 1979 (California Suite), 1987 (Camera con vista) e 2013 (Downtown Abbey)?

Nobile battaglia infine anche per la Migliore attrice non protagonista. Un altro monumento della settima arte, Helen Mirren, sfida le nuove generazioni dall'alto della sua performance in L'ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo. Opposte a lei: Jane Fonda (Youth – La giovinezza), Jennifer Jason Leigh (The Hateful Eight), Kate Winslet (Steve Jobs) e ancora la bella & brava Alicia Vikander. Seconda nomination nella stessa serata per l'attrice svedese classe '88 di Goteborg con il film Ex Machina.

E infine i maschietti. A dispetto di chi invoca per DiCaprio i premi mai dati (a mio parere Leo dovrebbe iniziare un po’ a variare le sue interpretazioni uscendo qualche volta dal dolore), la sua eventuale consacrazione passerà attraverso le forche caudine del superlativo Eddie Redmayne di The Danish Girl, l’ottimo Michael Fassbender (Steve Jobs), Bryan Cranston (L'ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo) e Will Smith (Zona d'ombra).

Altro derby, questa volta in casa La grande scommessa con Christian Bale e Steve Carell, entrambi candidati come Miglior attore in un film commedia o musicale. Insieme a loro, Matt Damon (Sopravvissuto – The Martian), Al Pacino (La canzone della vita – Danny Collins) e il grandioso Mark Ruffalo che ha davvero lasciato il segno sopra le righe in Teneramente folle.

Non può infine non far commuovere trovare Sylvester Stallone nella cinquina dei candidati al Golden Globe come Miglior attore non protagonista a distanza di quasi 40 anni dalla sua prima volta (1977, Rocky). Quasi quattro decadi dopo è ancora il pugile Rocky Balboa in Creed – Nato per combattere. Di sfide impossibili ne ha vinte tante, riuscirà anche in questa? Sul ring dei Golden Globe 2016 Sly troverà Paul Dano (Love & Mercy), Idris Elba (Beasts of No Nation), Mark Rylance (Il ponte delle spie) e Michael Shannon, terribile squalo immobiliare in 99 Homes, presentato a Venezia71 e incredibilmente ancora inedito sul grande schermo italiano.

Alicia Vikander sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia ©Biennale foto ASAC
Il caso Spotlight (2015, di Tom McCarthy)
Creed, nato per combattere - il pugile Rocky Balboa (Sylvester Stallone)

sabato 5 settembre 2015

The Danish Girl, il sogno di Lily

The Danish Girl - Lily Elbe (Eddie Redmayne)
In concorso a Venezia72, The Danish Girl racconta la storia di Lily Elbe, la prima transgender della storia. Il semplice sogno di una creatura che voleva essere se stessa.


“L’altra notte ho fatto il più bel sogno della mia vita” racconta Lily Elbe (Eddie Redmayne), “Ero una bambina e mia madre abbracciandomi mi chiamava Lily”. Sono le struggenti parole di una creatura che ha avuto il coraggio di scegliere se stessa e la propria felicità. La prima transgender della storia portata sul grande schermo dal regista Tom Hooper in The Danish Girl, in anteprima alla 72° Mostra del Cinema di Venezia.

Einar Wegener (E.R.)  un affermato paesaggista. I suoi quadri vengono esposti nelle più prestigiose gallerie danesi. Sorte differente invece per l’amata moglie Gerta (Alicia Vikander: Royal Affair, Anna Karenina, Operazione U.N.C.L.E.), ritrattista. Un innocente gioco di travestimento per farle finire un quadro prima e passare sotto mentite spoglie a un evento organizzato dall’amica Oola (Amber Heard), fanno emergere la vera natura di Einar, che è una donna. Una donna desiderosa di impossessarsi della sua anima.

Gerda lo capisce e sebbene sia comunque innamorata del marito, col passare del tempo Lily diventa sempre più presente e ad Einar non resta che regredire. In principio si rivolgono a specialisti col risultato di venire trattato come un anormale o peggio un pervertito, finendo per subire una fantomatica cura a base di radiazioni e rischiando in ultima di venire internato per schizofrenia.

Lily non è pazza. È solo una donna che per troppo tempo è rimasta sepolta in un corpo che non è il suo. A dispetto del ritrovato amico Hans (Matthias Shoenaerts), colui col quale ebbe una prima pulsione da bambino, quando incontra un medico che si dice disposto a tentare per la prima volta l’asporto dell’organo maschile e la costruzione di una vagina, Lily trova la sua pace. Lily è decisa ad andare incontro a quella felicità che la renderà completamente se stessa.

A dispetto dell’indubbio valore della pellicola, il contributo di Eddie Redmayne (The Good Shepered, Marily, La teoria del tutto) è straordinario. La sua timida goffaggine nel porsi dinnanzi ai collant femminili lasciano emergere una curiosità sempre maggiore e quando in teatro inizia a provarsi vestiti e parrucca è come un bambino in un negozio di caramelle. Ancor più imponente (e decisivo) l’attimo in cui nudo davanti allo specchio si nasconde il pene tra le cosce per vedersi come sarebbe se fosse stato una donna anche nel corpo e non solo nell’anima.

È impossibile guardare The Danish Girl senza essere attraversati da un sentimento di rabbia millenaria. Perché oggi, anche nel tanto libero Occidente, omosessuali e transgender hanno vita dura. Ancora oggi politiche bigotte e religioni folcloristiche (purtroppo con milioni di adepti che ne seguono i loro credi) condannano queste persone come sbagliati. Ed è questo il punto.

Che cosa hanno sbagliato? Di che colpa si sono macchiati? Perché i libri devono essere tutti votati all’unione uomo-donna? Chi l’ha deciso? Chi lo ha sancito? Nessuno. Al massimo una morale che non si risparmia di sfruttare gli esseri umani in ogni loro fibra, trattare le donne come oggetti e far morire persone come mosche. Un film importante The Danish Girl. Un film con un grande cast e diretto da un regista sensibile (Il discorso del Re, Les Miserabiles). The Danish Girl, un film dove il sogno diventa realtà. E lo sarà sempre di più.

Il trailer di The Danish Girl

The Danish Girl (2015, di Tom Hooper)

mercoledì 23 gennaio 2013

A Danish Royal Affair

A Royal Affair - Johann Struensee (Mads Mikkelsen) e la regina Caroline (Alicia Vikander)
Fin dove ci si può spingere per amore di una donna? E della libertà? Nella Danimarca del XVIII secolo è di scena la Storia. A Royal Affair (En kongelig affære), di Nikolaj Arcel


La cruda realtà rincorre la metafora esistenziale di un legame senza basi, così come un trono affidato a una persona incapace. Ma come in tutti i rigidi equilibri imposti, basta poco perché tutto salti. È sufficiente un nuovo elemento con una visione differente per cambiare per sempre l’orizzonte. A Royal Affair (2012, En kongelig affære), di Nikolaj Arcel

L’85° edizione dei Premi Oscar si avvicina. Oltre ai pesi massimi di casa, ad attirare sempre molto interesse c'è anche l’Oscar per il Miglior Film Straniero. Ai Golden Globes 2013 ha trionfato Amour, di Michael Haneke. Il 24 febbraio prossimo al Dolby Theatre di Los Angeles sarà dunque lui il film da battere. A contendergli l’ambita statuetta: No (di Pablo Larraín, Cile), War Witch (di Kim Nguyen, Canada), Kon-Tiki (di Joachim Rønning e Espen Sandberg, Norvegia) e infine A Royal Affair (di Nikolaj Arcel, Danimarca), due volte Orso d’Argento al Festival di Berlino 2012.

Le ultime due nazioni a portare l’Oscar nel vecchio continente sono state proprio l'Austria e Danimarca, che a breve si ritroveranno l'un contro l'altra. Nel 2008 trionfò Il falsario - Operazione Bernhard (di Stefan Ruzowitzky), quindi nel 2011 a gioire fu Susanne Bier con In un mondo migliore (Hævnen). Da quando nel 1950 l’Oscar per il Miglior film straniero è diventato una presenza fissa alla serata degli Academy, sono state otto le nomination complessive che il piccolo paese scandinavo ha ottenuto. E proprio in quella primissima edizione vinta da La Strada di Federico Fellinni, a concorrere c’era anche Qivitoq (di Erik Balling).

La Danimarca tornò nuovamente nel quintetto delle nomination nel 1960 con Paw (di Astrid Henning-Jensen) e due anni dopo nel 1962 per Harry og kammertjeneren (di Bent Christensen). Il primo trionfo arrivò nel 1988 con Il pranzo di Babette di Gabriel Axel, bissato l’anno successivo da Pelle alla conquista del mondo di Bille August. A chiudere un triennio magico per il cinema danese, la nomination nel 1990 per Ballando con Regitze, di Kaspar Rostrup. Ultima presenza prima del successo di due anni fa, nel 2007, con Dopo il matrimonio, della già citata Susanne.

A Royal Affair (2012), ambientato a Copenaghen nella corte reale danese del XVIII secolo,  racconta il drammatico triangolo amoroso tra il pazzo Re Cristiano VII (Mikkel Følsgaard, orso d’Argento al Festival di Berlino 2012 per la suddetta interpretazione), sua moglie la regina Caroline Mathilde (Alicia Vikander) e il loro medico, l’illuminista tedesco Johann Friedrich Struensee (Mads Mikkelsen).

Se l’interprete “regale” maschile non è ancora troppo conosciuto al grande pubblico, non si può certo dire lo stesso della giovane Alicia, svedese classe ’88 di Goteborg, vista di recente in Anna Karenina (2012, di Joe Wright) nella parte di Kitty, a fianco di Keira Knightley e Jude Law.

Non ha invece bisogno di presentazioni il danese Mads Mikkelsen, miglior attore al Festival di Cannes per Il Sospetto (2012, del connazionale Thomas Vinterberg) e interprete di celebri pellicole come King Arthur (2004, di Antoine Fuqua) dove era l’arciere Tristano; 007 Casino Royale (2006, di Martin Campbell) dove era il terribile villain Le Chiffre e Scontro tra titani (2010, di Louis Leterrier) dove interpretava il valoroso guerriero Draco.

A dispetto di parrucche, calze e la realtà della storia, la pellicola è di estrema attualità portando all’attenzione degli spettatori un mondo dove un despota (schizofrenico) domina incontrastato, viene praticata la tortura e la democrazia viene lasciata fuori dalla porta. Sarà l’arrivo di un personaggio straniero, il medico Struensee a far allargare la prospettiva del regnante mettendo in discussione molto di più un mero modus operandi, e contribuendo in modo decisivo a innovative riforme.

Ma anche i sentimenti avranno qualcosa da dire. In attesa dunque la pellicola sbarchi nelle sale italiane, per iniziare a prendere confidenza con la storia, si può sfogliare “Il medico di corte” (2001, Iperborea) dello svedese Per Olov Enquist che ripercorre la vicenda di Struensee.

A Royal Affair (2012, di Nikolaj Arcel)
A Royal Affair (2012) - la regina Caroline (Alicia Vikander) e Johann Struensee (Mads Mikkelsen)