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giovedì 20 agosto 2015

Ant-Man, l’anti-Avenger


Dimenticate gli eccessi testosteronici dei vari Avengers. I Marvel Studios sono tornati con l’antieroe Ant-Man (2015, di Peyton Reed).

di Luca Ferrari

Un po’ MacGyver. Un po’ mancato elemento della banda di Danny Ocean. Supereroe più per amore dell’amata figlia Cassy che non per chissà quali ideali. Dimenticatevi allora le spacconate alla Iron Man. Cancellate dalla memoria l’esasperato senso di giustizia di Captain America. Lui, l’uomo-formica Ant-Man è pronto per scrivere una nuova storia

Scott Lang (Paul Ruud) è un ladruncolo come tanti. “Forse” più dotato. Un uomo ai margini della società. Ha una figlia cui vuole un bene infinito ma a dispetto dell’amore che dice di provare, fino a ora non è stato ancora in grado di cambiare vita per lei. A complicare le cose, il fatto che la sua ex-moglie Maggie (Judy Greer - Prima o poi mi sposo, Elizabethtown) oggi conviva con il poliziotto Paxton (Bobby Cannavale - Blue Jasmine, Spy).

Scott Lang (Paul Ruud - 40 anni vergine, Friends, Molto incinta) è uno scassinatore. “Forse” più dotato di tanti altri. Comunque un uomo ai margini della società. A dispetto delle indubbie doti di ingegnere però, avere nel proprio curriculum anni di galera non depone certo a suo favore e infatti si ritrova a lavorare in una gelateria e convivere con il suo ex compagno di cella, il simpatico ma leale Luis (Michael Peña - World Trade Center, Leoni per agnelli) che gli propone un nuovo lavoretto, non esattamente pulito.

Ancora non sa che “qualcuno” ha fatto in modo che questa offerta gli arrivasse all'orecchio in modo da valutarne le capacità. Questo qualcuno altri non è che lo scienziato Hank Pym (Michael Douglas - Wall Street, Basic Instinct, Dietro i candelabri). Un uomo un tempo al centro del grandioso progetto dell’uomo-formica, poi scaricato per le classiche divergenze di utilizzo con tanto di benservito subito per mano (decisiva) della figlia Hope (Evangeline Lilly - The Hurt Locker) e il suo ex-pupillo Darren Cross (Corey Stoll), dalle sembianze LexLuthoriane.

Da scassinatore senza futuro Lang si ritrova così dentro un’avventura più “grande” di lui, potendo diventare minuscolo in un battito di ciglia e finendo per imparare a dialogare con le formiche, imparandone a riconosce le varie tipologie, correre e passare in mezzo alle serrature, colpire “MuhammadAlianamente” come una zanzara e ridiventare a grandezza naturale al momento giusto.

Il dott. Pym è stato chiaro: aiutandolo in questa impresa, lui lo farà riavvicinare a sua figlia, rendendolo anche nella realtà l’eroe della piccolina. Nell'impresa a ogni modo il buon Scott non sarà solo. Oltre ai due Pym, al suo fianco ci sarà il fidato Luis, uno che è stato arrestato per aver rubato uno, pardon due frullatori, e i suoi due compari Kurt (David Dastmalchian) e Dave (T.I.).

A sette anni dall’ultimo film diretto Peyton Reed (Abbasso l’amore, Ti odio, ti lascio, ti…, Yes Man) dirige la pellicola-chiusura dell’ormai arci-nota fase due dei Marvel Studios. Non sorprende questa scelta visto che rispetto ai molto più adrenalinici cinecomics, in questo lungometraggio è la semplice umanità ad avere la meglio senza chissà quali super sudori-problemi esistenziali, ma basata esclusivamente sul rapporto padre-figlia, tanto tra Scott e Cassie quanto tra Pym e Hope.

A emergere poi nella pellicola è anche un altro aspetto, quella della seconda chance. Un qualcosa di molto caro all'umanità. Un qualcosa capace di trasformare uno sconfitto/illuso in un vincente, o meglio, in un qualcuno capace di sacrificarsi per un bene più importante.

E se nei Vendicatori (2012, di Joss Whedon) la nuova possibilità sgorgava da una presa di coscienza collettiva, per Ant-Man è qualcosa che lui stesso non ha nemmeno cercato. Gli è quasi caduta addosso. Lui poi “ha solo fatto il resto”, andando anche oltre le speranze di chi ha creduto in lui e traducendo in realtà il motto “cambia te stesso e cambierai il mondo”. Ant-Man ha cominciato e anche i suoi detrattori se ne sono accorti. Adesso tocca a noi.

Guarda il trailer di Ant-Man

Ant-Man: il dott. Hank Pym (Michael Douglas) e Darren Cross (Corey Stoll)
Ant-Man: Hope (Evangeline Lily)
Ant-Man: Scott Lang (Paul Ruud) e il dott. Hank Pym (Michael Douglas)
Ant-Man: Darren Cross (Corey Stoll) in versione Antiana

giovedì 13 agosto 2015

Pixels, i nerd salvano il mondo

Pixels - Violet (Michelle Monaghan), Sam (Adam Sandler) e Ludlow (Josh Gad)
Mr Gremlins/Goonies Chris Columbus ci riporta negli anni '80 a suon di videogames e Pixels con un gruppo di nerd chiamati a salvare il pianeta dall’invasione aliena.

di Luca Ferrari

La bicicletta. Il banchetto della limonata davanti a casa. La sala-giochi. I gettoni. Negli anni Ottanta per scoprire il mondo bisognava uscire di casa. Non c’era internet né gli smartphone. Le persone si guardavano negli occhi prima di conoscerle. Quegli eroi dimenticati stanno per prendersi i giusti riflettori, con la collaborazione di una minaccia aliena formato Pixels (2015). 

Chi si può chiamare per sventare una minaccia extraterrestre pronta per annientare la Terra a base di videogiochi anni '80? Semplice quei ragazzini (ora “cresciutelli”) che all'epoca erano dei veri fuoriclasse di manopole e pulsanti. È esattamente quello che succede nella riuscitissima commedia Pixels (2015) diretta da uno che di “anni Ottanta” se ne intende assai. Il suo nome è Chris Columbus, sceneggiatore dei cult Gremlins e I Goonies, di cui quest'anno si è celebrato il trentennale.

Sam Brenner era un piccolo fenomeno dei videogiochi. Durante il primo campionato del mondo dei suddetti però, si dovette inchinare alla bravura (…) di Eddie Plant. Oggi Sam (Adam Sandler) è un modesto installatore di apparecchi elettronici di una ditta dall'emblematico nome Nerd. Ciliegina sulla torta, sua moglie lo ha mollato per quel medico che li stava seguendo per avere un figlio.

È durante il suo lavoro che incontra il colonnello Violet Van Patten (Michelle Monaghan), in profonda crisi sentimentale poiché rimpiazzata da una diciannovenne nel “cuore” dell’ormai ex-marito. L’atmosfera si fa subito tenera salvo poi cedere a un battibecco che puzza già di innamoramento, proseguito di lì a poco nella Casa Bianca. Presidente degli Stati Uniti infatti è il corpulento William Cooper (Kevin James), compagno di merende & videogames Ottanteschi di Sam, nonché capo di Violet.

La minaccia è seria. Di quella capsula spedita dalla NASA nello spazio con immagini della vita terreste (inclusi i videogiochi) infatti, alcune forme di vita le hanno prese per una dichiarazione di guerra e ora si stanno preparando a rispondere. Ogni battaglia è in una nuova città. Ecco dunque il Taj Mahal atccato in India, Hyde Park di Londra e le strade di New York City. Ovviamente i terresti hanno le classiche tre vite (di una volta), e non certo il comodo reset dei giochi moderni da premere e ripremere comodamente sul proprio divano.

Per far fronte a tutto ciò i Navy Seals non sono certo la risposta adeguata, neanche se ad addestrarli si mettono Sam e un altro genio dei videogiochi, il paranoico Ludlow Lamonsoff (Josh Gad), innamorato fin da bambino di Lady Lisa (la protagonista del videogame Dojo Quest), passata dai pixels in carne e ossa con le fattezze della modella Ashley Benson. Visto l'aumentare delle difficoltà però, sebbene non troppo gradito, sarà reclutato anche Eddie (Peter Dinklage), al momento dietro le sbarre per illeciti finanziari.

Inutile negarlo. Per chi è stato adolescente durante gli Eighties, sarà un tuffo nei ricordi più innocenti al momento di rivedere i vari i Pac-Man, Donkey Kong, Space Inavders e soprattutto le sale giochi. Posti questi in cui “si socializzava e si incontravano ragazze carine”, come spiega con non poca ironia Sam al giovane Matty (Sam Linz), figlio di Violet.

In epoca di remake & sequels, Pixels è una divertente ventata di originalità. Fattosi le ossa al Staurday Night Live grazie anche a divertenti imitazioni, oggi Adam Sandler è un affermato attore. La sua presenza in shorts e vestito d'arancione dinnanzi ai pezzi grossi della Casa Bianca è a dir poco esilarante, per non parlare degli scontri verbali con il marziale ammiraglio Porter (Brian Cox) e il caporale Hill (Sean Bean) dei SAS britannici. Notevole anche l’accento assurdo del Primo Ministro (Penelope Wilton) in salsa Thatcheriana. 

Comicità della collaudata coppia James/Sandler a parte, sono da gustarsi alla grande i cameo della numero 1 del mondo del tennis mondiale, la statunitense Serena Williams, supportata nel finale dalla celeberrima conduttrice televisiva Martha Stewart, richieste espressamente da un incontro da uno di quei nerd che oggi hanno salvato il mondo intero.

L’ho sempre sottolineato. Non sono un fan del 3D. Salvo quale rarissima eccezione è solo fumo negli occhi per sopperire alle falle della sceneggiatura, non di meno fa lievitare non poco il prezzo del biglietto. La mia reticenza a vedere Pixels nasceva proprio da questo elemento poi per un caso fortuito e il desiderio folle di sedermi davanti al grande schermo alla fine ho deciso di recarmi e lo ammetto, è stata una sorpresa.

Una sorpresa che avrebbe potuto tranquillamente fare a meno dell’effetto tridimensionale. Non solo la storia si regge benissimo in piedi da sola, ma avrei preferito una visione normale anche tributo a quell’epoca perduta che non potrà più tornare indietro a discapito di un’invasione tecnologica ormai a dir poco esasperata. Un’epoca dove un tramonto lo si guardava e basta. E l’unico ricordo era quello della nostra memoria e nel racconto a voce.

Il trailer di Pixels
Pixels (2015, di Chris Columbus) - i terresti opposti a Pac-Man
Pixels (2015, di Chris Columbus) - il temibile Donkey Kong
Pixels - il coraggioso Sam Brenner (Adam Sandler)
Pixels - l'infido Eddie Plant (Peter Dinklage)
Pixels - Eddie (Peter Dinklage), Lady Lisa (Ashley Benson) e Ludlow (Josh Gad)

venerdì 24 luglio 2015

Spy è un film sulle spie, cazzo!

Spy – l’agente segreto Susan Cooper (Melissa McCarthy)
Il suo nome è Cooper, cazzo, Susan Cooper (Melissa McCarthy). Inesperta-implacabile agente segreto nella divertentissima commedia Spy (2015, di Paul Feig).

di Luca Ferrari

Inesperta. Goffa. Senza autostima. Innamorata senza essere ricambiata. La persona ideale da far passare inosservata e avvicinare pericolosissimi terroristi. Il suo nome è Cooper, Susan Cooper (Melissa McCarthy). Se il mondo cinematografico freme nell’attesa di vedere la quarta prova di Daniel Craig nei panni di James Bond nel prossimo Spectre in uscita il 6 novembre, al momento ci si può fare grasse risate con il divertente Spy (2015, di Paul Feig).

Bradley Fine (Jude Law) è l’uomo di punta della CIA. Indomito, affascinante e impeccabile nel portare a termine le sue missioni. Ad aiutare a svolgere il suo compito, direttamente dalla sede operativa dei Servizi Segreti c’è Susan, il suo orecchio. Colei che grazie ai sofisticatissimi sistemi tecnologici gli dice tutto quello che deve sapere per la propria incolumità.

C’è di più. Lei è innamorata di lui, e nel classico degli amori impossibili Fine manco se ne accorge e anzi, arriva perfino a regalarle un allucinante collanina a forma di dolcetto. Tutto però cambia quando viene freddato dalla spietata terrorista bulgara Rayna Boyanov (Rose Byrne). Un fatto che sconvolgerà a tal punto la timida Susan da farla entrare in azione sul campo. Una decisione questa che sarà avvallata dalla stessa capa dell’agenzia Elaine Crocker (Allison Janney) mandando così su tutte le furie il più navigato e scafato Rick Ford (Jason Statham).

Ha inizio così un viaggio che porterà la neo-spia a confrontarsi direttamente con Rayna tra Parigi, Roma e infine nell’est europeo. A darle manforte, il collega anglo-romano Aldo (Peter Serafinowicz), l’amica inesperta Nancy/Amber Valentine (Miranda Hart), senza dimenticarsi dell’onnipresente Ford, anche se più che aiutarla, finirà per creare ulteriori casini e incazzarsi con lei.

Fate largo, Paul Feig ha trovato una nuova coppia da urlo. Dopo aver già diretto Melissa McCarthy in Le amiche della sposa (2011) e Corpi da reato (2013), questa volta le ha messo a fianco un rude partner a dir poco perfetto. E non stiamo parlando del bel Jude Law (che ha già il suo alterego cinematografico in Robert Downey Jr. nella coppia Sherlock Holmes & Watson) ma di Jason Statham (The Snatch, I Mercenari, Fast & Furious 7).

Rick Ford è il classico incazzoso. Non sente ragioni. Si fa come dice lui o manda tutti affanculo. E a farne le spese è ovviamente Susan che ovunque vada, se lo ritrova sempre tra i piedi, dovendosi sorbire ogni volta un nuovo elenco di tutte le sue (presunte) imprese da spia. Epica la volta in cui gli venne staccato il braccio sinistro e dice, se lo ricucì con la destra.

A funzionare a dovere nell’ingranaggio di Spy (finalmente anche in italiano il titolo è rimasto tale e quale), è anche  Rose Byrne (Troy, X-Men l'inizio, Gli stagisti). La sua Rayna ha una vera ossessione per la propria capigliatura. Nonostante Susan le salvi la vita, la tratta sempre come una povera mentecatta, brutta e incapace di indossare un vestito decente. Dice che le ricorda una povera vecchietta bulgara e in parte sua madre (un mostro), subito mollata dal padre dopo il concepimento.

Ad amalgamare il tutto, altri ottimi comprimari a cominciare dalla capa della CIA che per le missioni sotto copertura impone a Susan identità e nomi da autentica sfigata della middle class americana, e pure la collega di ufficio Nancy, che pur di sacrificarsi per la missione arriva a interrompere un concerto del rapper 50 Cents (se stesso), saltandogli addosso come una fan ninfomane.

In quest’estate torrida, Spy (2015, di Paul Feig) rappresenta un’autentica oasi di puro divertimento da godersi tassativamente nel fresco dell’aria condizionata del cinema. Sarebbe bello credere che sarà un’opera unica ma a giudicare dall’incredibile feeling dimostrato sul grande schermo, è molto probabile che rivedremo ancora Melissa McCarthy e Jason Statham insieme in qualche nuova cazzutissima missione.

Guarda il trailer di Spy
Spy – le agenti segrete Susan Cooper (Melissa McCarthy) e Nancy/Amber Valentine (Miranda Hart) 
Spy – l’agente segreto Rick Ford (Jason Statham)
Spy – la spietata Rayna (Rose Byrne)

venerdì 17 luglio 2015

Ted 2, un milione di modi per morire di noia

Ted 2 - John (Mark Whalberg), Ted e l'avvocato Jackson (Amanda Seyfried)
Gag e scorrettezze già viste. Mark Whalberg sotto tono. Seth MacFarlane non va oltre il compitino in Ted 2 con la sola eccezione di una grandiosa Amanda Seyfried.

di Luca Ferrari

Scialbo e con poca voglia di osare. Avete presente quei film tanto incensati che ti promettono grasse risate e poi in fin dei conti te ne esci dicendo: si ok, vabbeh, bella quell'intuizione e poi? Ted 2 (di Seth MacFarlane) è esattamente questo. Politicamente scorretto ma senza chissà quali gag da strapparsi i capelli e tutto basato sul carisma stralunato di Amanda Seyfried, già diretta dal regista nel mediocre Un milione di modi per morire nel West (2014).

Film nuovo, vita nuova. Se nel primo Ted (2012, sempre diretto da MacFarlane) la telecamera era maggiormente incentrata sull'anomala (e sboccata) amicizia tra un orsacchiotto e l'amico John Bennet (Mark Whalberg) che in virtù di un desiderio espresso da bambino vide prendere vita il proprio peluche, in questo sequel la vicenda affronta tempi più maturi seppur non rinunciando alla goliardia.

Ted ora è sposato con la bionda Tami-Lynn (Jessica Barth) e dopo le gioie dei primi tempi, la coppia scivola nei classici e banali litigi fino a che per risolvere i loro problemi decidono di avere un figlio (opinabile, ndr). Ovviamente c'è il piccolo problema che un peluche non può certo ingravidare una donna, così pensano a un donatore. Tutto sembra volgere al meglio fino a quando Ted si vede negare il diritto di essere umano, ribattezzato “oggetto”.

Ha inizio così una battaglia legale per dare a Ted ciò che gli spetta, il diritto a venir considerato una persona. E per farlo, non avendo troppi mezzi, i due amici si affidando all'inesperta ma determinata Samantha Leslie Jackson (Amanda Seyfried). In principio scartata senza mezze parole, sarà un suo particolare vizio curativo a farla salire vertiginosamente nei gusti dei due querelanti.

Tra camei di Morgan Freeman, Sam Jones (lo storico Flash Gordon) e soprattutto Liam Neeson (anch'esso nel cast di Un milione di modi per morire nel West), la pellicola fa il suo dovere senza chissà quale picchi comici. Amanda Seyfried (Mamma mia, Cappuccetto rosso sangue, Les Miserables) è la grande novità, mentre le scurrilità di Ted non aggiungono nulla di nuovo a quanto visto nel primo film o nelle serie televisive animate realizzate dal regista (I Griffin, American Dad). Il punto è che da uno come MacFarlane ti aspetteresti qualcosa di più.

Gradito ritorno infine con tanto di orrendo parrucchino, quello del viscido e frustrato bidello Donny (Giovanni Ribisi), deciso questa volta a scoprire il segreto della vita di Ted per produrlo in serie e farne avere uno a tutti i bambini del mondo. Altra presenza ben riuscita, il gay Guy (Patrick Warburton) che insieme al suo compagno si divertono a umiliare i nerd durante una convention in stile Comic-Con.

Il trailer di Ted 2

Ted 2 - Ted alla banca del seme
Ted 2 - la voce originale dell'orsacchiotto di peluche nonché regista Seth MacFarlane
Ted 2 - Tami-Lynn (Jessica Barth) e il marito Ted

giovedì 25 giugno 2015

La regola del gioco, lo scoop della verità

La regola del gioco - il giornalista Gary Webb (Jeremy Renner)
Il giornalista Gary Webb indaga sui narco-finanziamenti statunitensi ai Contras nel nome della verità. La regola del gioco (2014, di Michael Cuesta).

by Luca Ferrari

Droga, CIA e Contras nicaraguensi. Una scia di sangue, taciti giochi politici e morte su cui è piombato (non per caso) il deciso giornalista del San José Mercury News, Gary Webb (Jeremy Renner), pronto a rivelare una verità bomba a dispetto delle pressioni d’alto livello. Una missione la sua, votata ai più alti ideali costituzionali e dare così modo al pubblico americano di conoscere la verità. Michael Cuesta dirige La regola del gioco (2015, Kill the Messenger).

“Ora che sa la verità, dovrà fare la scelta più difficile della sua vita. Condividerla o no” dice il narcotrafficante Norwin Menes (Andy Garcia) a Gary Webb, mentre tira di golf dal campo privato della sua prigione in Nicaragua. La notizia è di quelle che scottano. La notizia è di quelle troppo vere per essere raccontate, come lo ammonirà in seguito l'ex-funzionario federale Fred Weil (Michael Sheen).

Già affermato giornalista e vincitore del Pulitzer per una serie di servizi sul terremoto di Loma Prieta (California), in seguito a un suo pezzo sulle case confiscate dal Governo a sospetti trafficanti di droga, quindi non ancora colpevoli, Webb viene contattato dall’avvenente Coral Baca (Paz Vega), il cui compagno Rafael Cornejo è in carcere per questioni legate alla cocaina.

Una storia come l’altra? In apparenza. Quando la scaltra Coral gli rivela d'essere entrata in possesso (per sbaglio) di un dossier dove emerge in modo inequivocabile che il narcotrafficante Danilo Blandon (Yul Vazquez), pagato dalla CIA, aveva introdotto illegalmente negli Stati Uniti tonnellate di cocaina, e oggi quello stesso ambiguo personaggio siede sul banco dei testimoni ad accusare il suo compagno, lo stesso Webb inizia a drizzare le antenne. Ha inizio così un viaggio giornalistico lungo un anno che lo porterà a realizzare il celebre reportage The Dark Alliance (L’alleanza oscura).

Arriva il gran giorno. La pubblicazione sbarca su carta e online. Le parole non sono interpretabili. Le prove e testimonianze raccolte dimostrano chiaramente come gli Stati Uniti e Los Angeles in particolare siano stati invasi dalla droga per raccogliere fondi da destinare via CIA ai Contras, e sostenere così la ribellione anti-Sandinista. E tutto ciò mentre ogni neo-presidente degli anni Settanta-Ottanta sbandierava la droga come primo problema interno.

È un’autentica “bomba-carta” quella che esplode. I fuochi della ribalta però durano poco per Gary. I piani alti dei Servizi Segreti a stelle e strisce cominciano a fare pressioni sui direttori dei grandi quotidiani perché smontino pezzo per pezzo la storia pubblicata e questi, da bravi cagnolini, rispondono affermativo dando così il via al massacro del singolo che ha osato scoperchiare i panni sporchi (e sanguinari) di Washington.

Inizia la discesa e di mezzo ci finisce anche la famiglia di Webb, la moglie Sue (Rebecca DeWitt) e i tre figli Ian, Eric e Christine. Scoperto che lo stavano spiando nella sua casa, scattata la denuncia ma oltre alla polizia arrivano anche degli agenti che con la scusa del trambusto entrano nel suo studio per leggere appunti privati. Gary viene allontanato dal suo lavoro e spedito altrove. Viene comunque eletto il giornalista dell’anno ma sarà l’ultimo bagliore di una carriera che non si rimetterà più in carreggiata. Da quel suo primo fiero servizio sui cani all’Oscura alleanza, nel mondo pilotato del giornalismo per uno come Gary Webb non ci sarebbe stato più posto. Ma proprio mai più.

“Gary era un doberman. Grintoso e insistente, affrontava i fatti con la convinzione incrollabile che il pubblico avesse diritto a sapere la verità” ha sottolineato il regista, “Era il cronista della gente comune, del popolo. Aveva un’idea molto chiara del significato di cose come verità e giustizia. Era una persona autentica, che amava i gruppi punk e l’hockey. Non aveva paura di mettersi contro i pezzi grossi. Abbiamo bisogno di persone come lui, soprattutto oggi che rischiamo di perderci nel labirinto mediatico di politicanti e opinionisti”. 

Erede dei grandi classici della settima arte sul lavoro d’inchiesta giornalistica, dal celeberrimo Tutti gli uomini del Presidente (1976, di Alan J. Pakula) incentrato sullo scandalo Watergate al comunque ispirato a fatti veri The Hunting Party (2007, ambientato nel post Guerra dei Balcani), La regola del gioco lascia emergere quel tragico destino che accomuna tutti i grandi giornalisti caparbi: l'isolamento. Prima collocato sul carro del trionfo, poi alle prime difficoltà scaricato da tutti a cominciare ovviamente dal vicedirettore e direttrice del giornale, Jerry Ceppos (Oliver Platt) e Anna Simons (Mary Elizabeth Winstead).

In prima linea a decretarne l’oblio dunque, quelli che dovrebbero essere i suoi stessi alleati. Quelli che dovrebbero avere a cuore il suo lavoro: i media. Ed è "curioso" o quanto meno casuale come su entrambi le riviste del settore più lette in Italia, Ciak e Best Movie, nel mese di uscita della pellicola (giugno), La regola del gioco abbia avuto un misero trafiletto (vedi ultima foto) a dispetto di parecchie pellicole ben più mediocri e insignificanti, con Best Movie capace pure di sbagliare il titolo e scrivendo: Le regole del gioco.

In un un'epoca cinematografica sempre più ingolfata di supereroi che tanto non salveranno nessuno, dinosauri clonati, patetici remake spacciati per i migliori film della stagione e altro materiale narcotizzante, sarebbe ora che il pubblico cominciasse un po' a svegliarsi, scegliendo la qualità e non solo Disneyland e marshmallow. Ragionando su pellicole che ambiscono a essere qualcosa di più di mero entertainment come appunto La regola del gioco, film che al contrario mostra un vero eroe in carne e ossa: un giornalista che si batte per la verità.

Un giornalista le cui rivelazioni interessano meno di una storia di sesso dalle tinte bianche (Casa). Perché è questo che succederà. Pochi anni dopo la CIA ammetterà il proprio coinvolgimento nei finanziamenti “drogati” per i Contras ma alla gente questo non interesserà più. In quegli stessi giorni l’allora inquilino della Casa Bianca Bill Clinton doveva giustificare certe attenzioni rivolte a Monica Lewinsky, ma del fatto che Webb fosse stato abbandonato semplicemente dicendo la verità, a nessuno importava nulla.

La regola del gioco prende il via con immagini d’epoca e prosegue con la narrazione. Ottima la prova di Jeremy Renner (due nomination agli Oscar come Miglior attore protagonista per The Hurt Locker e The Town) che ancora una volta ha dimostrato la sua grande versatilità. Poco azzeccata al contrario, la scelta del titolo in italiano: comunica poco, rischia di far cadere in inganno richiamando alla memoria l’omonimo film francese del 1939 di Jean Renoir e in ultima travia del tutto dall’originale Kill the Messenger che letteralmente significa “Uccidi il messaggero” (il giornalista), molto più in linea con la pellicola.

La regola del gioco è un film che ogni giornalista dovrebbe vedere e poi suggerire ad almeno 10 persone che (non) conosce. La regola del gioco è un film che non riguarda solo il mondo del giornalismo ma l’atteggiamento stesso delle persone nei confronti del mondo che li circonda, perché “dire la verità solo quando è conveniente farlo” non fa dei furbi, rende solo schiavi. E loro, quelli con la pensione dorata e i conti offshore vogliono esattamente questo da voi.

Saluti a tutti, e auguri alla vostra co(no)scienza. Buona fortuna!
Guarda il trailer de La regola del gioco

La regola del gioco - Gary Webb (Jeremy Rener) a colloquio con Coral Baca (Paz Vega)
La regola del gioco - il narcotrafficante Norwin Menes (Andy Garcia)
La regola del gioco - Jerry Ceppos (Oliver Platt),
Anna Simons (Mary Elizabeth Winstead) e Gary Webb (Jeremy Rener)
L'esiguo spazio riservato a La regola del gioco da Best Movie (sx) e Ciak

venerdì 12 giugno 2015

Pitza e datteri, Islam e libertà

Pitza e datteri (2015, di Fariborz Kamkari)
Un giovane imam viene mandato a Venezia per aiutare l’imbranata e sfrattata comunità musulmana. Tra fede e modernità, Pitza e datteri (di Fariborz Kamkari).

di Luca Ferrari

Islam
, integrazione e progressismo, il tutto immerso nei problemi della vita quotidiana di una Venezia popolare dove la comunità musulmana locale non ha più una sede dove riunirsi e pregare. Per di più la neo-proprietaria dell’edificio, Zara (la franco-africana Maud Buquet) è una decisa donna d’affari che ha trasformato il loro luogo di fede in un salone di bellezza unisex per pagare i debiti del marito (arrestato). In loro soccorso arriva direttamente dall’Afghanistan, il giovane imam Saladino (l’attore calabrese-magrebino-parigino cresciuto a Treviso, Mehdi Meskar). A ben guardare però, un po' troppo giovane e soprattutto inesperto.

Dopo la pregevole opera I fiori di Kirkuk (2010), il regista curdo Fariborz Kamkar dirige Pitza e datteri (2015), distribuito da Bolero Film.

Perni della comunità islamica, il presidente Karim (Hassani Shapi), un egiziano italianizzato, Bepi (Giuseppe Battiston), veneziano convertito all'Islam, l'immigrato curdo Ala (il siciliano Giovanni Martorana), la musulmana progressista Fatima (l’italo-africana Esther Elisha) e il pizzaiolo Aziz (Gaston Biwolé), sposato con una ruspante veneziana più interessata al sesso che non alla preghiera. Ma chi sono questi uomini e donne? Persone semplici alla ricerca il del proprio posto nella vita, con i propri limiti e paure. C'è chi è già pronto a cambiare, e chi più legato al passato. E si battono per questo. Come chiunque altro al mondo.

Scherzando con certi estremismi ma senza mai venire meno al rispetto per il credo, la pellicola scorre piacevole senza lesinare gag divertenti, con l’imponente Battiston in prima linea e in strabordante stato di Oliver Hardy (il giorno che troverà uno Stan Laurel moderno formerà una coppia che potrebbe ridisegnare la comicità italiana, ndr). In fuga dall’inflessibile funzionario Lo Turco (Leonardo Castellani) con lo sfratto esecutivo in mano, la sua goffa corsa è supportata da poco eleganti improperi in dialetto (su tutti basime il cueo - trad. "baciami il c***").

A sorridere però si comincia fin dall’inizio della pellicola, con l’ancor più maldestro tentativo dei fedeli di impedire alle forze dell’ordine di arrestare un loro compagno (il marito di Zara), proprio nel momento della preghiera in collegamento skype con un imam dall'Egitto. Nel più classico (e inevitabile) degli scontri familiari poi, Karim prova a chiudere la figlia in camera per non farla vedere a Saladino con gli empi vestiti occidentali, e addirittura mettendo un burqua alla moglie che non essendo troppo pratica, va a sbattere contro la porta poiché sprovvista di buchi per gli occhi. 

Emblematica la figura dell'imam, passato dai deserti afgani alle acque della laguna senza alcuna esperienza per salvare una situazione che, “forse”, è più semplice di quanto si possa immaginare. La sola ragione per cui è stato mandato è che conosce l’italiano imparato in un ospedale di Kabul. E così, dall’alto della sua ingenuità, passa dal proporre candidamente la lapidazione di Zara a sposare in pieno le richieste delle mogli musulmane, desiderose anch’esse di avere un ruolo attivo nella loro comunità.

Bepi invece è un uomo profondamente insicuro che ha bisogno di sposare i precetti più rigidi della religione per dare un senso alla propria vita. Segnato dal precoce abbandono paterno e ultimo erede di un nobile casato veneziano ormai decaduto, nelle sue parole più riottose traspare un ingenuo tentativo di crociata contro il sistema degno della politica più pacioccona del Peppone “Guareschiano”. Ce l’ha con le banche, con i costumi occidentali. Cerca un mondo che lo accolga, e alla fine lo troverà. Di nuovo.

Girato interamente a Venezia in particolare nel sestiere di Cannaregio, Pitza e datteri è un viaggio nella città poco turistica con incursioni lungo la Fondamenta degli Ormesini, il campiello di Santi Apostoli e altre zone poco distanti e meno in vista, il tutto scandito dalle note multietniche dell’Orchestra di Piazza Vittorio. Curiosità, il salone di Zara, situato fronte il Rio della Misericordia, è a due passi dal primo ristorante afgano-pachistano di Venezia, inaugurato qualche anno fa.

Tra ironia e riflessioni (malinconica la frase di Karim durante la ricerca di una stanza, Appena dico che è per pregare l’Islam mi dicono di no), Pitza e datteri lascia emergere la voglia/realtà di confrontarsi e proseguire il cammino insieme anche se non si è sempre d’accordo. Ognuno con la propria fede, ma comunque insieme. Sotto lo stesso cielo. Nella stessa città cosmopolita.

Guarda il trailer di Pitza e datteri

Pitza e datteri - Saladino (Mehdi Meshkar),
il presidente della comunità Karim (Hassani Shapi) e Ala (Giovanni Martorana)
Pitza e datteri - Saladino (Mehdi Meshkar) e Bepi (Giuseppe Battiston)
Pitza e datteri - Saladino (Mehdi Meshkar) fra le donne musulmane
Pitza e datteri - la parrucchiera Zara (Maud Buquet)
Pitza e datteri - Bepi (Giuseppe Battiston)

lunedì 8 giugno 2015

La guerra di Fury

Fury (2014, di David Ayer)
Per portare a termine il lavoro più bello del mondo (la guerra), come ripetono i protagonisti, ci vuole Wardaddy e il suo carro armato Fury.

di Luca Ferrari

L'onda sta arrivando e noi siamo lo scoglio che la spezzerà, sentenzia il tenente Don Collier detto Wardaddy (Brad Pitt) dinnanzi alla nuova minaccia nazista che di lì a poco dovranno affrontare e piegare. Lui comanda un carro armato con a bordo i fidati Gordo (Michael Peña), il religioso Bibbia (Shia LaBoeuf) e il grezzo ma non meno leale Coon-Ass (Jon Bernthal). A questi si è unito l’acerbo ex-dattilografo Norman (Logan Lerman) presto ribattezzato Machine. Incapace in principio di uccidere chiunque.

Dalla guerriglia urbana "stradaiola" di End of Watch - Tolleranza zero (2012) alle macerie belliche, David Ayer dirige Fury (2014).

È la sporca II Guerra Mondiale. Wardaddy ha combattuto ovunque. Ormai resta solo l’ultima meta da conquistare: la Germania, ma di ritirarsi i nazisti non ci pensano proprio. Chi avesse queste vergognose inclinazioni o non volesse mandare il proprio figlio a fare il suo dovere, viene impiccato dalle SS senza troppi problemi. Hitler ha dichiarato la guerra totale. Militari o meno, uomini, donne o bambini, sono tutti precettati a imbracciare un fucile e respingere gli invasori.

Wardaddy è uno che sa il fatto suo. È suo dovere svezzare il giovane Norman fino a obbligarlo a sparare a morte. Allo stesso tempo però, è prodigo anche di gentilezze. Entrato in una casa di una città appena occupata, si dimostra cordiale verso due donne senza la minima intenzione di violenza. E anzi, quando arriva il resto dei commilitoni, ne prende le difese alzando con i suoi la voce. È lì che Norman incontra Emma (Alicia von Rittberg) con la quale già sogna una vita insieme d’amore.

La battaglia però non ha tempo per l’amore, perché come dice Don: gli ideali sono pacifici, la guerra è violenta. Eccoli allora di nuovo in marcia. Sulla canna del loro carro armato c’è la scritta Fury. È tempo di una nuova difficile missione. Raggiungere un incrocio e far fuori corazzati anticarro. Tutto sembra procedere per il meglio fino a quando una mina sul loro cammino spacca uno dei cingolati. A peggiorare le cose, l’arrivo di una colonna nemica. Che fare? Wardaddy non è uno che si ritira e non ha certo intenzione di cominciare ora...

Presentato in pompa magna dalla stampa estera come uno dei miglior film di guerra degli ultimi tempi (non che ce ne siano stati assai e di particolare valore), Fury poggia un po’ troppo sul carisma cameratesco di Brad Pitt, per altro perfettamente in grado di dare credibilità al ruolo accentuando forse un po’ troppo l’odio antinazista che inevitabilmente rimanda al “bastardo senza gloria” Aldo Raine, tenente anch’esso.

Ben amalgamato il resto della truppa, sebbene un po’ scontata la figura di Bibbia. Soldato credente sempre pronto a far la morale a tutti, con lati anche umoristici. Se dopo l’ennesima presa, lui se ne sta seduto a leggere il Sacro Verbo, i due compari se la spassano a turno con una ragazza del posto. Un finale poi che puzza tremendamente di 300 Snyderiano, con quella ripresa che via via dal basso si solleva verso l’alto lasciando sotto di sé i tanti caduti che si sono sacrificati per sconfiggere il Serse di turno (Adolf Hitler).

Guarda il trailer di Fury

Fury – Don Collier detto Wardaddy (Brad Pitt)
Fury – Trini Garcia detto Gordo (Michael Peña)
Fury - Boyd Swan detto Bibbia (Shia LaBeouf)
Fury – Emma (Alicia von Rittberg) e Norman Ellison detto Machine (Logan Lerman)
Fury – (in alto da sx) Coon-Ass, Wardaddy, Bibbia, Machine e Gordo

venerdì 29 maggio 2015

Tomorrowland, sognatori cercasi

Tomorrowland - Il mondo di domani
Ci sono bambini che non si arrendono mai e da grandi (forse) ispireranno i sognatori del futuro. Tomorrowland (2015), il mondo di domani.

di Luca Ferrari

Buio e disperazione da una parte. Luce e speranza dall’altra. Il futuro spaventa, certo, ma se invece la risposta (e le sorprese) fosse nella luce dell'ignoto? È difficile avere idee e seguirne le tracce quando la via più facile è quella della resa. Quale lupo allora vive dentro di voi? Vi rispondo io, anzi lascio la parola al film Tomorrowland – Il mondo del domani (2015): Quello che nutri!

Un’improbabile squadra formata dalla giovane speranzosa Casey Newton (Britt Robertson), il disilluso Frank Walker (George Clooney) e una bambina alquanto speciale, Athena (Raffey Cassidy), attraversa il tempo destinazione il futuro. O forse una realtà parallela. Un qualcosa che potrebbe essere o è già stato. La loro missione? Dare a se stessi in primis un’idea per ricominciare, e poi continuare la ricerca di quei valorosi e inaffondabili sognatori capaci di mutare il corso del mondo.

A dirigere la pellicola prodotta e distribuita dalla Walt Disney Pictures, un uomo che coi sogni e la fantasia ci sa fare. Il suo nome è Brad Bird, regista dei Pixariani Gli Incredibili (2004) e Ratatouille (2007). Il suo tocco “fantastico” si fa sentire. Dalle gote rosse di naturale simpatia di Frank per la bella Athena, alla lotta contro se stesso del maschietto ormai cresciuto al momento di abbandonare la propria navicella di tristezza e puntare diritto verso una nuova fase della propria vita (e del mondo).

All'Esposizione Mondiale del '64 il piccolo Frank (Thomas Robinson) conosce Athena. È un bambino desideroso di scoprire e inventare. C'è magia tra i due. Una magia siglata da una preziosa spilletta che lei gli consegna. Ma chi è Frank? Solo un bambino il cui padre non lo riteneva in grado di realizzare i propri sogni. Lui però reagì, e grazie anche alla sua musa ispiratrice, iniziò un’epica avventura che puntuale produrrà sorrisi e amarezze, perché nessuna vita, neanche la più incredibile che si possa immaginare, può fare a meno di fango e rassegnazione.

È allora, nei non più mirabolanti anni Sessanta ma nel terzo millennio senza più grandi ideali, che nella vita di Frank viene recapitata (è quasi il caso di dirlo) la combattiva Casey, sebbene del tutto ignara di ciò che stia accadendo. Ma non ha importanza. Lo scoprirà. Lei è lì per un motivo. È una combattente. È una sognatrice. Pur d'impedire che il padre perda il lavoro di ingegnere spaziale, ogni sera riesce a manomettere un sistema della morente NASA e così rinviare la distruzione della base di decollo di Cape Canaveral.

Al giorno d’oggi la maggioranza di quel mondo che potrebbe cambiare il corso della Storia non agisce. Usando le parole del saggio prof. Stephen Malley (Robert Redford) di Leoni per agnelli (2007), sfruttano la vostra apatia. E questi approfittatori altri non sono chi ci ha convinto che il mondo non ha più speranza, e dunque tanto vale lasciarli continuare. E invece no, non è così. Non può essere così. Casey la pensa così. Frank la pensava così. Athena, beh, lei è tornata (…) per convincere il suo amichetto ormai barbuto a riprendere contatto con i propri sogni e soprattutto la volontà, andando a dirgliene quattro direttamente all'ambiguo David Nix (un Hugh Laurie lontano anni luce da reminiscenze Dottor-Housiane).

E ora tocca al sottoscritto. Esco dai ranghi del mero racconto-recensione perché  Tomorrowland – il mondo del domani (2015, di Brad Bird) ti conduce per mano a confrontarti con quello che eri, sei e sarai. Chi sono io nella storia? Io sono uno di quelli che si arrende. L’ho sempre fatto e sono sempre stato di pessimo umore per questo. Allo stesso tempo però ho sempre creduto nei sogni. E quindi, quale lupo sto sfamando in questo momento? Non saprei dire le volte che mi sono sentito un predestinato, uno di quei folli che credono di avere un destino prima che una vita eppure alla fine ho sempre finito per accentare (in apparenza) il contrario.

Posso solo dirvi che da tempo “sognavo” di vedere un film speciale al cinema e poi andare a sedermi in un localino di mio gusto e lì scrivere la recensione. Subito. A caldissimo. Con l'animo ancora infiammato dalla visione. È finalmente accaduto. Eppure tutto sembrava far presagire il contrario. Sovrastato da stanchezza e pensieri, a poche ore dalla presunta visione di Tomorrowland – Il mondo di domani, avevo già deciso di andarci un altro giorno. Poi, una serie di “coincidenze” e la decisione di andare. 

E forse non è un caso che mentre mi avviavo a realizzare qualcosa di così piccolo (ma per me così importante), per la prima volta qualcuno ha notato sul mio laptop un adesivo di una piccola (e magica) cittadina del Nordovest americano, celebre per aver fornito a Steven Spielberg la scenografia naturale per un’epica avventura di ragazzini di cui tra pochi giorni ricorre il trentennale. Un uomo che veniva esattamente da lì, Astoria (Oregon). E per voi questo non è un segno?

E ora mi sento quasi a disagio per quello che avevo pensato prima di cominciare questa avventura. Forse perfino a me spaventa realizzare ciò che vorrei vedere ogni giorno nella mia vita. No, non pensate che da adesso ogni mattina per prima cosa lascerò il mio sguardo vagare nel cosmo pieno di ottimismo (anche se prendere certe sane abitudini male non fa, ndr). Giorno dopo giorno è certo ci resterò sempre più male ogni volta che uno sforzo della mia vita non produrrà ciò che desidero.

Intanto però sono qui, a divorare qualcosa di sfizioso con il pc portatile aperto a scrivere di Tomorrowland – Il mondo di domani. E magari nella mia forsennata ricerca di realizzare i miei sogni più folli, ispirerò qualcuno perché trasformi in realtà i propri.

Guarda il trailer di Tomorrowland - Il mondo di domani

Tomorrowland_Il mondo di domani - la scaltra Athena (Raffey Cassidy)
Tomorrowland_Il mondo di domani - il piccolo Frank Walker (Thomas Robinson)
E dopo il film, subito a scrivere la recensione magiucchiando un Dakota Burger
all'Old Wild West di Venezia, "spulciando" anche Best Movie © Luca Ferrari
Tomorrowland_Il mondo di domani - David Nix (Hugh Laurie) e Frank Walker (George Clooney)

lunedì 25 maggio 2015

L'inutile Mad Max: Fury Road (2015)

Mad Max: Fury Road - Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne)
Un film più inutile di Mad Max: Fury Road (2015, di George Miller) è difficile da trovare. Emblema di un'industria senza più idee e capace solo di clonare se stessa.

di Luca Ferrari

Cosa c'è di più triste per un regista di successo (George Miller) di ridursi a girare di nuovo lo stesso film con il quale ci si consacrò più di 35 anni fa? Forse niente. Per chi ne capisce un minimo della settima arte, Mad Max: Fury Road (2015) rappresenta quanto di peggio l'industria cinematografica stia passando al convento al grido di: rifare e rifare ancora finché i polli continueranno ad abboccare... e il botteghino vomiterà dollari sonanti.

Verso la fine degli anni Settanta quando si andava al cinema una volta al mese, l'australiano George Miller sbucò dal nulla e nel giro di un quinquennio diede alla luce una trilogia che fece epoca:  Interceptor (Mad Max, 1979), Interceptor – Il guerriero della strada (Mad Max 2: The Road Warrior, 1981) e Mad Max - Oltre la sfera del tuono (Mad Max: Beyond Thunderdome, 1983). Tre film che hanno lasciato il segno, dando anche lo spunto (fra i tanti) al celebre manga giapponese Ken il guerriero. Film che se avessero adottato la linea del presente, non sarebbero mai usciti.

Anno 2015, Mad Max: Fury Road. Il mondo è allo sbando. Chi ha la benzina detta le regole, ancor di più se nasconde acqua e le poche coltivazioni rimaste al più tipico dei popoli-pecora. Qualcuno però si è stufato e dopo essere stato rapito dalla milizia di Immortan Joe (Hugh Keays-Byrne), è pronta a fare la sua (coraggiosa) scelta. Lei è l'Imperatrice Furiosa (Charlize Theron). Una donna che ha saputo mettere da parte il proprio odio aspettando l'occasione giusta per mollare il despota e far ritorno a casa.

Sfruttando la sua eminente posizione e a bordo della potente blindocisterna, invece della solita missione distruttiva, punta decisa altrove e forte di un accordo con una banda di motociclisti (una frana per bloccare i suoi inseguitori in cambio di carburante), prosegue spedita. Sulla sua strada però, e per fortuna, trova Max Rockatansky (Tom Hardy, il Demidov dell'oscuro Il bambino numero 44), prelibato donatore coatto di sangue per i Figli della Guerra di Immortan Joe, al guinzaglio di Nux (Nicholas Hoult).

A bordo del mezzo da guerra l'Imperatrice Furiosa non è sola. Nascoste ci sono anche le cinque mogli del despota: Angharad la splendida (Rosie Huntington-Whiteley), Capable (Riley Keough) Dag (Abbey Lee), Cheedo la fragile (Courtney Eaton) e Toast la sapiente (Zoë Kravitz, vista nel recente Good Kill di Andrew Niccol, film presentato al 71° Festival di Venezia).

Il primo impatto dello spettatore con le suddette è al limite del ridicolo. Senza nemmeno guardarsi le spalle e semi-svestite, sembrano più idonee a una passerella di Dolce & Gabbana che non a una pericolosa fuga da un mondo che brucia, giocando poi con la pompa dell'acqua come se dovessero cominciare una faticosa giornata di pulizia auto in abiti succinti e magliette bagnate.

Compreso il suo intento, Immortan Joe si butta all'inseguimento, supportato anche dalle bande alleate-rivali dei Mangiauomini di Gas Town e del Fattore di Bullet Farm. Per questi non è che l'ennesima dimostrazione di imporre il proprio potere, per lei, le mogli e Max stesso, una svolta votata alla vita. Tutti decisi a reagire. La domanda cruciale è: riusciranno nella loro impresa-sogno?

Ormai ho perso il conto. Li stanno rifacendo tutti. Cult degli anni Ottanta e non solo. Dimenticandosi quanto un film sia molto legato all'epoca in cui viene girato, Hollywood e dintorni giocano solo col sicuro. Ed è eccoli come usciti da una fabbrica i remake di Total Recall, Robocop e perfino de I 10 comandamenti, quest'ultimo trasformato (penosamente) da Ridley Scott in Exodus: Dei e Re (Christian Bale, ma perché hai accettato?). Film insignificanti che non dicono e non possono avere nulla da dire.

Presentato in pompa magna nella sez. Fuori Concorso della 68° edizione del Festival di Cannes, se si escludono gli effetti speciali (neanche chissà che) e la costosa versione 3D per ipnotizzare meglio il pubblico (qualcuno mi spieghi perché negli USA il film è vietato ai minori di 17 anni, ndr), il resto di Mad Max: Fury Road è più desertico dello scenario terrestre in cui è ambientata la vicenda. Giusto qualche didascalia iniziale ed ecco il mondo allo sbando nell'era post atomica.

Ma se negli anni '80 la propaganda della Guerra Fredda faceva temere un imminente conflitto nucleare tra gli allora colossi USA e URSS con annesse tragiche conseguenze, adesso di quella realtà v'è più traccia. Adesso la paura ha lasciato posto all'isterismo. Nel terzo millennio la gente ha paura degli attentati e del proprio vicino di casa, specie se di credo diverso dal proprio. La gente ha paura di non arrivare a fine mese, non certo di una guerra atomica. 

Dietro la follia di questi pazzoidi tinti di bianco (e malati) c'è come sempre un burattinaio calcolatore. Uno che nasconde la verità. Immortan Joe, un ridicolo incrocio tra la Tina Turner di Mad Max – Oltre la sfera del tuono e Skeletor, il giocattolo della Mattel made in Eighties. Immortan Joe, un sovrano spacciato per immortale, cosa che puzza mostruosamente di Serse 300esco. Voilà, l'inutile e penoso remake Mad Max: Fury Road è servito. 

Il trailer di Mad Max: Fury Road


Mad Max: Fury Road - Nux (Nicholas Hoult) e Max Rockatansky (Tom Hardy)
Mad Max: Fury Road - Nux (Nicholas Hoult) e l'Imperatrice Furiosa (Charlize Theron)
Mad Max: Fury Road - le cinque mogli di Immortan Joe: Angharad (Rosie Huntington-Whiteley), Capable (Riley Keough) Dag (Abbey Lee), Cheedo (Courtney Eaton) e Toast (Zoë Kravitz)
Mad Max: Fury Road (2015, di George Miller)