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martedì 14 luglio 2015

Cinecomics, la dittatura dei supereroi

Batman v Superman: Dawn of Justice (2015, di Zack Snyder)
Più delle zanzare, l'estate 2015 è stata presa d'assalto dai cinecomics e i loro supereroi, neo-dittatura imperante sul grande schermo.

di Luca Ferrari

Virtuosi superattrezzati. Fenomenali attaccabrighe. Sono forti e dall’appeal hollywoodiano. Li vogliono sfidare tutti, extraterrestri inclusi. Sono i supereroi dei fumetti (buoni e/o cattivi). Uomini e donne votati a un qualche grandioso disegno. Sono ormai ovunque. È impossibile non sentirne parlare. Una vera dittatura imposta dai media. Due giorni fa si è concluso il Comic-Con di San Diego e via tutti a parlare e scrivere di supereroi, ormai più fastidiosi delle zanzare che letali ti pungono a ogni ora del giorno di questa afosa estate 2015.

Ti compri tutte queste magliette da supereroe ma quando si tratta di rimboccarti le maniche e fare la cosa giusta, ti nascondi in lavanderia, rimproverava Penny (Kaley Cuoco) all’egoista e viziato Sheldon (Jim Parson) quando per paura dei germi si rifiutava di andare all'ospedale dove era stata ricoverata la madre del suo amico Howard (IV serie, puntata n. 23 La reazione al fidanzamento - The Big Bang Theory).

Come spesso accade, il passaggio alla realtà non sembra  essere così diverso. Tutti a fare la fila per vedere questi esseri dotati di superpoteri eppure così scarsi nell’utilizzare le proprie risorse nella vita quotidiana, lasciando alla dimensione onirica il momento delle grandi imprese.

Non che prima di questo boom non ci fossero film del genere, c’erano si ma non con l’esagerata attenzione che gli viene conferita di questi tempi. L’anno di svolta fu il 2008, curiosamente lo stesso dell’esplosione della crisi economica mondiale, quando uscì il primo film della saga Iron Man con il ritrovato Robert Downey Jr. A questi, restando solamente in casa Marvel Comics e citando i più famosi, fecero seguito due sequel, due film su Thor, altrettanti su Captain America, il corale The Avengers e l’anemico sequel di quest'ultimo.

Nel frattempo si erano già ritagliati il loro spazio i mutanti X-Men con prequel vari, la trilogia di Batman si andava affermando senza precedenti, quindi è arrivato il turno di Superman e nel frattempo l’Uomo Ragno, dopo la trilogia di Sam Raimi con Tobie Maguire protagonista, era già approdato a una seconda serie di film con Andrew Garfield, decisamente sotto tono (ora ne è in arrivo una terza con la premio Osca Marisa Tomei nelle vesti di zia Mei). Non entro nemmeno nel merito del piccolo schermo altrimenti rischiamo di fare notta fonda.

Ma perché d’improvviso questo filone è stato letteralmente preso d’assalto dalla settima arte trasformando Stan Lee in un guro non più di soli nerd ma per chiunque? E perché tutto questo successo di personaggi inesistenti? Senza scomodare esperti psicologi la risposta è molto semplice. A seconda del continente nel mondo di oggi vige un’anarchica dittatura politica, economica e/o militare. L'essere umano non sembra essere in grado venirne fuori in nessuno modo, o qualcuno gli vuol far credere tutto ciò. L'unica salvezza è un supereroe. Una sorta di immaginifico dittatore illuminato che non pretende nessun tributo in cambio. Agisce per il bene supremo caricandosi sulle spalle tutte le conseguenze delle sue azioni.

Un mondo dunque dove l’essere umano normale viene ridotto a una macchietta. A una comparsa. Un mondo che finirebbe facilmente nelle mani spietate dei vari Loki o chicchessia se non intervenissero questi esseri eccezionali. Ma siamo davvero sicuri che nel mondo effettivo non ce ne siano di eroi? Ce ne sono, ce ne sono. Ma vuoi mettere il fascino di un palestrato dai bicipiti scolpiti e resi evidenti dal lattex della propria tuta rispetto a un comune mortale?

C’è un cinema, un altro cinema, capace anch’esso di celebrare i propri eroi. Quello che avrebbero davvero le carte in regola per ispirare l’umanità a compiere grandi azioni. Film recenti come The Search (di Michael Hazanavicious), Il padre (di Fatih Akin) o La regola del gioco (di Michael Cuesta) sono stati praticamente ignorati. Scarso pubblico e ancor meno attenzione da parte di quei giornali che leggono tutti. Chi sono i loro eroi? Un bambino che fugge con la sorellina nell'inferno della guerra cecena, un uomo che sopravvive al genocidio armeno e un giornalista che smaschera un traffico governativo ai massimi livelli.

Nessuno dei tre ha alcun super potere. I primi due lungometraggi sono ambientati durante tragedie realmente accadute che furono ignorate dalla Comunità Internazionale. Non sorprende dunque nemmeno un po’ che i magazine di settore gli abbiano riservato lo stesso trattamento. Il terzo invece è tratto dalla storia vera del giornalista Gary Webb, premio Pulitzer e così bravo da non riuscire più a scrivere per alcun giornale in virtù dei suoi scoop.

Perché il grande pubblico non può essere educato a prendere ispirazione da persone come loro? Persone normali e reali. Anche in questo caso la risposta è molto semplice. Perché così acquisirebbero forza e userebbero il cervello, mentre lasciare la massa a sognare con poteri che non avrà mai ha lo stesso effetto della droga. Prima ti eccita e poi di fa sbattere contro il muro della penosa realtà ma a quel punto la frittata è fatta e non si può più tornare indietro.

Viviamo in un mondo “libero” e se la stampa specializzata vuole consumare ettolitri d'inchiostro e km di web per incensare un certo genere di film, ha tutto il diritto di farlo. Ma parafrasando un “certo insegnamento”, potrei argomentare che: da una simile azione deriva una grande responsabilità, anzi una larga conseguenza di cui si cura molto poco. La stampa cinematografica sta ormai sempre più “privilesaltando” l’analisi tecnica (effetti speciali) dimenticandosi che è la storia a fare grande una pellicola.

Il filone cine-fumettistico è interessante e si merita spazio ma è indubbio che ormai stia diventando invadente a livelli pericolosi. Di film come gli ancora inediti Batman v Superman: Dawn of Justice (2015, di Zack Snyder) e Suicide Squad (2015, di David Ayer) si sta parlando in modo bulimico e da tempo immemore. Se i risultati poi doveesero essere anche solo simili agli ultimi prodotti della Marvel, c’è ben poco di che stare allegri.

E se poi un film come Birdman, spacciatosi per essere l’anti-superhero movie (molto discutibile), si guadagna 4 dei principali premi Oscar a discapito di pellicole come The Imitation Game (2014, di Morten Tyldum) o La teoria del tutto (2014, di James Marsh), allora Houston, abbiamo davvero un grosso problema. Un problema di eroica super-dittatura ma questo è ciò che il grande pubblico vuole. La massa di pecore amerà i supereroi proprio per questo.

(da sx) Il padre, The Search e La regola del gioco
Suicide Squad (2015, di David Ayer

lunedì 9 marzo 2015

The Search, disperatamente Cecenia

The Search – Carole (Bérénice Bejo) si avvicina al piccolo Hadji (Abdul Khalim Mamutsiev)
L'orrore della guerra cecena attraversa l'esistenza tramortita di creature innocenti e neo-carnefici. The Search (2015, di Michel Hazanavicius).

di Luca Ferrari

Orfano con gli occhi imbevuti della brutale esecuzione della sua mamma e del suo papà per mano (Ak47) dell’esercito russo, il piccolo ceceno Hadji (Abdul Khalim Mamutsiev) cammina tra le macerie, carro armati e civili in fuga. È solo con il fratellino di pochi mesi in braccio. Nel pesante zaino c’è un solo giocattolo. Ha gli occhi tristi e spaventati. Tu lo guardi, e vorresti tendergli una mano. Asciugargli le lacrime (non solo a lui…) che gli tagliano le guance. Tu lo vedi, e vorresti abbracciarlo. Fare di tutto perché torni a sorridere.

Presentato in concorso alla 67° edizione del Festival di Cannes, 01 Distribution porta sul grande schermo italiano The Search (2015, di Michel Hazanavicius), sbarcato nelle sale italiane giovedì 5 marzo. Remake di Odissea tragica (1948, di Fred Zinnemann), quest’ultimo però ambientato nel post II Guerra Mondiale, il regista francese premio Oscar 2012 per The Artist mostra il conflitto della Seconda guerra cecena tanto con le azioni dei materiali esecutori quanto nell’altrettanto spregevole (e colpevole) omertà politica.

Cecenia, 1999. In uno dei peggiori e ignorati teatri bellici del terzo millennio s’incrociano alterne vicende umane. Un bambino prova a lasciarsi alle spalle la brutalità dell’esercito russo senza la quasi minima speranza di ritrovare la sorella maggiore Raïssa (Zukhra Duishvili), unica sopravvissuta insieme a lui. Dall’altro lato “della strada” c’è invece il ventenne Kolia (Maksim Emelyanov), un ragazzo spensierato che per un banale arresto si ritrova dentro il giogo senza ritorno del macho-cameratismo in tuta mimetica. Un mondo violento che finirà per trasformarlo in una cinica macchina di morte.

I russi sono a caccia di terroristi ceceni, ma la realtà è ben diversa. Invece di pericolosi criminali, uccidono (e torturano) senza pietà né alcuna prova degli innocenti e disarmati civili musulmani. Sotto il ravvicinato fuoco ex-sovietico ci finiscono dentro anche i genitori di Hadji, un bambino di appena 9 anni. Lui ha visto tutto dalla finestra. Ha assistito a una violenza che sarebbe troppo da digerire anche per un adulto. Abbandona allora la propria casa e parte col fratellino da cui è costretto a separarsi. Morirebbe insieme a lui. Gli da allora un bacino e lo lascia in custodia da una famiglia. Inizia il suo viaggio.

Hadji non parla con nessuno. Supera il confine russo e si arrangia come può. Scappato dagli uffici della Croce Rossa Internazionale diretta da Helen (Annette Bening), dorme da solo tra le macerie. Mangia pane trovato per terra, strappatogli poi via da un gruppetto di spietati coetanei che gli rubano anche il berrettino rosso. È allora che solo e nascosto nei suoi occhioni impauriti incontra Carole (Bérénice Bejo), capo delegazione dell'Unione Europea per i Diritti Umani.

In principio e nei giorni a venire non c’è dialogo tra i due. Lui non parla. Ascolta. Mangia quando lei non c’è. Ha una passione per la musica. Carole gli si affeziona e si fa sempre più materna nei suoi confronti. Così, mentre per Kolia il solo traguardo possibile sarà l’accettazione nei perversi meccanismi ideologico-militari attraverso prove umilianti e di forza bruta, è una gioia per il cuore vedere il viso sorridente di Hadji quando Carole gli compra un regalino.

The Search
non è un film commerciale. The Search è una pellicola per la quale andrebbero create proiezioni speciali nelle scuole, mettendo così gli studenti dinnanzi a una toccante vicenda umana e una guerra di cui è molto probabile neanche i loro genitori sappiano granché visto che i media, colpevolmente, se ne sono ben guardati dal raccontarne il dramma. Qualche rara eccezione ovviamente c’è stata. Su tutte la coraggiosa giornalista russa Anna Politkovskaja, poi “ricompensata” a dovere (dal proprio governo) con dei colpi di pistola alla nuca davanti alla propria abitazione.

Il conflitto ceceno è ufficialmente terminato (1999-2009), ma di fatto con strascichi di odio e vendetta verso il Cremlino che si protrarranno per chissà quante generazioni a venire. The Search non è solo una drammatica immersione in una realtà più vicina di quello che potrebbe sembrare. Tutti noi potremmo essere Kolia, strappati alle nostre vite e messi forzatamente a fare ciò che non immagineremmo possibile. Lui sorride quando sul treno che lo sta portando nella caserma del reclutamento vede dei coetanei “impegnati” a ridere, bere e fumare qualche sigaretta. Li guarda e sorride amaro, come se fosse rassegnato al suo prossimo destino.

Eppure, a dispetto dello sconforto devastante trasportato dagli occhioni di Hadji o dall’esaltazione militaresca subita/ostentata da Kolia, il dramma più grande di The Search è l’indifferenza di chi ha il potere di fermare una guerra e se ne lava le mani. Così, mentre Carole legge il suo rapporto sui diritti umani in sede europea, i vari e pochi delegati presenti fanno tutto fuorché ascoltarla. Chiacchierano tra sé come scolaretti indisciplinati, con la differenza che la loro negligenza non si tradurrà in un’eventuale insufficienza in geografia ma in una bocciatura senza appello nei confronti della Vita.

Il trailer di The Search

The Search – il piccolo Hadji (Abdul Khalim Mamutsiev) con il fratellino
The Search – i “riti” violenti dell'iniziazione militare della recluta Kolia (Maksim Emelyanov)
The Search – la giovane Raïssa (Zukhra Duishvili) alla ricerca di Hadji
The Search – il viso sconvolto di Hadji (Abdul Khalim Mamutsiev)