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giovedì 31 dicembre 2015

Il mio 2015 di cinema e recensioni

Venezia, in sala a leggere e scrivere di cinema © Luca Ferrari
Un "piccolo" e linkato riassunto di quanto cine-recensito nel 2015 davanti alla mia casa adottiva, il grande schermo.

di Luca Ferrari

Il 2015 è in dirittura di arrivo. Dopo aver decreato il film miglior dell'anno, passo qui in rassegna tutte le recensioni dei film visti sul grande schermo tra il gennaio e dicembre. Le prime ovviamente riguardano quei film realizzati a fine 2014 ma di fatto sbcarati nel grande schermo in quest'annata.

A ospitarmi per scrivere tutto questo, in particolare le sale cinematografiche di Venezia (cinema Rossini e Giorgione), quindi qualche incursione nella teraferma di Mestre (IMG Cinema e cinema Palazzo) e infine anche le sale della 72° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, in particolare la sala Darsena, al Lido di Venezia.

Un una piccola nota su due pellicole. Il peggiore dell'anno nonché il più sopravvalutato? L'inutile Mad Max Fury Road, che potrà anche essere per Quentin Tarantino il meglio del 2015, ma per chi si aspetta da un film quanto meno una STORIA degna di questo nome, è lo zero assoluto e vi posso assicurare che non sprecherò il mio prezioso tempo con i suoi due prossimi sequel.

Mi ha molto rattristato vedere invece come La regola del gioco sia  stato messo subito nel dimenticatoio nonostante non gli mancasse certo l'appeal commerciale visto che il protagonista è il due volte candidato all'Oscar, Jeremy Renner. Un film che parla di una vera e importantissima inchiesta giornalistica ai danni della CIA. Forse sarebbe ora di comprendere che non si vive solo di Tutti gli uomini del Presidente.

Venezia, in sala a leggere e scrivere di cinema © Luca Ferrari
Venezia, in sala a leggere e scrivere di cinema © Luca Ferrari

martedì 14 luglio 2015

Cinecomics, la dittatura dei supereroi

Batman v Superman: Dawn of Justice (2015, di Zack Snyder)
Più delle zanzare, l'estate 2015 è stata presa d'assalto dai cinecomics e i loro supereroi, neo-dittatura imperante sul grande schermo.

di Luca Ferrari

Virtuosi superattrezzati. Fenomenali attaccabrighe. Sono forti e dall’appeal hollywoodiano. Li vogliono sfidare tutti, extraterrestri inclusi. Sono i supereroi dei fumetti (buoni e/o cattivi). Uomini e donne votati a un qualche grandioso disegno. Sono ormai ovunque. È impossibile non sentirne parlare. Una vera dittatura imposta dai media. Due giorni fa si è concluso il Comic-Con di San Diego e via tutti a parlare e scrivere di supereroi, ormai più fastidiosi delle zanzare che letali ti pungono a ogni ora del giorno di questa afosa estate 2015.

Ti compri tutte queste magliette da supereroe ma quando si tratta di rimboccarti le maniche e fare la cosa giusta, ti nascondi in lavanderia, rimproverava Penny (Kaley Cuoco) all’egoista e viziato Sheldon (Jim Parson) quando per paura dei germi si rifiutava di andare all'ospedale dove era stata ricoverata la madre del suo amico Howard (IV serie, puntata n. 23 La reazione al fidanzamento - The Big Bang Theory).

Come spesso accade, il passaggio alla realtà non sembra  essere così diverso. Tutti a fare la fila per vedere questi esseri dotati di superpoteri eppure così scarsi nell’utilizzare le proprie risorse nella vita quotidiana, lasciando alla dimensione onirica il momento delle grandi imprese.

Non che prima di questo boom non ci fossero film del genere, c’erano si ma non con l’esagerata attenzione che gli viene conferita di questi tempi. L’anno di svolta fu il 2008, curiosamente lo stesso dell’esplosione della crisi economica mondiale, quando uscì il primo film della saga Iron Man con il ritrovato Robert Downey Jr. A questi, restando solamente in casa Marvel Comics e citando i più famosi, fecero seguito due sequel, due film su Thor, altrettanti su Captain America, il corale The Avengers e l’anemico sequel di quest'ultimo.

Nel frattempo si erano già ritagliati il loro spazio i mutanti X-Men con prequel vari, la trilogia di Batman si andava affermando senza precedenti, quindi è arrivato il turno di Superman e nel frattempo l’Uomo Ragno, dopo la trilogia di Sam Raimi con Tobie Maguire protagonista, era già approdato a una seconda serie di film con Andrew Garfield, decisamente sotto tono (ora ne è in arrivo una terza con la premio Osca Marisa Tomei nelle vesti di zia Mei). Non entro nemmeno nel merito del piccolo schermo altrimenti rischiamo di fare notta fonda.

Ma perché d’improvviso questo filone è stato letteralmente preso d’assalto dalla settima arte trasformando Stan Lee in un guro non più di soli nerd ma per chiunque? E perché tutto questo successo di personaggi inesistenti? Senza scomodare esperti psicologi la risposta è molto semplice. A seconda del continente nel mondo di oggi vige un’anarchica dittatura politica, economica e/o militare. L'essere umano non sembra essere in grado venirne fuori in nessuno modo, o qualcuno gli vuol far credere tutto ciò. L'unica salvezza è un supereroe. Una sorta di immaginifico dittatore illuminato che non pretende nessun tributo in cambio. Agisce per il bene supremo caricandosi sulle spalle tutte le conseguenze delle sue azioni.

Un mondo dunque dove l’essere umano normale viene ridotto a una macchietta. A una comparsa. Un mondo che finirebbe facilmente nelle mani spietate dei vari Loki o chicchessia se non intervenissero questi esseri eccezionali. Ma siamo davvero sicuri che nel mondo effettivo non ce ne siano di eroi? Ce ne sono, ce ne sono. Ma vuoi mettere il fascino di un palestrato dai bicipiti scolpiti e resi evidenti dal lattex della propria tuta rispetto a un comune mortale?

C’è un cinema, un altro cinema, capace anch’esso di celebrare i propri eroi. Quello che avrebbero davvero le carte in regola per ispirare l’umanità a compiere grandi azioni. Film recenti come The Search (di Michael Hazanavicious), Il padre (di Fatih Akin) o La regola del gioco (di Michael Cuesta) sono stati praticamente ignorati. Scarso pubblico e ancor meno attenzione da parte di quei giornali che leggono tutti. Chi sono i loro eroi? Un bambino che fugge con la sorellina nell'inferno della guerra cecena, un uomo che sopravvive al genocidio armeno e un giornalista che smaschera un traffico governativo ai massimi livelli.

Nessuno dei tre ha alcun super potere. I primi due lungometraggi sono ambientati durante tragedie realmente accadute che furono ignorate dalla Comunità Internazionale. Non sorprende dunque nemmeno un po’ che i magazine di settore gli abbiano riservato lo stesso trattamento. Il terzo invece è tratto dalla storia vera del giornalista Gary Webb, premio Pulitzer e così bravo da non riuscire più a scrivere per alcun giornale in virtù dei suoi scoop.

Perché il grande pubblico non può essere educato a prendere ispirazione da persone come loro? Persone normali e reali. Anche in questo caso la risposta è molto semplice. Perché così acquisirebbero forza e userebbero il cervello, mentre lasciare la massa a sognare con poteri che non avrà mai ha lo stesso effetto della droga. Prima ti eccita e poi di fa sbattere contro il muro della penosa realtà ma a quel punto la frittata è fatta e non si può più tornare indietro.

Viviamo in un mondo “libero” e se la stampa specializzata vuole consumare ettolitri d'inchiostro e km di web per incensare un certo genere di film, ha tutto il diritto di farlo. Ma parafrasando un “certo insegnamento”, potrei argomentare che: da una simile azione deriva una grande responsabilità, anzi una larga conseguenza di cui si cura molto poco. La stampa cinematografica sta ormai sempre più “privilesaltando” l’analisi tecnica (effetti speciali) dimenticandosi che è la storia a fare grande una pellicola.

Il filone cine-fumettistico è interessante e si merita spazio ma è indubbio che ormai stia diventando invadente a livelli pericolosi. Di film come gli ancora inediti Batman v Superman: Dawn of Justice (2015, di Zack Snyder) e Suicide Squad (2015, di David Ayer) si sta parlando in modo bulimico e da tempo immemore. Se i risultati poi doveesero essere anche solo simili agli ultimi prodotti della Marvel, c’è ben poco di che stare allegri.

E se poi un film come Birdman, spacciatosi per essere l’anti-superhero movie (molto discutibile), si guadagna 4 dei principali premi Oscar a discapito di pellicole come The Imitation Game (2014, di Morten Tyldum) o La teoria del tutto (2014, di James Marsh), allora Houston, abbiamo davvero un grosso problema. Un problema di eroica super-dittatura ma questo è ciò che il grande pubblico vuole. La massa di pecore amerà i supereroi proprio per questo.

(da sx) Il padre, The Search e La regola del gioco
Suicide Squad (2015, di David Ayer

giovedì 25 giugno 2015

La regola del gioco, lo scoop della verità

La regola del gioco - il giornalista Gary Webb (Jeremy Renner)
Il giornalista Gary Webb indaga sui narco-finanziamenti statunitensi ai Contras nel nome della verità. La regola del gioco (2014, di Michael Cuesta).

by Luca Ferrari

Droga, CIA e Contras nicaraguensi. Una scia di sangue, taciti giochi politici e morte su cui è piombato (non per caso) il deciso giornalista del San José Mercury News, Gary Webb (Jeremy Renner), pronto a rivelare una verità bomba a dispetto delle pressioni d’alto livello. Una missione la sua, votata ai più alti ideali costituzionali e dare così modo al pubblico americano di conoscere la verità. Michael Cuesta dirige La regola del gioco (2015, Kill the Messenger).

Ora che sa la verità, dovrà fare la scelta più difficile della sua vita. Condividerla o no” dice il narcotrafficante Norwin Menes (Andy Garcia) a Gary Webb, mentre tira di golf dal campo privato della sua prigione in Nicaragua. La notizia è di quelle che scottano. La notizia è di quelle troppo vere per essere raccontate, come lo ammonirà in seguito l'ex-funzionario federale Fred Weil (Michael Sheen).

Già affermato giornalista e vincitore del Pulitzer per una serie di servizi sul terremoto di Loma Prieta (California), in seguito a un suo pezzo sulle case confiscate dal Governo a sospetti trafficanti di droga, quindi non ancora colpevoli, Webb viene contattato dall’avvenente Coral Baca (Paz Vega), il cui compagno Rafael Cornejo è in carcere per questioni legate alla cocaina.

Una storia come l’altra? In apparenza. Quando la scaltra Coral gli rivela d'essere entrata in possesso (per sbaglio) di un dossier dove emerge in modo inequivocabile che il narcotrafficante Danilo Blandon (Yul Vazquez), pagato dalla CIA, aveva introdotto illegalmente negli Stati Uniti tonnellate di cocaina, e oggi quello stesso ambiguo personaggio siede sul banco dei testimoni ad accusare il suo compagno, lo stesso Webb inizia a drizzare le antenne. Ha inizio così un viaggio giornalistico lungo un anno che lo porterà a realizzare il celebre reportage The Dark Alliance (L’alleanza oscura).

Arriva il gran giorno. La pubblicazione sbarca su carta e online. Le parole non sono interpretabili. Le prove e testimonianze raccolte dimostrano chiaramente come gli Stati Uniti e Los Angeles in particolare siano stati invasi dalla droga per raccogliere fondi da destinare via CIA ai Contras, e sostenere così la ribellione anti-Sandinista. E tutto ciò mentre ogni neo-presidente degli anni Settanta-Ottanta sbandierava la droga come primo problema interno.

È un’autentica “bomba-carta” quella che esplode. I fuochi della ribalta però durano poco per Gary. I piani alti dei Servizi Segreti a stelle e strisce cominciano a fare pressioni sui direttori dei grandi quotidiani perché smontino pezzo per pezzo la storia pubblicata e questi, da bravi cagnolini, rispondono affermativo dando così il via al massacro del singolo che ha osato scoperchiare i panni sporchi (e sanguinari) di Washington.

Inizia la discesa e di mezzo ci finisce anche la famiglia di Webb, la moglie Sue (Rebecca DeWitt) e i tre figli Ian, Eric e Christine. Scoperto che lo stavano spiando nella sua casa, scattata la denuncia ma oltre alla polizia arrivano anche degli agenti che con la scusa del trambusto entrano nel suo studio per leggere appunti privati. Gary viene allontanato dal suo lavoro e spedito altrove. Viene comunque eletto il giornalista dell’anno ma sarà l’ultimo bagliore di una carriera che non si rimetterà più in carreggiata. Da quel suo primo fiero servizio sui cani all’Oscura alleanza, nel mondo pilotato del giornalismo per uno come Gary Webb non ci sarebbe stato più posto. Ma proprio mai più.

“Gary era un doberman. Grintoso e insistente, affrontava i fatti con la convinzione incrollabile che il pubblico avesse diritto a sapere la verità” ha sottolineato il regista, “Era il cronista della gente comune, del popolo. Aveva un’idea molto chiara del significato di cose come verità e giustizia. Era una persona autentica, che amava i gruppi punk e l’hockey. Non aveva paura di mettersi contro i pezzi grossi. Abbiamo bisogno di persone come lui, soprattutto oggi che rischiamo di perderci nel labirinto mediatico di politicanti e opinionisti”. 

Erede dei grandi classici della settima arte sul lavoro d’inchiesta giornalistica, dal celeberrimo Tutti gli uomini del Presidente (1976, di Alan J. Pakula) incentrato sullo scandalo Watergate al comunque ispirato a fatti veri The Hunting Party (2007, ambientato nel post Guerra dei Balcani), La regola del gioco lascia emergere quel tragico destino che accomuna tutti i grandi giornalisti caparbi: l'isolamento. Prima collocato sul carro del trionfo, poi alle prime difficoltà scaricato da tutti a cominciare ovviamente dal vicedirettore e direttrice del giornale, Jerry Ceppos (Oliver Platt) e Anna Simons (Mary Elizabeth Winstead).

In prima linea a decretarne l’oblio dunque, quelli che dovrebbero essere i suoi stessi alleati. Quelli che dovrebbero avere a cuore il suo lavoro: i media. Ed è "curioso" o quanto meno casuale come su entrambi le riviste del settore più lette in Italia, Ciak e Best Movie, nel mese di uscita della pellicola (giugno), La regola del gioco abbia avuto un misero trafiletto (vedi ultima foto) a dispetto di parecchie pellicole ben più mediocri e insignificanti, con Best Movie capace pure di sbagliare il titolo e scrivendo: Le regole del gioco.

In un un'epoca cinematografica sempre più ingolfata di supereroi che tanto non salveranno nessuno, dinosauri clonati, patetici remake spacciati per i migliori film della stagione e altro materiale narcotizzante, sarebbe ora che il pubblico cominciasse un po' a svegliarsi, scegliendo la qualità e non solo Disneyland e marshmallow. Ragionando su pellicole che ambiscono a essere qualcosa di più di mero entertainment come appunto La regola del gioco, film che al contrario mostra un vero eroe in carne e ossa: un giornalista che si batte per la verità.

Un giornalista le cui rivelazioni interessano meno di una storia di sesso dalle tinte bianche (Casa). Perché è questo che succederà. Pochi anni dopo la CIA ammetterà il proprio coinvolgimento nei finanziamenti “drogati” per i Contras ma alla gente questo non interesserà più. In quegli stessi giorni l’allora inquilino della Casa Bianca Bill Clinton doveva giustificare certe attenzioni rivolte a Monica Lewinsky, ma del fatto che Webb fosse stato abbandonato semplicemente dicendo la verità, a nessuno importava nulla.

La regola del gioco prende il via con immagini d’epoca e prosegue con la narrazione. Ottima la prova di Jeremy Renner (due nomination agli Oscar come Miglior attore protagonista per The Hurt Locker e The Town) che ancora una volta ha dimostrato la sua grande versatilità. Poco azzeccata al contrario, la scelta del titolo in italiano: comunica poco, rischia di far cadere in inganno richiamando alla memoria l’omonimo film francese del 1939 di Jean Renoir e in ultima travia del tutto dall’originale Kill the Messenger che letteralmente significa “Uccidi il messaggero” (il giornalista), molto più in linea con la pellicola.

La regola del gioco è un film che ogni giornalista dovrebbe vedere e poi suggerire ad almeno 10 persone che (non) conosce. La regola del gioco è un film che non riguarda solo il mondo del giornalismo ma l’atteggiamento stesso delle persone nei confronti del mondo che li circonda, perché “dire la verità solo quando è conveniente farlo” non fa dei furbi, rende solo schiavi. E loro, quelli con la pensione dorata e i conti offshore vogliono esattamente questo da voi.

Saluti a tutti, e auguri alla vostra co(no)scienza. Buona fortuna!
Guarda il trailer de La regola del gioco

La regola del gioco - Gary Webb (Jeremy Rener) a colloquio con Coral Baca (Paz Vega)
La regola del gioco - il narcotrafficante Norwin Menes (Andy Garcia)
La regola del gioco - Jerry Ceppos (Oliver Platt),
Anna Simons (Mary Elizabeth Winstead) e Gary Webb (Jeremy Rener)
L'esiguo spazio riservato a La regola del gioco da Best Movie (sx) e Ciak

mercoledì 17 giugno 2015

Le anteprime di giovedì 18 giugno

La regola del gioco (2015, di Michael Cuesta)
Scopri i nuovi film in uscita giovedì 18 giugno. Viaggio tra giornalismo d’inchiesta, incubi online, avventure animate, commedie italo-americane e la magia della vita.

by Luca Ferrari

Thriller, commedia, inchieste giornalistiche, animazione e l’incredibile evolversi dell’amore. Da giovedì 18 giugno sul grande schermo è tempo di nuovi interessanti sbarchi, come sempre, nel segno della diversificata varietà. Dopo le fatiche solitarie di Wild, la premio Oscar Reese Whiterspoon torna nel più soft Fuga in tacchi a spillo (Hot Pursuit, 2015 – Warner Bros.) di Anne Fletcher nei panni di una inflessibile poliziotta alle prese con un difficile caso di protezione di una boss della droga (Sofia Vergara), cosa non molto ben vista da colleghi corrotti e altri “poco simpatici” personaggi.

Di tutt’altro stato d’animo l’horror Unfriended (2014 – Universal) di Levan Gabriadze. Uno scherzo sul web con tanto di video ha portato la fragile Laura a farla finita, suicidandosi. A distanza di un anno quei ragazzi autori involontari di un simile gesto non hanno idea di cosa li aspetta. Questa volta non sarà lontanamente uno scherzo. Questa volta il boomerang tornerà indietro e farà davvero molto male

A dispetto delle esagerate denigrazioni da cui troppo spesso viene bersagliato sui social network, il giornalismo è ancora capace di scrivere grandi storie, rivelare segreti e cambiare qualche corso. A ricordarci l’importanza di questo mestiere e il coraggio dei suoi alfieri, il regista Michael Cuesta che porta sul grande schermo la vera storia del giornalista premio Pulitzer Gary Web (Jeremy Renner) con La regola del gioco (Kill the Messenger, 2015, BIM Distribution). Il suo acume lo porterà a scoprire un impensabile traffico di stupefacenti le cui fila vengono tirate dal cuore della politica statunitense. Un impegno quello del reporter che rischierà di costargli molto caro. Insieme all’Avenegersiano Occhio di Falco, ci sono anche Paz Vega, Andy Garcia e Ray Liotta.

Il filone natalizio i fratelli Enrico e Carlo Vanzina l’hanno ormai abbandonato da tempo, così pure le facilonerie volgarotte di quell’Italia trita e ritrita. In questa loro nuova avventura, Torno indietro e cambio vita,  i due registi si affidano ai volti puliti di Raoul Bova e Ricky Memphis, in un viaggio indietro nel tempo agli inizi degli anni Novanta per scoprire se e cosa sarebbe potuto cambiare se non vi fosse stato quel tal incontro sentimentale, anche se, come spesso ci ha insegnato la cinematografia (e la vita), le sorprese non mancano. Ritrovandosi, magari con un altro percorso, allo stesso punto di prima. Per scoprire come andrà ai due protagonisti, non resta che accomodarsi in sala.

Prendano note le mamme e i papà di bambini piccoli. In attesa che arrivi l’applauditissimo (a Cannes) Inside Out, il nuovo (capo)lavoro della Pixar, ci si potrà divertire con il danese Albert e il diamante magico (2015 - Notorious Pictures) diretto da Karsten Kiilerich. Una storia questa molto educativa che vede protagonista il piccolo Albert, capace di riflettere sui propri errori e per questo diventare un eroe.

Per chi ama infine quelle storie talmente dolci da sembrare vere (e infatti lo sono), segnatevi questo titolo: Teneramente folle (Infinitely Polar Bear, 2015 - Good Films) di Maya Forbes. Maggie (Zoe Saldana) e Cameron (Mark Ruffalo) sono una coppia sposata con due figlie. Lui ha avuto un grosso esaurimento e ha perso il lavoro. Per rilanciarsi a livello economico, Maggie si trasferisce a NY per una borsa di studio che le potrebbe aprire le porte di futuri lavori ben retribuiti. Toccherà quindi all’instabile padre prendersi cura da solo delle due bambine.

Andate al cinema, e buona visione!

Fuga in tacchi a spillo (2015, di Anne Fletcher)
Torno indietro e cambio vita (2015, di Enrico e Carlo Vanzina)
 Albert e il diamante magico (2015 di Karsten Kiilerich)
Teneramente folle (2015, di Maya Forbes)
le locandine dei film in uscita © cineluk