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Visualizzazione post con etichetta Christoph Waltz. Mostra tutti i post
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sabato 21 novembre 2015

Spectre, licenza di (s)finire

Spectre - l'agente 007 James Bond (Daniel Craig)
Storia banale a tal punto che sembra di averla già vista. Scene mozzafiato, tante location ma poca sostanza. Sam Mendes e Daniel Craig steccano in Spectre (2015)

di Luca Ferrari

Non sono cresciuto con Sean Connery e per quanto apprezzi Pierce Brosnan come attore, le sue imprese da agente segreto con licenza di uccidere non hanno mai fatto breccia nella mia anima di celluloide. Del tutto opposto per il sottoscritto il risultato con le quattro pellicole interpretate da Daniel Craig, la cui nuova (e pare ultima) performance nei panni di James Bond, Spectre (2015, di Sam Mendes), è stata però anche la più deludente.

È in via d'approvazione un protocollo che unirebbe tutti i Servizi Segreti del mondo dismettendo così gli 00 con licenza di uccidere. Mugugni dei futuri disoccupati a parte, dietro questa fusione nel nome della Sicurezza si nasconde una potente organizzazione, la SPECTRE, ai cui comandi c'è Blofeld (Christoph Waltz), rancoroso figlio di quell'uomo che anni or sono si prese cura di James Bond bambino quando i suoi genitori morirono. Ecco dunque l'ennesima partita da chiudere per il fido suddito di Sua Maestà.

Città del Messico, Roma, le Alpi austriache, Tangeri e ovviamente lei, Londra, la sede dei servizi segreti britannici. Il secondo film consecutivo della saga dell'agente speciale 007 James Bond diretto da Sam Mendes cala drasticamente il livello rispetto al precedente Skyfall (2012). Una storia, quella di Spectre, piena di location mozzafiato ma povera di tutto il resto. A dir poco “EyesWideShuttiana” poi, la scena del primo incontro in Italia tra il cattivo e il buono.

James seduttore. Bond seviziato. James spericolato. Bond anarchico. Pochissimi amici fidati. Daniel Craig fa il suo compitino conscio di aver ridato linfa a un personaggio che sembrava aver perso appeal. Il suo tempo in queste vesti è finito e lo si capisce. Il peggio però viene da Christoph Waltz (Blofeld), che continua ad accettare ruoli sempre più uguali al colonnello Hans Landa del “Tarantiniano” Bastardi senza gloria (2009).

Ad affiancare Bond in questa nuova e pericolosa missione, la psicologa Madeleine Swann (Léa Seydoux, già con Waltz nella medesima pellicola sopracitata). Sulla tanto pompata presenza di Monica Bellucci nelle vesti di Lucia Sciarra poi, è meglio far calare il sipario. Pochissimi minuti dove spiccica due parole e si fa rapidamente spogliare da Bond dopo aver appena visto seppellire il marito Marco (Alessandro Cremona). Neanche una parola invece con l'eccezione di un oh cazzo per l'ex-wrestler Batista

Nemici ma non solo. Dalla parte di Bond c'è il filo “nerd” Q (Ben Whishaw), la cui presenza in seggiovia sembra far risuscitare il Vincent Lindon de Il tempo delle mele 3 (1988); Eve Moneypenny (Naomie Harris), la cui fantomatica presenza fuori dalla scrivania non so bene dove l'abbiano vista, e infine il suo capo Gareth Mallory/ M (Ralph Fiennes) che come nella miglior tradizione “JudyDenchana” non approva, approva, non approva e approva l'operato di James Bond.

Tutti vogliono controllarci. Dopo ogni guerra c'è qualche neo-fratello Orwelliano pronto a inserirsi nella nostra vita e privarci di qualcosa che fin'ora magari nemmeno sospettavamo di possedere. James fa parte di quella scuola dove il proprio nemico lo si insegue, ci si azzuffa e alla fine si decide se eliminarlo o meno, guardandolo negli occhi. Il mondo moderno però va in tutt'altra direzione, anche quando si tratta di uccidere. Questo mondo allora deve scomparire. Nella finzione almeno ci si prova davvero a cambiare le cose.

A partire dal suo debutto sul grande schermo il 5 novembre scorso, Spectre (2015, di Sam Mendes) si è subito assestato in prima posizione del botteghino. Incassi però non è sempre sinonimo di qualità. Era impossibile non andare a vederlo, a maggior ragione perché dovrebbe essere stata l'ultima partecipazione dell'attore originario di Chester. E così sia, è proprio finita un'epoca. Per lui e anche per noi. Avanti un altro.

Il trailer di Spectre

Spectre - M (Ralph Fiennes)
Spectre - Blofeld (Christoph Waltz) e Madeleine (Lea Seydoux)
Spectre - l'agente 007 James Bond (Daniel Craig)

sabato 10 gennaio 2015

Big Eyes, cercasi Tim Burton disperatamente

Big Eyes - Margaret Keane (Amy Adams)
Se gli occhi sono davvero lo specchio dell’anima, meglio non guardare troppo dentro Big Eyes (2014) o di Tim Burton ci resterà davvero poco.

di Luca Ferrari

Niente gotico né attori feticci e questa sarebbe potuta essere una piacevole notizia all'insegna del cambiamento. Era dai tempi della coppiata Planet of the Apes (2001) – Big Fish (2003) infatti che non si vedeva un film di Tim Burton senza Johnny Depp. Ma le novità finiscono qui. Big Eyes, il tanto atteso nuovo lavoro del regista di Burbank è quanto di più sbiadito ci possa essere. Un film banale senza nessuna impennata stilistica. Un film che neanche il “colonnello” Christoph Waltz è stato in grado di risollevare. Una prova di regia davvero anemica che al confronto il già poco incisivo Dark Shadows (2012) pare chissà cosa.

Big Eyes è la storia vera di Margaret (Amy Adams) e Walter Keane (Waltz). Lei, divorziata con figlia a carico e geniale pittrice di fanciulli dai grandi occhi. Lui, bugiardo incallito incapace di realizzare anche il più modesto dei disegni. Lui affascina lei. La seduce e si sposano. Tutto sembra andare bene ma quando scopre che i suoi quadri incassano alla grande, trincerandosi dietro una realtà che vede le artiste donne con poco mercato in quegli anni (‘50-’60), la convince a firmare le opere Keane, lasciando a lui tutto il merito e la gloria.

Deriso in principio per i suoi presunti quadri paesaggistici dal gallerista Ruben (Jason Schwartzman), Walter si prende le sue sospirate rivincite grazie anche all’alleanza con lo scafato giornalista Dick Nolan (Danny Houston). I dipinti dai grandi occhi commuovono e gli fanno guadagnare dollari su dollari. Tutti li amano. Tutti meno uno, il critico John Canaday (Terence Stamp) che stronca senza pietà questo tipo di ritratti.

Più il tempo passa e più s’ingrandisce il castello di bugie. Walter però sa vendersi e vendere alla grande. Un mago delle public relations. Con l’aumentare del conto in banca e degli incontri coi personaggi famosi però, si fa sempre più meschino e cattivo in famiglia, arrivando perfino a minacciare di morte la moglie se avesse mai rivelato il suo segreto. Ne fanno le spese anche l’amica di lei, DeeAnn (Krysten Ritter), e la giovane figlia Jane (Madeleine Arthur). Finale scontato con la donna che finalmente trova il coraggio di affermare ciò che è suo, quindi il processo e inevitabile verdetto tra pennelli e tavolozza.

Tim Burton ha voluto cimentarsi in un sentiero alquanto impervio per lui, eppure non era la prima volta che sceglieva una storia reale ma all’epoca (1994) i risultati furono assai differenti. Quello era il bell’oscuro tempo di Ed Wood, prima collaborazione Tim-Deppiana, dove il cinema di Burton era davvero capace di lasciare il segno. Per come è stato diretto Big Eyes invece, ci sarebbe potuto essere chiunque dietro la telecamera. Nemmeno la musica del fido Danny Elfman è particolarmente riconoscibile.

Le indubbie qualità di Amy Adams poi, restano al palo mentre Waltz è fin troppo prevedibile. E se perfino un regista come Tim Burton gli offre una parte ancora troppo in linea con il personaggio che lo ha fatto conoscere al mondo (oltre ad avergli regalato il primo dei due Oscar come Miglior attore non protagonista), il colonnello Hans Landa di Bastardi senza gloria (2009, di Quentin Tarantino), allora anche per Mr. Sleepy Hollow è arrivato il momento di prendersi una pausa e tornare magari quando avrà qualcosa di davvero originale da raccontarci. E soprattutto all’altezza del suo grandioso passato cinematografico.

Il trailer di Big Eyes

Big Eyes - Margaret Keane (Amy Adams) e il viscido Walter (Christoph Waltz)
Big Eyes - Margaret (Amy Adams) e la figlia Jane (Madeleine Arthur)
Big Eyes - Margaret Keane (Amy Adams)

lunedì 2 settembre 2013

The Gilliam Theorem

The Zero Theorem - Bainsley (Mélanie Thierry)
 Realtà così impensabile. Vuoto così onnivoro. Qualcuno attende, sa o finge di sapere. The Zero Theorem, del visionario Terry Gilliam

Visionario. Forse anche troppo. Per un uomo che si risveglia o almeno tenta (Christoph Waltz), un esercito silenzioso annuisce pedalando. Ingranaggio sostituibile di un meccanismo che avanza comunque. Dopo le recenti sfide diaboliche di Parnassus, ci sono ancora specchi magici nella sceneggiatura di Terry Gilliam.

Ma come un fulmine a ciel sereno, se le telecamere sparse ovunque fingono di rappresentare una prigione, a ben guardare, sono le nostre costanti paure ad appesantire la nostra andatura onirica. Tutto il resto, dalle comunicazioni artificiali ai deus ex machina padronali (fantastico Matt Damon), sono solo condizioni passeggere.

Il vuoto cromatico capace di crescere e avvolgerci in reti inestricabili è l’insieme di quelle risposte che non vogliamo darci, e che vorremmo fossero altri a fornirci in modo da avere un destino su misura da incolpare o decantare a seconda delle aspettative sopraggiunte. Teoria Zero come Punto di partenza o del Non ritorno? La facile filosofia da rivista popolare direbbe che sono entrambe lo stesso elemento. Ecco perché alla fine anche il più subnormale dei giochi illusori può essere rotto con la fragilità della materia più blanda.

Il suicidio dei plurali ci riguarda tutti ma sono in pochi quelli in grado di non farsi trascinare in inconcludenti trenini con binari fatti di cuscini e qualche poster multimediale dove far passare tutti i nostri inconfessati bisogni di vicinanza ed effusione. Facendo un rapido controllo e connessione, è già ora che si spalanchi un’altra porta. 

Esco dal mondo per impartire una lezione all’ignoto ma scopro che altro non è che l’anticamera di un posto che mi ha accolto ma non ho mai visitato. Sono contrito nel visualizzare l’acqua gelida che insegue la mia maschera da giullare rosso. A qualcuno tutto ciò potrebbe risultare infondato e poco in linea con le curve diritte al quale ci si è affidati. E da questo deduco che laggiù noi di certo noi non c’incontreremo. 

The Zero Theorem (2013), di Terry Gilliam

lunedì 18 marzo 2013

Carnage (2011), il massacro delle relazioni

Carnage - da sx: Michael (J. C. Reilly), Penelope (J. Foster), Alan (C. Waltz) e Nancy (K. Winslet)
C'è un rabbioso "figlio di puttana" dentro ciascuno di noi. Roman Polansk lo sa bene e lo fa emergere in tutti e quattro i (grandiosi) protagonisti di Carnage.

di Luca Ferrari

Una zuffa tra due adolescenti spalanca le porte alle voragini relazionali e personali dei rispettivi genitori che s’incontrano "amichevolmente" per discutere la questione. Basato sull’opera teatrale Il dio del massacro di Yasmina Reza, il regista premio Oscar Roman Polanski dirige Carnage (2011), film presentato alla 68° edizione della Mostra Internazionale d’arte Cinematografica di Venezia

L’intera vicenda si svolge in un’abitazione. I due effettivi protagonisti, i figli, si vedono all’inizio e alla fine della pellicola, sempre nel parco. Prima c’è lo scontro, poi si parlano. Com’è normale tra ragazzi. Senza fantomatici o auspicati interventi pater-materni. In mezzo, un viaggio angosciante nelle vite adulte di coppia per  le quali le nuove generazioni si rivelano un ostacolo insormontabile da educare, consigliare e amare.

Alan Cowan (Christoph Waltz) è il più coerente dei quattro. Padre del ragazzo che ha colpito con un bastone l’altro. Del tutto disinteressato all’incidente dall’inizio alla fine del menage con la famiglia Longstreet. Definisce senza mezzi termini il proprio figlio un “pazzoide” che ignorerà qualsiasi predica gli si farà. A parte pensare ai fatti suoi, sottolinea l’esagerazione della madre del ragazzo picchiato nel giudicare un carnefice il propriom, solo per una scaramuccia tra ragazzi venuti alle mani. Per nulla avvezzo a provare compassione per le cosiddette fasce deboli, è un scaltro avvocato che difende multinazionali pescecane, Pentagono incluso. Costantemente attaccato al suo iPhone, non c’è conversazione che non venga interrotta da una chiamata a cui risponde con incredibile nonchalance.

Nancy Cowan (Kate Winslet) è in apparenza la più fragile dei personaggi. Si sforza di comprendere le ragioni altrui. È repressa emotivamente e poco dedita a dire le cose come sono, presumibilmente per compensazione visto che il marito non si fa alcun problema. Causa stress e una fatale torta di mele e pere, vomita sui preziosi libri d’arte di Penelope Longstreet. 

Un paio di whisky le daranno il coraggio di buttare fuori tutto quello che ha dentro, gettando esausta il prezioso telefono multi-servizi del marito in un vaso pieno d’acqua (e mandandolo così per la prima volta in crisi), sparando poi senza pietà sull’altra coppia e dicendosi alla fine felice di quanto accaduto. Precisando che il piccolo Longstreet altro non è che un frocetto cagasotto e vigliacco e aggiungendo che è fiera che il proprio figlio lo ha picchiato.

Michael Longstreet (John C. Reilly) è un maratoneta dell’esplosione. Parte lento. Posato. Nel nome della mediazione e della conciliazione. Ma più a lungo prosegue il dialogo con i Cowan, più inizia a cedere la barricata mentale richiesta dalla rigida moglie. Michael vende oggetti per la casa. Ha una madre opprimente. Sentitosi svilito di fronte all’importante lavoro del corrispettivo maschile, inizia a scaldarsi e gonfiare il petto. Poi il suo disagio rompe gli argini e viene fuori la sua vera natura, tuonando contro la sua dolce metà. 

Michael è un uomo rude. Scarica addosso alla consorte le incomprensioni e miserie di una vita intera. Ha una bassissima opinione del matrimonio e della famiglia, cosa sottolineata citando episodi di vita personale. Abbandona in piena notte il criceto dei figli, di cui ha terrore, in mezzo alla strada. Sorseggia whisky fumando sigari, cosa che non tutti gradiscono. Parole sue, dice di essersi atteggiato a “buon borghese” quando in realtà è “un figlio di puttana isterico”.

Penelope Longstreet (Jodie Foster) è il personaggio più emblematico del quartetto. La classica madre apprensiva. Suo figlio è stato picchiato e per lei è una vittima. Ignora però che sia il capo di una banda e che aveva cominciato la lite. Usa paroloni come “aggressione” e “sfigurato”. La sua esasperata emotività sull’argomento nasce da una sensibilità rivolta ai più deboli. Ama l’Africa e sta scrivendo un libro sulle vittime del Darfur.

Ci sono però lacune nelle sue tesi. Pur dicendo di parteggiare per il più debole, se ne esce con una filosofia molto Bushiana alla “sono felice e fiera di vivere nell’Occidente evoluto”. Cerca di ribattere alle stoccate del marito, ma le lacrime sono la sua unica arma di difesa. Per una sorta di solidarietà femminile trova saltuariamente un’alleata in Nancy, ma è un fuoco di paglia. È rigida nei giudizi e incapace di far valere le proprie idee come nella cinica lezione sul costante “massacro quotidiano” che Alan gli rifila senza pietà. È un’idealista che non trova alleati. È il personaggio più triste. Sconfitta da tutti. Crede nell’evoluzione dei rapporti umani, ma lei stessa è sinonimo del fallimento di questi.

Perché per qualcuno è tutto così complicato nelle relazioni di coppia? Perché per qualcuno è tutto così semplice nelle relazioni di coppia? Nella maggior parte dei casi basterebbe parlare. Basterebbe iniziare a dialogare anche quando l’idea dell’amore eterno non è ancora un kit di sopravvivenza o è molto lontano dall’essere un facile bersaglio da scorticare. Bisognerebbe parlarsi quando è più facile cedere al dolore e al silenzio. Bisognerebbe comunicare senza ostacoli quando si smette di meravigliarsi della presenza di un cuore che batte vicino al nostro.

Carnage - Penelope (Jodie Foster) e Michael (John C. Reilly)
Carnage - Michael (John C. Reilly) e Alan (Christoph Waltz)
Carnage - da sx: Michael (J. C. Reilly), Nancy (K. Winslet), Penelope (J. Foster), Alan (C. Waltz)
Carnage (2011) di Roman Polanski

lunedì 25 febbraio 2013

Premi Oscar 2013, Hollywood senza troppe sorprese

The Academy Awards 2013
Delle statuette fin qua assegnate nella cerimonia degli Academy 2013, Hollywood va sullo scontato. La Vita di Pi di Ang Lee ha già incassato miglior Fotografia, Effetti speciali e Colonna Sonora. Anna Karenina prende i Migliori costumi, Les Misèrables il Miglior makeup & hairstyling e Amour, miglior Film straniero (niente da fare dunque per il più che meritevole danese A Royal Affair).
Un po’ a sorpresa The Brave si aggiudica l’Oscar per il miglior film animato, mentre sono a dir poco scontati i successi come Miglior attrice non protagonista per Anne Hathaway nel ruolo di Fantine (Les Misérables) e Miglior attore non protagonista a Christoph Waltz che con il tarantiniano Dr. Schuktz (Django Unchained) centra il bis a soli tre anni dalla prima statuetta conquistata, sempre grazie a Quentin nel ruolo del colonnello nazista Hans Landa. Questa volta ha sbaragliato la concorrenza di Alan Arkin (Argo), Robert De Niro (Il lato positivo), Philip Seymour Hoffman (The Master) e Tommy Lee Jones (Lincoln).

andiamo avanti...

Miglior sceneggiatura non originale: Argo (Chris Terrio)
Miglior sceneggiatura originale: Django Unchained  (Quentin Tarantino)

Un po’ troppi dubbi sulla seconda

Miglior regia ad Ang Lee. Peccato per Steven Spielberg che con il suo Lincoln non era da meno.Anche l'Oscar per la Miglior Attrice segue il copione: va alla giovane Jennifer Lawrence.Tra i maschietti vince per la terza volta Daniel Day-Lewis. Argo vince come Miglior Film. Complimenti a Ben Affleck, troppo spesso sottovalutato.

martedì 29 gennaio 2013

Quentin Unchained, una pistola per Django

Django Unchained - Django (Jamie Foxx)
Sangue, ironia e vendetta. Django Unchained non passerà alla storia come capolavoro ma è certo che Quentin Tarantino ne ha da dire su razzismo e schiavitù.

di Luca Ferrari

Sergio Leone
può stare tranquillo. La smisurata passione di Quentin Tarantino per il cinema e il genere western non è abbastanza perché possa impensierire la sua trilogia con il comunque meritevole Django Unchained (2012).  Il regista capace di mescolare ispirazioni che più lontane non si può, allunga la mano su una delle pagine più nere della storia americana, lo schiavismo.

Al centro della propria storia, lo schiavo Django (Jamie Foxx) e la moglie Broomhilda (Kerry Washington), con quest’ultima frustata senza pietà davanti al marito supplicante che invano cerca di far desistere i negrieri dall’atroce punizione per aver tentato insieme la fuga. Saranno marchiati, e venduti. Separatamente. 

Ma sulla strada per gli ennesimi lavori forzati, Django viene liberato da un buffo dentista teutonico, il Dr. King Schultz (Christoph Waltz) che da tempo ha abbandonato la professione odontoiatrica e si è affermato come cacciatore di taglie. Inizia un impensabile sodalizio nell’America pre-Guerra Civile (quella al centro di Lincoln di Steven Spielberg; ma i due registi si sono messi d’accordo per far uscire le pellicole una dopo l’altra in senso cronologico?).  

Un negro a cavallo da uomo libero? Ma quando mai. Nel sud degli Stati Uniti per giunta. Il patto è semplice: Django aiuta Doc a uccidere e incassare, Doc aiuta Django a trovare e liberare la sua dolce metà. Tutto fila liscio, fino a quando non arrivano dal ricchisso proprietario terriero Calvin Candie, un Nicholsoniano Leonardo DiCaprio, dal cui celebre attore deve avere preso molti appunti quando divisero il grande schermo di The Departed (2006, Martin Scorsese).

Sgherri con la frusta facile a parte, al fianco di Mr. Candy c’è Stephen (Samuel L. Jackson), fedelissimo al colore bianco e senza scrupoli nel mandare a torture disumane la propria gente. Non solo è un servitore della peggiore specie, ma è anche sveglio. Capisce le vere ragioni della strana coppia che si era presentata per acquistare un lottatore nero, e mette al corrente il suo capo delle loro intenzioni. Nulla sarà più come prima. Specie per Schultz.

Sangue a volontà. È il marchio di Quentin. Ne scorre parecchio anche in Django Unchained. Ma non è solo la fotografia di Robert Richardson a dare una marcia in più alla pellicola. Sono i dettagli. Se in Inglorious Basterds (2009) Tarantino reinventava il nazista con il colonnello Hans Landa (Waltz), qui disegna il Ku Klux Klan come un branco di mentecatti (…), capitanati da Big Daddy (Don Johnson), incapaci perfino di fare due buchi all’altezza giusta degli occhi del loro "fottuto" cappuccio bianco.

E in questa scelta non stento a credere ci sia un gustoso sentimento di disprezzo totale verso quell’immonda feccia umana che ha torturato e ucciso senza pietà innocenti. Una repulsione quella del regista di Le Iene e Jackie Brown nei confronti dell’organizzazione razzista, conficcata anche nell’atteggiamento del Dr. Schultz, recalcitrante a stringere la mano a Candie dopo essere stato obbligato a spendere dodicimila dollari per liberare la moglie di Django.

Ma non è il piano andato a monte né l’esborso monetario a rendere il “dentista” così arrabbiato e per nulla intenzionato a soddisfare la richiesta dello strafottente Calvin, che conscio del proprio potere, insiste. King è sdegnato. Quello che ha visto nella piantagione è qualcosa che non si può dimenticare. Una scena oltremodo brutale dove il bianco animalesco sbrana il nero. E adesso è tempo di chiudere il conto con la sola moneta possibile: la morte. Anche se le conseguenze potrebbero essere terribili.

C’era molta curiosità nel cameo di Franco Nero, il Django originale del film (1966) di Sergio Corbucci. Dal trailer sembravano poco più di una superflua battuta. Non poteva essere tutto lì. No, certo. Soprattutto visto il tempo che lo stesso Tarantino aveva dichiarato esserci voluto per pensarlo. Solo poche parole. Ma decisive. Espresse con superiore sprezzo da una razza sull’altra, ma che trovano nella pronta replica qualcosa di spregiudicato. Ribelle. Rivoluzionario.

Fin dalle prime battute della pellicola, Quentin entra con la telecamera nello sguardo terrorizzato degli schiavi incatenati, senza bluff né splatterismi. Le schiene sono tutte segnate dai laceranti colpi di frusta. 

Non c’è manierismo nella quasi evirazione a fuoco lento di Django mentre è appeso semi nudo a testa in giù nelle mani del crudele Billy Crash (Walton Goggins). Al contrario, i suoi disperati e inutili movimenti di fuga sono un martello pneumatico nella mente dello spettatore, angosciato per il destino dell’eroe di cui di lì a poco potrebbe sentire le sue urla di sofferenza. 

La resa dei conti fa parte delle regole del West e Quentin Tarantino ci ha abituato bene. Non importa se a scatenare la violenza è chi ha subito delle ingiustizie.

Le pallottole omicide di Django sono confetti nei nostri cuori rispetto al terrore della schiava legata a un albero nella piantagione di Big Daddy, colpevole di aver rotto delle uova, e per questo meritevole di essere frustata senza pietà. Quando la carne è già pronta per essere lacerata, arriva lui. Django Freeman. Prima uccide il negriero, poi frusta e colpisce a morte il suo compare. La vendetta dello schiavo è servita.

Il finale è di quelli che non ti aspetti. Non nell'azione (scontata), ma nella colonna sonora. E a questo punto mi fermo e non aggiungo altro. Però non sono così bastardo come Aldo Raine detto l'Apache, e un suggerimento ve lo posso anche lasciare. Per cui, immaginando di avere Calvin Kendie davanti a me e con il fucile rivolto alla sua ciurma di squallidi aguzzini, gli direi questo, “Ne ho abbastanza di voi e dei vostri ruba-galline…”.

Django Unchained - Django Freeman (Jamie Foxx) e il dott. Schultz (Christoph Waltz)
Django Unchained - Big Daddy (Don Johnson)
Django Unchained - il Ku Klux Klan
Django Unchained - la tragica finedi uno schiavo sbranato dai cani
Django Unchained - il luciferino Calvin Candie (Leonardo DiCaprio)
Django Unchained (2012) di Quentin Tarantino - la fotografia di Robert Richardson

giovedì 17 gennaio 2013

Ancora qui, ancora tu Quentin Tarantino

il regista Quentin Tarantino
DiCaprio mefistofelico. Waltz ironico bounty killer. Foxx volitivo giustiziere. Lì nel mezzo, sangue e razzismo. Quentin Tarantino è uno strano personaggio. 

di Luca Ferrari

Fattosi passare/dipinto come disinteressato al mondo impegnato attorno a sé e concentrato solo a splatter e telecamera, si narra che fu proprio il regista di Pulp Fiction a insistere perché al Festival di Cannes 2004 della cui edizione era Presidente di giuria, la Palma d’oro venisse consegnata a Michael Moore per Fahrenheit 9/11.

E mentre oggi Steven Spielberg prende Daniel Day-Lewis e lo veste da Lincoln (2013) per mettere fine alla schiavitù raccogliendo consensi da tutte le latitudini, Quentin va come sempre per la sua strada. Con meno epica e più unghie tagliate. Innescando  tagliole e vendetta con quel genere che ha sempre amato. Mettendoci dentro perfino uno dei suoi eroi, Franco Nero. Oggi nelle sale italiane è il giorno di Django Unchained (2013).

Razzismo. È ancora di pelle o è solo economico? Gli eroi "tarantiniani", se così si vuol chiamarli, non sono certo i puri Albert Narracott (Jeremy Irvine) di War Horse. Sono i bastardi con un po’ di gloria. Quelli che fanno il lavoro sporco perché il mondo perbenista possa continuare a sorridere credendo in massa a chissà quale fantomatica giustizia.

Le leggi del mondo di Tarantino non le fanno le aule di tribunale, o meglio non sono loro ad applicarle. E cosa dovrebbero fare oggi i Django moderni? Ce ne sono troppi, e sono tutti dannatamente diversi. Troppe filosofie. Troppi religioni. Troppe menzogne, e all’uomo non resta che portare avanti, egoisticamente, la sua guerra personale. Tutt’al più troverà un amico con cui condividere, per ragioni diverse, le stesse ombre di schiavitù e rendenzione. Forse.

Django Unchained (2013) di Quentin Tarantino

mercoledì 22 agosto 2012

Quentin Tarantino, Django con riserva

Quentin Tarantino sul set del western Django Unchained
Troppo splatter e sbruffone alle volte. Il regista Quentin Tarantino conosce alla perfezione le regole dello show biz e le sfrutta a suo piacimento.

di Luca Ferrari

È arrivato a un punto tale della propria carriera (già da un pezzo ormai) che sa di poter fare ciò che vuole. Costruisce puzzle incredibilmente pazzeschi unendo generi impossibili, con facce di attori che siamo abituati a vedere in ruoli totalmente diversi. Un sarto della celluloide digitale. Un artigiano della telecamera.

Il risultato non sempre è troppo convincente. Ma ci sa fare. È  indubbio. In Bastardi senza gloria (2009) ha letteralmente lanciato nell’Olimpo degli attori lo sconosciuto (al grande pubblico) austriaco Christoph Waltz, oggi tra i personaggi più richiesti e protagonista insieme a Jamie Foxx e Leonardo DiCaprio del suo nuovo lungometraggio di prossima uscita, Django Unchained.

Il regista dichiaratamente innamorato del cinema sta tornando. È già tornato. Ho iniziato a dubitare da un pezzo dei film di cui le riviste specializzate parlano ossessivamente, ma questo di certo non m'impedirà di essere in prima fila quando sarà il momento della nuova pellicola di Quentin.