!-- Codice per accettazione cookie - Inizio -->
Visualizzazione post con etichetta Tobey Maguire. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tobey Maguire. Mostra tutti i post

sabato 1 giugno 2013

Gatsby, il grande sogno di Baz Luhrmann

Il grande Gatsby - Nick (Tobey Maguire) e John (Leonardo DiCaprio)
Tra carbone, macchine da scrivere e whisky, il giovane e inesperto Nick (Tobey Maguire) arriva nella Grande Mela dove incontrerà John Gatsby (Leonardo DiCaprio). 


Un moderno romantico nell’era dell’escalation di Wall Street. Non va a vivere in una catapecchia di qualche quartiere di artisti. Per mantenersi lavora anch’esso in Borsa e viene introdotto nell’alta società (…) dall’amico Tom Buchanan (Joel Edgerton) sposato con la cugina Daisy (Carey Mulligan). 

A fianco della sua casetta di Long Island c’è un palazzo dove si tengono feste incredibili. Il proprietario è un misterioso e affascinante giovane. Il suo nome è Jay Gatsby (Leonardo DiCaprio). Il regista australiano Baz Luhrmann traduce in spettacolose (e tridimensionali) immagini da grande schermo l'omonimo romanzo di Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby.

“Il film racchiude il sogno di Gatsby ma anche la sua intima solitudine malgrado le sfarzose feste e la sua speranza. Una tenace e incrollabile speranza di realizzare qualcosa che alla fine non c'è. Realizzare la storia d’amore interrotta con Daisy” racconta Luisa Galati, “I sogni stessi diventano solitudine. Il contrasto tra la società degli anni ‘20 così volubile e borghese e l'autenticità del protagonista delineano questo eroe novecentesco, e Luhrmann sa renderlo attuale anche grazie al mix di generi e atmosfere diversissime. Da Bryan Ferry a Lana Del Rey, da George Gershwin a Beyoncé Knowles

È proprio quest'ultima a interpretare il pezzo più toccante dell'intera colonna sonora insieme all'André 3000 degli Outkast: la malinconica cover di Back to Black di Amy Winehouse, con Jay Gatsby, entrambi vittime di un sogno sfuggente. Baz Luhrmann non delude. Un manifesto alla bellezza e all'arte”.

Tradimenti e affari. Gatsby incarna al meglio l’uomo che tutti vorrebbero dire di poter conoscere. Ne sfruttano la maestosità, ignorando per convenienza quale sia la sua vera identità. E quando le cose si mettono male è solo l’amico Nick a ricordarlo. A piangerlo al funerale. 

Nick è leale. Non si vende alla golfista snob Jordan Baker (Elizabeth Debicki). Forse è rimasto all’angolo facendo fare agli altri la vita reale, lui d’altronde si dice un osservatore casuale della strada ma oggi è lui a guardarsi in quella strada. Sopra la strada. Sfrecciando sulla strada. Fino a un passo dal perdere la voglia di un’ulteriore remata verso quella luce che alimenta la speranza.

Gatsby per certi versi rappresenta la vita che ognuno sogna di poter fare ma che alla fine non fa. Per scelta. Per paura. Per opportunismo. Lui però non è un cinico Tyler né un avido Gordon. È rimasto schiacciato nel suo originario “peterpanesco” desiderio d’amore. 

Quello che nemmeno la guerra gli ha strappato via. Ha voluto cambiare il mondo attorno a sé per trasformare i sogni in realtà, ma  nel frattempo anche il resto del mondo si è modificato. E quando anche per Gatsby il possibile diventa impossibile, nemmeno un estremo sacrificio potrà impedire che anche la più cieca speranza risenta del disgusto di questi nuovi miraggi fatti di carne, compromessi e finestre aperte con vista giardino. E nulla di più. E nulla eternamente di più.

Il grande incorruttibile sogno di Baz Luhrmann invece è qui. Adesso. Di qui all'eternità.

Il grande Gatsby - Nick (Tobey Maguire
Il grande Gatsby - Daisy (Carey Mulligan) e John (Leonardo DiCaprio)

giovedì 21 giugno 2012

The Amazing Spider-Man, figlio di Facebook

The Amazing Spider-Man
Nel boom dei supereroi mascherati ecco la nuova saga di Spider-man, in perfetta linea con la cultura imperante di Facebook e gli altri social network.

 di Luca Ferrari

Da un grande potere deriva una grande responsabilità”. È un po’ il leitmotiv di Peter Parker/Spider Man. Ma quello che si leggeva nello sguardo malinconico di Tobey Maguire, ora è già il passato. Ad appena  cinque anni dall’ultima volta che indossò la tuta rosso-blu diretto da Sam Raimi, è già tempo di una nuova (presumibile) saga con protagonista il giovane Andrew Garfield nella parte dell’eroe mascherato in The Amazing Spider-Man (2012, di Marc Webb).

Prima ancora che esca, questa versione tridimensionale appare differente. Più simile al fumetto originale, facendo emergere il lato più ironico del protagonista. Fin qua tutto bene. Quello che colpisce è come venga molto ampliato il fattore “maschera”, tutta variopinta capace di cancellare le proprie insicurezze, incarnando così al meglio l’era dei social network, in particolar modo Facebook, dove anche il meno cuor di leone si può spacciare per un gladiatore senza macchia.

Voci di corridoio parlano che la maggior parte dei profili femminili siano in realtà uomini, con tutte le logiche conseguenze del caso. Qualcosa di molto simile visto accadere in tempi non sospetti in Closer (2004, di Mike Nichols) dove il debole di Dan (Jude Law) si spacciava via chat con Larry (Clive Owen) per Anna (Julia Roberts).

Spider-Man è sempre l’Uomo Ragno, certo. Un essere umano che improvvisamente dotato di super poteri, decide di metterli al servizio della giustizia. Ma la domanda che continua ad azzannarmi le meningi è: perché c’è sempre più bisogno di un qualcosa d’altro per fare del bene? Ed è sempre stato così. Senza una divisa o una religione da impugnare, l’essere umano è incapace di aiutare i deboli e gl’indifesi. E ce ne sono. Ce ne saranno assai. Aumenteranno sempre di più.

E sotto questo punto di vista la cinematografia aiuta poco, proponendo eroi che non esisteranno mai. Personalmente adoro le pellicole tratte dal genere Marvel ma questa improvvisa sovraesposizione del genere indica chiaramente la mancanza di idee da una parte, e dall’altra, cosa assai peggiore, la volontà di non voler investire in storie e sceneggiature che non garantiscano nel primo weekend di programmazione incassi da milioni di dollari.

E perché poi un eroe mascherato che fa del bene deve essere sempre ostacolato da chi dovrebbe stare dalla sua parte? Pensare di trovare persone intelligenti come il sergente James Gordon (sponda Batman) è un’impresa pressoché impossibile. Finché continueremo a mostrare solo personaggi con poteri improponibili, il mondo continuerà a credere di non potere fare nulla e si affiderà a sogni di interventi soprannaturali che mai esisteranno. Il cinema non dovrebbe limitarsi solo a far sognare. Dovrebbe essere una fonte d'ispirazione per modificare le tante lacune del presente.

Perché Peter Parker è costretto a essere Spider-Man? Non potrebbe agire senza maschera? La risposta è no. Diventerebbe un fenomeno da baraccone. Verrebbe usato come cavia per clonare il suo sangue e fare un esercito di indistruttibili. Sognare un mondo migliore, è bello. Crearne uno, sarebbe fantastico. Aspetto tutte le vostre maschere nella mia cassetta della posta.

The Amazing Spider-Man - il nuovo Spider-Man (Andrew Garfield)
Spider-Man 2 - il vecchio Spider-Man (Tobey Maguire)

venerdì 17 febbraio 2012

Rocky Balboa vs i film supereroici di passaggio

Rocky Balboa (Sylvester Stallone)
Troppi supereroi senza alcun vero potere umano. Di Rocky Balboa d'altronde ce n'è uno e non ce ne saranno mai più altri col suo cuore.

di
Luca Ferrari

Come ci poniamo di fronte alle aspettative di quelle fin troppo iniziali creature Goliane? L’invasione dei supereroi è iniziata da un pezzo. Tra i vari, quest’anno ci sarà il ritorno del nuovo Spiderman, dell’ultimo Batman "Nolaniano" e un autentico minestrone di vendicatori tutti già apparsi singolarmente e abilmente riuniti dalla regia di Joss Whedon in The Avengers (2012). Nello stesso filmone ci saranno Robert Iron Man Downey Jr., il neo-Hulk Mark Ruffalo, l’ex-Torcia Umana Chris Evans per la seconda volta nei panni di Capitan America, il possente Thor (Chris Hemsworth) e altri ancora. Uomini soprannaturali dunque.

Ma che ne è stato di quegli eroi normali figli esclusivamente della propria anima? Sono già passati sei anni dal capitolo finale della saga del pugile Rocky Balboa e ben 36 dal primo, sempre interpretato da Sylvester Stallone. La sua genuinità però, a tratti quasi sempliciotta, è ancora maledettamente illuminante. Un pugile che non smette di cadere e rialzarsi. 

Un uomo impermeabile alle malefiche idre del successo. Rocky, fedele all’amata Adriana (Talia Shire) anche nel ricordo dopo la sua scomparsa. Rocky, sempre pronto ad aiutare un amico, che sia il cognato Paulie (Burt Young), il collega Spider Rico o il figlio Robert (Milo Ventimiglia) in preda a sconforto e negatività. Quale che sia la sfida, lui è sempre certo di una cosa: che non si farà massacrare né sbattere al tappeto da nessuno. Quanti al giorno d’oggi possono dire la stessa cosa? Quanti al giorno d’oggi possono dire di saper ispirare senza bisogno di poteri soprannaturali? Quanti personaggi del Grande Schermo possono prevedere che a distanza di decenni saremo ancora qui a parlarne?