!-- Codice per accettazione cookie - Inizio -->
Visualizzazione post con etichetta 74. Mostra del Cinema. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 74. Mostra del Cinema. Mostra tutti i post

mercoledì 17 gennaio 2018

Ella & John, romanticismo on the road

Ella & John The Leisure Seeker - i coniugi Spencer, John (Donald Sutherland) ed Ella (Helen Mirren)
La vita non è mai davvero finita se a scaldare i cuori c'è il rombo dell'amore. Presentato in concorso a Venezia74, esce domani Ella & John - The Leisure Seeker (2017, di Paolo Virzì).

di Luca Ferrari

Ella e John hanno avuto una vita intensa. Gli inevitabili acciacchi dell’età senile si fanno sentire e due figli (cresciuti) troppo ansiosi non sono esattamente l’ideale per provare a godersi gli ultimi anni delle loro esistenze. È tempo di agire. È tempo di allontanarsi. È tempo di partire per un (forse) ultimo grande viaggio d’amore. I coniugi Spencer hanno ancora tanto voglia di stringersi l’un l’altro senza stare dietro a preoccupazioni, problemi e medicine. Presentato a Venezia74, esce domani sul grande schermo Ella & John – The Leisure Seeker (2017, di Paolo Virzì).

Ella Spencer (Helen Mirren) è una donna malata, e così pure il marito John (Donal Sutherland). Sono affaticati ma non abbastanza da rassegnarsi a consegnare la propria salute e umore ai figli, dalla scarsa tempra morale. Meglio allora disfarsi di ansie e preoccupazioni. Meglio allora sfruttare le luci dell’alba salendo a bordo del vecchio camper modello Leisure Seeker, e partire per un viaggio sempre rimandato: l’isola di Key West con visita alla casa di Ernest Hemingway.

Ha inizio l’avventura. Ha inizio il road movie. Tappa dopo tappa, non senza disavventure e risate, la coppia si ferma guardando teneramente abbracciati i tanti scatti della loro vita insieme. Ella e John parlano. Battibeccano come due innamorati e poi proseguono. Si perdono e si ritrovano. Sono passati parecchi anni da quando si unirono in matrimonio ma nulla è cambiato nei loro cuori, e questa è di sicuro la conquista più grande.

Presentato in anteprima alla 74° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il regista Paolo Virzì era stato chiaro: “per dirigere questo film americano voglio solo Helen Mirren e Donald Sutherland”. Così è stato, e il risultato è un film sulla vita e la libertà. Un film che premia il coraggio di andare avanti. I due attori principali funzionano alla perfezione incarnando come meglio non si potrebbe una coppia di “vecchi” decisi a sbattere in soffitta tutti i preconcetti sull’anzianità.

Premio Oscar come Miglior attrice protagonista in The Queen – La regina (2006), Helen Mirren (State of Play, Woman in Gold, L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo) è una donna della middle class americana. Poco colta, tenera e decisa. Non è impressionata dall’abnorme cultura del marito, docente universitario in pensione sempre pronto a raccontare aneddoti e fare lezioni a chiunque incontri. Barba bianca e intelletto maestoso, Donald Sutherland (Sorvegliato speciale, JFK – Un caso ancora aperto, The Italian Job) conferisce al personaggio una tremula e maestosa eleganza.

Si viaggia. Si sogna. Ci si commuove (e parecchio). Si può vedere Ella & John – The Leisure Seeker al cinema (01 Distribution) da soli o in coppia. Si può assistere alla proiezione di Ella & John – The Leisure Seeker felici o più malinconici. Si uscirà dalla sala dopo aver visto Ella & John – The Leisure Seeker con qualche fazzoletto in meno e una consapevolezza maggiore su ciò che il cuore e la persona con cui stai passando o vorresti passare la vita, ti sanno trasmettere e spingere a osare. L’importante è non arrendersi mai e andare avanti. L’importante è amare.

Ella & John – The Leisure Seeker non è una scampagnata oltreoceano. L'attenta telecamera Virziana ci mostra anche tutto quel nugolo di attenzioni che un marito e una moglie riversano l'un l'altro. Un mosaico inconcepibile per chi ne è fuori. L'età dei capelli bianchi porta tanti problemi ma nessuno è davvero tale se a fine giornata hai accanto esattamente chi desideri. Nulla è insormontabile se nel buio della notte ti senti protetta/o.

Ella & John – The Leisure Seeker è un film delicato. La regia “sentimentale” di Paolo Virzì (Ovosodo, La prima cosa bella, La pazza gioia) carezza le corde dei nostri corpi segnati dalla vita, e allo stesso tempo riesce a condurre una narrazione senza scadere nell’inevitabile pietismo tipico del Bel paese. Paolo Virzì ci guida negli States senza nessuna ricerca esistenziale. Paolo Virzì attraversa gli Stati Uniti in camper lasciandoci nella miglior compagnia possibile, a guardare le diapositive della vita di Ella & John – The Leisure Seeker.


Il trailer di Ella & John - The Leisure Seeker
Ella & John The Leisure Seeker - i coniugi Spencer, John (Donald Sutherland) ed Ella (Helen Mirren)

venerdì 22 dicembre 2017

L'insulto siamo tutti noi

L'insulto - Yasser (Kamel El Basha) e Toni (Adel Karam)
Potente. Istruttivo. Lungimirante. L’insulto (2017, di Ziad Doueiri) ha lasciato il segno a Venezia74. È ora sbarcato sul grande schermo. Fatevi un regalo di natale, andate a vederlo.

di Luca Ferrari

Rancori. Pregiudizi. Parole non dette. Scontro fratricida. Sofferenza. Due uomini contro. Due nazioni contro. Due lancinanti bisogni di riconoscimento e giustizia. Due trascorsi alla ricerca del proprio e tanto atteso antagonista, per dare così sfogo a tutto e a troppo. Presentato in concorso alla 74° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e vincitore della Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile conferita a Kamel El Basha, è uscito L’insulto (2017, di Ziad Doueiri).

Beirut, terzo millennio. Yasser Abdallah Salameh (Kamel El Basha) è un rifugiato palestinese che vive in Libano, capocantiere di una ditta locale. Una grondaia fuori norma dell’appartamento abitato dal meccanico Toni Hanna (Adel Karam), porta quest’ultimo a insultare l’operaio in modo pesante, impegnato a fare solo il suo lavoro, e così ricevendo per tutta risposta “due costole rotte”.  È l’inizio di una drammatica lotta tra i due uomini, passando dal face to face alle aule di tribunale.

In seguito alle ferite riportate, Toni ha un successivo svenimento. Scoperto accasciato, la moglie Shirine (Rita Hayek), incinta, partorisce una figlia prematura per lo spavento, con tutte le conseguenze del caso. Ristabilitosi, e a dispetto dei tentativi familiari-lavorativi di riconciliazione, la disputa finisce in tribunale dove viene rappresentato dall’esperto Wajdi Wehbe (Camille Salameh), mentre l’imputato dalla giovane Nadine (Diamand Bou Abboud). Pur di far vincere il proprio assistito, si scava e si scava ancora. Fino a far emergere le più sepolte delle verità.

L’insulto (2017, di Ziad Doueiri) è un film che ci appartiene. Tutti, nessuno escluso. Xenofobia, razzismo e odio del diverso sono sempre in agguato ma non sono gli unici mostri che dobbiamo combattere. Dietro le nostre più amabili facciate perbeniste si nascondo molti più pregiudizi di quelli che amiamo pensare e ammettere. Magari saremo accoglienti con chi è lontano, ma chi ci sta vicino? Che sia un parente o una prostituta lasciata sulla strada senza fare nulla, anche il silenzio è un insulto al giorno d’oggi.

Ho scelto volutamente di pubblicare la recensione de L’insulto pochi giorni prima di natale, come regalo a tutti voi. È un film che non solo consiglio a chiunque ma è davvero un’occasione per uscire dal proprio orticello di preconcetti, razzismo latente e pregiudizi. Non si può continuare così. Il mondo e la pazienza non sono infiniti. La bontà dell’essere umana sarà presto soffocata dall’odio sempre più globale se non si inizierà a reagire davvero con una cultura differente.

Scelto come portabandiera del Libano ai prossimi premi Oscar, L’insulto è entrato nella top nine come Miglior film straniero 2018. Insieme a lui il cileno Una Donna Fantastica (di Sebastián Lelio), il tedesco Oltre la notte (di Fatih Akin), l’ungherese Corpo e Anima (di Ildikó Enyedi), l’israeliano Foxtrot (di Samuel Maoz), il russo Loveless (di Andrey Zvyagintsev), il senegalese Félicité (di Alain Gomis), il sudafricano The Wound (di John Trengove) e infine il favoritissimo The Square (di Ruben Östlund), svedese, già trionfatore a Cannes.

Appuntamento il prossimo 23 gennaio per conoscere i nomi dei cinque che si siederanno al Kodak Theatre di Los Angeles il 6 di marzo alla 70° edizione degli Academy in attesa del mitico "And the winner is…". L’insulto merita questo premio più degli altri e cineluk – il cinema come non lo avete mai letto lo sosterrà fino alla fine perché il cinema è anche dialogo. Perché il cinema arriva lì dove politica e sproloqui social falliscono ogni giorno. Perché il grande cinema de L’insulto ci tocca la coscienza spronando a costruire un nuovo e migliore domani.

Ci sono film e film. Nessuno pretende che la settima arte possa sostituire insegnanti e libri di storia ma è indubbio che possa dare un contributo non indifferente. Ci sono film fini a se stessi, buoni al massimo per imbonire un pubblico a dieta stretta di materia grigia mettendolo nelle condizioni di ingrassare con superficiale irrealtà. E poi ci sono film come Venuto al mondo (2012, di Sergio Castellitto) o l'ancor più politico-sociale Il figlio dell'altra (2012, di Lorraine Levy), che hanno la capacità di affrontare la vita e tutte le sue più dolorose segmentazioni.

L’insulto ha come protagonista uno scontro libano-palestinese ma potrebbe essere benissimo una disputa italo-austriaca, serbo-ungherese, statunitense-iraniana, veneto-napoletana, partitica, di quartiere, di commensali, etc. L’insulto è uno specchio dove ognuno deve trovare la forza (morale) di mettersi davanti e restarci il più possibile. E più ci resterà, più saprà andare avanti. E più ci resterà, più saprà comprendere il proprio vicino di casa, comune, provincia, regione, nazione, continente, religione.

A questo mondo tutti hanno sempre ragione e forse è così. Ognuno ha le sue ragioni ma non è certo urlando reciprocamente il nostro disprezzo che qualcosa cambierà. Nelle sue ultime parole prima di suicidarsi, il musicista Kurt Cobain fece un augurio a tutti di empatia, qualcosa che al giorno d’oggi non sappiamo più neanche cosa sia. La sola cosa che c’importa è screditare il prossimo e imporre il nostro modo di pensare, credo religioso o ideologia politica che sia. È un mondo triste. È il mondo in cui viviamo.

Non pubblicherò bigliettini di auguri il 24 e il 25 dicembre su cineluk – il cinema come non lo avete mai letto. Questo è il mio regalo per tutti voi. Questa lunga recensione-editoriale sul film L’insulto, presentato al Lido di Venezia in anteprima mondiale lo scorso 31 agosto. Ritagliatevi un momento nella corsa sfrenata allo shopping natalizio, regalatevi la visione de L’insulto e una volta usciti dalla sala, guardate (davvero) la vostra vita a fianco di quelle altrui. Il resto spetta a ciascuno di voi. Buone feste!

Il trailer de L'insulto

L'insulto - a sx, la moglie di Toni Hanna, Shirine (Rita Hayek
L'insulto - Toni (Adel Karam) e Yasser (Kamel El Basha)

giovedì 7 dicembre 2017

Suburbicon, tutti all'inferno

Suburbicon - l'ambiguo Gardner Lodge (Matt Damon)
Spietato. Crudelmente contemporaneo, allora come oggi. Presentato a Venezia74, esce oggi sul grande schermo Suburbicon (2017, di George Clooney).

di Luca Ferrari

L'America di provincia bianca e benestante. Tutti sono gentili e tutti si salutano. Qualcosa però sta per mandare fuori giri l'ingranaggio perfetto di fine anni '50. Nell'impeccabile quartiere residenziale di Suburbicon viene a vivere una famiglia di “negri”. In parallelo, un violento episodio di cronaca ha luogo nella casa di un rispettabile cittadino. Da una sceneggiatura dei fratelli Joel ed Ethan Coen e presentato in concorso alla 74° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, esce oggi sul grande schermo Suburbicon (2017, di George Clooney).

Gardner Lodge (Matt Damon) è un onesto lavoratore, marito e padre di famiglia. Vive con la moglie Rose (Julianne Moore), la sorella gemella di quest'ultima Margaret (Julianne Moore) e il loro figlioletto Nicky (Noah Jupe). Hanno dei nuovi vicini, i Meyers. Senza troppi problemi per il colore della pelle, gli ultimi arrivati non vengono così bene accolti dal resto del quartiere. Le cose cambiano radicalmente quando i Lodge sono vittima di un'aggressione da parte di due balordi, capitanati dal manesco Ira Sloan (Glenn Fleshler).

L'intero nucleo familiare viene imbavagliato e sedato. Il risveglio poi è anche peggio. Qualcosa si rompe. Le tante verità iniziano a venire a galla. La tregua dentro e fuori l'impeccabile giardino si sgretola. L'uomo cede spazio all'orrido che è in sé. Nicky si ritrova sempre più solo e l'unico conforto gli viene offerto dal malvisto zio Mitch (Gary Basaraba). Imbrogli e corruzione calpestano ogni sentimento. E anche se la Legge si mette sulle loro tracce con lo scafato Bud Cooper (Oscar Isaac), l'obiettivo non si sposta di un millimetro. Va raggiunto a ogni costo. Da una parte e dall'altra.

Suspance. Tensione. I 104 minuti di pellicola sono un treno squilibrato che sfreccia sui binari del privato e pubblico. Se da una parte ci sono i coniugi Mayers (Leith Burke, Karimah Westbrook) e il piccolo Andy (Tony Espinosa) nascosti dentro casa mentre l'intero quartiere bianco latra sguaiato per farli andare via, dentro il guscio dei Lodge è di scena una tragedia anche peggiore, eppure molto meglio amalgamata nei perversi meccanismi del moralismo più intollerante. Un giogo da camicia bianca e veleno. Lattice sporco di sangue e permanente.

Abile regista e attento osservatore dell'America, George Clooney (Good Night and Good Luck, Le Idi di Marzo, Monuments Men) valorizza al meglio il materiale Coeniano regalandoci un Matt Damon talmente inedito da farlo (temo) passare inosservato nella futura memoria del grande pubblico. Notevole anche la doppia presenza di Julianne Moore. Se nel recente Kingsman – Il cerchio d'oro era una cattiva donna capricciosa, qui è una gelida borghese calcolatrice senza il minimo spirito materno. Decisa a tutto pur di accaparrarsi marito, casa e conto in banca.

Villain subdolo e senza scrupoli, Glenn Fleshler si trova a suo agio con ruoli di questa portata. Già viscido avvocato al soldo del potente Bobby Axelrod nell'ottima serie Billions, nella nuova opera Clooneyana è il classico uomo rozzo e corrotto. Non ha alcun interesse per la morale e il rispetto umano. Pensa solo al proprio tornaconto e se c'è da fare male a qualcuno per ottenerlo, beh, tanto peggio per chi si metterà sulla sua corpulenta strada.

Dici che l'America in fondo è ancora “schiava” del suo passato e voglia nascondersi? E cosa dovrebbe dire allora l'Italia? Il presente ci regala un ritorno del passato più vergognoso. Qualcosa che evidentemente la cultura non è stata abbastanza capace di spiegare e combattere. Oggi in Italia stiamo assistendo passivamente al ritorno della nostalgia per il fascismo. L'ignoranza popolare fa da collante, così invece di puntare chi è all'origine dei problemi, gli stolti e i razzisti se la prendono con la minoranza più sacrificabile. Un male questo comune in sempre più nazioni europee e ovviamente negli Stati Uniti.

Suburbicon immortala un'America lontana a livello temporale, nei fatti più vicina di quanto si potrebbe tragicamente immaginare. Storia di provincia dal cuore hindi e l'anima nera, graffiante. Un blues con rigurgiti splatter e una feroce critica sociale. Un film ideale per i lettori del New York Times. Un film che l'elettorato di Donald Trump non sarà mai in grado di comprendere. Un film di cui tra vent'anni i registi dalla penna fumante citeranno come manifesto di una mondo che, si spera, stia ancora lottando contro l'imperversare dell'inciviltà più gretta e sordida. Suburbicon (2017, di George Clooney) un film da vedere (e su cui ragionare) al cinema.

Il trailer di Suburbicon


Suburbicon Mrs. Mayers (Karimah Westbrook) viene insultata
Suburbicon Margaret (Julianne Moore) a colloquio con Bud Cooper (Oscar Isaac)

mercoledì 4 ottobre 2017

Sebastiano Riso, dagli al frocio!

Venezia74, il regista Sebastiano Riso © La Biennale foto ASAC
Vile aggressione omofoba ai danni del regista Sebastiano Riso. Basta con le mobilitazioni, è ora di scrivere e fondare una nuova cultura dell'essere umano.

di Luca Ferrari

“Lei è omosessuale? Su, avanti, risponda alla domanda... Lei è una checca? Lei è un finocchio, un pederasta, un invertito, un piglia-in-culo? Lei è un apri-chiappe, un ossobuco? Avanti, risponda alla domanda... Lei è o non è un gay?!?”. Tuonava così esausto e arrabbiato l'avvocato Miller (Denzel Washington) nel drammatico Philadelphia (1993, di Jonathan Demme). A distanza di più di 20 anni assistiamo ancora alla discriminazione contro gli omosessuali, anzi peggio, la bruta violenza.

Basta, basta con le parole di circostanza. Basta davvero. È ora e tempo di cambiare questa società sempre più (am)mal(i)ata di violenza. L'ultimo caso, il regista siciliano Sebastiano Riso (Più buio di mezzanotte, Una famiglia). Nessun vicolo buio. Luogo dell'agguato, l'androne di casa propria. Calci, pugni e insulti. Degno risultato di una cultura ancora capace di rimpiangere il fascismo e annesso macho-proselitismo.

La violenza omofoba così come quella domestico-taciuta sulle donne è un problema endemico di questa nazione. Continuare a negarlo significa alimentare tutto questo clima ed essere ugualmente criminali. Loro intanto se la spassano. Loro, i fieri maschi italici. "Prendi a pugni il frocio. L'invertito. Menalo per bene e poi vantati con i tuoi amici retrogradi. Quella checca di merda l'ho pestata per bene”. Eh si, funziona così. Adesso potete andare in giro soddisfatti.

Passano gli anni, si fanno campagne nazionali, ci si mobilita in piazza ma il problema resta. Tutto questo non serve più. Non è abbastanza. Si scalfisce la crosta. A scuola e in famiglia si continua a portare avanti un'idea sballata. Essere omosessuale non è e non deve essere  un problema. Non nel 2017. Ed è ora che tutti ci sentiamo coinvolti perché nostro figlio potrebbe essere gay o magari il suo compagno di banco, e come ci comporteremo allora? Ci volteremo dall'altra parte o avremo il fegato di dire la nostra?

Nel drammatico Una famiglia (2017), film presentato a Venezia74, con protagonisti Micaela Ramazzotti (Il nome del figlio, Ho ucciso Napoleone, La pazza gioia), Patrick Bruel e la giovane Matilda Veloce come il ventoDe Angelis, il regista siciliano accende la telecamera sulla questione dell'utero in affitto in Italia. Una nazione tragicamente incapace di confrontarsi con la realtà contemporanea, preferendo nascondersi dietro una cultura retrograda di comodo. Gli etero non sono gli unici che cercano vie alternative quando non possono avere figli. Anche gli omosessuali, uomini e donne. Ma questo per molti è intollerabile.

Durante il pestaggio infatti, al regista catanese classe '84 è stata ben rimarcata questa sua attenzione cinematografica condita ovviamente da insulti variegati. Riso se l'è cavata (si fa per dire) con una contusione della parete toracica addominale e un trauma allo zigomo con edema alla cornea. Ecco l'Italia, ancora ignorante e succube di logiche politico-ecumenali per le quali il gay non è un omosessuale, è uno schifoso e come tale va punito quando capita.

Il cinema, un film, un articolo o una presa di coscienza collettiva dopo un fatto di cronaca non sono la risposta né la soluzione al problema dell'omofobia. E fino a quando il partito di turno avrà paura di perdere voti schierandosi a favore degli omosessuali, non ci sarà niente da fare. I genitori nelle scuole protesteranno quando nei libri ci saranno racconti incriminati. E allora andiamo avanti così, tanto finché è un frocio o un ricchione a prenderle, chi se ne frega. Dentro la nostra fierezza di etero o gay-nascosto frustrati, alla fine lo pensiamo tutti uguali: gli sta bene!

Philadelphia, il discorso dell'vvocato Miller

Venezia74 (da sx): Sebastiano Riso, Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel © La Biennale foto ASAC 

il regista Sebastiano Riso sul red carpet della 74° Mostra del Cine,a © La Biennale foto ASAC
Venezia74 (da sx): Sebastiano Riso, il direttore del festival Alberto Barbera,
Micaela Ramazzotti, Patrick Bruel e Matilda De Angelis © La Biennale foto ASAC
 

giovedì 7 settembre 2017

Loving Penelope Cruz

74. Mostra del Cinema, Penelope Cruz e Javier Bardem © Federico Roiter
Charme latino, semplice e dolcemente incantevole, Penelope Cruz è sbarcata a Venezia74 per l'anteprima di Loving Pablo, insieme al marito-compagno di set, Javier Bardem.

di Luca Ferrari

Ha fatto il suo debutto sul grande schermo 25 anni fa esatti con Prosciutto prosciutto (1992, di Bigas Luna) dove ha incontrato il futuro marito. È stata la musa di Pedro Almodovar (Carne tremula, Tutto su mia madre, Volver). Sotto la regia di Sergio Castellitto ha regalato al pubblico due delle più sofferte interpretazioni: Non ti muovere (2004) e Venuto al mondo (2012), quest'ultimo ambientato durante la guerra dei Balcani. Il suo nome è Penelope Cruz.

Premio Oscar come Miglior attrice non protagonista in Vicky Cristina Barcelona (2008, di Woody Allen), l'attrice spagnola Penelope Cruz è sbarcata a Venezia per l'anteprima di Loving Pablo (di Fernando León de Aranoa), sez. Fuori concorso, incentrato sulla vita del narcotrafficante Pablo Escobar. Diva (quasi) di un'altra epoca per charme ed eleganza, Penelope Cruz si è ricongiunta in laguna con la sua dolce metà Javier Bardem, nel cast anch'esso e già protagonista con Jennifer Larrence del controverso Mother! (di Darren Aronofsky).

74. Mostra del Cinema, Penelope Cruz saluta, e dietro di lei Javier Bardem © Federico Roiter

mercoledì 6 settembre 2017

Jennifer Lawrence, Mother di Venezia74

74. Mostra del Cinema, Javier Bardem e Jennifer Lawrence © Federico Roiter
Protagonista del criptico Mother!, l'attrice ventisettenne Jennifer Lawrence ha infiammato pubblico e critica di Venezia74.

di Luca Ferrari

Era la star più attesa. Alla fine è arrivata. Jennifer Lawrence (Un gelido inverno, Hunger Games, Joy) è sbarcata al Lido di Venezia insieme al regista Darren Aronofsky e i colleghi Javier Bardem (Non è un paese per vecchi, To the Wonder, La vendetta di Salazar) e Michelle Pfeiffer. Tutti qui per l'anteprima di Mother! Un'opera (in concorso) che ha diviso come poche in questa 74° edizione della Mostra del Cinema. Un lungometraggio che i critici si stanno ancora sforzando di capire (a parte il mitico vignettista di Ciak, Stefano Disegni) e i cinefili passano da commenti osannanti alla stroncatura più feroce.

La storia di Jennifer Lawrence è cominciata a Venezia, una decade fa. Di lì in poi, una costante ascesa fino alla conquista della statuetta più ambita: l'Oscar per la Migliore attrice protagonista in Il lato positivo (2013, di David O. Russell). Un ruolo come quello vissuto in Mother! però ancora non le era capitato. Realtà o vita vera? Di sicuro accanto a lei c'è uno scrittore (un ambiguo Javier Bardem) la cui esasperata ospitalità verso chiunque mostri interesse per la sua attività letteraria è sospetta. O comunque darà via a qualcosa di diabolicamente inimmaginabile.

Sparito dalle scene da qualche anno per dedicarsi alla pittura, Jim Carrey (Man on the Moon, The Truman Show, Il Grinch) si è ritrovato sotto i riflettori della Mostra del Cinema per presenziare all'anteprima del documentario Jim & Andy: the Great Beyond – the story of Jim Carrey & Andy Kaufman (di Chris Smith). A dare ulteriore lustro al festival veneziano, Sir Michael Caine (Hannah e le sue sorelle, Il cavaliere oscuro, Youth - La giovinezza) giunto in laguna per presentare il documentario My Generation (di David Batty). Il celebre attore inglese ha poi ricevuto il Premio Fondazione Mimmo Rotella.

74. Mostra del Cinema, Michael Caine e Jim Carrey © Federico Roiter 
74. Mostra del Cinema, lo sbarco di Jennifer Lawrence al Lido © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, lo charme di Jennifer Lawrence © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, Jennifer Lawrence firma autografi sul red carpet © Federico Roiter

lunedì 4 settembre 2017

Cinema chiama, Venezia74 risponde

74. Mostra del Cinema, il cast di Suburbicon
(da sx) Matt Damon, Julianne Moore e George Clooney © Federico Roiter
Nuove storie da Venezia74. Il Virzì americano con i regali Helen Mirren e Donald Sutherland commuove. George Clooney & la sua "gang" seduce per intelligenza e satira.

di Luca Ferrari

Un Matt Damon grassoccio, carogna e invecchiato. Una Julianne Moore algida e razzista. Un Glen Flesher perfino più viscido e bastardo dei panni da avvocato al servizio di Bobby Axelrod in Billions. Una vecchia sceneggiatura dei fratelli Coen e alla regia c'è lui, George Clooney. Il risultato di Suburbicon è un pugno ben attestato ai pregiudizi, all'america razzista di Donald Trump. Cast perfettamente in sintonia e risultato a dir poco ottimale, balzando dalla critica sociale alle risate più assurde.

Hanno fatto il pieno di applausi. Tutti e tre. Il regista Paolo Virzì, gli attori Hellen Mirren
e Donal Sutherland. Dopo il successo per La pazza gioia (2016), il regista toscano è sbarcata in terra americana per questo road movie con protagonisti una coppia di anziani coniugi, decisi a staccarsi da medici e figli appiccicosi, godendosi un ultimo grande viaggio. The Leisure Seeker è un film per chi crede nell'amore. The Leisure Seeker è un film per chi ha voglia di trovare conforto in calde lacrime di commozione.

Sempre sul fronte delle storie da fazzoletto, Victoria e Abdul, storia vera (o quasi) dell'incredibile amicizia tra la Regina d'Inghilterra e un consigliere venuto dall'India. Regia di Stephen Frears, la monarca è Judi Dench. Tra le sorprese di questo festival in mezzo a cinema impegnato e sentimenti d'amore, ecco arrivare il violento Brawl in Cell Block 99 (di S. Craig Zahler) con un inedito Vince Vaughn, Jennifer Carpenter e l'ex-Miami Vice, Don Johnson.

74. Mostra del Cinema,
gli eleganti Donal Sutherland ed Hellen Mirren © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, l'incantevole Jennifer Carpenter © Federico Roiter

sabato 2 settembre 2017

Human Flow, l'umanità è morta

Human Flow (2017, di Ai Weiwei)
Il dramma di centinaia di migliaia di esseri umani etichettati nei modi più disparati, e lasciati a morire nell'indifferenza. A Venezia74 è sbarcato Human Flow, del regista cinese Ai Weiwei.

di Luca Ferrari

Rifugiati, richiedenti asilo... o se cominciassimo semplicemente a chiamarli esseri umani? No, ma scherziamo. Loro sono tutti terroristi. Un flusso costante che ormai ha preso casa ai confini dell'Impero d'Europa. Una fiumana di disperazione che non intenerisce nessuno, anzi, ha saputo suscitare l'opposto facendo riemergere quel sentimento di superiorità così ben incarnato dal Terzo Reich. Loro sono gli altri, noi dobbiamo restare noi. In concorso alla 74° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, è stato presentato Human Flow (2017, di Ai Weiwei).

Ai Weiwei ha girato mezzo mondo. La sua telecamera arriva sulle sponde dell'isola greca di Lesbo, passando poi per i campi profughi di Iraq, Turchia, Siria, Pakistan e Giordania, senza dimenticarsi della prigione palestinese a cielo aperto e il muro che divide Stati Uniti e Messico. Ma c'è anche il filo spinato ungherese e macedone. Un abominio che sancì la volontà di non far passare più nessuno. Gli accordi UE per tenerseli là, ovunque sia, in cambio di danaro.

Il regista non ha paura di mostrare ciò che sta succedendo. Lui è un uomo che ha saputo sfidare la feroce dittatura cinese. Ai Weiwei non cerca le facile lacrime dei bambini. Mostra i campi profughi. Intervista gli operatori che ci lavorano. Segue l'esodo di persone che chiedono solo di poter ricominciare a vivere e che adesso invece non sono nulla. Sono ospiti (non troppo graditi) in una terra che non gli riconosce alcuno status giuridico.

Distribuito da 01 Distribution, Human Flow non cerca la risposta definitiva anche perché non vi è alcun bisogno. C'è già. È visibile a tutti: il dialogo. Quale che sia la nazione, nei prossimi 50 anni vivremo in società multiculturali. Questo è il mondo reale. I nemici non sono fantomatici personaggi a cui i supereroi danno la caccia in tutine attillate. Nel 2017 il nemico è dentro ciascuno di noi. È il pregiudizio. La paura (oggi) da chi viene da posti ormai collegabili solo al terrorismo.

L'umanità è morta da un pezzo. Non tutta, è chiaro. Banalmente, anche in Europa ce ne stiamo accorgendo. È bastato smuovere il nostro equilibrio per far riemergere il filo spinato (di solito rispolverato solo per farsi belli con la Shoah), la peggiore xenofobia, razzismo in tutti gli strati sociali e ormai in Italia quasi una sorta di revisionismo sul sempre più rimpianto Benito Mussolini. Ecco, benvenuti in Europa. Sappiatelo bene, l'Europa non è per tutti.

Human Flow è un documentario di più di due ore. Terra dopo terra, l'anima viene sferzata. Parlano i rappresentanti delle ONG ma è evidente che il loro intervento non potrà mai fare la differenza e allora mi chiedo: ha senso continuare a voler impietosire la gente con le classiche immagini dei “poveri negri” che muoiono di fame? In strada la loro presenza è sempre più sporadica se non per chiedere l'obolo, così come sui mass media.

I bambini di oggi sono i potenziali razzisti del domani e come si fa e evitarlo? Appurato che la politica non lo farà mai, le ONG devono entrare nelle scuole. Devono essere una presenza visibile sul territorio e non rintanarsi a ripetere le stesse cose davanti a facili platee che la pensano come loro. Le ONG devono iniziare a investire su quel mondo che un giorno governerà perché altrimenti il destino dell'Europa così come del resto del pianeta è già tragicamente segnato.

Nazione dopo nazione, Human Flow parla anche di diritti umani. Ma cosa sono? Une bella parola da abbinare alla propria cravatta, o qualcosa su cui sputare sopra. Human Flow raccoglie la testimonianza di chi sostiene che l'essere umano debba essere libero di andare dove vuole, senza barriere. Ed è un dato di fatto che dopo la caduta del muro di Berlino, le cose siano andate sempre peggio. Il cemento ha sempre più preso la strada verticale. A dispetto di una maggior informazione, l'ignoranza domina incontrastata.

“Come essere umano credo che qualsiasi crisi o difficoltà che colpisca un altro essere
umano, è come se capitasse a noi” ha sottolineato il regista, “Se non avvertiamo questa fiducia reciproca, siamo decisamente  in difficoltà. A quel punto, affronteremo muri, divisioni e inganni da parte dei politici, che ci porteranno a un futuro di oscurità”.

Lacrime e rabbia. Rabbia e lacrime. Human Flow (2017, di Ai Weiwei) non farà cambiare idea a chi ha una visione distorta del problema, e al massimo cementerà le convinzioni di chi la vede come lui. C'è qualcosa ancora che può fare Human Flow, e cioè prendere per mano quell'umanità che ha ancora voglia di credere nella Vita, stringersi e andare incontro verso i loro fratelli cambiando per sempre la storia del mondo.

Il trailer di Human Flow

Human Flow (2017, di Ai Weiwei)
74. Mostra del Cinema, il regista Ai Weiwei © La Biennale foto ASAC
Human Flow (2017, di Ai Weiwei)

venerdì 1 settembre 2017

The Shape of Venezia74

74. Mostra del Cinema, Robert Redford e Jane Fonda © Federico Roiter
Film di spessore e grandi divi. La 74° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia entra nel vivo. Cinema, cinema e ancora grande cinema.

di Luca Ferrari

Impegno uman(itari)o. Risate. Lacrime. Fantasy & realtà. Il Festival del cinema di Venezia è arrivato. La Mostra del Cinema (30 agosto - 10 settembre) sempre più fucina di premi Oscar, è pronta a svelare i suoi film. E per il 10° anno consecutivo il sottoscritto Luca Ferrari, giornalista veneziano, si avvale dell'impeccabile supporto visivo del fotografo Federico Roiter.

I primi tre giorni della 74° edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica si sono contraddistinti per la loro indubbia qualità. A dare il via, il film in concorso Downsizing di Alexander Payne con protagonista Matt Damon e un finalmente non luciferino Christoph Waltz. Favola ambientalista un po' troppo americana, ma comunque gradevole e di sicuro appeal sul grande schermo.

Giovedì 31 agosto sono stati autentici fuochi d'artificio. Primo film presentato alla stampa, la nuova opera di Guillermo del Toro, anch'esso nella selezione ufficiale, The Shape of Water, con Sally Hawkins, Octavia Spencer, Richard Jenkins e il purtroppo assente Michael Shannon, candidato agli ultimi Oscar come Miglior attore non protagonista per Animali notturni (di Tom Ford), presentato lo scorso anno proprio a Venezia.

Un autentico bagno di folla ha salutato i protagonisti, tanto tra il pubblico quanto fra gli addetti ai lavori. Davvero difficile non immaginare come questo film non riesca a portare a casa qualche premio, a cominciare dalla Coppa Volpi alla Hawkins o il Leone d'argento per la miglior regia a Del Toro, solo per dirne due. Un film assolutamente da vedere.

Ma se The Shape of Water riesce a toccare più sfere dell'anima umana (e non solo), di spessore ancor più attuale è il politico-religioso The Insult di Ziad Doueiri. Un film duro dove un battibecco tra un meccanico cristiano libanese e un carpentiere (profugo) palestinese si trasforma in uno scontro di piazza. Le cicatrici chiedono un riconoscimento del dolore patito. Le cicatrici chiedono anch'esse di avere un posto in un futuro di pace.

Altre pellicole di spessore umano: This is Congo (di Daniel McCabe), Human Flow (di Ai Weiwei) e L'ordine delle cose di Andrea Segre che sempre a Venezia aveva presentato Mare chiuso (2012). Sono passati cinque anni da allora e ciò che ruota attorno ai flussi migratori è più tragico che mai. Rispetto ad allora, il regista ha abbandonato la formula del documentario puntando sul lungometraggio che vede come protagonisti Paolo Pierobon e Giuseppe Battiston.

Infine ci sono loro. Due autentiche leggende della settima arte. Di nuovo insieme sotto la stessa telecamera. Jane Fonda e Robert Redford, quest'ultimo tornato in laguna dopo aver presentato al festival La regola del silenzio (2012), film in cui era anche regista. Questa volta i due divi sono arrivati per l'anteprima di Our Souls at Night (di Ritesh Batra). Una tenera storia contemporanea di due signori ormai pensionati e vedovi, pronti (o quasi) per scrivere un nuovo capitolo delle loro vite.

74. Mostra del Cinema, il cast di The Shape of Water (da sx):
Octavia Spencer, Richard Jenkins, Sally Hawkins e il regista Guillermo del Toro © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, il regista William Friedkin © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, (da sx): il presidente della Biennale, Paolo Baratta,
il padrino del Festival Alessandro Borghi e il direttore del Festival, Alberto Barbera © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, la presidente di giuria Annette Bening © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, un gentilissimo Matt Damon firma autografi © Federico Roiter