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Visualizzazione post con etichetta Tom Hardy. Mostra tutti i post
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venerdì 12 ottobre 2018

Venom odia i vaccini

clip da Venom odia i vaccini © Fuori Sync.
Può un film non interessarti e poi esserne risucchiato grazie a un trailer-parodia capace anche di toccare un tema delicato? La risposa è si, se ti chiami Fuori Synch. e maneggi Venom.

di Luca Ferrari

Supereroi al cinema? Anche no. Anche basta. Anche troppi. Questo almeno è ciò che pensavo prima di imbattermi in Venom (2018, di Ruben Fleischer), adattamento cinematografico di uno degli storici antagonisti dell'Uomo-Ragno, e prima d'ora comparso un'unica volta sul grande schermo nell'ultimo fiacco capitolo (20017) della trilogia di Sam Raimi, Spider-Man 3, allora interpretato da Topher Grace (quest'ultimo visto nei recenti panni del Gran Maestro del Ku Klux Klan in BlacKkKlansman).

Un momento, fermate le rotatorie. Venom di Ruber Fleischer ho detto? Calma, non esageriamo. Si, la base è quella ma i contenuti non appartengono certo alla sceneggiatura originale. A metterci mano, i novelli artigiani della risata di Fuori Sync., che come riportato sulla loro pagina Facebook, "è un progetto di intrattenimento nato nell’ottobre 2017 da un’idea di Alberto Pigliapochi, aspirante doppiatore e diplomato all’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna". Insieme a lui, altri quattro suoi amici, anch’essi doppiatori in erba: Gianluca, Andry, Samuele e Salvatore.

Il loro obiettivo? "Farsi conoscere al grande pubblico attraverso parodie umoristiche pubblicate su internet (canale Youtube inclusondr) per arrivare un giorno a entrare nel mondo professionistico sfruttando la viralità del web. I loro lavori spaziano dall’attualità ai grandi problemi quotidiani in cui tutti possono rispecchiarsi e sono scritti, doppiati e realizzati con la medesima cura di adattamenti cinematografici originali, dando ai contenuti un marchio di fabbrica ormai riconoscibile in tutta Italia, contenuti che generano regolarmente sulle piattaforme social milioni di click".

Fino a pochi giorni fa non avevo idea di chi fossero, esattamente come non mi sarei mai sognato di andare a vedere Venom al cinema, cosa che al contrario ho intenzione di fare a breve al Rossini di Venezia ma lo ammetto, sarà dura. Quando vedrò i protagonisti Tom HardyRiz Ahmed (Il fondamentalista riluttanteLo sciacallo - NightcrawlerJason Bourne) e Michelle Wlliams (MarilynManchester by the SeaTutti i soldi del mondo), sarà davvero impossibile non ripensare al video realizzato da Fuori Synch., Venom vs vaccini. È raro che ceda ai suggerimenti di Facebook, questa volta l'ho fatto. Sarà stata la controversa parola "vaccini", ho voluto provare e ne sono stato invaso.

Londinese classe '77, Tom Hardy è un attore straordinario capace di passare dalla commedia pulp e commerciale (RocknRollaUna spia non basta) a ruoli da villain memorabili (BronsonLegendRevenant - Redivivo) mettendoci nel mezzo anche incursioni eroiche (Mad Max: Fury RoadDunkirk) e ruoli inediti (LockeChild 44 - Il bambino n. 44). Un ruolo come quello interpretato in Venom però non lo aveva ancora acchiappato, e che non mi venga citato il mal riuscito Bane "Nolaniano" de Il cavaliere oscuro - Il ritorno.

Chissà se Tom è al corrente di cosa gli hanno combinato quei mattacchioni dei Fuori Synch. Io intanto me lo rivedo ancora una volta. Fatelo pure voi... prima che sia troppo tardi!


Venom vs vaccini, di Fuori Sync.

clip da Venom odia i vaccini © Fuori Sync.
clip da Venom odia i vaccini © Fuori Sync.
clip da Venom odia i vaccini © Fuori Sync.
clip da Venom odia i vaccini © Fuori Sync.
clip da Venom odia i vaccini © Fuori Sync.
clip da Venom odia i vaccini © Fuori Sync.
clip da Venom odia i vaccini © Fuori Sync.

martedì 22 agosto 2017

Dunkirk, l'anteprima nazionale a Venezia

Dunkirk in anteprima a Venezia
Lunedì 28 agosto si terrà a Venezia l'anteprima nazionale di Dunkirk (2017, di Christopher Nolan). Cineluk sarà in prima fila per raccontarvi questa magica serata.

di Luca Ferrari

L'eroica evacuazione di Dunkerque sta per essere raccontata sul grande schermo. Dietro la macchina da presa, Christopher Nolan (Memento, Il cavaliere oscuro - il ritorno, Interstellar): "lo Stanley Kubrick dei nostri tempi", come lo ha definito il direttore di Best Movie, Giorgio Viaro. Un film evento distribuito in Italia dalla Warner Bros Pictures e che avrà la sua (grandiosa) anteprima nazionale all'Arsenale di Venezia, due giorni prima dell'inizio della 74° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (30 agosto – 10 settembre).

Tra i protagonisti del film, l'attore-regista Kenneth Branagh, in autunno neo-Hercule Poirot a bordo dell'Orient Express; Cillian Murphy e Tom Hardy, entrambi vecchie conoscenze "!Batmananiane" di Nolan con il primo di nuovo a tu per tu con il mare dopo aver raccolto le testimonianze di Heart of the Sea - Le origini di Moby Dick. Altra presenza di spessore, l'ex-spia Spielberghiana Mark Rylance, premio Oscar come Migliore attore non protagonista per Il ponte delle spie e tenero "omone" animato di Il GGG - Il grande gigante gentile.

Coraggio, adrenalina e una fetta di Storia che ha contribuito a cambiare le sorti della II Guerra Mondiale. Lunedì 28 agosto h. 21 cineluk - il cinema come non lo avete mai letto sarà in prima linea per raccontarvi questa epica serata di cinema. Oltre a un ricco reportage-recensione della pellicola, sarò particolarmente generoso in tweet e foto InstagrammateDunkirk (2017, di Christopher Nolan) è uno di quei film che non finiscono dopo l'ultimo ciak. Dunkirk, ne sono certo, resterà dentro.

Dunkirk, i protagonisti si raccontano

Dunkirk - il comandante Bolton(Kenneth Branagh)

venerdì 22 gennaio 2016

Revenant – Redivivo, realismo autoreferenziale

Revenant Redivivo - Hugh Glass (Leonardo DiCaprio)
Nell'ignorato genocidio dei nativi americani, un uomo (banalmente) cerca la sua personale vendetta. Revenant – Redivivo (2015, di Alejandro González Iñárritu).

di Luca Ferrari

Un trapper (cacciatore-esploratore) ferito gravemente da un orso viene lasciato a morire da un compagno di viaggio a lui ostile. Un cacciatore ferito si aggira per le terre selvagge segnato da profondi lutti durante il genocidio ignorato dei Nativi Americani. Un cacciatore cerca vendetta. Basato sull'omonimo romanzo e in parte ispirato alla vita del cacciatore di pelli Hugh Glass (1783-1833), il premio Oscar Alejandro González Iñárritu dirige Revenant – Redivivo.

Sono i primi decenni del XIX secolo e gli odierni Stati Uniti sono terre dove vige la brutale legge del più forte, che a seconda dei casi sono i colonialisti francesi, inglesi, i neo-americani o dei nativi. Reduci da una lunga battuta di caccia di pelli, il gruppo comandato dal Jim Bridger (Will Poulter) e guidato dall'esperto Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) subisce un violento attacco da parte degli indiani Ree.

Hugh ha un figlio con sé, un mezzo sangue avuto da una donna Pawnee. Il ragazzo non è ben visto dal violento John Fitzgerald (Tom Hardy) e quando le cose si complicano, l'infido e violento cacciatore farà il possibile per sbarazzarsi dei due mal sopportati colleghi, il tutto con l'ingenua complicità dell'acerbo Domhnall Gleeson (Andrew Henry). Ferito a (quasi) morte da una mamma-orso preoccupata dei suoi cuccioli, per Hugh ha inizio una lunga marcia alla ricerca della giustizia più vendicativa.

Revenant – Redivivo è questo. Grandiosa fotografia. Immagini mozzafiato. Banalmente però, una storia di abusi. Una storia quasi biblica alla “occhio per occhio, dente per dente”. Fin da quando hanno cominciato a pervenire le prime informazioni, di Revenant – Redivivo si è sempre molto parlato dell'estremo realismo. Il gelo che provano i protagonisti è reale. Si insomma, non erano nel tepore del green screen. Salvo (ovviamente) l'aggressione dell'orso Grizzly, il resto è tutto reale. Ma con tutto rispetto per gli attori, dimostrare il dramma del gelo mentre si è nel freddo acuto non è che ci voglia tanto.

Come ogni forma d'arte anche il cinema segue tendenze. In questo momento i tre filoni che vanno per la maggiore sono i cinecomics, l'atmosfera oscura imposta dalla linea lucrativa del regista Christopher Nolan e appunto l'esasperato iper-realismo. La bravura di un attore però sta esattamente nell'opposto: saper far provare al pubblico il dramma della solitudine gelata anche se lui non la sta vivendo nell'effettivo.

Inarritu è una di quelle persone che il cinema e i suoi meccanismi li ha capiti davvero, passando così da opere di indubbio spessore (21 grammi, Babel, Biutiful) a lungometraggi di gran lunga più ruffiani capaci di far più breccia tra il pubblico commerciale. Presentato a Venezia 71 come film d'apertura, Birdman (2014) ha fatto incetta di Oscar ma di fatto è una commediola leggera e scontata. Revenant – Redivivo sembra cucito addosso a DiCaprio per fargli avere ciò che ancora non possiede.

E qui non voglio entrare troppo nel merito della recitazione dell'attore californiano (classe '74), sul quale prima della cerimonia degli Oscar dedicherò un articolo specifico, ma se questo è il suo non plus ultra, la performance per la quale sarebbe impossibile non dargli l'ambita statuetta degli Academy, beh, qui c'è qualcosa che non torna. L'esatto contrario di Tom Hardy (RockNRolla, Il Cavaliere Oscuro - Il ritorno, Locke), viscido villain e grandioso protagonista di questa pellicola, di cui si è parlato troppo poco e che al pari del suo illustre compagno di set, si è anch'esso guadagnato una nomination all'Oscar come Migliore attore non protagonista che meriterebbe di vincere.

Miglior regia, Miglior film drammatico e Miglior attore in un film drammatico (DiCaprio) ai Golden Globes 2016, Revenant – Redivivo (di Alejandro González Iñárritu) è ora atteso il 28 febbraio al varco degli Oscar. La pellicola con più nomination (12) di questa 88° edizione degli Academy. Osservato speciale ovviamente Leonardo DiCaprio, alla sua 5° nomination, ma fin'ora senza alcun successo.

DiCaprio striscia sulla terra con tutto il dramma possibile e immaginabile. DiCaprio si spoglia nella neve e e dorme dentro la pelle di un cavallo. DiCaprio mangia per davvero gli organi interni di un animale. Alejandro González Iñárritu ha messo l'intero Revenant – Redivivo nelle sue capacità, trascurando altri aspetti della storia e personaggi che forse avrebbero meritato di più. Molto di più.

Revenant Redivivo - John Fitzgerald (Tom Hardy)
Revenant - Redivivo (2015, di Alejandro Gonzalez Inarritu)
Revenant Redivivo - Hugh Glass (Leonardo DiCaprio)

lunedì 25 maggio 2015

L'inutile Mad Max: Fury Road (2015)

Mad Max: Fury Road - Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne)
Un film più inutile di Mad Max: Fury Road (2015, di George Miller) è difficile da trovare. Emblema di un'industria senza più idee e capace solo di clonare se stessa.

di Luca Ferrari

Cosa c'è di più triste per un regista di successo (George Miller) di ridursi a girare di nuovo lo stesso film con il quale ci si consacrò più di 35 anni fa? Forse niente. Per chi ne capisce un minimo della settima arte, Mad Max: Fury Road (2015) rappresenta quanto di peggio l'industria cinematografica stia passando al convento al grido di: rifare e rifare ancora finché i polli continueranno ad abboccare... e il botteghino vomiterà dollari sonanti.

Verso la fine degli anni Settanta quando si andava al cinema una volta al mese, l'australiano George Miller sbucò dal nulla e nel giro di un quinquennio diede alla luce una trilogia che fece epoca:  Interceptor (Mad Max, 1979), Interceptor – Il guerriero della strada (Mad Max 2: The Road Warrior, 1981) e Mad Max - Oltre la sfera del tuono (Mad Max: Beyond Thunderdome, 1983). Tre film che hanno lasciato il segno, dando anche lo spunto (fra i tanti) al celebre manga giapponese Ken il guerriero. Film che se avessero adottato la linea del presente, non sarebbero mai usciti.

Anno 2015, Mad Max: Fury Road. Il mondo è allo sbando. Chi ha la benzina detta le regole, ancor di più se nasconde acqua e le poche coltivazioni rimaste al più tipico dei popoli-pecora. Qualcuno però si è stufato e dopo essere stato rapito dalla milizia di Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne), è pronta a fare la sua (coraggiosa) scelta. Lei è l'Imperatrice Furiosa (Charlize Theron). Una donna che ha saputo mettere da parte il proprio odio aspettando l'occasione giusta per mollare il despota e far ritorno a casa.

Sfruttando la sua eminente posizione e a bordo della potente blindocisterna, invece della solita missione distruttiva, punta decisa altrove e forte di un accordo con una banda di motociclisti (una frana per bloccare i suoi inseguitori in cambio di carburante), prosegue spedita. Sulla sua strada però, e per fortuna, trova Max Rockatansky (Tom Hardy, il Demidov dell'oscuro Il bambino numero 44), prelibato donatore coatto di sangue per i Figli della Guerra di Immortan Joe, al guinzaglio di Nux (Nicholas Hoult).

A bordo del mezzo da guerra l'Imperatrice Furiosa non è sola. Nascoste ci sono anche le cinque mogli del despota: Angharad la splendida (Rosie Huntington-Whiteley), Capable (Riley Keough) Dag (Abbey Lee), Cheedo la fragile (Courtney Eaton) e Toast la sapiente (Zoë Kravitz, vista nel recente Good Kill di Andrew Niccol, film presentato al 71° Festival di Venezia).

Il primo impatto dello spettatore con le suddette è al limite del ridicolo. Senza nemmeno guardarsi le spalle e semi-svestite, sembrano più idonee a una passerella di Dolce & Gabbana che non a una pericolosa fuga da un mondo che brucia, giocando poi con la pompa dell'acqua come se dovessero cominciare una faticosa giornata di pulizia auto in abiti succinti e magliette bagnate.

Compreso il suo intento, Immortan Joe si butta all'inseguimento, supportato anche dalle bande alleate-rivali dei Mangiauomini di Gas Town e del Fattore di Bullet Farm. Per questi non è che l'ennesima dimostrazione di imporre il proprio potere, per lei, le mogli e Max stesso, una svolta votata alla vita. Tutti decisi a reagire. La domanda cruciale è: riusciranno nella loro impresa-sogno?

Ormai ho perso il conto. Li stanno rifacendo tutti. Cult degli anni Ottanta e non solo. Dimenticandosi quanto un film sia molto legato all'epoca in cui viene girato, Hollywood e dintorni giocano solo col sicuro. Ed è eccoli come usciti da una fabbrica i remake di Total Recall, Robocop e perfino de I 10 comandamenti, quest'ultimo trasformato (penosamente) da Ridley Scott in Exodus: Dei e Re (Christian Bale, ma perché hai accettato?). Film insignificanti che non dicono e non possono avere nulla da dire.

Presentato in pompa magna nella sez. Fuori Concorso della 68° edizione del Festival di Cannes, se si escludono gli effetti speciali (neanche chissà che) e la costosa versione 3D per ipnotizzare meglio il pubblico (qualcuno mi spieghi perché negli USA il film è vietato ai minori di 17 anni, ndr), il resto di Mad Max: Fury Road è più desertico dello scenario terrestre in cui è ambientata la vicenda. Giusto qualche didascalia iniziale ed ecco il mondo allo sbando nell'era post atomica.

Ma se negli anni '80 la propaganda della Guerra Fredda faceva temere un imminente conflitto nucleare tra gli allora colossi USA e URSS con annesse tragiche conseguenze, adesso di quella realtà v'è più traccia. Adesso la paura ha lasciato posto all'isterismo. Nel terzo millennio la gente ha paura degli attentati e del proprio vicino di casa, specie se di credo diverso dal proprio. La gente ha paura di non arrivare a fine mese, non certo di una guerra atomica

Dietro la follia di questi pazzoidi tinti di bianco (e malati) c'è come sempre un burattinaio calcolatore. Uno che nasconde la verità. Immortan Joe, un ridicolo incrocio tra la Tina Turner di Mad Max – Oltre la sfera del tuono e Skeletor, il giocattolo della Mattel made in Eighties. Immortan Joe, un sovrano spacciato per immortale, cosa che puzza mostruosamente di Serse 300esco. Voilà, l'inutile e penoso remake Mad Max: Fury Road è servito. 

Il trailer di Mad Max: Fury Road


Mad Max: Fury Road - Nux (Nicholas Hoult) e Max Rockatansky (Tom Hardy)
Mad Max: Fury Road - Nux (Nicholas Hoult) e l'Imperatrice Furiosa (Charlize Theron)
Mad Max: Fury Road - le cinque mogli di Immortan Joe: Angharad (Rosie Huntington-Whiteley), Capable (Riley Keough) Dag (Abbey Lee), Cheedo (Courtney Eaton) e Toast (Zoë Kravitz)
Mad Max: Fury Road (2015, di George Miller)

venerdì 15 maggio 2015

Il bambino numero 44 è già in paradiso

Il bambino numero 44 - Raisa (Noomi Rapace) e Leo Demidov (Tom Hardy)
In paradiso nessuno uccide nessuno. Liberamente ispirato alla vicenda del mostro di Rostov, viaggio nell’URSS Stalinista de Il bambino numero 44.

di Luca Ferrari

In paradiso non ci possono essere omicidi se no che paradiso sarebbe? E se proprio dovesse accadere qualcosa poco in linea con quanto decantato dal comandante in capo Josif Stalin, ci sarà un'insindacabile nuova verità cui obbedire nel nome della sicurezza nazionale. Polizia segreta, una catena di efferati omicidi e purghe. In questo temibile substrato dove anche il collega più stretto può diventare il tuo diretto accusatore, si muove l'oscurità senza ritorno di Child 44 - Il bambino numero 44 (2014, di Daniel Espinosa).

La rivoluzione stalinista ha ucciso milioni di persone. Chi non si è ritrovato davanti al plotone di esecuzione, è morto di fame (praticando anche il cannibalismo) creando così un’intera generazione di orfani. Tra di essi c’è anche il piccolo Leo Demidov, adottato dall’esercito mentre vaga da solo nei boschi dell’Ucraina e in seguito divenuto eroe nazionale della II Guerra Mondiale. È lui (Tom Hardy) infatti a issare la fiera bandiera rossa con falce e martello sul più alto palazzo della Berlino appena liberata.

Mosca, 1953. Demidov è un rispettato agente della polizia segreta con licenza di investigare e scovare. È sposato con Raisa (Noomi Rapace). Ogni giorno sulla sua scrivania arrivano nuovi indiziati colpevoli di attentare il Grande Sistema Socialista. Anche una lettura sbagliata può far scattare le manette e quando uno viene arrestato, è colpevole.

Adesso però c’è un problema (per Leo). Quasi schernendolo, il Maggiore Kuzmin (Vincent Cassel) gli dice che di questa persona sanno poco o niente: il soggetto in questione è l'amata Raisa. Le possibilità sono due: o la denuncia con probabile torture per la donna e infine uccisione, o la negazione delle sue colpe con conseguente degradazione e immediato trasferimento punitivo.

In un regime che non ammette mele marce, Leo compie la scelta meno indicata. Qualcosa intanto ha scosso brutalmente il collega e suo compagno d’armi Alexei (Fares Fares). Il figlio è stato trovato morto. A dispetto però di evidenti percosse (anche molto violente), la versione ufficiale specifica di incidente ferroviario. Già mal digerito per il suo ficcare il naso, Demidov viene esiliato all’estremità dell’impero, sotto gli ordini (lui) del generale Nesterov (Gary Oldman) mentre Raisa da insegnante passa al rango d’inserviente. Anche lì però vengono rinvenuti bambini brutalmente seviziati e uccisi.

Leo e Raisa abbandonano la metropoli per raggiungere un posto poco ameno. Con la sola eccezione dell'appartamento (che non hanno più), il resto è quasi uguale. Diffidenza e brutalità. Arresti indiscriminati al prima atto di accusa e processi sommari. Lui intanto, il misterioso macellaio di Rostov, Vladimir Malevich (Paddy Considine), continua a viaggiare e uccidere. Considerando anche il figlio dell’amico di Leo, siamo già a quota 44.

Come se la nuova vita non fosse già abbastanza difficile, a renderla ancor più dolorosa ci pensa lo spietato Vasili Nikitin (Joel Kinnaman), tanto vanitoso e frustrato carrierista quanto spietato esecutore degli ordini in perfetto Stalin-style. Uccide chiunque senza nemmeno bisogno di arrivare in caserma. È palesemente invidioso di Leo, del suo carisma e dell'amore di Raisa. Un uomo che punta solo ed esclusivamente a infierire, arrivando anche a gesti estremi senza il benché minimo rimorso.

Il bambino numero 44 è un film eccessivamente lungo (137’), quasi più attento alle maglie del Sistema Sovietico, ben rappresentato dai vagoni deportanti (lo Stalinismo ha fatto più del doppio dei morti del nazismo, ndr) che non al dramma dei bambini uccisi. Il Bane Nolaniano Hardy regge bene il ruolo di massiccio protagonista diviso tra dovere e lealtà verso la moglie. Sceglie la via più difficile. Sceglie la via più dura. Metafora perfetta dell'esistenza-sopravvivenza dentro il regime, la lotta nel fango tra Leo e Vasili.

Ma cosa succederà se mai riuscirà ad alzarsi? Potrà anche catturare il serial killer, la sua vita però non potrà mai più di tanto cambiare.

Il trailer de Il bambino numero 44

Il bambino numero 44 - Vasili Nikitin (Joel Kinnaman)
Il bambino numero 44 - Leo Demidov (Tom Hardy) e il generale Nesterov (Gary Oldman)
Il bambino numero 44 - Leo Demidov (Tom Hardy) e Raisa (Noomi Rapace)

venerdì 10 agosto 2012

L'oscuro e forzuto Bane

Il cavaliere oscruro_Il ritornp - Batman (Christianl Bale) abbattuto da Bane (Tom Hardy)
Da una parte un miliardario mascherato-difensore dei più deboli, dall'altra un pazzo forzuto. Ma del commissario Gordon nessuno parla mai?

di Luca Ferrari

Va bene, lo ammetto. Sarà che qualsiasi giornale di cinema, o presunto tale, s’ingrossi da mesi ormai straparlando e incensando il terzo capitolo della saga dell’uomo-pipistrello di Christopher Nolan e che ora che arriverà sullo schermo ne sarò talmente pieno che mi risulterà deludente, comincio ad averne veramente le scatole piene del famigerato Bane (Tom Hardy). 
Mentre infatti di Batman si sprecano psicologi della porta accanto a comprendere la psiche di un miliardario che si traveste da giustiziere mascherato, nessuno analizza un pazzo fuori di testa che vuole letteralmente distruggere una città e ammazzare il suo difensore.

Mi dica sig. Bane, per caso Bruce Wayne le ha rubato la scena? Avrebbe voluto lei essere il difensore di Gotham City e quindi ha ripiegato sul rovescio della medaglia? Da dove le nasce questa sete di distruzione?

C’è poi un altro dettaglio di cui in Italia non si può parlare previa etichetta immediata. Chiunque abbia un minimo di attaccamento al senso di nazione o rispetto della legge, viene inspiegabilmente tacciato di “fascismo”, quindi per logica deduco che il “comunista” sia quello che venderebbe la propria casa al primo venuto, possibilmente dall’ex-cortina di ferro. 

Certo le eloquenti immagini di Genova 2001 non hanno fatto un gran spot delle Forze dell’Ordine, ma scarlattare un intero sistema forse è un po’ eccessivo. James Gordon (Gary Oldman) viene messo da parte come la classica scarpa vecchia. E nel modo di mettere da parte un poliziotto che ha dato la propria vita per stare dalla parte dei più deboli, si evidenzia la linea di questo mondo che ti usa e ti sfrutta finché ne ha bisogno, salvo poi correre a piangere se le cose si complicano di nuovo.

Divisa, tunica o mantello che sia, per compiere qualcosa di eroico o semplicemente per combattere ogni minima ingiustizia, non c’è bisogno di tante maschere. A qualcuno si. Beh, allora qua la mano.

In conclusione, ho l’impressione che The Dark Knight Rises (2012) abbia molte botole nascoste e che il regista non abbia lasciato troppe tracce. Moderno labirinto Shininghiano, tocca a noi cercare la nostra strada per non lasciare che anche il minimo grido di sofferenza si tramuti in un silenzio assordante, o peggio in un sibilo d’odio e di distruzione di massa.

giovedì 26 aprile 2012

Una spia non basta per Reese Whiterspoon

Una spia non basta - la bellissima Lauren Scott (Reese Whiterspoon)
Sempre più incantevole la premio Oscar Reese Witherspoon nel film Una spia non basta (2012, di McG) in compagnia dei maschiacci Tom Hardy e Chris Pine.

di Luca Ferrari

Va bene, lo ammetto. Da quando ho iniziato ad andare al cinema per fare qualcosa di più di passare due ore del mio tempo libero, ho sempre cercato una cosa. Vedermi uno spettacolo interamente da solo. A dispetto di una media di 40 film annui davanti al Grande Schermo, ancora non ci sono riuscito. E dire che le condizioni, ci sarebbero tutte.

Le proiezioni cui partecipo sono al 95 per cento condensate tra il lunedì e giovedì, in particolare i primi due giorni della settimana. E anche nella mia ultima incursione, Una spia non basta (This Means War), di McG con protagonisti Tom Hardy, Chris Pine e l'incantevole Reese Witherspoon, non ho raggiunto il mio obbiettivo. Cosa normale visto che sono andato questa volta di sabato. La spiegazione è presto detta. Era il primo weekend della coppia Allen & Benigni. Nelle mie previsioni tutti sarebbero andati lì, lasciandomi tranquillo. Così è stato.

Quando infatti sono passato dinnanzi al cinema in cui lo proiettavano, proprio nel momento in cui la gente iniziava a sfollare, un polveroso e scomposto ciarlare ha provato a investirmi. Pur senza lo scudo di Capitan America (che voglia di The Avengers, maremma celluloide) per proteggermi, sono rimasto concentrato su quanto io avevo appena visto. 

Una commedia rilassante, dove la biondissima Reese presta bellezza e sex appeal a Lauren Scott, decisa a rimettersi in carreggiata nella propria vita sentimentale, e in questo viene aiutata dall’amica fedele Trisha (Chelsea Handler). 

Se nel romantico Se solo fosse vero (2005, di Mark Waters), la bella Elizabeth (Reese Whiterspoon) aveva lo stesso problema sociale ma gli sviluppi della sua vicenda erano a metà strada tra la vita e la morte, qui la protagonista si dimena tra due bellocci agenti della CIA, Tuck Henson (Tom Hardy) e Franklin Delano Roosevelt "FDR" Foster (Chris Pine). Ne emergerà un conflitto tra i due colleghi-amici per la pelle molto Otelliano, con l’inevitabile happy end e la scelta della fanciulla verso uno di loro senza che questo sancisca alcuna fine. Anzi, l’esatto contrario.

Esilarante i modi in cui ciascun agente speciale cerca di sabotare gli appuntamenti dell’altro con la pulzella. Il pezzo migliore di queste gag resta sicuramente quando Tuck è in macchina con Lauren al volante di un auto d’epoca e si accorge che un aereo spia modellino li sta seguendo, con tanto di telecamera. Il dito medio che gli mostra seguito da colpi di pistola per spazzare via il nemico, è fenomenale.

Una spia non basta - Foster (Chris Pine), Lauren (Reese Whiterspoon) e Tuck (Tom Hardy)