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Visualizzazione post con etichetta Mark Rylance. Mostra tutti i post
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venerdì 2 marzo 2018

Dunkirk non ispira

Dunkirk - il comandante Bolton (Kenneth Branagh
Ha fallito ai BAFTA e ai Golden Globe. Il tanto decantato Dunkirk di Christopher Nolan non è l'incredibile meraviglia che in troppi hanno descritto. E ora tocca agli Oscar.

di Luca Ferrari

Opera incompleta. Superficiale. Troppo tecnica e poco "umana". Fin dalle sue prime indiscrezioni e successiva anteprima veneziana, il nuovo film di Christiopher Nolan, Dunkirk, venne presentato come fosse l'ottava meraviglia e pompato da una certa stampa commerciale in modo fin troppo smaccato. Ma più che raccontare una epica pagina di storia della II Guerra Mondiale, il regista londinese si è più che altro preoccupato di fare sfoggio di ciò che sa fare da dietro la telecamera, lasciando alla storia il tempo che trova.

I premi si sa, se vengono assegnati a chi riteniamo degni, è giusto. In caso contrario la giuria è corrotta o non capisce nulla. Il pensiero degli addetti ai lavori nel mondo del cinema non è diverso da quello del "semplice popolo". E così, una volta arrivata la prova del nove dei riconoscimenti, Dunkirk ha fin'ora miseramente fallito raccogliendone un solo premio su 11 candidature complessive.

In ordine cronologico, ai Golden Globe ha ricevuto tre nomination per il Miglior film drammatico, regista (Christopher Nolan) e colonna sonora originale (Hans Zimmer), restando a mani vuote. Non è andata meglio, anzi decisamente peggio, ai BAFTA - British Acamdey Film Awards dove su otto candidature la pellicola si è portata a casa solo il Miglior sonoro (a Richard King, Gregg Landaker, Gary A. Rizzo e Mark Weingarten).

Domenica 4 marzo intanto è il tanto atteso momento dei premi Oscar. Dunkirk si contenderà la statuetta di:
  • Miglior film a Emma Thomas e Christopher Nolan
  • Miglior regista a Christopher Nolan
  • Migliore fotografia a Hoyte Van Hoytema
  • Miglior montaggio a Lee Smith
  • Migliore scenografia a Nathan Crowley e Gary Fettis
  • Migliore colonna sonora a Hans Zimmer
  • Miglior sonoro a Mark Weingarten, Gregg Landaker e Gary A. Rizzo
  • Miglior montaggio sonoro a Richard King e Alex Gibson
Aldilà dei premi tecnici dove non ho le competenze per poter affermare che sia più o meno meritevole rispetto ad altri, come sostenni su queste pagine digitali prima della notte dei Globe e dei BAFTA, anche questa volta Dunkirk andrà incontro all'insuccesso nelle sezioni principali: film e regista. Una previsione (augurio) non solo dettata dalla presenza di rivali di razza (La forma dell'acqua, Tre manifesti a Ebbing Missouri, Lady Bird, The Post) ma perché la resa della vicenda è poco efficace. Molto prospettica e poco incentrata sugli uomini, questi ultimi i veri protagonisti della Storia.

Inevitabile poi lo scontro/confronto con L'ora più buia (di Joe Wright), anch'esso candidato come Miglior film e dove finalmente Gary Oldman, dopo essersi portato a casa il Globe e BAFTA, verrà di sicuro incoronato Miglior attore protagonista anche dagli Academy. Il film incentrato su Winston Churchill finisce esattamente con la vicenda messa in scenda da Nolan, ma le differenze sono gigantesche. Wright mette a fuoco il personaggio, Nolan il proprio ego.

Francia, 1940. La II Guerra Mondiale è appena agli inizi. La forza nazista è al massimo della sua potenza. Il patto Moltov-Ribbentrop tra Hitler e Stalin è solido. La nazione transalpina è stata aggredita. La sola nazione al momento ancora libera dal giogo nazi-fascista è la Gran Bretagna, una cui grossa fetta dell'esercito adesso si trova a Dunkerque (in inglese, Dunkirk). L'esercito tedesco pattuglia ogni via di fuga. Quale sarà il destino per l'esercito di Sua Maestà e l'intero continente europeo?

Churchill ha l'idea geniale. Sacrificando una guarnigione, sprona il popolo inglese a salpare con i propri mezzi acquei e imbarcare ciascuno il maggior numero di soldati possibili riportandoli a casa, e dunque riorganizzando la difesa. Sembra un'impresa folle ma la Storia non è fatta per chi non sa osare. Tra le tante imbarcazioni che rispondono presente, c'è anche quella di Mr. Dawson (Mark Rylance), uno dei primi a recuperare un soldato ancora sotto shock (Cillian Murphy) dopo essere finito sott'acqua a causa di un sommergibile tedesco.

Nei cieli intanto i piloti Farrier (Tom Hardy) e Collins (Jack Lowden), a bordo dei loro Spitfire, ingaggiano duelli contro la Lutwaffe. A terra invece, la telecamera segue le (dis)avventure del soldato semplice Tommy (Fionn Whitehead) e la fanteria alla disperata ricerca di un rifugio/salvezza, facile preda dei canini nazisti. La guerra potrebbe finire già lì, su quella fetta di costa francese, ma così non sarà. Un errore di valutazione che cinque anni dopo si trasformerà nel tramonto definitivo del Terzo Reich.

Inutile negarlo, la vicenda di Dunkirk non era così nota. Christopher Nolan (Memento, Inception, Interstellar) l'ha consegnata alla memoria collettiva attraverso il grande schermo. Se la resa puramente cinematografica è notevole, non si può dire lo stesso della narrazione. Poche didascalie esplicative all'inizio e alla fine del film, cosa che al contrario sarebbe stato molto opportuno. D'accordo, Dunkirk non è un documentario di storia ma la vicenda avrebbe meritato qualche spiegazione più dettagliata.

Curiosa poi la scelta di uno dei co-protagonisti, il cantante della boyband One Direction, Harry tyles, alla sua prima incursione sul grande schermo. Forse troppo influenzato dalla propria trilogia di Batman, Nolan punta più sui supereroi o presunti tali. C'è l'aviatore, il fante, il marinaio. Ci sono i singoli, c'è molto meno l'unione. Dunkirk è cinema ad alto contenuto spettacolare e scarso sul fronte storico. I suoi protagonisti si perdono nella coltre di sensazionalismo.

La vicenda di Dunkirk rappresentò uno snodo cruciale per la storia europea. Forse senza quella ritirata strategica, oggi la libertà non esisterebbe e la svastica troneggerebbe ancora nella vita di chiunque. Quell'impresa gridò al mondo, e alla cancelleria Hitleriana, che un popolo era pronto a battersi ben oltre l'inimmaginabile. E oggi, in un'epoca di nazionalismi murati e ignobili ignoranze xenofobe, ciò che successe sulla costa francese dovrebbe farci agire subito, decisi e uniti. Questo purtroppo non succederà e comunque non sarà Dunkirk di Christopher Nolan a ispirarlo.

Il trailer di Dunkirk

Dunkirk - imbarcazione inglese in soccorso dei propri connazionali

martedì 22 agosto 2017

Dunkirk, l'anteprima nazionale a Venezia

Dunkirk in anteprima a Venezia
Lunedì 28 agosto si terrà a Venezia l'anteprima nazionale di Dunkirk (2017, di Christopher Nolan). Cineluk sarà in prima fila per raccontarvi questa magica serata.

di Luca Ferrari

L'eroica evacuazione di Dunkerque sta per essere raccontata sul grande schermo. Dietro la macchina da presa, Christopher Nolan (Memento, Il cavaliere oscuro - il ritorno, Interstellar): "lo Stanley Kubrick dei nostri tempi", come lo ha definito il direttore di Best Movie, Giorgio Viaro. Un film evento distribuito in Italia dalla Warner Bros Pictures e che avrà la sua (grandiosa) anteprima nazionale all'Arsenale di Venezia, due giorni prima dell'inizio della 74° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (30 agosto – 10 settembre).

Tra i protagonisti del film, l'attore-regista Kenneth Branagh, in autunno neo-Hercule Poirot a bordo dell'Orient Express; Cillian Murphy e Tom Hardy, entrambi vecchie conoscenze "!Batmananiane" di Nolan con il primo di nuovo a tu per tu con il mare dopo aver raccolto le testimonianze di Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick. Altra presenza di spessore, l'ex-spia Spielberghiana Mark Rylance, premio Oscar come Migliore attore non protagonista per Il ponte delle spie e tenero "omone" animato di Il GGG - Il grande gigante gentile.

Coraggio, adrenalina e una fetta di Storia che ha contribuito a cambiare le sorti della II Guerra Mondiale. Lunedì 28 agosto h. 21 cineluk - il cinema come non lo avete mai letto sarà in prima linea per raccontarvi questa epica serata di cinema. Oltre a un ricco reportage-recensione della pellicola, sarò particolarmente generoso in tweet e foto InstagrammateDunkirk (2017, di Christopher Nolan) è uno di quei film che non finiscono dopo l'ultimo ciak. Dunkirk, ne sono certo, resterà dentro.

Dunkirk, i protagonisti si raccontano

Dunkirk - il comandante Bolton(Kenneth Branagh)

martedì 10 gennaio 2017

Il GGG, ciao bellissimo sogno

Il GGG - Il grande gigante gentile e Sophie (Ruby Barnhill)
Steven Spielberg torna al fantastico con una storia "prelibosa". Protagonista, Il grande gigante gentile (Il GGG, 2016). La sua professione? Regalare sogni ai bambini.

di Luca Ferrari

Sophie (Ruby Barnhill) è un’orfanella di Londra. Soffre d’insonnia. Così una sera, mentre legge furtiva un libro illuminata da una piccola torcia, nel guardare fuori dalla finestra in piena notte scorge una creatura non esattamente umana, o meglio “urbana”. E pure lei viene notata. Di lì in poi la sua vita cambierà per sempre.  Adattamento cinematografico del romanzo "Il GGG" scritto nel 1982 da Roald Dahl, è sbarcato sul grande schermo Il GGG – Il grande gigante gentile (2016, di Steven Spielberg).

Il gigante è stato scoperto e non può rischiare che la sua identità venga rivelata al mondo, così rapisce la piccina portandola, balzo dopo balzo, nella (non così lontana) terra dei giganti. Con grande sorpresa Sophie scoprirà che i 7 metri del suo nuovo amico sono poca cosa di fronte alle stazze ancor più imponente dei vari ScrocchiaOssa (Adam Godley), InghiottiCiccia (Jemaine Clement). Sangue-Succhia (Adam Godler) e gli altri compari. Tutti prepotenti e soprattutto sempre alla ricerca di umani da mangiare.

Questo gigante invece, ribattezzato "gentile" dall'umana, o meglio "urbana" come lui la chiama, si ciba solo di una specie di ortaggio nauseabondo, il cetrionzolo. Ma l'aspetto davvero speciale è il suo mestiere, ossia creare e portare sogni ai bambini. E fu proprio in una delle sue incursioni che Sophie lo vide, armato di un particolare strumento con cui soffia il sogno dentro il bambino (e non solo). I suoi conterranei però, sempre più rabbiosi, fiutano qualcosa e la bambina è decisa ad aiutare il proprio amicone a sbarazzarsi di loro, anche a costo di presentarsi dalla Regina d'Inghilterra (Penelope Wilton) in persona.

Si sentiva la mancanza di un film come Il GGG - Il grande gigante gentile. Sceneggiatore del cult anni Ottanta I GooniesSteven Spielberg (Lo squaloE.T. - L'extraterrestreLincoln) è tornato a lasciare il segno in un genere che in passato gli ha regalato tante soddisfazioni e un'ammirazione eterna da parte di fan in tutto il mondo. Sono poche le fiabe capaci di regalare autentiche emozioni. Senza strafare né utilizzando sopravvalutati effetti tridimensionali, il regista parla di sogni, infanzia e collaborazione tra mondi diversi. E chissà se quel leggere di Sophie sotto le coperte altro non sia che un omaggio a Bastian e La storia infinita (1984).

La fisionomia del gigante è morbida. Sembra un pupazzo quando viene maltrattato da quelli più grandi di lui ma la sua unica preoccupazione è proteggere Sophie. Non mancano le risate, a cominciare dal brindisi a corte con lo sciroppo sfribollino, dalle caratteristiche bollicine che vanno giù invece che salire, e sui cui inevitabili effetti a scoppio nessuno saprà resistere, inclusi i generali militari di Sua Maestà e l'impeccabile Mr. Tibbs (Rafe Spalls - il Danny Moses de La grande scommessa).

Già spia russa alla corte di Spielberg in Il ponte delle spie (2015), interpretazione che gli valse la statuetta dell'Academy come Miglior attore non protagonista, Mark Rylance è la voce originale del gigante gentile. Se per il pubblico italiano è impossibile riconoscerlo dalla suddetta, di sicuro la fisionomia strizza non poco l'occhio all'attore inglese classe 1960. Esordio sul grande schermo invece per la dodicenne del Cheshire, Ruby Barnhill, convincente più che mai nei panni dell'ostinata e coraggiosa Sophie.

Prodotto da Walt Disney Pictures e distribuito in Italia da Medusa Film, rispetto alla mia consueta cine-posizione veneziana, ho avuto il piacere di assistere alla proiezione di Il GGG - Il grande gigante gentile al cinema Garden di Rende (Cs), in Calabria. Una sala longitudinale così creata per permettere ai più grandicelli e alti di accomodarsi nelle retrovie. Personale cordiale e grande presenza di piccini allo spettacolo. Curioso il cartello fuori dalla sala che ricordava agli spettatori di "non entrare con bottiglie di vetro (e fin qua nulla di nuovo) e... prodotti di rosticceria".

Il GGG - Il grande gigante gentile non è un film né un cartone animato. Non strizza l'occhio a nessun pubblico di mezzo. La nuova opera Spielberghiana penetra dentro come i sogni soffiati dal gigante dentro i bambini. Oggi i sogni, di qualsiasi età, sono sempre più a rischio. Non serve essere orfani per sentirsi abbandonati e senza nessuno al mondo.  Alle volte è sufficiente un amico vero per cambiare il corso della propria esistenza e quella di tanti altri. Banale? Semplicistico? Stucchevole? E se fosse solo dolcemente veritiero?

Settimo anno di vita per cineluk - il cinema come non lo avete mai letto. Non ho idea di che anno cinematografico sarà. Raramente mi è capitato di iniziare con un film così coinvolgente e in un luogo lontano da casa, come se Il GGG - Il grande gigante gentile volesse indicarmi la strada di questo 2017. Un'epoca questa, chissà, dove magari realizzerò i miei sogni in un'insolita dimensione. Sarà vero? Io mi fido del Grande Gigante Gentile di Steven Spielberg. Da questa prima recensione dell'anno, auguro a tutti di fare bellissimi sogni e poi di realizzarli.

Il trailer di Il GGG - Il grande gigante gentile

Il GGG - il gigante gentile insieme alla piccola Sophie
Il grande gigante gentile soffia i sogni ai bambini de cinema Garden di Rende (Cs)

mercoledì 2 marzo 2016

Oscar 2016, i film sono storie

Oscar 2016 - I migliori attori non protagonisti, Mark Rylance e Alicia Vikander
Scontati. Poche sorprese. Gli Oscar 2016 premiano il cinema di sensazione con qualche rara eccezione tra cui il "Miglior film" andato a Il caso Spotlight.

di Luca Ferrari

L'Oscar a DiCaprio? Era ora, così è finito il supplizio del “poveretto”! L'esasperata attenzione al remake di Mad Max? Allucinante! Il caso Spotlight è il Miglior film? "Fuckin' unbelievable!" (da non crederci, ndr). L'Oscar a Morricone? Non mi piacciono i premi di compensazione! Miglior regia a Innarirtu? No comment! Le assenze tra i candidati di Aaron Sorkin (Jobs) e Steve Carell (La grande scommessa)? Una bestemmia! Chris Rock? Banale e noioso. Ladies and gentlemen, benvenuti nel noioso mondo dell'88° edizione degli Oscar 2016.

Venezia, mercoledì 2 marzo. Gli incandescenti fuochi pirotecnici degli Oscar 2016 sono oramai sopiti se non del tutto raffreddati e spenti. Lo champagne è stato bevuto. La delusione è stata assorbita. Non mi sono perso un secondo di questa importante notte, inclusa la toccante performance voce-chitarra di Dave Grohl (Foo Fighters, ex-batterista dei Nirvana) eppure solo ora ho messo mano all'inchiostro. La ragione è semplice.

Il 29 febbraio era una data importante e più dei risultati (fin troppo scontati) degli Academy, c'era qualcosa da ricordare anche con la settima arte: la fine dell'assedio di Sarajevo nella guerra dei Balcani. Una guerra sempre ignorata. Ed è stato triste constatare che neanche a Il figlio di Saul, trionfatore come Miglior film straniero (ungherese), gli sia venuto in mente un giorno simile. Una nazione quella dell'Est europeo non certo lontana né geograficamente (poco più di 500 km) né culturalmente.

Los Angeles, Dolby Theatre – 28 febbraio 2016. I primi Oscar a essere assegnati sono quelli per la Miglior sceneggiatura originale e non originale. A trionfare sono due dei pochi film con una vera storia alla base: Il caso Spotlight e La grande scommessa. Due film e due storie d'ingiustizia. A colpirmi in particolare sono le parole di Charlize Theron ed Emily Blunt (prossimamente sorelle in Il cacciatore e la regina di ghiaccio): "Sono la spina dorsale di ciò che facciamo", "E' dove inizia un gran film".

La sceneggiatura è il cuore di un film. Senza di essa non ci sarebbe regia né effetti speciali, né musica né trucco, nulla. Eppure, a ben guardare i tanti prodotti sbarcati, incensati e addirittura premiati, sembra quasi che la sceneggiatura abbia un ruolo minore. Il caso più emblematico è Mad Max: Fury Road, vincitore di 6 premi Oscar e addirittura in lizza per il Miglior film.

Come a più riprese ho evidenziato e sottolineato ovunque ne avessi l'occasione (recensione, conversazioni, commenti, post, etc.), Mad Max: Fury Road è l'embema del film moderno imbottito di effetti digitali senza lo straccio di un'anima. È un remake e per di più fatto dal medesimo regista (in crisi). George Miller poi è riuscito a sprecare due cavalli di razza come la già citata Charlize e ancor di più l'eclettico Tom Hardy.

Persa la fotografia per mano e obiettivo di Emmanuel Lubezki (Revenant), Fury Road si è portato a casa l'Oscar per la Miglior scenografia, montaggio, sonoro, montaggio sonoro, costumi, trucco & acconciatura. Ossia, il contorno. Si lo so, sarò mangiato vivo dagli addetti ai lavori ma non m'interessa. Un film è una storia e non è un caso che tante pellicole a dispetto di mezzi rudimentali siano ancora nel cuore della gente proprio perché avevano qualcosa da dire e non volevano fare sensazione.

E veniamo al grande eroe della serata, o meglio il fiammiferaio Leonardo DiCaprio. Per quanto mi riguarda c'è una sola ragione per cui sono felice del suo trionfo come Miglio attore protagonista in Revenant - Redivivo (di Alejandro G. Inarritu): è finalmente finito il supplizio del povero Leo. Un attore che ormai era diventato l'emblema dell'ingiustizia più dei bambini violentati dai preti di Spotlight o la genre frodata in La grande scommessa.

Incamerato l'Oscar, ovviamente sono partiti subito gli articoli dei 10 o 20 grandi attori/attrici che non l'hanno mai vinto. In questa lista ho letto nomi imbarazzanti: da Meg Ryan ad Arnold Shwarzenegger, dimenticandosi di personaggi come Gary Oldman, Edward Norton, Steve Buscemi, Joaquin Phoenix, John Goodman, Michael Fassebnder e questo solo per citare i primi nomi venutimi in mente. Invece no, il dramma del cinema moderno era il non-Oscar a Leonardo DiCaprio.

Nonostante fosse “in attesa” (…) da molto più tempo, ha di sicuro perso l'ultimo tram per l'Oscar l'immortale Sylvester Stallone. Io sono cresciuto con Rocky Balboa e alla soglia dei 40 anni mi fa ancora commuovere. È un personaggio puro e positivo, di sicuro anacronistico per quest'epoca. Ma gusto personale a parte, tanto il Globe (vinto) quanto l'Oscar, per fortuna mancato, non glielo avrei mai dato. Sly era in lizza con Mark Ruffalo, Christian Bale e Tom Hardy, gente di un'altra categoria. Il premio poi se l'è portato a casa Mark Rylance (Il ponte delle spie) in una delle pochissime sorprese della serata.

Del tutto scontati i premi femminili: Brie Larson (Room) e Alicia Vikander (The Danish Girl, film presentato a Venezia) dovevano essere la Miglior attrice protagonista e non protagonista, così è stato. Nulla (ma proprio no) sul fronte animato con l'ennesimo Oscar vinto dai Pixar Animation Studios grazie a Inside Out (di Pete Docter e Ronnie Del Carmen), e su quello del Miglior documentario dove Amy (di Asif Kapadia) ha sbaragliato la concorrenza.

Nel segno dell'ovvietà anche il premio per la Miglior colonna sonora andato a Ennio "Morrantino". A differenza del 99 per cento dei miei connazionali però, io non ho esultato per la semplice ragione che questi riconoscimenti sono il trionfo dell'ipocrisia. Ennio Morricone avrebbe meritato in più e diverse occasioni la statuetta degli Academy e non certo per un film modesto (The Hateful Eight) di cui già oggi nessuno saprebbe accennarmi alcuna melodia.

Tra i tre grandi sconfitti della serata, per due di essi non posso che essere più che soddisfatto: Sopravvissuto – The Martian (di Ridley Scott) e Star Wars: Il risveglio della Forza (di J.J. Abrahms), rispediti a casa a mani vuote nonostante le rispettive 7 e 5 nomination, incapaci perfino di vincere lo scettro dei Migliori effetti speciali andati al ben più meritevole e originale Ex Machina (di Alex Garland). Fermo a zero a fine serata nonostante le 6 candidature anche l'intenso Carol (di Todd Haynes) con protagoniste (nominate) due superbe Cate Blanchett e Rooney Mara.

È stata una serata interessante quella dell'88° edizione dei premi Oscar che ha ribadito qual è l'andazzo del cinema: il marketing dell'ego e degli effetti speciali conta più della storia. La colpa però non è solo di Hollywood e dei grandi Studios. Il cinema è cultura ma finché Revenant resterà tre settimane e più in sala mentre film come L'ultima parola – La vera storia di Dulton Trumbo pochi giorni, è difficile che il pubblico possa aprire i propri confezionati e condizionati orizzonti.

Oscar 2016 - Emily Blunt e Charlize Theron annunciano la Miglior sceneggiatura originale
Oscar 2016 - Tom McCarthy sul palco per il Miglior film: Il caso Spotlight

sabato 19 dicembre 2015

Qualcuno camminò su Il ponte delle spie

Il ponte delle spie - l'avvocato Donovan (Tom Hanks)
Il vento gelido della Guerra Fredda soffiavava sul mondo intero. USA e URSS intanto si guadarono negli occhi a Berlino su Il ponte delle spie (2015, di Steven Spielberg).

di Luca Ferrari

La morsa della Guerra Fredda e lo spauracchio della Guerra Termonucleare Globale erano all’ordine del giorno. Stati Uniti e Unione Sovietica avevano diviso il mondo. A farne le spese, anche la città di Berlino la cui costruzione di un muro sancì la divisione tra i due blocchi così come della Germania Ovest e Germania Est. In questo esasperato clima di tensione, in una gelida mattinata appena fuori città, le due superpotenze atomiche si guardarono negli occhi. Lì, su Il ponte delle spie (2015, di Steven Spielberg).

James B. Donovan (Tom Hanks) è un brillante avvocato di Brooklyn. Arrivato in ufficio in un giorno come altri, gli viene proposta una causa senza precedenti: offrire assistenza legale a Rudolf Abel (Mark Rylance), o meglio il colonello Abel, spia sovietica appena catturata dai servizi segreti americani. L’intera nazione lo vorrebbe sulla sedia elettrica, Donovan però s'impunta (che strano tipo, ndr) sulla Costituzione e i suoi diritti, pensando inoltre in prospettiva. Messo alle strette, suggerisce di tenerlo in vita nel caso potesse servire per futuri scambi.

La previsione non tarderà ad avverarsi. Francis Gary Powers (Austin Stowell), pilota di un aereo-spia Lockheed U-2, viene abbattuto in territorio nemico durante un’incursione a 7.000 metri di altezza mentre era intento a scattare foto. Catturato e condannato, gli USA lo rivogliono indietro. Bisogna trattare e trovare una via d’uscita. A complicare le cose ci si mette però anche l’arresto nella DDR (Repubblica Democratica Tedesca) del giovane studente americano Frederic Pryor (Will Rogers), rimasto nella parte “sbagliata” del muro.

Proprio in virtù del suo impegno con Abel, viene scelto Donovan per andare a Berlino a sbrogliare la matassa. I servizi segreti americani vogliono solo il pilota, Donovan cerca d’inserire anche lo studente. Le persone con cui trattare però sono due. Anzi, le nazioni sono due. Unione Sovietica e la Repubblica Democratica Tedesca, rispettivamente nelle persone di Ivan Schischkin del KGB (Mikhail Gorevoy) e l’avvocato Wolfgang Vogel (Sebastian Koch).

Occorre organizzare uno scambio al più presto, e si farà presso il ponte di Glienicke, appena fuori Berlino. Tutto  dovrà avere un ruolo non ufficiale. Per l’opinione pubblica non deve essere in atto alcuno scambio tra USA e URSS. Questo almeno fino a quando le cose non dovessero concludersi nel migliore dei modi. In caso contrario, beh, la CIA ovviamente non ne saprà nulla di questo avvocato sbarcato di propria iniziativa oltreoceano.

In un momento della politica internazionale a tratti simile (l’aereo russo abbattuto dalla Turchia nella fantomatica guerra contro l'Isis, ndr), su sceneggiatura dei fratelli Coen, Steven Spielberg (Lo squalo, Shindler's List, Lincoln) porta sul grande schermo una pagina di storia che vede il ponte di Glienicke epicentro di uno scontro nucleare mancato. Un conflitto che forse nessuna delle due parti avrebbe davvero voluto. E in quel rapporto di stima reciproca tra Abel e Donovan si può forse riassumere l’umanità oltre le bandiere, le politiche e le fedi. Non esiste differenza di pensiero che possa impedire a due uomini di andare d’accordo.

Che la si conosca o meno la storia, Il ponte delle spie conquista. Emblematica la città di Berlino ricoperta dalla neve. Una figura candidamente spettrale e dai connotati post bellici senza più nazisti ma con le severe divise della DDR comunista. È la costruzione del muro il vero momento topico. Mattone dopo mattone, strato di malta dopo strato, la divisione va in atto con i tedeschi disperati nel tentativo di passare dall’altra parte. Suspense pura quando viene messo l’ultimo pezzo di muro con il giovane Pryor, tornato nella parte orientale dalla sua fidanzata, ma ora impossibilitato a passare. E così viene subito arrestato.

Già protagonista del politico (e notevole) La guerra di Charlie Wilson (2007, di Mike Nichols), Tom Hanks assume ancora una volta i panni di uno di quegli antieroi a stelle e strisce che in virtù del proprio e personale modo di condurre certi affari, riesce a venire a capo in situazioni alquanto ingarbugliate. Come per la suddetta pellicola, è ancora una volta la Guerra Fredda il teatro per la sua azione. Un’epoca quella sempre più rimpianta da Est e Ovest causa l’imperante anarchia internazionale che regna sovrana nel terzo millennio.

Un'ultima nota personale. Mercoledì 16 dicembre, spettacolo serale delle 19,20. Ero lì, al cinema Rossini di Venezia nel primo giorno di proiezione. Stessa data per altri due colossi. Star Wars: il risveglio della Forza (di J.J. Abrahms) e Irrational Man (di Woody Allen). Con mia grande soddisfazione la massa omologata del popcorn era tutta in fila per il polpettone interstellare, lasciando alla Storia poco più di una decina di presenti, cosa che da un punto di vista personale mi andava benissimo (anzi, ci speravo proprio).

Difficile che qualcuno sia arrivato per vedere Il ponte delle spie senza saperne niente della vicenda, e anzi l'età media era over 30. Di che sorprendersi? Così come a Venezia la massa preferisce rimpinzarsi di (scadente) irrealtà piuttosto che imparare qualcosa. Star Wars ormai è una saga ultra-commerciale che vive di mera pubblicità e zero sostanza. Effetti speciali per intontire un mondo che si è rassegnato alla non reazione. Il ponte delle spie è qualcosa di molto più profondo e umano. A Venezia come altrove la massa ingurgita e si adegua, i pochi cercano un'altra strada e vogliono ancora imparare.

Il trailer de Il ponte delle spie
Il ponte delle spie - Rudolf Abel (Mark Rylance) e l'avvocato Donovan (Tom Hanks)
Il ponte delle spie - l'U-2 abbattuto sopra i cielo sovietici
Il ponte delle spie - a Berlino si costruisce il celeberrimo muro
Il ponte delle spie - l'avvocato Donovan (Tom Hanks) passa sotto il muro di Berlino
Il ponte delle spie (2015, di Steven Spielberg)