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Visualizzazione post con etichetta George Clooney. Mostra tutti i post
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giovedì 7 dicembre 2017

Suburbicon, tutti all'inferno

Suburbicon - l'ambiguo Gardner Lodge (Matt Damon)
Spietato. Crudelmente contemporaneo, allora come oggi. Presentato a Venezia74, esce oggi sul grande schermo Suburbicon (2017, di George Clooney).

di Luca Ferrari

L'America di provincia bianca e benestante. Tutti sono gentili e tutti si salutano. Qualcosa però sta per mandare fuori giri l'ingranaggio perfetto di fine anni '50. Nell'impeccabile quartiere residenziale di Suburbicon viene a vivere una famiglia di “negri”. In parallelo, un violento episodio di cronaca ha luogo nella casa di un rispettabile cittadino. Da una sceneggiatura dei fratelli Joel ed Ethan Coen e presentato in concorso alla 74° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, esce oggi sul grande schermo Suburbicon (2017, di George Clooney).

Gardner Lodge (Matt Damon) è un onesto lavoratore, marito e padre di famiglia. Vive con la moglie Rose (Julianne Moore), la sorella gemella di quest'ultima Margaret (Julianne Moore) e il loro figlioletto Nicky (Noah Jupe). Hanno dei nuovi vicini, i Meyers. Senza troppi problemi per il colore della pelle, gli ultimi arrivati non vengono così bene accolti dal resto del quartiere. Le cose cambiano radicalmente quando i Lodge sono vittima di un'aggressione da parte di due balordi, capitanati dal manesco Ira Sloan (Glenn Fleshler).

L'intero nucleo familiare viene imbavagliato e sedato. Il risveglio poi è anche peggio. Qualcosa si rompe. Le tante verità iniziano a venire a galla. La tregua dentro e fuori l'impeccabile giardino si sgretola. L'uomo cede spazio all'orrido che è in sé. Nicky si ritrova sempre più solo e l'unico conforto gli viene offerto dal malvisto zio Mitch (Gary Basaraba). Imbrogli e corruzione calpestano ogni sentimento. E anche se la Legge si mette sulle loro tracce con lo scafato Bud Cooper (Oscar Isaac), l'obiettivo non si sposta di un millimetro. Va raggiunto a ogni costo. Da una parte e dall'altra.

Suspance. Tensione. I 104 minuti di pellicola sono un treno squilibrato che sfreccia sui binari del privato e pubblico. Se da una parte ci sono i coniugi Mayers (Leith Burke, Karimah Westbrook) e il piccolo Andy (Tony Espinosa) nascosti dentro casa mentre l'intero quartiere bianco latra sguaiato per farli andare via, dentro il guscio dei Lodge è di scena una tragedia anche peggiore, eppure molto meglio amalgamata nei perversi meccanismi del moralismo più intollerante. Un giogo da camicia bianca e veleno. Lattice sporco di sangue e permanente.

Abile regista e attento osservatore dell'America, George Clooney (Good Night and Good Luck, Le Idi di Marzo, Monuments Men) valorizza al meglio il materiale Coeniano regalandoci un Matt Damon talmente inedito da farlo (temo) passare inosservato nella futura memoria del grande pubblico. Notevole anche la doppia presenza di Julianne Moore. Se nel recente Kingsman – Il cerchio d'oro era una cattiva donna capricciosa, qui è una gelida borghese calcolatrice senza il minimo spirito materno. Decisa a tutto pur di accaparrarsi marito, casa e conto in banca.

Villain subdolo e senza scrupoli, Glenn Fleshler si trova a suo agio con ruoli di questa portata. Già viscido avvocato al soldo del potente Bobby Axelrod nell'ottima serie Billions, nella nuova opera Clooneyana è il classico uomo rozzo e corrotto. Non ha alcun interesse per la morale e il rispetto umano. Pensa solo al proprio tornaconto e se c'è da fare male a qualcuno per ottenerlo, beh, tanto peggio per chi si metterà sulla sua corpulenta strada.

Dici che l'America in fondo è ancora “schiava” del suo passato e voglia nascondersi? E cosa dovrebbe dire allora l'Italia? Il presente ci regala un ritorno del passato più vergognoso. Qualcosa che evidentemente la cultura non è stata abbastanza capace di spiegare e combattere. Oggi in Italia stiamo assistendo passivamente al ritorno della nostalgia per il fascismo. L'ignoranza popolare fa da collante, così invece di puntare chi è all'origine dei problemi, gli stolti e i razzisti se la prendono con la minoranza più sacrificabile. Un male questo comune in sempre più nazioni europee e ovviamente negli Stati Uniti.

Suburbicon immortala un'America lontana a livello temporale, nei fatti più vicina di quanto si potrebbe tragicamente immaginare. Storia di provincia dal cuore hindi e l'anima nera, graffiante. Un blues con rigurgiti splatter e una feroce critica sociale. Un film ideale per i lettori del New York Times. Un film che l'elettorato di Donald Trump non sarà mai in grado di comprendere. Un film di cui tra vent'anni i registi dalla penna fumante citeranno come manifesto di una mondo che, si spera, stia ancora lottando contro l'imperversare dell'inciviltà più gretta e sordida. Suburbicon (2017, di George Clooney) un film da vedere (e su cui ragionare) al cinema.

Il trailer di Suburbicon


Suburbicon - Mrs. Mayers (Karimah Westbrook) viene insultata
Suburbicon - Margaret (Julianne Moore) a colloquio con Bud Cooper (Oscar Isaac)

lunedì 21 marzo 2016

Buona visione, e buona fortuna!

Good Night, and Good Luck - l'anchorman Edward R. Murrow (David Strathairn)
Il giornalismo e il cinema possono fare molto per la cultura del mondo ma ci vogliono uomini coraggiosi. Good Night and Good Luck – Buona visione, e buona fortuna!

di Luca Ferrari

“Una volta tanto elogiamo l’importanza delle idee e dell’informazione” arringava l’anchorman Edward R. Murrow (David Strathairn). Ho rivisto di recente Good Night, and Good Luck (2005, di George Clooney). La grandissima attualità della pellicola ambientata durante i tetro periodo del Maccartismo mi ha spinto a scrivere questo lungo articolo che mi auguro possa essere letto dal maggior numero di utenti possibili.

Stati Uniti, anni ’50. È il tempo della caccia isterica ai comunisti durante la Guerra Fredda. Un tema questo sviluppato di recente anche da Jay Roach in L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo (2015) e in modo del tutto diverso dai fratelli Ethan e Joel Coen con Ave, Cesare! (2016). Seconda regia del premio Oscar George Clooney, Good Night and Good Luck si concentra sulla figura del sopracitato Murrow, integerrimo giornalista e anchorman della rete televisiva CBS, nonché fiero sostenitore della libertà e dei diritti civili.

Presentato alla 62° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (31 agosto – 10 settembre 2005), il lungometraggio si aggiudicò il premio (Osella) per la Miglior sceneggiatura e la Coppa Volpi per la Miglior interpretazione maschile (Strathairn), fallendo però il riconoscimento più importante, il Miglior film (Leone d’oro) e in seguito mancando 15 (dico, quindici) nomination su 15 tra BAFTA, Golden Globes e Oscar.

Il film racconta della coraggiosa battaglia portata avanti da Murrow e il suo staff diretto dall’amico Fred Friendly (George Clooney), con la trasmissione televisiva See It Now, in onda ogni martedì sera. Al centro del loro interesse, la famigerata lista di proscrizione creata dal senatore Joseph McCharty con cui migliaia di cittadini americani furono chiamati a rispondere in tribunale anche solo per avere espresso un’opinione o magari letto un libro, che per vie traverse poteva essere collegata al socialismo-comunismo o simili. Un sospetto che era già accusa e condanna, e dunque trasformando questa gente in traditori e possibili minacce per la sicurezza degli Stati Uniti con tutte le conseguenze possibili e immaginabili.

Murrow sapeva di puntare alla giugulare di un uomo potente ma sapeva anche che il prezzo della posta in palio valeva il rischio. E lo accettò. Inevitabile la reazione di McCharty che replicherà con ignobili menzogne nei confronti dello stesso anchorman, definendolo un infiltrato di Mosca. Uno scontro che alla fine vedrà uscire vincitore il giornalista, sostenuto in un certo qual modo anche dal capo del network, William Paley (Frank Langella).

“Ho iniziato dicendo che la Storia la facciamo noi” dice Murrow, “Se continueremo così, la Storia prima o poi si vendicherà e il castigo non impiegherà molto ad arrivare. Una volta tanto elogiamo l’importanza delle idee e dell’informazione. Sogniamo anche che una qualche domenica sera lo spazio normalmente occupato da Ed Sullivan venga occupato da un attento sondaggio sullo stato dell’istruzione in America e che una o due settimane dopo lo spazio normalmente occupato da Steve Allen sia dedicato a uno studio approfondito sulla politica americana Medioriente.

Forse l’immagine dei rispettivi sponsor ne risulterebbe danneggiata? Forse i loro azionisti si infurierebbero e si lamenterebbero? Che cosa potrebbe succedere oltre al fatto che qualche milione di persone sarebbe più informato su argomenti che possono determinare il futuro di questo paese e di conseguenza anche il futuro di queste aziende? A coloro che dicono: la gente non starebbe a guardare non sarebbe interessata, è troppo compiaciuta, indifferente e isolata, io posso solo rispondere: ci sono secondo la mia opinione delle prove inconfutabili contro questa tesi.

Ma anche se avessero ragione, che cosa avrebbero da perdere? Perché se avessero ragione e questo strumento (la televisione, ndr) non servisse a nulla se non a intrattenere, divertire e isolare, i suoi effetti positivi si starebbero dissolvendo e presto la nostra battaglia sarebbe perduta. Questo strumento può insegnare, illuminare. Può anche essere fonte di ispirazione ma può farlo solo ed esclusivamente se l’essere umano deciderà di utilizzarlo per questi scopi. Altrimenti non è che un ammasso di fili elettrici e valvole in una scatola. Buona notte, e buona fortuna”.

Il mondo del giornalismo cinematografico potrebbe fare di più per la cultura e la promozione di pellicole capaci di far riflettere e non solo divertire-intrattenere. Chi recensisce un film dovrebbe saper anche osare, esponendosi magari a una riflessione senza paura di uscire dai placidi binari dell’eccessiva neutralità. E questo perché a differenza di un blogger improvvisato che può solo dare un’opinione condivisibile o meno, un giornalista esperto può (deve) dare molto di più proprio alla luce della sua competenza.

Il giornalismo è sotto attacco da un pezzo e non bastano certo un paio di Oscar (2016) consegnati a Il caso Spotlight (di Tom McCharty) perché adesso tutti abbiano rispetto della professione, spesso denigrata senza alcun fondamento. Giovedì 17 marzo scorso intanto, è uscito Truth – Tutta la verità (2016, con Robert Redford e Cate Blanchett), la cui recensione uscirà a breve su cineluk. Il film tratta l’inchiesta giornalistica (vera) che portò alla luce la notizia che l’allora presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, trovò il modo di evitare la guerra del Vietnam.

“Un omaggio al coraggio di un giornalismo autorevole e una riflessione sulle contraddizioni di un mondo dove le notizie arrivano caoticamente da ogni parte, dove tutti sono potenziali giornalisti e dove forse non lo è più nessuno” ha scritto Alessandra De Luca sulle pagine di Ciak (marzo 2016). Contraddizioni a parte della professione, il film meriterebbe di sicuro un’analisi e una visione su larga scala ma dubito che raggiungerà certi risultati al botteghino, e questo anche a causa di una permanenza in sala che ho forti dubbi raggiungerà le due settimane consecutive. Vedremo.

Chi al contrario ha già raccolto e sta raccogliendo parecchio è Lo chiamavano Jeeg Robot (2016, di Gabriele Mainetti). La maggioranza della stampa specializzata lo ha incensato senza mezze misure. Io stesso prima di recarmi in sala ero convinto della validità del prodotto, salvo poi restare alquanto deluso poiché rivelatosi un mal riuscito tentativo di unire più generi nostrani e stranieri, facendo leva sul fenomeno cinecomics per richiamare le masse. Ma analisi a parte, ad avermi colpito è stato scoprire che la suddetta pellicola sia stata riconosciuta di interesse culturale nazionale dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Mi piacerebbe sentire dalla Commissione dove sia il contributo alla cultura di questo film. La settimana prossima uscirà invece Ustica (2016, di Sergio Martinelli) , inerente il mistero del DC9 precipitato il 27 giugno 1980. La domanda è quanto più banale ci possa essere: secondo voi questo film ha ricevuto un egual considerazione della sopracitata pellicola? Manco per sogno. E lo stesso (ovvio) trattamento lo ha ricevuto La Trattativa (2014) di Sabina Guzzanti, pecora nera del grande schermo, per le sue idee e le legittime rivendicazioni.

La gente oggi si scandalizza facilmente ma tutte le sue reazioni si riducono a un post sui social network, portando dunque un contributo alla causa pari allo 0,000001 per cento. Ma se questi trattassero temi di una certa importanza, almeno sarebbe un (minimo) passo avanti. La maggioranza tratta cose insignificanti (e mi ci metto dentro talvolta pure io), esplodendo in reazioni spropositate se poi non si condivide la medesima opinione. Perché la realtà purtroppo è questa: alla gente non interessa cambiare il mondo, importa solo imporre la propria ragione-visione.

L’Italia è una delle migliori nazioni dove viene spacciata una sopraffina democrazia il cui gas nervino della reale dittatura viene rilasciato in dosi differenti (a seconda del reddito) in modo che non cambi nulla e anzi, si venga controllati nel più stupefacente modo possibile. I social network sotto questo profilo sono stati una mossa geniale. Ormai non si può più vivere senza e i tanti invisibili carcerieri ringraziano per questo.

Come i film e la televisione, anche i media del settore hanno una grande responsabilità, scegliendo o meno di dare risalto a pellicole che trattano tematiche di una certa importanza e capaci anche di insegnare. Non sempre avviene, anzi peggio. Succede di rado. La spiegazione non è tanto difficile da trovare: interessi, sponsor, padroni che non vogliono certo fomentare l’uso dell’intelletto umano. Il caso dei cinecomics è emblematico. Questi infatti raggiunge due scopi in un sol “boccone”:
  • Intrattiene alla grande con storie di facile appeal e futili effetti speciali, 
  • Convince le pecore che per cambiare le cose serva necessariamente un supereroe (irreale) e i deboli esseri umani non siano in grado di fare alcunché
Il secondo punto è una delle più grandi menzogne mai perpetrate al genere umano. Il gioco. L’effetto. Ricordate le parole del senatore Gracco nel film Il gladiatore? Tutto questo stordisce e così quella massa che potrebbe fare la differenza, dorme. Troppo interessata a parlare di buffoni chiusi in stanze o isole, tatuati che inseguono una sfera rotonda o personaggi noti che scelgono la chirurgia estetica e di cui, non si capisce bene perché, ci dovrebbero interessare le loro stupide e superficiali vite.

Se facessi un sondaggio per sapere quante persone ricordano la formazione dell’Italia campione del Mondo ’82 e allo stesso tempo chiedessi i nomi degli ultimi undici presidenti della Repubblica Italiana, non ci sarebbe storia. Ecco, appunto. Quella Storia di cui parlava Murrow si sta già vendicando e continuerà a farlo almeno fino a quando non s’inizierà a fare qualcosa di più utile. Nel caso specifico, rinunciare a qualche futile blockbuster scegliendo la cultura, e magari cercando d’imparare qualcosa.

Buona visione, e buona fortuna!

Good Night, and Good Luck - Fred Friendly (George Clooney)

venerdì 29 maggio 2015

Tomorrowland, sognatori cercasi

Tomorrowland - Il mondo di domani
Ci sono bambini che non si arrendono mai e da grandi (forse) ispireranno i sognatori del futuro. Tomorrowland (2015), il mondo di domani.

di Luca Ferrari

Buio e disperazione da una parte. Luce e speranza dall’altra. Il futuro spaventa, certo, ma se invece la risposta (e le sorprese) fosse nella luce dell'ignoto? È difficile avere idee e seguirne le tracce quando la via più facile è quella della resa. Quale lupo allora vive dentro di voi? Vi rispondo io, anzi lascio la parola al film Tomorrowland – Il mondo del domani (2015): Quello che nutri!

Un’improbabile squadra formata dalla giovane speranzosa Casey Newton (Britt Robertson), il disilluso Frank Walker (George Clooney) e una bambina alquanto speciale, Athena (Raffey Cassidy), attraversa il tempo destinazione il futuro. O forse una realtà parallela. Un qualcosa che potrebbe essere o è già stato. La loro missione? Dare a se stessi in primis un’idea per ricominciare, e poi continuare la ricerca di quei valorosi e inaffondabili sognatori capaci di mutare il corso del mondo.

A dirigere la pellicola prodotta e distribuita dalla Walt Disney Pictures, un uomo che coi sogni e la fantasia ci sa fare. Il suo nome è Brad Bird, regista dei Pixariani Gli Incredibili (2004) e Ratatouille (2007). Il suo tocco “fantastico” si fa sentire. Dalle gote rosse di naturale simpatia di Frank per la bella Athena, alla lotta contro se stesso del maschietto ormai cresciuto al momento di abbandonare la propria navicella di tristezza e puntare diritto verso una nuova fase della propria vita (e del mondo).

All'Esposizione Mondiale del '64 il piccolo Frank (Thomas Robinson) conosce Athena. È un bambino desideroso di scoprire e inventare. C'è magia tra i due. Una magia siglata da una preziosa spilletta che lei gli consegna. Ma chi è Frank? Solo un bambino il cui padre non lo riteneva in grado di realizzare i propri sogni. Lui però reagì, e grazie anche alla sua musa ispiratrice, iniziò un’epica avventura che puntuale produrrà sorrisi e amarezze, perché nessuna vita, neanche la più incredibile che si possa immaginare, può fare a meno di fango e rassegnazione.

È allora, nei non più mirabolanti anni Sessanta ma nel terzo millennio senza più grandi ideali, che nella vita di Frank viene recapitata (è quasi il caso di dirlo) la combattiva Casey, sebbene del tutto ignara di ciò che stia accadendo. Ma non ha importanza. Lo scoprirà. Lei è lì per un motivo. È una combattente. È una sognatrice. Pur d'impedire che il padre perda il lavoro di ingegnere spaziale, ogni sera riesce a manomettere un sistema della morente NASA e così rinviare la distruzione della base di decollo di Cape Canaveral.

Al giorno d’oggi la maggioranza di quel mondo che potrebbe cambiare il corso della Storia non agisce. Usando le parole del saggio prof. Stephen Malley (Robert Redford) di Leoni per agnelli (2007), sfruttano la vostra apatia. E questi approfittatori altri non sono chi ci ha convinto che il mondo non ha più speranza, e dunque tanto vale lasciarli continuare. E invece no, non è così. Non può essere così. Casey la pensa così. Frank la pensava così. Athena, beh, lei è tornata (…) per convincere il suo amichetto ormai barbuto a riprendere contatto con i propri sogni e soprattutto la volontà, andando a dirgliene quattro direttamente all'ambiguo David Nix (un Hugh Laurie lontano anni luce da reminiscenze Dottor-Housiane).

E ora tocca al sottoscritto. Esco dai ranghi del mero racconto-recensione perché  Tomorrowland – il mondo del domani (2015, di Brad Bird) ti conduce per mano a confrontarti con quello che eri, sei e sarai. Chi sono io nella storia? Io sono uno di quelli che si arrende. L’ho sempre fatto e sono sempre stato di pessimo umore per questo. Allo stesso tempo però ho sempre creduto nei sogni. E quindi, quale lupo sto sfamando in questo momento? Non saprei dire le volte che mi sono sentito un predestinato, uno di quei folli che credono di avere un destino prima che una vita eppure alla fine ho sempre finito per accentare (in apparenza) il contrario.

Posso solo dirvi che da tempo “sognavo” di vedere un film speciale al cinema e poi andare a sedermi in un localino di mio gusto e lì scrivere la recensione. Subito. A caldissimo. Con l'animo ancora infiammato dalla visione. È finalmente accaduto. Eppure tutto sembrava far presagire il contrario. Sovrastato da stanchezza e pensieri, a poche ore dalla presunta visione di Tomorrowland – Il mondo di domani, avevo già deciso di andarci un altro giorno. Poi, una serie di “coincidenze” e la decisione di andare. 

E forse non è un caso che mentre mi avviavo a realizzare qualcosa di così piccolo (ma per me così importante), per la prima volta qualcuno ha notato sul mio laptop un adesivo di una piccola (e magica) cittadina del Nordovest americano, celebre per aver fornito a Steven Spielberg la scenografia naturale per un’epica avventura di ragazzini di cui tra pochi giorni ricorre il trentennale. Un uomo che veniva esattamente da lì, Astoria (Oregon). E per voi questo non è un segno?

E ora mi sento quasi a disagio per quello che avevo pensato prima di cominciare questa avventura. Forse perfino a me spaventa realizzare ciò che vorrei vedere ogni giorno nella mia vita. No, non pensate che da adesso ogni mattina per prima cosa lascerò il mio sguardo vagare nel cosmo pieno di ottimismo (anche se prendere certe sane abitudini male non fa, ndr). Giorno dopo giorno è certo ci resterò sempre più male ogni volta che uno sforzo della mia vita non produrrà ciò che desidero.

Intanto però sono qui, a divorare qualcosa di sfizioso con il pc portatile aperto a scrivere di Tomorrowland – Il mondo di domani. E magari nella mia forsennata ricerca di realizzare i miei sogni più folli, ispirerò qualcuno perché trasformi in realtà i propri.

Guarda il trailer di Tomorrowland - Il mondo di domani

Tomorrowland_Il mondo di domani - la scaltra Athena (Raffey Cassidy)
Tomorrowland_Il mondo di domani - il piccolo Frank Walker (Thomas Robinson)
E dopo il film, subito a scrivere la recensione magiucchiando un Dakota Burger
all'Old Wild West di Venezia, "spulciando" anche Best Movie © Luca Ferrari
Tomorrowland_Il mondo di domani - David Nix (Hugh Laurie) e Frank Walker (George Clooney)

giovedì 6 marzo 2014

Salvate tutti i Monuments (Men)

Monuments Men (2014, di George Clooney)
Lui, Adolf Hitler, voleva tutto per sé. Loro, i Monuments Men volevano tutto per riconsegnarlo alla storia (dell’arte) dell’intera umanità.

di Luca Ferrari

Picasso, Michelangelo, la pittura fiamminga e impressionista. Il Terzo Reich aveva requisito tutto. Avidi barbari collezionisti saccheggiavano chiese e musei (Louvre incluso). L’ignominia nazista non risparmiò nemmeno l’arte. Volevano tutto il mondo per loro, patrimonio artistico incluso. E se non ci fossero riusciti, l’ordine era perentorio: bruciare e distruggere. Poi un giorno comparvero i Monuments Men, e anche quella Storia cambiò per sempre.

Monuments Men (2014, di George Clooney). Il fatto era poco noto alla massa prima che lo sceneggiatore Grant Heslov ne scoprisse il libro da cui è stata poi tratta la pellicola: Monuments Men. Eroi alleati, ladri nazisti e la più grande caccia al tesoro della storia (2009,  di Robert M. Edsel). Così, si sono riuniti sotto la stessa telecamera i premi Oscar Clooney, Cate Blanchett, Jean Dujardin e Matt Damon insieme ai grandiosi Bill Murray, Hugh Bonneville, Bob Balaban e John Goodman.

Un nugolo di professionisti dell’arte viene catapultato nell’Europa devastata da bombardamenti per salvare dipinti e sculture dal fuoco nazista, e allo stesso tempo convincere gli Alleati a non causare ulteriori perdite al patrimonio artistico mondiale. Gente abituata a problemi di carattere museale o restauri ricomincia da un morbido addestramento militare in terra inglese, quindi sbarcano in Normandia e la missione può avere inizio.

La squadra è formata dal tenente-comandante Frank Stokes (Clooney), l’architetto Rich Campbell (Murray), lo scultore Walter Garfield  (Goodman), un direttore artistico francese Jean-Claude Clermont (Dujardin) e il produttore Preston Savitz (Balaban). Supportati dall’amico di vecchia data, il luogotenente Donald Jeffries (Bonneville), a loro si unirà anche il giovane soldato Sam Epstein (Dimitri Leonidas).

Lontano dal fronte, l’abile curatore d’arte James Granger (Damon) sbarca nella Parigi liberata. Lì incontra l’ex-curatrice del Louvre, Clair Simòne (Blanchett), imprigionata perché accusata  collaborazionista. È lei la persona chiave per intercettare un intero universo artistico trafugato dalle SS. Non si fida dell’americano. Vuole avere la certezza che una volta trovate, le opere torneranno in Francia.

La squadra dei Monuments Mens si divide tra Belgio, Olanda e Germania. La ricerca è disperata. Salvare il più possibile. Pale e arte moderna. Desapaercida la celebre Madonna di Bruges, opera scultorea d’inizio XVI realizzata Michelangelo nella Chiesa di Nostra Signora. Ma anche l’Armata Rossa è sulle tracce dell’arte, sebbene con fini più personali. Un piccolo assaggio di Guerra Fredda che finito il conflitto si svilupperà segnando più di un quarantennio di storia dell’umanità con annessa folle corsa agli armamenti nucleari.

Non manca l’ironia. Inevitabile quando si mettono nella stessa sala un inglese e un francese. Ma ancor di più è lo scontro statunitense-sovietico che sa di “soderberghiana” memoria. Quel mezzo sorriso dell’ufficiale dell’Armata Rossa beffato dagli scaltri yankee che gli lasciano in omaggio una splendente bandiera a stelle e strisce, non può non ricordare la scena di Oceans Twelve (2004) quando la banda di Ocean (Clooney e Damon presenti) sottrae quattro dipinti alla villa dell’abilissimo ladro NightFox (Vincent Cassel), e il suddetto ghigna divertito per quanto accadutogli.

Monuments Men è sbarcato sul grande schermo in un momento cruciale per l’Italia. In uno dei tanti cambi di governo, dove la storia dell’arte è stata messa sul banco delle materie sacrificabili. Già, proprio quell’Italia con il più alto numero di siti Patrimonio Mondiale per l’Umanità (49) che non avrebbe mai visto nascere i suoi geni di bottega se fossero stati trattati come tutti gli apprendisti contemporanei.

Come prevedibile Monuments Men è un film corale senza alcun acuto da prime donne. La pellicola lo richiedeva. La missione lo richiedeva. Qualcuno ci lascerà la pelle e la domanda allora è lecita: valeva la pena sacrificare una vita umana per salvare un quadro? La risposta spetta a ciascuno di noi. Ma se è un amico, un padre e lo stesso protagonista che si sacrifica a tramandarcelo, allora “forse” c’è proprio da crederci.

Guarda il trailer del film Monuments Men

Monuments Men (2014, di George Clooney) 
Monuments Men (2014, di George Clooney) 
Monuments Men (2014, di George Clooney)
Monuments Men (2014, di George Clooney)
Monuments Men (2014, di George Clooney)

giovedì 29 agosto 2013

Eva & Sandra, George & Bernardo

70° Mostra del Cinema – Sandra Bullock e George Clooney © Federico Roiter
George era il più atteso ma nell’intenso Gravity (di Alfonso Cuartón), film di apertura della 70. Mostra del Cinema, la grande protagonista è Sandra Bullock.

di Luca Ferrari

Donna a un passo dall’abisso ma capace di rialzarsi, affrontare una vera e propria tempesta di avversità (interiori e spaziali), e tornare sana e salva sul pianeta terra. Nella prima serata di red carpet, i flash si sono scatenati anche per la madrina del festival, la siciliana Eva Riccobono.

E poi lui, il Presidente di giuria Venezia 70. L’uomo di tutti i mondi. Il regista Bernardo Bertolucci. Una delle sue opere più celebri, L’ultimo imperatore (1987), vincitore di 9 premi Oscar e, 9 David di Donatello e 4 Golden Globe, tornerà sul grande schermo martedì 10 e mercoledì 11 settembre.

70° Mostra del Cinema – George Clooney firma autografi © Federico Roiter
70° Mostra del Cinema – George Clooney firma autografi © Federico Roiter
70° Mostra del Cinema – il regista/presidente di giuria Bernardo Bertolucci © Federico Roiter
70° Mostra del Cinema – la madrina del festival, Eva Riccobono © Federico Roiter

Gravity, un amico per vincere l’oscurità

Gravity - Ryan (Sandra Bullock) e Matt (George Clooney) © Warner Bros. Pictures
Gravity (2013, di Alfonso Cuarón), film di apertura della 70° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (28 settembre – 7 agosto).

di Luca Ferrari

Oh my god, dovresti vedere il sole sorgere sul Gange, dice il veterano dello spazio Matt Kowalski (George Clooney) mentre è alla deriva nel Cosmo, parlando alla collega, dott. Ryan Stone (Sandra Bullock). Solitudine esistenziale. Rinascita. Una nuova conoscenza di sé dopo un’esperienza estrema. Il tutto da vivere e reagire mentre si è persi nello spazio, "la situazione più terrificante che esista".

Una missione spaziale come tante per il navigato Kowalski. Logorroico. Con sempre nuove storie da condividere con la base americana a Houston (la cui voce nell’originale è di Ed Harris). Un’ultima passeggiata nello spazio infinito per lui, e la prima per la Stone, madre single segnata dalla perdita della figlia di 4 anni per una banale caduta a scuola.

Un incidente ai sistemi satellitari russi causa una pioggia di meteoriti e le cose volgono al peggio. Dalle prove nel simulatore si passa alla cruda realtà dove non c’è tempo per il dolore del passato, e per sopravvivere è necessario andare avanti. Magari con una piccola spintarella di un amico capace di far focalizzare ciò che ormai sembra un’inevitabile bandiera bianca. Lanciandosi  verso l’amore per la propria vita. Con una promessa di un futuro “angelico” re-incontro.

“Ci sono molte metafore in questo film” ha spiegato il regista Alfonso Cuarón durante la conferenza stampa al Festival veneziano, “La protagonista vive all’interno di una bolla. Ha bisogno di cambiare pelle. Di uscire dalla bolla e ripartire. La scena finale indica l’evoluzione dell’essere umano. Esce da un lago torbido strisciando come un rettile, fino al rialzarsi. In piedi. Rimettere i piedi per terra metaforicamente significa continuare a camminare.

“Chi subisce una perdita, cambia fisicamente” ha sottolineato Sandra Bullock, “Volevo rimuovere ciò che era materno e femminile. Volevo raggiungere un corpo-macchina in modo che il personaggio agisse come macchina”. L’attrice premio Oscar ha poi raccontato di come si sia preparata al ruolo, approfondendo in particolare il tema della fisicità direttamente con astronauti (persone normali che fanno cose straordinarie, li ha definiti) parlando con loro per telefono mentre erano nello Spazio”.

Non guiderò più senza meta, dice la combattiva Ryan, finalmente arrivata alla stazione spaziale cinese, ultima speranza per far ritorno sul Pianeta Terra. Le sue orme sulla sabbia bagnata sanno di conquista. La lunga inquadratura sulla sua figura in piedi è la Dichiarazione di Esistenza. Di chi ha lottato. Di chi si prima si è abbandonata alle paludi della tristezza, assaporando già la fine sulla voce di una ninnananna captata via radio, ma poi rigenerata dal sogno dell’amico che si è sacrificato per lei. Infondendole quella forza necessaria per vincere le peggiori paure del mondo.

Gravity - Ryan Stone (Sandra Bullock) © Warner Bros. Pictures

martedì 16 ottobre 2012

Il mondo dei cattivi ufficialmente è uno stronzo

The Peacemaker - Julia Kelly (Nicole Kidman) e Tom Devoe (George Clooney)
Nella miglior tradizione dei film bellici, reali o di fantasia che siano, anche The Peacemaker (1997, di Mimi Leder) con George Clooney e Nicole Kidman, offre spunti su cui riflettere

di Luca Ferrari

Elezioni = sospetti di brogli elettorali. Ovunque. Russia, Iran, Stati Uniti (qualcuno s’è dimenticato della vittoria rubata ad Al Gore da parte di George W. Bush e la sua combriccola di guerrafondai da strapazzo?). A chi possiamo davvero affidarci al giorno d’oggi? Quante guerre, evidenti e silenziose, scoppiano per capricci di commercianti di vite umane? Quanti incidenti sulla testa della gente esplodono per mero orgoglio di qualche burocrate che si è dimenticato di togliersi il cappello da cowboy o elmetto modello Guerra Fredda?

Un po’ invidio il colonnello Thomas "Tom" Devoe (George Clooney), agguerrito peacemaker su e giù tra elicotteri e uffici, ancora convinto che il mondo sia solo bianco o nero. Perché nella realtà anche chi vorrebbe impedire a qualche pazzo di scatenare un incidente nucleare, dovrebbe conoscere il perché un uomo possa commettere simili azioni, e cosa ci sia stato prima. E cosa magari il suo stesso governo ha fatto alle case altrui con gli applausi di una parte di globo.

E un po’ invidio anche la dottoressa Julia Kelly (Nicole Kidman) che prima di agire, preferisce studiare le persone piuttosto che accettare la più pratica e drastica visione di Devoe che appella il generale Aleksandr Kodoroff (Aleksandr Baluev), in viaggio con testate nucleari solo per fare soldi e diventare ricco sfondato, semplicemente come asshole (stronzo).  

The Peacemaker (1997, di Mimi Leder), aldilà di mettere nello stesso film quelle che all’epoca erano due delle più lanciate e fotogeniche superstar cinematografiche (lui lo è ancora adesso), tentò di riaccendere qualche riflettore sul dramma ignorato della Guerra dei Balcani (1991-95). 

Una tragica pagina contemporanea che l’Europa, insipiegabilmente "coccardata" con il Premio Nobel per la Pace 2012, ha avuto molta fretta di chiudere e soprattutto dimenticare, salvo qualche insignificante celebrazione di facciata. A distanza di vent'anni dal conflitto, sarebbe interessante chiedere alla gente di Sarajevo, Tuzla e Srebrenica cosa ne pensano di questo recente conferimento alla nobile UE.

Che facciamo con questo schifo che dilaga in ogni latitudine? Chi ha scritto certe storie o leggende? Sono esisitite davvero persone che hanno agito o agiscono nel nome dell'umanità senza badare al proprio tornaconto? Mi viene in mente che si, è probabile ci vorrebbero meno palazzi, di cristallo o sabbia che siano. 

Ci vorrebbero meno strette di mano ipocrite e telefonate di scuse. Ci vorrebbero molti meno confini. Ci vorrebbe un po’ più di chiarezza. Ci vorrebbero un po’ più di parole dirette, pensando che qualcuno oggi non debba morire per colpa di un altro. Bisognerebbe che i pacificatori intervenissero prima, e non dopo. Non si dovrebbe arrivare a un genocidio di massa prima che qualcuno si accorga che qualcosa sta succedendo. 

Perché tanto lo sappiamo già come come andrà a finire. Il sangue chiama sangue. Oggi, come allora. La Bosnia e il Ruanda a metà anni '90, fino al dramma contemporaneo della Siria dove nessuno fa niente. Che domani sarà? Forse sarebbe il caso di cominciare ad agire subito.

The Peacemaker - Thomas Devoe (George Clooney)

venerdì 24 agosto 2012

Ben Affleck, l’Argo della Storia

Argo (2012), di Ben Affleck
Una storia avvincente. Talmente folle che può essere solo la vera. Nell'Iran della rivolta Khomeinista la CIA ha un folle piano per salvare i propri agenti.

di Luca Ferrari

Penso che la mia storiella sia l’unica cosa tra voi e un’arma alla testa, dice l’agente segreto Tony Mendez (Ben Affleck) vuole risolvere una situazione disperata. Liberare dei concittadini americani scappati alla furia della rivolta durante la Crisi degli Ostaggi del 1979 a Teheran.

Quando gli studenti hanno assalito la loro ambasciata , sei di loro sono scappati da una porta secondaria trovando rifugio nella sede diplomatica canadese. Le Guardie della Rivoluzione però non ci mettono molto a scoprire che qualcuno manca all’appello, e inizia la ricerca. Casa per casa. Se li trovassero, potrebbero finire male. Occorre farli uscire dall’Iran, e subito. Ma come? 

La vicenda narrata dal regista di The Town (2010) è talmente folle che può essere solo vera. “La miglior cattiva idea possibile” venuta alla CIA è infatti quella di far passare i sei fuggiaschi per membri di una troupe cinematografica canadese, alla ricerca di paesaggi per la scenografia di un film fasullo dal nome Argo. E c'è bisogno che un uomo li guidi.

Distribuito dalla Warner Bros., il trailer della pellicola è già disponibile su Youtube in più lingue: il filmato, di due minuti abbondanti, è estremamente curato e con frasi azzeccate come “They weren’t making a movie. They were making History – Non stavano facendo un film. Stavano facendo la Storia”. Ulteriore chicca, sottofondo musicale nella parte finale dell’immortale Dream on degli Aerosmith.

Sono passati più di trent’anni dalla presa dell’ambasciata americana a Teheran, e da entrambe le parti non è poi cambiato molto. Presidente democratico o repubblicano che sia, gli Stati Uniti sono rimasti gli stessi. Sceriffi del mondo ma senza più il colosso sovietico con cui vedere chi ce l’ha più lungo (e giocare a chi realizza più testate nucleari). 

Nemmeno la cura Obamesca ha prodotto grandi risultati dopo l’intossicazione Bushiana. Anche l’Iran è rimasto uguale. Dall’ayatollah Khomeini all’attuale Guida Suprema Ali Khamenei in coppia con il presidente Mahmud Ahmadinejad, si vede solo un governo oscurantista con il vizio di reprimere nel sangue qualsiasi voce di dissenso popolare. 

La brodaglia propagandistica anti-americana e del perenne nemico sionista vengono ancora smerciate per cercare un consenso perduto, e ottenuto solo con la minaccia, mentre la gente è sempre più affamata di libertà: vuole vivere in pace nella propria terra, senza dittatori casalinghi né stranieri.

Alla produzione di Argo, insieme a Grant Heslov e Ben Affleck stesso, c’è il premio Oscar, George Clooney. E lui, che sia regista, produttore o attore, appena ne ha l’occasione, si butta in politica. Good Night, and Good Luck (2005), Syriana (2005), Darfur Now (2007), Michael Clayton (2007) e il più recente Le Idi di Marzo (2011) danno un'idea di quanto sia forte l’interesse per la materia da parte dell’ex-Dr. Ross della serie televisiva E.R. 

In un anno in cui il popolo americano sarà chiamato alle urne per confermare o meno l'attuale inquilino della Casa Buianca, Barack Obama (di cui Clooney è sostenitore), e con i politici d’Israele che insistono a paventare guerra alla Repubblica Islamica dell'Iran, il contesto internazionale sembra involontariamente di estrema attualità per la pellicola, in arrivo in Italia in autunno. 

Una nuova crisi è dietro l'angolo, o è solo l'ennesimo gioco dei piani alti della politica internazionale per mettere sotto scacco (e nel terrore) l'umanità? Visto il tema delicato, la vicenda che Ben Affleck porta sul Grande Schermo non mancherà di suscitare interrogativi, riflessioni e polemiche. E se per una volta invece fosse un'occasione per ripensare agli sbagli da entrambe le parti?