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Visualizzazione post con etichetta Leonardo DiCaprio. Mostra tutti i post
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giovedì 19 settembre 2019

Con amore per Sharon, C'era una volta a Hollywood

C'era una volta a... Hollywood - lo stuntman Cliff Booth (Brad Pitt)
Un attore in fase calante e la sua controfigura ormai senza lavoro. Hollywood non è più quella di una volta? Inevitabile, ma per nostra fortuna Quentin Tarantino, si. Anzi, lui migliora.

di Luca Ferrari

C'era una volta a... Hollywood. C'è ancora Quentin Tarantino. Per il suo nono lungometraggio il regista innamorato della settima arte si è regalato due attori di straordinario talento, affidandogli un copione capace di soddisfare qualsiasi palato e alternando ogni ingrediente possibile. Osservi la performance di Leonardo DiCaprio e ti chiedi possa aver vinto un Oscar per il mediocre Revenant senza che lo bissi nel 2020 per C'era una volta a... Hollywood. Guardi Brad Pitt e ti chiedi esterrefatto come sia possibile che sia ancora a dieta stretta di grossi riconoscimenti (solo un Golden Globe nell'ormai lontano 1996 come Miglior attore non protagonista per L'esercito delle 12 scimmie).

Tarantino sa osare e osa. Archiviato l'accettabile The Eightful Eights, (2015) film divertente ma fin troppo Tarantiniano, questa volta il regista ha cambiato del tutto registro mettendo la storia al servizio dei protagonisti. Le loro vicende umane si muovono come pesanti locomotori con traini gravidi di pietra e sterpaglia. Rick Dalton (DiCaprio), in preda a crisi da star decaduta. Cliff Booth (Pitt), nella quiete di una rassegnazione mentale addolcita solo dall'amata pitbull Brandy. Insieme e separati sparano le ultime cartucce in una Hollywood ormai pronta per la pensione e al cambiamento che colpirà (anche a morte) la società e la cultura.

E poi c'è lei, Margot Robbie, di nuovo al fianco di Leonardo dopo il controverso The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese. E' lei a interpretare Sharon Tate, la moglie del regista Roman Polanski di cui tutti conosciamo il tragico epilogo. Un evento questo su cui c'era molta curiosità e soprattutto timore di come e se Taranatino l'avrebbe narrata. Sharon è giovane, solare e innamorata. E' incinta. Vederla al cinema mentre si guarda The Wreckin Crews (1968, di Phil Carlson - Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm), appena uscito sul grande e interpretato anche dalla suddetta, è un trionfo di spontanea semplicità.

Dopo le ruvide ed eccellenti interpretazioni in Tonya (2017, di Graig Gillerspie), nomination come Miglior attrice protagonista ai BAFTA, Golden Globe, premi Oscar 2018, e  Maria, regina di Scozia (2018, di Josi Rourke), questa volta Margot Robbie lascia emergere tutto il suo candore, regalando una rilassata dolcezza alla sua giovane collega, uccisa dalla setta di Charles Manson all'età di 26 anni. Così, mentre Dalton è alla disperata ricerca di un rilancio di carriera, venendo perfino nella poco amata Italia, Cliff, è ormai un segretario tuttofare per l'attore, senza mai comunque eccedere e rimanendo comunque uniti da una sincera amicizia. O per lo meno ci prova, come ama dire nelle interviste.

Rick è nervoso. Cliff rilassato. Anche nelle situazioni più critiche, il primo è facile preda della fragilità, il secondo mantiene il sangue freddo (anche sotto strani effetti). Scorrazza su e giù per gli studios senza scomporsi mai, passando dallo sfidare a botte e per davvero il re del kung fu, Bruce Lee (Mike Moh), scena molto attesa e chiacchierata e poco amata dai suoi fan) a sistemare l'antenna del suo amico. E' in questi viaggi su quattro ruote che incontra Pussycat (Margaret Qualley), hippy autostoppista che conduce in un ranch ex-set cinematografico, ritrovo di personaggi sinistri come l'assente Charles Manson (Damon Harriman).

Una sigaretta, una seconda e poi un'altra ancora. Un drink e poi un altro. La pappa del cane. Un copione. Un matrimonio. La resa dei conti. I sogni nascono lontani e finiscono tutti ad Hollywood. Qualcuno vuole far cessare quelli di altri. Qualcuno, un po' per caso, si ritroverà in mezzo alla Storia e farà quello che deve fare. Rick Dalton e Cliff Booth vanno per la loro strada. Sharon Tate abita accanto a loro ma fino a ora non si sono mai incontrati né rivolti la parola. Adesso è il momento di scrivere nuove pagine. Adesso è arrivato il momento di dare speranza a un mondo che dice di averla già perduta e ne è ancora traumatizzato.

Gestire oltre due ore e mezza di pellicola non è facile, neanche se ti chiami Quentin Tarantino. C'era una volta a... Holliwood (2019). Brad Pitt e Leonardo DiCaprio sono due giganti di recitazione. La storia effettiva passa quasi in secondo piano rispetto alle loro performance. Impossibile dire che uno sia il coprotagonista dell'altro. Per gran parte del film poi, non sembra quasi Tarantino se non per certe inquadrature e i classici cameo dei suoi attori feticcio: Kurt RussellBruce Dern e l'immancabile Michael Madsen. Nella carrellata di figure, si annovera anche il Bobby Axelrod di BillionsDamian LewisDakota FanningAl Pacino, e il compianto Luke Perry, star della sitcom anni novanta Beverly Hills 90210, deceduto lo scorso marzo per un ictus.

Insolitamente rispetto alle canoniche uscite, C'era una volta a... Hollywood è sbarcato il mercoledì e al cinema Rossini di Venezia ha subito riscontrato un successo incredibile. Nell'ampia sala 1 infatti non c'era un posto libero. Tutto il pubblico si è divertito e ha dimostrato di apprezzare davvero la pellicola davanti a sé. Una lunga serata di cui chiunque si porterà aneddoti e ricordi. Un'opera scandita da cinema, storia, dramma, suspense e quell'irrinunciabile ingrediente pulp. Un elemento quest'ultimo che è ormai una sorta di arma finale per Quentin Tarantino. Un qualcosa che tutti speriamo di vedere e accendere al momento giusto. Lui lo fa, come (quasi sempre) in modo originale e coinvolgente. Il pubblico veneziano ne è la più lampante delle cine-dimostrazioni.

Il trailer di C'era una volta a... Hollywood

C'era una volta a... Hollywood - Sharon Tate (Margot Robbie)
C'era una volta a... Hollywood - Rick Dalton (Leonardo DiCaprio)

martedì 16 febbraio 2016

BAFTA 2016, Londywood Calling

Bafta 2016 - i vincintori Alejand G. Inarritu e Leonardo DiCaprio © BAFTA
Ma siamo a Londra o dalle parti di Hollywood? Scorri i nomi dei vincitori della 69° edizione dei premi BAFTA 2016 ed è un tour dello scontato già visto.

di Luca Ferrari

La British Academy of Film and Television Arts (BAFTA) ha emesso i verdetti. Scontati. Nessuna sorpresa. Nessuna scelta fuori dai binari. Di film importanti da premiare ce n’erano assai: Steve Jobs, Carol, Il caso Spotlight e La grande scommessa. Il grosso dei premi invece l'hanno vinto loro, i soliti. Hanno vinto i gusti del pubblico commerciale come se oggigiorno la conoscenza critica della materia non avesse più alcun peso. Il pubblico chiede, la giuria premia.

Dopo i Golden Globe, l’ex-Titanica coppia Kate Winslet e Leonardo DiCaprio ha fatto il bis ai BAFTA 2016 rispettivamente per Steve Jobs e Revenant - Redivivo, e ora puntano sparati al tris perfetto. Se per DiCaprio trattasi della 5° nomination agli Academy e ancora zero successi, la Winslet è alla settima candidatura con una statuetta già incamerata nel 2009 come Miglior attrice protagonista in The Reader – A voce alta (2009).

Altre doppiette, quella di Brie Larson, il regista messicano di Revenant, Alejandro González Iñárritu e il Maestro Ennio Morricone. Mastica ancora amaro la giovane attrice svedese Alicia Vikander, a dieta stretta di premi nonostante le due nomination esattamente come ai prossimi Globes: per lei nelle due serate di gala, 4 candidature complessive e zero successi. Riuscirà a rompere il digiuno agli Oscar dove concorre solo per lo scettro di Miglior attrice non protagonista in The Danish Girl?

Ancora peggio è andata a Il ponte delle spie e Carol. Accomodatisi alla Royal Opera House di Londra con 9 nomination ciascuno, il film diretto da Steven Spielberg ha vinto in una sola prestigiosa categoria, l'opera diretta da Todd Haynes con protagoniste Cate Blachett e Rooney Mara invece, nessuna. Se questo è il trend, temo che la notte Los Angeles non regalerà alla suddette pellicole grandi soddisfazioni.

Sul fronte dell’animazione Inside Out ha vinto a mani basse. Poca concorrenza (Minions e Shaun, vita da pecora – Il film). Trionferà anche agli Oscar al 100 per cento ma in casa Pixar sanno fare di gran lunga meglio. Ciliegina sulla torta commerciale, il premio come Miglior stella emergente andato al giovane John Boyega, fattosi conoscere al grande pubblico con Star Wars.

Unica consolazione della serata londinese oggi succursale di Hollywood, l'ennesima bocciatura del tanto incensato Mad Max: Fury Road che, a ragione, si prende i premi tecnici ma venendo trombata sul fronte dei riconoscimenti attoriali, di regia, sceneggiatura, etc. Ossia lì dove il suo contribuito era pari allo zero assoluto. Nel dettaglio, tutti i vincitori dei premi BAFTA 2016:

  • Miglior film: Revenant – Redivivo (di Alejandro González Iñárritu)
  • Miglior film britannico: Brooklyn (di John Crowley)
  • Miglior debutto di un regista, sceneggiatore o produttore britannico: Naji Abu Nowar (sceneggiatore, regista) Rupert Lloyd (produttore) – Theeb
  • Miglior film straniero: Storie pazzesche (Relatos salvajes, di Damián Szifron – Argentina)
  • Miglior documentario: Amy (di Asif Kapadia)
  • Miglior film d'animazione: Inside Out
  • Miglior regista: Alejandro González Iñárritu (Revenant – Redivivo)
  • Miglior sceneggiatura non originale: Adam McKay, Charles Randolph (La grande scommessa)
  • Miglior attore protagonista: Leonardo DiCaprio (Revenant – Redivivo)
  • Miglior attrice protagonista: Brie Larson (Room)
  • Miglior attore non protagonista: Mark Rylance (Il ponte delle spie)
  • Miglior attrice non protagonista: Kate Winslet (Steve Jobs)
  • Miglior colonna sonora: Ennio Morricone (The Hateful Eight)
  • Miglior fotografia: Emmanuel Lubezki (Revenant – Redivivo)
  • Miglior montaggio: Margaret Sixel (Mad Max: Fury Road)
  • Miglior scenografia: Colin Gibson e Lisa Thompson (Mad Max: Fury Road)
  • Migliori costumi: Jenny Beavan (Mad Max: Fury Road )
  • Miglior trucco e acconciatura: Morna Ferguson e Lorraine Glynn (Brooklyn)
  • Miglior sonoro: Lon Bender, Chris Duesterdiek, Martin Hernandez, Frank A. Montaño, Jon Taylor, Randy Thom (Revenant – Redivivo)
  • Miglior effetti speciali: Chris Corbould, Roger Guyett, Paul Kavanagh e Neal Scanlan (Star Wars: Il risveglio della Forza)
  • Miglior cortometraggio animato britannico: Edmond
  • Miglior cortometraggio britannico: Elephant
    Miglior stella emergente: John Boyega
Tutti i vincitori della 69° edizione dei BAFTA © BAFTA

venerdì 22 gennaio 2016

Revenant – Redivivo, realismo autoreferenziale

Revenant Redivivo - Hugh Glass (Leonardo DiCaprio)
Nell'ignorato genocidio dei nativi americani, un uomo (banalmente) cerca la sua personale vendetta. Revenant – Redivivo (2015, di Alejandro González Iñárritu).

di Luca Ferrari

Un trapper (cacciatore-esploratore) ferito gravemente da un orso viene lasciato a morire da un compagno di viaggio a lui ostile. Un cacciatore ferito si aggira per le terre selvagge segnato da profondi lutti durante il genocidio ignorato dei Nativi Americani. Un cacciatore cerca vendetta. Basato sull'omonimo romanzo e in parte ispirato alla vita del cacciatore di pelli Hugh Glass (1783-1833), il premio Oscar Alejandro González Iñárritu dirige Revenant – Redivivo.

Sono i primi decenni del XIX secolo e gli odierni Stati Uniti sono terre dove vige la brutale legge del più forte, che a seconda dei casi sono i colonialisti francesi, inglesi, i neo-americani o dei nativi. Reduci da una lunga battuta di caccia di pelli, il gruppo comandato dal Jim Bridger (Will Poulter) e guidato dall'esperto Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) subisce un violento attacco da parte degli indiani Ree.

Hugh ha un figlio con sé, un mezzo sangue avuto da una donna Pawnee. Il ragazzo non è ben visto dal violento John Fitzgerald (Tom Hardy) e quando le cose si complicano, l'infido e violento cacciatore farà il possibile per sbarazzarsi dei due mal sopportati colleghi, il tutto con l'ingenua complicità dell'acerbo Domhnall Gleeson (Andrew Henry). Ferito a (quasi) morte da una mamma-orso preoccupata dei suoi cuccioli, per Hugh ha inizio una lunga marcia alla ricerca della giustizia più vendicativa.

Revenant – Redivivo è questo. Grandiosa fotografia. Immagini mozzafiato. Banalmente però, una storia di abusi. Una storia quasi biblica alla “occhio per occhio, dente per dente”. Fin da quando hanno cominciato a pervenire le prime informazioni, di Revenant – Redivivo si è sempre molto parlato dell'estremo realismo. Il gelo che provano i protagonisti è reale. Si insomma, non erano nel tepore del green screen. Salvo (ovviamente) l'aggressione dell'orso Grizzly, il resto è tutto reale. Ma con tutto rispetto per gli attori, dimostrare il dramma del gelo mentre si è nel freddo acuto non è che ci voglia tanto.

Come ogni forma d'arte anche il cinema segue tendenze. In questo momento i tre filoni che vanno per la maggiore sono i cinecomics, l'atmosfera oscura imposta dalla linea lucrativa del regista Christopher Nolan e appunto l'esasperato iper-realismo. La bravura di un attore però sta esattamente nell'opposto: saper far provare al pubblico il dramma della solitudine gelata anche se lui non la sta vivendo nell'effettivo.

Inarritu è una di quelle persone che il cinema e i suoi meccanismi li ha capiti davvero, passando così da opere di indubbio spessore (21 grammi, Babel, Biutiful) a lungometraggi di gran lunga più ruffiani capaci di far più breccia tra il pubblico commerciale. Presentato a Venezia 71 come film d'apertura, Birdman (2014) ha fatto incetta di Oscar ma di fatto è una commediola leggera e scontata. Revenant – Redivivo sembra cucito addosso a DiCaprio per fargli avere ciò che ancora non possiede.

E qui non voglio entrare troppo nel merito della recitazione dell'attore californiano (classe '74), sul quale prima della cerimonia degli Oscar dedicherò un articolo specifico, ma se questo è il suo non plus ultra, la performance per la quale sarebbe impossibile non dargli l'ambita statuetta degli Academy, beh, qui c'è qualcosa che non torna. L'esatto contrario di Tom Hardy (RockNRolla, Il Cavaliere Oscuro - Il ritorno, Locke), viscido villain e grandioso protagonista di questa pellicola, di cui si è parlato troppo poco e che al pari del suo illustre compagno di set, si è anch'esso guadagnato una nomination all'Oscar come Migliore attore non protagonista che meriterebbe di vincere.

Miglior regia, Miglior film drammatico e Miglior attore in un film drammatico (DiCaprio) ai Golden Globes 2016, Revenant – Redivivo (di Alejandro González Iñárritu) è ora atteso il 28 febbraio al varco degli Oscar. La pellicola con più nomination (12) di questa 88° edizione degli Academy. Osservato speciale ovviamente Leonardo DiCaprio, alla sua 5° nomination, ma fin'ora senza alcun successo.

DiCaprio striscia sulla terra con tutto il dramma possibile e immaginabile. DiCaprio si spoglia nella neve e e dorme dentro la pelle di un cavallo. DiCaprio mangia per davvero gli organi interni di un animale. Alejandro González Iñárritu ha messo l'intero Revenant – Redivivo nelle sue capacità, trascurando altri aspetti della storia e personaggi che forse avrebbero meritato di più. Molto di più.

Revenant Redivivo - John Fitzgerald (Tom Hardy)
Revenant - Redivivo (2015, di Alejandro Gonzalez Inarritu)
Revenant Redivivo - Hugh Glass (Leonardo DiCaprio)

lunedì 11 gennaio 2016

Golden Globe 2016, il trionfo di Revenant e Rocky

l'ambito Golden Globe
Revenant – Redivivo (di Alejandro González Iñárritu) vince tre Globes ma il vero trionfo è quello del quasi settantenne Sylvester Stallone.

di Luca Ferrari

Si dice che i Golden Globe siano premi meno commerciali. Con la sola eccezione di Sylvester Stallone, Miglior attore non protagonista nella sua ultima fatica “Rockyana” con Creed – Nato per combattere, il resto è tutta ordinaria amministrazione o quasi. Doppiette per Steve Jobs e The Martian. A bocca asciutta i più incisivi e drammatici Carol e Il caso spotlight.

Dopo i “globi dorati” per The Aviator e The Wolf of Wall Street, Leonardo DiCaprio si prende il terzo. Tris anche per Ennio Morricone. Un po' di giustizia almeno con la bocciatura del sopravvalutato remake di Mad Max. Nel dettaglio i vincitori della 73° edizione dei Golden Globe:
  • Miglior film drammatico: Revenant - Redivivo (di Alejandro González Iñárritu)
  • Miglior film commedia o musicale: Sopravvissuto - The Martian (di Ridley Scott)
  • Miglior regista: Alejandro González Iñárritu (Revenant – Redivivo)

  • Migliore sceneggiatura: Aaron Sorkin (Steve Jobs)
  • Migliore attrice in un film drammatico: Brie Larson (Room)
  • Miglior attore in un film drammatico: Leonardo DiCaprio (Revenant – Redivivo)
  • Migliore attrice in un film commedia o musicale: Jennifer Lawrence (Joy)
  • Miglior attore in un film commedia o musicale: Matt Damon (Sopravvissuto - The Martian)
  • Migliore attrice non protagonista: Kate Winslet (Steve Jobs)
  • Miglior attore non protagonista: Sylvester Stallone (Creed - Nato per combattere)

  • Miglior film d'animazione: Inside Out (di Pete Docter)
  • Miglior film straniero: Il figlio di Saul (di László Nemes – Ungheria)
  • Migliore colonna sonora originale: Ennio Morricone (The Hateful Eight)
  • Migliore canzone originale:  Writing's on the Wall (Sam Smith, Jimmy Napes) – Spectre
Leonardo DiCaprio vince il suo terzo Golden Globe

venerdì 31 gennaio 2014

Il popolo invisibile di Martin Scorsese

The Wolf of Wall Street (2013, di Martin Scorsese)
Prove superbe di Leonardo DiCaprio e Jonah Hill ma The Wolf of Wall Street (di Martin Scorsese) è un film superficiale, tropppo lungo e fine a se stesso.

di Luca Ferrari

Testosterone. Cameratismo. Donne-oggetto. Onnipotenza. Famelici istinti dollaro-maniaci trattati con ogni droga e vizio sessuale possibile. Per ogni problema c’è uno zero in più per risolverlo. Gli avvoltoi della ricchezza s’ingozzano. Si avvicendano. S’inorgogliscono. I frodati non hanno volto. Tornano a casa con le piaghe del duro lavoro. Martin Scorsese dirige The Wolf of Wall Street (2013).

Da aspirante broker a eccessivo imprenditore milionario. Fondatore della società Stratton Oakmont, capace di arrivare in pochi anni a fatturare oltre 1 miliardo di dollari in modo illegale. The Wolf of Wall Street (2013), storia ed eccessi di Jordan Belfort (Leonardo Di Caprio), il nuovo film di Martin Scorsese (Toro scatenato, Casinò, The Aviator).

Un uomo arraffa più dollari che può. Crea il suo esercito. Compra tutto quello che si può comprare. Un mondo costellato di eccessi, droghe e prostitute. Martin Scorsese racconta la storia del broker Jordan Belfort basandosi sull’autobiografia del suddetto, The Wolf of Wall Street. Un lungo spiattellare l’esistenza di Jordan senza nulla di più. Senza nemmeno un titolo di coda in memoria di tutti i comuni mortali che ha rovinato con le sue azioni. 

Nessun lato grigio. Solo il bianco accecante delle polverine da sniffare. Solo mera cronaca. Peter Travels (Rolling Stone) lo ha definito uno dei migliori film dell’anno. E non è certo l’unico. Un’analisi a dir poco superficiale, incagliata nell’ossessiva ripetizione delle parole (attori) chiave. The Wolf of Wall Street non è che un lungo dettato giustificato. Senza punti d’interpunzione né spazi. Un solitario assolo delle eccelse doti recitative di Leonardo DiCaprio e ancor di più di Jonah Hill (L’arte di vincere, 21 Jump Street, Django Unchained).

A dir poco sopra le righe l’attore californiano nei panni di Donnie Azoff, braccio destro di Jordan, capace d’incarnare un personaggio talmente squallido che fatto totale, si masturba pubblicamente a una festa (con moglie presente) alla vista della bionda Naomi (Margot Robbie), futura moglie di Jordan.

In tre ore di film Martin Scorsese non ha mai trovato il tempo di accendere i riflettori sulla massa lavoratrice. Mai un volto esangue di quel popolo che grazie alle imprese di certi lestofanti in completo da 3.000 dollari, ancor oggi sta pagando magari con il pignoramento della casa o il licenziamentio. Si certo, Jordan che deve patteggiare. Si certo, Jordan che viene mollato dalla moglie. Si certo Jordan, Jordan, Jordan.

Un film del genere negli anni Ottanta avrebbe avuto più senso, ora no. In un’epoca di crisi economica mondiale dove finanzieri-avvoltoi hanno rovinato e continuano a rovinare intere famiglie e nazioni, bisognava osare. Bisognava avere il coraggio di dire qualcosa e non difendersi dietro le pagine di un libro. Si possono raccontare le storie dei peggiori criminali senza farli passare per simpatici o eroi, e Martin Scorsese ha miseramente fallito in questo.

E come se non bastasse, una volta mandati in galera e incriminati tutti i personaggi coinvolti, la telecamera si sofferma sull’agente federale Kyle Chandler (Patrick Denham). Memore della prima conversazione avvenuta con Jordan a bordo del suo sfarzoso yacht, il suo sguardo basso di uomo-medio s’infrange malinconico nella classe operaia della metropolitana. Quasi desiderasse quella ricchezza e quello stile di vita sopra le righe di cui si millantava il “nemico”.

È la fine. Per molti di noi. E lo sarà ancora e per molto tempo.

The Wolf of Wall Street - Donnie Azoff (Jonah Hill) e Jordan Belfort (Leonardo DiCaprio)

The Wolf of Wall Street - testosterone, cameratismo e donne-oggetto
The Wolf of Wall Street - Jordan Belfort (Leonardo DiCaprio)

sabato 1 giugno 2013

Gatsby, il grande sogno di Baz Luhrmann

Il grande Gatsby - Nick (Tobey Maguire) e John (Leonardo DiCaprio)
Tra carbone, macchine da scrivere e whisky, il giovane e inesperto Nick (Tobey Maguire) arriva nella Grande Mela dove incontrerà John Gatsby (Leonardo DiCaprio). 


Un moderno romantico nell’era dell’escalation di Wall Street. Non va a vivere in una catapecchia di qualche quartiere di artisti. Per mantenersi lavora anch’esso in Borsa e viene introdotto nell’alta società (…) dall’amico Tom Buchanan (Joel Edgerton) sposato con la cugina Daisy (Carey Mulligan). 

A fianco della sua casetta di Long Island c’è un palazzo dove si tengono feste incredibili. Il proprietario è un misterioso e affascinante giovane. Il suo nome è Jay Gatsby (Leonardo DiCaprio). Il regista australiano Baz Luhrmann traduce in spettacolose (e tridimensionali) immagini da grande schermo l'omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby.

“Il film racchiude il sogno di Gatsby ma anche la sua intima solitudine malgrado le sfarzose feste e la sua speranza. Una tenace e incrollabile speranza di realizzare qualcosa che alla fine non c'è. Realizzare la storia d’amore interrotta con Daisy” racconta Luisa Galati, “I sogni stessi diventano solitudine. Il contrasto tra la società degli anni ‘20 così volubile e borghese e l'autenticità del protagonista delineano questo eroe novecentesco, e Luhrmann sa renderlo attuale anche grazie al mix di generi e atmosfere diversissime. Da Bryan Ferry a Lana Del Rey, da George Gershwin a Beyoncé Knowles

È proprio quest'ultima a interpretare il pezzo più toccante dell'intera colonna sonora insieme all'André 3000 degli Outkast: la malinconica cover di Back to Black di Amy Winehouse, con Jay Gatsby, entrambi vittime di un sogno sfuggente. Baz Luhrmann non delude. Un manifesto alla bellezza e all'arte”.

Tradimenti e affari. Gatsby incarna al meglio l’uomo che tutti vorrebbero dire di poter conoscere. Ne sfruttano la maestosità, ignorando per convenienza quale sia la sua vera identità. E quando le cose si mettono male è solo l’amico Nick a ricordarlo. A piangerlo al funerale. 

Nick è leale. Non si vende alla golfista snob Jordan Baker (Elizabeth Debicki). Forse è rimasto all’angolo facendo fare agli altri la vita reale, lui d’altronde si dice un osservatore casuale della strada ma oggi è lui a guardarsi in quella strada. Sopra la strada. Sfrecciando sulla strada. Fino a un passo dal perdere la voglia di un’ulteriore remata verso quella luce che alimenta la speranza.

Gatsby per certi versi rappresenta la vita che ognuno sogna di poter fare ma che alla fine non fa. Per scelta. Per paura. Per opportunismo. Lui però non è un cinico Tyler né un avido Gordon. È rimasto schiacciato nel suo originario “peterpanesco” desiderio d’amore. 

Quello che nemmeno la guerra gli ha strappato via. Ha voluto cambiare il mondo attorno a sé per trasformare i sogni in realtà, ma  nel frattempo anche il resto del mondo si è modificato. E quando anche per Gatsby il possibile diventa impossibile, nemmeno un estremo sacrificio potrà impedire che anche la più cieca speranza risenta del disgusto di questi nuovi miraggi fatti di carne, compromessi e finestre aperte con vista giardino. E nulla di più. E nulla eternamente di più.

Il grande incorruttibile sogno di Baz Luhrmann invece è qui. Adesso. Di qui all'eternità.

Il grande Gatsby - Nick (Tobey Maguire
Il grande Gatsby - Daisy (Carey Mulligan) e John (Leonardo DiCaprio)

venerdì 31 maggio 2013

Leonardo + Baz

i film diretti da Baz Luhrmann
E il gran giorno è arrivato per me. Dimenticate tutte le recensioni fin qua narrate perché la materia è diversa. Baz Luhrmann dirige Leonardo DiCaprio

di Luca Ferrari

Passato per i telefilm americani, in qualche solitaria fetta di passato faccio la conoscenza di un attore adolescente nella sitcom Genitori in blue jeans. Lo avrei rivisto poco dopo in Buon compleanno Mr. Grape (1993, di Lasse Hallström) e soprattutto un giorno per caso in Romeo + Giulietta (1996). 

Ancora ignoro che lì dietro la cinepresa ci sia un tal Baz Luhrmann, regista australiano. Romeo and me. Diversi, ma entrambi sofferenti. Lo guardo quasi di nascosto. In privato dalla mia anima. Troppe bisacce legate alle caviglie per condividere anche solo un fazzoletto. L’urlo straziante dello sfortunato innamorato moderno (con i lineamenti sbarbati di Leonardo) riesce perfino a far indietreggiare le mie dispute senza approdi, dove il sangue nasconde la bellezza e le giungle metropolitane al pari degli angoli disabitati non promettono nulla.  

La canzone per eccellenza del film è Lovefool, nenia della pop band svedese The Cardigans che MTV, già lanciato allo sfascio, pompa senza tregua. Il film è irreale per certi versi. Una dimensione dove trovo coscienza, e mi rimane incagliato. Rimane lì, sepolto da sonorità rock. Un’ultima tappa con DiCaprio sul Titanic (1997) pilotato da James Cameron, ma il cinema non è ancora nella lista dei miei pensieri. Torno a bordo una seconda volta e mi ritrovo a fine proiezione a rimanere inebetito con le mani dentro il mare. Vago. Ancora e ancora. 

Poi un giorno, semplicemente riesplode tutto insieme. Il rock, il cinema, la poesia, Baz Luhrmann. Irrompe Moulin Rouge! (2001) La scintilla diventa un incendio terreno. È l’inizio di un cammino. Ancora innamorati sfortunati, Satine (Nicole Kidman) e Christian (Ewan McGregor). La potenza dell’immagine si mimetizza nella parola. D’improvviso scopro di saper fare ciò che ho sempre fatto.

Da allora il regista dirige Australia (2008) ancora con la Kidman ma non arrivo in tempo sul grande schermo. Il presente invece è oggi. E al varco non c’è solo lui,  c’è anche Leonardo Di Caprio. Sono pronto per Il grande Gatsby (2013).

martedì 29 gennaio 2013

Quentin Unchained, una pistola per Django

Django Unchained - Django (Jamie Foxx)
Sangue, ironia e vendetta. Django Unchained non passerà alla storia come capolavoro ma è certo che Quentin Tarantino ne ha da dire su razzismo e schiavitù.

di Luca Ferrari

Sergio Leone
può stare tranquillo. La smisurata passione di Quentin Tarantino per il cinema e il genere western non è abbastanza perché possa impensierire la sua trilogia con il comunque meritevole Django Unchained (2012).  Il regista capace di mescolare ispirazioni che più lontane non si può, allunga la mano su una delle pagine più nere della storia americana, lo schiavismo.

Al centro della propria storia, lo schiavo Django (Jamie Foxx) e la moglie Broomhilda (Kerry Washington), con quest’ultima frustata senza pietà davanti al marito supplicante che invano cerca di far desistere i negrieri dall’atroce punizione per aver tentato insieme la fuga. Saranno marchiati, e venduti. Separatamente. 

Ma sulla strada per gli ennesimi lavori forzati, Django viene liberato da un buffo dentista teutonico, il Dr. King Schultz (Christoph Waltz) che da tempo ha abbandonato la professione odontoiatrica e si è affermato come cacciatore di taglie. Inizia un impensabile sodalizio nell’America pre-Guerra Civile (quella al centro di Lincoln di Steven Spielberg; ma i due registi si sono messi d’accordo per far uscire le pellicole una dopo l’altra in senso cronologico?).  

Un negro a cavallo da uomo libero? Ma quando mai. Nel sud degli Stati Uniti per giunta. Il patto è semplice: Django aiuta Doc a uccidere e incassare, Doc aiuta Django a trovare e liberare la sua dolce metà. Tutto fila liscio, fino a quando non arrivano dal ricchisso proprietario terriero Calvin Candie, un Nicholsoniano Leonardo DiCaprio, dal cui celebre attore deve avere preso molti appunti quando divisero il grande schermo di The Departed (2006, Martin Scorsese).

Sgherri con la frusta facile a parte, al fianco di Mr. Candy c’è Stephen (Samuel L. Jackson), fedelissimo al colore bianco e senza scrupoli nel mandare a torture disumane la propria gente. Non solo è un servitore della peggiore specie, ma è anche sveglio. Capisce le vere ragioni della strana coppia che si era presentata per acquistare un lottatore nero, e mette al corrente il suo capo delle loro intenzioni. Nulla sarà più come prima. Specie per Schultz.

Sangue a volontà. È il marchio di Quentin. Ne scorre parecchio anche in Django Unchained. Ma non è solo la fotografia di Robert Richardson a dare una marcia in più alla pellicola. Sono i dettagli. Se in Inglorious Basterds (2009) Tarantino reinventava il nazista con il colonnello Hans Landa (Waltz), qui disegna il Ku Klux Klan come un branco di mentecatti (…), capitanati da Big Daddy (Don Johnson), incapaci perfino di fare due buchi all’altezza giusta degli occhi del loro "fottuto" cappuccio bianco.

E in questa scelta non stento a credere ci sia un gustoso sentimento di disprezzo totale verso quell’immonda feccia umana che ha torturato e ucciso senza pietà innocenti. Una repulsione quella del regista di Le Iene e Jackie Brown nei confronti dell’organizzazione razzista, conficcata anche nell’atteggiamento del Dr. Schultz, recalcitrante a stringere la mano a Candie dopo essere stato obbligato a spendere dodicimila dollari per liberare la moglie di Django.

Ma non è il piano andato a monte né l’esborso monetario a rendere il “dentista” così arrabbiato e per nulla intenzionato a soddisfare la richiesta dello strafottente Calvin, che conscio del proprio potere, insiste. King è sdegnato. Quello che ha visto nella piantagione è qualcosa che non si può dimenticare. Una scena oltremodo brutale dove il bianco animalesco sbrana il nero. E adesso è tempo di chiudere il conto con la sola moneta possibile: la morte. Anche se le conseguenze potrebbero essere terribili.

C’era molta curiosità nel cameo di Franco Nero, il Django originale del film (1966) di Sergio Corbucci. Dal trailer sembravano poco più di una superflua battuta. Non poteva essere tutto lì. No, certo. Soprattutto visto il tempo che lo stesso Tarantino aveva dichiarato esserci voluto per pensarlo. Solo poche parole. Ma decisive. Espresse con superiore sprezzo da una razza sull’altra, ma che trovano nella pronta replica qualcosa di spregiudicato. Ribelle. Rivoluzionario.

Fin dalle prime battute della pellicola, Quentin entra con la telecamera nello sguardo terrorizzato degli schiavi incatenati, senza bluff né splatterismi. Le schiene sono tutte segnate dai laceranti colpi di frusta. 

Non c’è manierismo nella quasi evirazione a fuoco lento di Django mentre è appeso semi nudo a testa in giù nelle mani del crudele Billy Crash (Walton Goggins). Al contrario, i suoi disperati e inutili movimenti di fuga sono un martello pneumatico nella mente dello spettatore, angosciato per il destino dell’eroe di cui di lì a poco potrebbe sentire le sue urla di sofferenza. 

La resa dei conti fa parte delle regole del West e Quentin Tarantino ci ha abituato bene. Non importa se a scatenare la violenza è chi ha subito delle ingiustizie.

Le pallottole omicide di Django sono confetti nei nostri cuori rispetto al terrore della schiava legata a un albero nella piantagione di Big Daddy, colpevole di aver rotto delle uova, e per questo meritevole di essere frustata senza pietà. Quando la carne è già pronta per essere lacerata, arriva lui. Django Freeman. Prima uccide il negriero, poi frusta e colpisce a morte il suo compare. La vendetta dello schiavo è servita.

Il finale è di quelli che non ti aspetti. Non nell'azione (scontata), ma nella colonna sonora. E a questo punto mi fermo e non aggiungo altro. Però non sono così bastardo come Aldo Raine detto l'Apache, e un suggerimento ve lo posso anche lasciare. Per cui, immaginando di avere Calvin Kendie davanti a me e con il fucile rivolto alla sua ciurma di squallidi aguzzini, gli direi questo, “Ne ho abbastanza di voi e dei vostri ruba-galline…”.

Django Unchained - Django Freeman (Jamie Foxx) e il dott. Schultz (Christoph Waltz)
Django Unchained - Big Daddy (Don Johnson)
Django Unchained - il Ku Klux Klan
Django Unchained - la tragica finedi uno schiavo sbranato dai cani
Django Unchained - il luciferino Calvin Candie (Leonardo DiCaprio)
Django Unchained (2012) di Quentin Tarantino - la fotografia di Robert Richardson

giovedì 17 gennaio 2013

Ancora qui, ancora tu Quentin Tarantino

il regista Quentin Tarantino
DiCaprio mefistofelico. Waltz ironico bounty killer. Foxx volitivo giustiziere. Lì nel mezzo, sangue e razzismo. Quentin Tarantino è uno strano personaggio. 

di Luca Ferrari

Fattosi passare/dipinto come disinteressato al mondo impegnato attorno a sé e concentrato solo a splatter e telecamera, si narra che fu proprio il regista di Pulp Fiction a insistere perché al Festival di Cannes 2004 della cui edizione era Presidente di giuria, la Palma d’oro venisse consegnata a Michael Moore per Fahrenheit 9/11.

E mentre oggi Steven Spielberg prende Daniel Day-Lewis e lo veste da Lincoln (2013) per mettere fine alla schiavitù raccogliendo consensi da tutte le latitudini, Quentin va come sempre per la sua strada. Con meno epica e più unghie tagliate. Innescando  tagliole e vendetta con quel genere che ha sempre amato. Mettendoci dentro perfino uno dei suoi eroi, Franco Nero. Oggi nelle sale italiane è il giorno di Django Unchained (2013).

Razzismo. È ancora di pelle o è solo economico? Gli eroi "tarantiniani", se così si vuol chiamarli, non sono certo i puri Albert Narracott (Jeremy Irvine) di War Horse. Sono i bastardi con un po’ di gloria. Quelli che fanno il lavoro sporco perché il mondo perbenista possa continuare a sorridere credendo in massa a chissà quale fantomatica giustizia.

Le leggi del mondo di Tarantino non le fanno le aule di tribunale, o meglio non sono loro ad applicarle. E cosa dovrebbero fare oggi i Django moderni? Ce ne sono troppi, e sono tutti dannatamente diversi. Troppe filosofie. Troppi religioni. Troppe menzogne, e all’uomo non resta che portare avanti, egoisticamente, la sua guerra personale. Tutt’al più troverà un amico con cui condividere, per ragioni diverse, le stesse ombre di schiavitù e rendenzione. Forse.

Django Unchained (2013) di Quentin Tarantino

venerdì 20 aprile 2012

The Titanic Diary

l'agenda con il biglietto di Titanic al cinema e la fotocopia del singolo My heart will go on

Ci sono film che non finiscono con le luci che si accendono. Ci sono film come Titanic (1997, di James Cameron) che ti scorrono dentro il cuore per l'eternità e oltre.

di Luca Ferrari

"Secondo me, dovresti andare a vedere Titanic. Ti piacerebbe" mi disse Marta C. La conoscevo da poco tempo quella ragazza ma lei mi aveva capito bene e sotto quella solitaria e lunatica scorza hard rock molto simile a un guscio protettivo, aveva ben intuito che quella struggente storia d'amore mi avrebbe potuto contagiare. Le diedi ascolto e domenica 15 marzo 1998 (spettacolo pomeridiano) feci il mio ingresso al cinema Astra del Lido di Venezia.

"Capisco che forse 
ero l’unica persona libera di questa stanza 
nera/… L’unico che uscito dai sogni 
cercherà la realtà della propria 
vita/ Non sono ancora pronto 
per tornare a casa… Temo non lo sarò 
mai... Le loro promesse 
sono il mio vivere quotidiano…Sono 
un te bambino, non scordartelo..."
                                                                l.f

La pellicola era reduce dalla scorpacciata di Oscar ma di questo m'importava poco. Andai e le lacrime sgorgarono al punto da nasconderle sotto il mantello (chiodo nero). Due giorni dopo salii a bordo del Titanic per la seconda volta. Ancora insieme a loro: Jack Dawson (Leonardo DiCaprio) e Rose DeWitt (Kate Winslet). Sul Titanic (1997, di James Cameron). Rivedo tutto questo. Una fotocopia sbiadita mi ha fatto pensare che dovrò fare di più del guardare un’imbarcazione sparire nell’orizzonte.

Titanic. L'inizio della primavera 1998. Fu un anno difficile per me. Troppo, oserei dire. Vedo ancora l’inchiostro tremolante delle mie mani. Se dopo la prima visione vagai senza meta, terminata anche la seconda, sapevo bene dove andare. Presi la bici e pedalai a perdifiato fin davanti al mare. In un punto dell'isola a me molto caro. Salii sugli scogli e a dispetto della stagione, infilai le mani nell'acqua fredda. Respirando il salso e tutta la vita.

Timidi tentativi di apparire meno naufrago. Ho fatto in tempo a conservare una traccia del mio ingresso e poi ero già con l'anima nel salso per essere sicuro che la notte non cancellasse ogni traccia del giorno prima. I sostantivi indicanti il tramonto a colori di una prua, offrono ancora di più una voce a quei delfini più inclini alle lunghe profondità.

I giorni successivi furono un continuo ripensare al film. E quella canzone, My Heart Will Go On di Celine Dion, doveva essere mia. Comperai il singolo e la passai da cd a cassetta per il walkman (che bei rudimentali tempi, ndr). Così eccola in mezzo a Pearl Jam, Skid Row, Megadeth e Nirvana. Già con qualche anno di scrittura di poesie alle spalle, nuove creazioni sgorgarono incessanti. 

"La matita ricalcata voleva lambire il passaggio/... Non so che cosa si possa ancora provare/ Non lo so perché ho rinunciato troppo spesso alla notte/, e ho pronunciato solenni voti di nuovi grovigli/ C’è stato un tempo in cui le onde del mare erano un riflesso sufficiente/ C’è stato un tempo a cui mi affezionavo/, e oggi tutto finisce troppo presto/... Ma se a fine giornata avremo ancora la forza di darne notizia insieme, ecco, questa volta avremo la stessa storia da raccontare" l.f

My Hear Will Go On (OST Titanic, by Celine Dion)

l'agenda con il secondo biglietto di Titanic e i titoli delle poesie ispirate