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Visualizzazione post con etichetta Robert Redford. Mostra tutti i post
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venerdì 1 settembre 2017

The Shape of Venezia74

74. Mostra del Cinema, Robert Redford e Jane Fonda © Federico Roiter
Film di spessore e grandi divi. La 74° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia entra nel vivo. Cinema, cinema e ancora grande cinema.

di Luca Ferrari

Impegno uman(itari)o. Risate. Lacrime. Fantasy & realtà. Il Festival del cinema di Venezia è arrivato. La Mostra del Cinema (30 agosto - 10 settembre) sempre più fucina di premi Oscar, è pronta a svelare i suoi film. E per il 10° anno consecutivo il sottoscritto Luca Ferrari, giornalista veneziano, si avvale dell'impeccabile supporto visivo del fotografo Federico Roiter.

I primi tre giorni della 74° edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica si sono contraddistinti per la loro indubbia qualità. A dare il via, il film in concorso Downsizing di Alexander Payne con protagonista Matt Damon e un finalmente non luciferino Christoph Waltz. Favola ambientalista un po' troppo americana, ma comunque gradevole e di sicuro appeal sul grande schermo.

Giovedì 31 agosto sono stati autentici fuochi d'artificio. Primo film presentato alla stampa, la nuova opera di Guillermo del Toro, anch'esso nella selezione ufficiale, The Shape of Water, con Sally Hawkins, Octavia Spencer, Richard Jenkins e il purtroppo assente Michael Shannon, candidato agli ultimi Oscar come Miglior attore non protagonista per Animali notturni (di Tom Ford), presentato lo scorso anno proprio a Venezia.

Un autentico bagno di folla ha salutato i protagonisti, tanto tra il pubblico quanto fra gli addetti ai lavori. Davvero difficile non immaginare come questo film non riesca a portare a casa qualche premio, a cominciare dalla Coppa Volpi alla Hawkins o il Leone d'argento per la miglior regia a Del Toro, solo per dirne due. Un film assolutamente da vedere.

Ma se The Shape of Water riesce a toccare più sfere dell'anima umana (e non solo), di spessore ancor più attuale è il politico-religioso The Insult di Ziad Doueiri. Un film duro dove un battibecco tra un meccanico cristiano libanese e un carpentiere (profugo) palestinese si trasforma in uno scontro di piazza. Le cicatrici chiedono un riconoscimento del dolore patito. Le cicatrici chiedono anch'esse di avere un posto in un futuro di pace.

Altre pellicole di spessore umano: This is Congo (di Daniel McCabe), Human Flow (di Ai Weiwei) e L'ordine delle cose di Andrea Segre che sempre a Venezia aveva presentato Mare chiuso (2012). Sono passati cinque anni da allora e ciò che ruota attorno ai flussi migratori è più tragico che mai. Rispetto ad allora, il regista ha abbandonato la formula del documentario puntando sul lungometraggio che vede come protagonisti Paolo Pierobon e Giuseppe Battiston.

Infine ci sono loro. Due autentiche leggende della settima arte. Di nuovo insieme sotto la stessa telecamera. Jane Fonda e Robert Redford, quest'ultimo tornato in laguna dopo aver presentato al festival La regola del silenzio (2012), film in cui era anche regista. Questa volta i due divi sono arrivati per l'anteprima di Our Souls at Night (di Ritesh Batra). Una tenera storia contemporanea di due signori ormai pensionati e vedovi, pronti (o quasi) per scrivere un nuovo capitolo delle loro vite.

74. Mostra del Cinema, il cast di The Shape of Water (da sx):
Octavia Spencer, Richard Jenkins, Sally Hawkins e il regista Guillermo del Toro © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, il regista William Friedkin © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, (da sx): il presidente della Biennale, Paolo Baratta,
il padrino del Festival Alessandro Borghi e il direttore del Festival, Alberto Barbera © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, la presidente di giuria Annette Bening © Federico Roiter
74. Mostra del Cinema, un gentilissimo Matt Damon firma autografi © Federico Roiter

sabato 13 agosto 2016

Il drago invisibile, le favole non hanno mai fine

Il drago invisibile - Elliott e il piccolo Pete (Oakes Fegley)
Le vere favole non hanno e non avranno mai fine, come quella di Elliott, Il drago invisibile (2016). La Disney ci regala la magia di una fiaba senza età, diretta da David Lovery.

di Luca Ferrari

Le fiabe sono storie cui non si dovrebbe mai smettere di credere. Non importa i libri, la scienza e le altre diavolerie veritiere o teorizzate che siano. Credere nelle fiabe è un atto d’amore verso la propria vita. Quella parte di noi che vale la pena guardare sempre con occhi disincantati incuranti di mode e amarezze personali. Questa che sto per raccontarvi è una di esse. Ispirato al breve racconto di S. S. Field e Seton I. Miller, la Walt Disney Pictures rilegge in chiave live action Il drago invisibile (2016, di David Lovery).

Il piccolo Pete (Oakes Fegley) è in viaggio con la sua mamma e il suo papà. Un improvviso incidente muterà la sua vita per sempre, così eccolo d’improvviso ritrovarsi orfano e perso nel bosco con un branco di famelici lupi già a sentirne l’odore. Qualcosa però di gigantesco si fa largo nella fitta vegetazione e i predatori battono la ritirata. È un gigantesco drago verde. Un drago buono che adotterà il bambino diventando la sua famiglia.

Non troppo distante da quei boschi c’è l’ormai anziano incisore di legno, sig. Meacham (Robert Redford) che da tempo immemore racconta ai bambini una storia (fantasiosa) di come affrontò e uccise un terribile e gigantesco drago verde. Un tempo piccina e ora sensibile guardia forestale, la di lui figlia Grace (Bryce Dallas Howard), oggi è meno incline a credere alle fiabe paterne ma sempre dalla parte di quella dimensione naturale.

Tutto cambierà quando durante l’ennesimo scontro col fidanzato Jack (Wes Bentley) sulla questione degli alberi che si possono abbattere, la sua figlioletta Natalie (Oona Laurence) vede un bambino mezzo svestito che si aggira solo nel bosco. Ha inizio così un lento riavvicinarsi nella società. Pete però ha in mente una sola cosa: ritrovare l’amato drago Elliott, che ha la capacità di rendersi anche invisibile. Ma chi davvero potrebbe credergli? Gavin (Karl Urban) intanto, il fratello di Jack, incontra realmente la creatura e dopo una fuga, è pronto a dargli la caccia.

Per quelli della mia generazione nati a fine anni ’70, vedere un drago ha un solo e unico cine-rimando. Non è il recente Smaug né il più lontano co-protagonista sputafuoco di Ladyhawk, per noi bambini-ragazzini degli anni ’80 c’è solo Falkor, il fortunadrago de La storia infinita di Wolfgang Petersen. Elliott è più umano del collega fantastico, ma sono entrambi amichevoli e “morbidosi”.

Il drago invisibile vede per l’ennesima volta lo scontro umano tra chi vuole lasciare nel mondo quel pizzico di magia e chi lo vuole conquistare, soggiogandolo al proprio volere. L’innocenza di un bambino è ancora quel briciolo di sabbia con cui ricostruire il regno di Fantàsia. Basta crederci. Basta esprimere un desiderio e nessuna razionalità potrà mai sottometterlo. Pete ha un amico sincero, e per sua fortuna ne incontrerà altri (di umani) che faranno si che il suo mondo non scompaia in catene e foto ricordo.

Dolcemente interpretata da Bryce Dallas Howard (Spider-Man 3, Hereafter, The Help), Grace è oltre modo materna nei confronti del piccolo Pete. È cresciuta in un mondo di favole, e anche se dice di non crederci più, è andata a fare il solo lavoro possibile che le consentisse di mantenerle intatte e incontaminate dentro di sé, ergendosi a protettrice del bosco e dunque di tutte le sue creature: orsi, volpi, uccelli, bambini persi e d’ora in avanti, anche di un docile drago verde.

In principio snobbato, è stata la presenza di Robert Redford (Il vento del perdono, Leoni per agnelli, Truth – Il prezzo della verità) ad attirarmi verso Il drago invisibile, e la successiva voglia di lasciare il mondo per un paio d’orette tuffandomi nella magia umano-fantastica di questa pellicola. Con negli occhi ancora il verde sconfinato di un recente viaggio in Canada, ho sentito che sarebbe stato il film perfetto per ricominciare a prendere confidenza con il grande schermo.

Nel corso della visione de Il drago invisibile ovviamente è riemersa la favola disneyana con Elliott pacioccone in tutta la sua delicata semplicità. Ritrovarsi infine in un cinema estivo circondato da bambini festanti è stata un’esperienza differente dalle consuete proiezioni cui assisto. L’applauso finale di mani piccine racconta la storia di un’emozione collettiva cui anche i tanti critici dei festival dovrebbero ogni tanto ripensare.

Il trailer de Il drago invisibile

Il drago invisibile - Grace Meacham  (Bryce Dallas Howard) insieme al padre (Robert Redford)

giovedì 24 marzo 2016

Truth, salvate la libera informazione

TruthMary Mapes (Cate Blanchett)e Mike (Topher Grace)
I media rivelano. Il potere non perdona e colpisce. La libertà d'informazione è sempre più in pericolo. Truth – Il prezzo della verità (2016, di James Vanderbilt).

di Luca Ferrari

“Questo film racconta cosa è successo alla libera informazione. Come e perché è successo, e perché dovrebbe preoccuparvi”. A pronunciare queste sibilline parole è Dan Rather, uno dei più importanti giornalisti d’oltreoceano. La frase si riferisce a quanto accaduto a lui stesso e alcuni colleghi della CBS poco prima delle elezioni presidenziali del 2004. Basato sulle memorie giornalistiche di Mary Mapes, Truth and Duty: The Press, the President and the Privilege of Power, l’esordiente James Vanderbilt dirige Truth – Il prezzo della verità (2016).


Mary Mapes (Cate Blanchett) è una giornalista affermata con 20 anni di esperienza, nonché produttrice del servizio che rivelò al mondo l’orrore di Abu Grahib, la prigione irachena dove alcuni militari americani si divertivano a torturare i prigionieri nel modo più violento e umiliante possibile. A pochi mesi dalla sfida presidenziale Bush-Kerry, è ora sulle tracce di una notizia a dir poco esplosiva e che potrebbe minare non poco la rielezione dell’attuale inquilino della Casa Bianca, George W. Bush.

Con l’entusiasta placito del produttore esecutivo Josh Howard (David Lyons), il produttore senior Mary Murphy (Natalie Saleeba) e la vice presidente senior del network Besty West (Rachael Blake), la Mapes si mette in moto. Decisa e combattiva più che mai all’idea di sferrare un montante decisivo al Presidente repubblicano, al suo fianco in questa nuova missione giornalistica vengono schierati il Tenente Colonnello Roger Charles (Dennis Quaid), ex-Marine in Vietnam, il giovane freelance Mike Smith (Topher Grace) e la professoressa di giornalismo Lucy Scott (Elizabeth Moss).

Spulciati i contatti militari ai tempi aeronautici di W. Bush, grazie in particolare alle rivelazioni dell’ex-Tenente Colonnello della Guardia Nazionale dell’Aeronautica del Texas e oggi allevatore Bill Burkett (Stacy Keach), la notizia viene confermata e la redazione di 60 Minutes lancia la bomba: ai tempi della guerra in Vietnam il presidente George W. Bush trovò un comodo rifugio presso l’aeronautica del Texas pur non avendone alcun requisito. A darne notizia in diretta televisiva, un monumento del giornalismo americano, Dan Rather (Robert Redford). Lui che negli anni Ottanta era in Afghanistan a raccontare l’invasione sovietica.


Le critiche non tardano ad arrivare ma c’è di più. Si parla di falsificazione di prove con l'utilizzo di Microsoft Word. Una montatura ad hoc per screditare il Presidente. I tempi però del Watergate sono finiti e i pescecani non solo sono diventati sempre più potenti, ma si sono fatti anche più furbi. La lezione l’hanno imparata e anche se si tratta della CBS e Dan Rather, non fa differenza. Se il Washington Post fece lo sgambetto a Richard Nixon, questo non succederà ai Bush e saranno i giornalisti della CBS a pagarne le conseguenze.


“Una volta l’informazione era un dovere, adesso non lo è più e sarà sempre peggio” dice sconsolato Rader, ormai consapevole di quale direzione sta prendendo la storia. Dalla gloria alla polvere. Le bottiglie di champagne si trasformano in aridi corpi contundenti dove tutti i pezzi grossi della rete, presidente Heyward (Bruce Greenwood) incluso, non mancheranno di brandire.

Sceneggiatore di successo di Zodiac (2007), Total Recall (2012) e The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro (2014), questa volta Vanderbilt abbandona il fantasy e le storie irreali per concentrarsi su qualcosa di dannatamente vero, mettendo in discussione lo status quo. Sono da sempre un legame inscindibile invece Robert Redford e la contestazione al potere della politica (Tutti gli uomini del Presidente, Leoni per agnelli, La regola del silenzio).


Truth – il coraggio della verità
(2016, di James Vanderbilt) non è solo una pagina di giornalismo americano ma anche un thriller mozzafiato dove la libertà e l'integrità dell'informazione vengono messi all'angolo da un potere che non guarda in faccia nessuno. Ben assortita la coppia Blanchett-Redford, ancor di più quella formata dal “hippy” Topher Grace e “l’ex-militare” Dennis Quaid, quest’ultimo finalmente al rientro con un ruolo e un’interpretazione degna di questa nota. Mike è il classico giornalista del terzo millennio, idealista e freelance. Roger invece incarna il cambiamento. È sempre un militare ma non accetta la degenerazione ormai presa dalla propria nazione, arrivando a mettere in discussione perfino il suo Comandante in capo, ossia George W. Bush.

Libertà d’informazione e di pensiero. Un tema insolitamente visto di recente sul grande schermo. Dopo il troppo ignorato La regola del gioco (2014, con Jeremy Renner), sono usciti uno dopo l’altro L’ultima parola – La vera storia di Dulton Trumbo (di Jay Roach) e Il caso Spotlight (di Tom McCharty), quest’ultimo presentato a Venezia e vincitore del premio Oscar come Miglior film e Miglior sceneggiatura. In questa nuova pellicola la protagonista viene messa sotto accusa dall'avvocato Lawrence Lanpher (Dermot Mulroney) per avere permesso alle proprie idee di influire con la notizia.

Stop, fermate tutto. Secondo voi in cosa crede il sottoscritto? La risposta ve la sarete già dati, ergo io non potrei scrivere questo articolo. Eppure lo faccio. OK, cineluk è mio ma il taglio comunque si allinea con la visione del regista. Inutile fare gli ipocriti. Un giornalista ha una sua visione e le sue idee. Non è un caso che si parli di giornali di Destra e di Sinistra. Perché alla luce di certe notizie il taglio è del tutto diverso? Perché alcuni giornali considerarono l’azione statunitense in Iraq un'esportazione di democrazia e altri una mera aggressione militare? Chi lo decide? Chi ha ragione? Da che parte sta la verità?

Il giornalismo è entrato in un perverso meccanismo dove il reportage, la cura del dettaglio e l’autenticità passano in secondo piano. La sola cosa che si vuole ottenere sono scoop piccanti e paroloni ad effetto indicizzati al meglio su Google. Sul peso specifico delle notizie non vi è troppa richiesta, e se proprio si vuole spararla grossa, meglio evitare imbarazzi a chi è al centro della catena di comando perché la reazione non tarderebbe troppo ad arrivare.

Se i giornalisti e i giornali avranno sempre più le mani legate, ecco allora che le figure dei vari Julian Assange ed Edward Snowden potrebbero rappresentare la sola e futura chance di un’informazione libera anche se in certi casi troppo estrema e spregiudicata. Truth - Il prezzo della verità è un film che si schiera apertamente dalla parte di Mary Mapes e Ralph Nader ma allo stesso tempo non si tira indietro dal mostrare i difetti di un servizio, desideroso di sganciare la bomba sulla reputazione di W. Bush.

Le proprie idee saranno sempre alla base per qualsiasi azione delle nostre vite. Negarlo sarebbe come pretendere di sostenere la tesi che l’essere umano si relazioni al mondo senza passioni. Il giornalista ha di sicuro una responsabilità maggiore e se sbaglia, è giusto che venga sanzionato ma di sicuro chiudergli la bocca non è la risposta. Ed è bene che lo sappiate cari intoccabili, continueremo a fare il nostro lavoro e a fare domande (anche maledettamente scomode se necessario) fino a quando non otterremo delle valide e oneste risposte.

Guarda il trailer di Truth - il prezzo della verità

Truth – Ralph Nader (Robert Redford)

lunedì 24 agosto 2015

The Conspirator (2010), la legge della vendetta

The Conspirator - Mary Surratt (Robin Wright)
Nel teatro dell’assassinio del presidente Lincoln, il "politico" Robert Redford dirige The Conspirator, storia della prima donna condannata a morte.


Libertà. Diritti. Costituzione. Giustizia. Parole o fatti? È possibile lottare per una causa, mettere a repentaglio la propria vita e una volta raggiunto il traguardo, scoprire che gli stessi garanti di certi valori sono i primi a calpestarli in nome di un fantomatico bene superiore che assomiglia tragicamente alla vendetta? Storia reale di The Conspirator (2010, di Robert Redford).

Frederik Aiken (James McAvoy), ex-capitano confederato nella Guerra Civile, è il legale della signora Mary Surratt (Robin Wright), accusata di cospirazione nell’assassinio del presidente Abraham Lincoln. Era il 15 aprile 1865 e al Ford’s Theatre di Washington, John Wilkes Booth colpì a morte . La giustizia dei non ancora nati Stati Uniti d’America si mise freneticamente in moto. Alla ricerca dei colpevoli e di tutti i potenziali congiurati.

Tra gli otto accusati finì alla sbarra anche una donna. Ma più che un processo fu una farsa. Civili giudicati da un tribunale militare. Civili già condannati prima ancora della sentenza. Civili tenuti incappucciati nelle celle. Qualcosa che ricorda le peggiori tirannie, passate e presenti. A inizio processo anche Aiken, come tutti gli altri, è sicuro della colpevolezza della donna. Non vorrebbe nemmeno difenderla.

Giorno dopo giorno però, inizia a scoprire qualcosa. Qualcosa che nessun cittadino dovrebbe mai vedere. Inizia a perdere fiducia in chi ci dovrebbe difendere e tutelare. Commette “l’errore” di mettere la giustizia sopra gli stessi sentimenti. Così, da apprezzato eroe militare, comincia a essere guardato con sospetto e isolato. “In tempo di guerra la legge tace” dice sprezzante l’accusa. “Non dovrebbe!” la replica del giovane avvocato.

La pellicola segue il tragico epilogo. Dopo la sentenza, Aiken abbandona la professione di avvocato, diventando uno dei primi redattori del neo-quotidiano Washington Post, fondato nel 1877. Quello stesso giornale che quasi un secolo dopo avrebbe denunciato lo scandalo del Watergate portando alle dimissioni l’allora presidente Richard Nixon. Sulla vicenda fu girato il film Tutti gli uomini del Presidente (1976, di Alan J. Pakula). A interpretare Bob Woodward, uno dei due giornalisti che seguì il caso, fu proprio  Redford, regista della pellicola.

Oltre ai due protagonisti principali, notevole l’interpretazione Evan Rachel Wood che da volto e strazio alla figlia piangente della vedova Surratt. Impotente di fronte al tragico destino che le strapperà via per sempre la madre. Kevin Kline invece è l’inflessibile Segretario di guerra Edwin Stanton.

Per nessuna causa le bocche devono tacere. Mai. 

The Conspirator - l'accusa David Hunter (Colm Meaney)
The Conspirator - Mary Surratt (Robin Wright) e l'avvocato Aiken (James McAvoy)

martedì 18 agosto 2015

Leoni per agnelli, a colloquio dal prof. Redford

Leoni per agnelli - il prof. Malley (Robert Redford) a colloquio con Todd (Andrew Garfield)
Auguri di buon compleanno Robert Redford. In particolare al “tuo” Stephen Malley (Leoni per agnelli), un professore che avrei tanto voluto incontrare nella mia vita.

di Luca Ferrari

Robert Redford fa parte della storia del cinema. Da Butch Cassidy (1969) al romantico truffatore in cerca di vendetta Johnny Hooker ne La stangata (1973) passando per il Bob Woodward di Tutti gli uomini del presidente (1976), alcuni suoi personaggi sono entrati nel mito della settima arte. Oggi 18 agosto Robert Redford (Santa Monica, 1936) compie 79 anni e il mio regalo per lui è il racconto veritiero di un rimpianto: non aver mai incontrato nella mia vita il “suo” prof. Malley.

Ci sono persone che ti cambiano la vita, questo è risaputo. Allo stesso tempo però ci sono anche dei non-incontri che lo possono fare e in modo ancor più dirompente e decisivo. A me è accaduto con Robert Redford, quando nel 2007 diresse e interpretò il suo settimo lungometraggio: Leoni per agnelli, film che vede nel cast anche Meryl Streep nei panni della giornalista Janine Roth, Tom Cruise è lo sprezzante politico Jasper Irwing e Andrew Garfield, un giovane studente. Un film politico ambientato nel cuore della guerra al terrorismo condotta dagli Stati Uniti.

Fin da quando vidi la pellicola per la prima volta in quel lontano 6 gennaio 2008 al cinema Astra del Lido di Venezia, il suo personaggio interpretato mi rimase impresso in modo profondo. Lui era Stephen Malley, professore di Scienze Politiche alla West Coast University. Un insegnante deciso a non abbandonare Todd Hayes (Andrew Garfield), un tempo studente brillante e ora sulla via della perdizione mentale.

Visto che state leggendo questo articolo, magari vi starete chiedendo il perché di un simile legame. Di cosa si tratterà: mera stima cinematografica o magari nella mia vita ho incontrato qualcuno che mi ricorda Malley? No, è esattamente il contrario. Uno come Malley non l’ho mai incontrato. Non mi sono mai seduto davanti a lui. Non ho mai avuto la fortuna di rientrare al centro della strada evitandomi emorragie e logoranti attese.

Gli sforzi fatti hanno avuto effetto fino a un certo punto. E se non ho ancora ottenuto ciò che volevo, significa che non ho fatto abbastanza o comunque l'ho fatto male. È mancato qualcosa. È mancato forse qualcuno. Così, ogni volta che vedo questo film, s’insinua la malinconia di non aver mai incontrato una persona di questo spessore lungo il mio cammino e forse oggi sarei potuto essere altrove. Diverso. Più risoluto. O magari questa persona l’ho incontrata, semplicemente non l’ho riconosciuta. Il risultato a ogni modo non cambia.

Così, nel giorno del compleanno di Robert Redford sono qui a rivedermi per l’ennesima volta Leoni per agnelli e invidiare il giovane Todd per l’opportunità che il prof. Malley gli sta concedendo. Un intenso e sincero colloquio di un'ora per capire perché uno studente brillante “che puntava alla giugulare di ogni dibattito e leggeva tutto” (come gli dice il maturo docente), adesso si è spento e sembra non importargliene più niente di nulla.

Se Socrate, Platone e Aristotele non possono aggiustare le cose, Todd Hayes che può fare?” chiede. L'arringa difensiva dello studente è inattaccabile. Perché sbattersi quando si può comunque godere delle comodità che la vita gli ha riservato? Lui non è come i suoi compagni di corso Ernest (Michael Peña) e Arian (Derek Luke), arruolatisi nell'esercito per uscire dalle maglie dei debiti universitari con la speranza di tornare vivi dall'Afghanistan (se ci riusciranno), prendersi un Master e darsi da fare attivamente nella vita sociale e politica.

Todd è un privilegiato e allora perché impegnarsi per diventare qualcuno che alla fine il Sistema inghiottirà comunque? Perché non godersi semplicemente la vita senza infamia né gloria? “Pagherò le tasse e mi fermerò agli stop” dice quasi scherzando. “Per poco non mi convinci che sai sul serio di cosa parli” la replica di Malley che poi rincara la dose entrando sul proprio vissuto, “Sono ancora qui (all’università, ndr) perché sono un uomo egoista. Egoismo per quelle rarissime volte in cui sai davvero di avere qualcuno in una delle tue classi col dono di poter fare grandi cose su vasta scala”.

Non è solo questione di talento buttato via. Forse Malley vede in Todd l’emblema di quel mondo che potrebbe fare la differenza ma si nasconde dietro quella staticità che i governanti alimentano proprio per non trovare ostacoli nel loro modo di lavare il cervello e fare come gli pare. Lui è un uomo che è stato obbligato ad andare a combattere in Vietnam ma la ferita più grave l'ha riportata una volta tornato a casa, quando si unì alle proteste contro quella guerra ingiusta. Quella stessa che ora sta devastando l'Afghanistan.

Malley alla fine è un uomo che crede ancora. Todd ha già capito che non ne vale la pena, che a prescindere dall’entusiasmo e competenza che ci potrà mettere, quei signori dei piani alti vinceranno sempre e comunque. Anche se è una sfida impari, Malley preferisce comunque provare e non riuscire, “perché qualcosa ti resterò dentro”. Per Todd è inaccettabile questo modo di pensare.

Parola dopo parola, conversazione dopo dialogo, Todd inizia a sentir meno le proprie rilassanti certezze ma non è scritto nulla nel suo domani e Robert Redford (auguri ancora, ndr) non è così presuntuoso dal far credere allo spettatore che una volta uscito dall'ufficio di Malley, lo studente cambierà registro avviandosi a chissà quale rivoluzionaria carriera politica. Si lamenterà ancora? Mollerà del tutto? Lascerà che il mondo continui a ripopolarsi di pescecani senz’anima senza fare nulla? Ha davvero compreso ciò che ne sarà di sé e del suo futuro? E io? E voi?

Leoni per agnelli - Todd Hayes (Andrew Garfield) medita sul proprio futuro

giovedì 2 maggio 2013

Leoni per agnelli (2007), il piano è pronto

Leoni per agnelli (2007, di Robert Redford)
Politica, giornalismo e vicende umane. Robert Redford torna dietro la telecamera per raccontare la guerra al terrore (Leoni per agnelli) da prospettive differenti.

di Luca Ferrari

C’è un nuovo piano. C’è sempre un nuovo piano. C’è una nuova strategia. C’è sempre una nuova strategia per te. Per ciascuno di noi. Tu da che parte starai nella prossima guerra? Nella prossima ondata di lobotomie legalizzate. Nella prossima crociata promossa dall’indifferenza, tu che cosa sarai? Un leone o un agnello. Lions for lambs (2007, di Robert Redford).

Il senatore rampante Jasper Irving (Tom Cruise) ha deciso di vincere la partita con il terrorismo direttamente sulle alture dell’Afghanistan. Per comunicarlo al mondo chiama nel proprio ufficio la giornalista Janine Roth (Maryl Streep), colei che anni or sono lo lanciò nell’Olimpo della politica presentandolo in un suo articolo come il volto nuovo e vincente del Partito Repubblicano.

In parallelo alle rivelazioni di Washington, il professor Stephen Malley (Robert Redford) ha fissato un incontro con uno dei suoi studenti più brillanti ma sempre più demotivato, Todd Hayes (il nuovo Spiderman, Andrew Garfield). Per parlargli. Per confrontarsi. Lui è un privilegiato ma ha scelto la strada della minor (alcuna) resistenza. Tanto non cambierà mai nulla a prescindere da quello che farò, ripete.

Due dei suoi compagni di corso intanto, Arian (Derek Luke) ed Ernest (Michael Peña), hanno al contrario deciso di agire. Di partire. Si sono arruolati nell'esercito. Loro non appartengono alla middle class agiata americana. Una simile esperienza li potrà aiutare anche per il futuro. Sempre se faranno ritorno a casa.

Informazione, politica e insegnamento. La partita della propria esistenza passa per questi tre binari. Ognuno può e deve fare la sua parte. Bisogna decidere in fretta perché la guerra intanto, non solo quella che si combatte a campo aperto, continua. Anche se non la vediamo, esiste. E in troppi si adagiano nell'ignoranza o nel tepore di qualche falso leader di convenienza.

Nel corso della sua carriera Redford si è distinto per la partecipazione in pellicole impegnate. Su tutti, I tre giorni del condor (1975, di  di Sydney Pollack) e Tutti gli uomini del Presidente (1976, di Alan J. Pakula); in quest'ultimo, lui e Dustin Hoffman interpretavano i due giornalisti del Washington Post, Carl Bernstein e Bob Woodward capaci di accendere i riflettori sull'azione di spionaggio da parte degli uomini dell'allora inquilino della Casa Bianca, Richard Nixon, ai danni degli avversari democratici.

In tempi più recenti è stato produttore di A civil action (1998) e produttore esecutivo del film I diari della motocicletta (2004) basato sulle memorie del leader della rivoluzione cubana, Che Guevara. Alla 69° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è tornato al suo grande amore della politica attivista, presentando in anteprima mondiale The Company You Keep (2012, La regola del silenzio) nella doppia veste di attore e regista con un cast dove spiccano Susan Sarandon, Shia LaBeouf, Terrence Howard, Sam Elliot, Brit Marling e Julie Christie.

Sai che ne sarà di te? Termina così, con questa domanda il film "Leoni per agnelli". Todd guarda svogliato il televisore mentre sul rullo passa la notizia della nuova missione statunitense contro il terrorismo. E tu sai che ne sarà di te? Ti interessa davvero qualcosa sapere che ne sarà di noi?

Guarda il trailer di Leoni per agnelli

Leoni per agnelli - il senatore Jasper Irving (Tom Cruise)
Leoni per agnelli - la giornalista Jannie Roth (Meryl Streep)
 Lions for Lambs (2007) - il professor Stephen Malley (Robert Redford)

sabato 8 settembre 2012

La compagnia di Robert Redford

Lido di Venezia, Mostra del Cinema – Robert Redford e Shia LaBeouf © Federico Roiter
Sulo red carpet della 69° Mostra del Cinema Robert Redford è in compagnia della sua dolce metà e Shia LaBeouf, co-protagonista de La regola del silenzio.

A cinque anni dall’ultimo Leoni per Agnelli (2007), il due volte premio Oscar Robert Redford è tornato dietro la macchina da presa per dirigere e recitare La regola del silenzio - The Company You Keep, raccontando ancora la politica ma lasciando gl'ideali sul secondo gradino del podio. Eccolo in conferenza stampa e sul red carpet in compagnia della moglie Sibylle Szaggar e uno dei protagonisti della pellicola, Shia LaBeouf.

Lido di Venezia, Mostra del Cinema – Robert Redford © Federico Roiter
Lido di Venezia, Mostra del Cinema – Robert Redford © Federico Roiter
Lido di Venezia, Mostra del Cinema – Robert Redford © Federico Roiter
Lido di Venezia, Mostra del Cinema – Robert Redford © Federico Roiter
Lido di Venezia, Mostra del Cinema – Shia LaBeouf © Federico Roiter
Lido di Venezia, Mostra del Cinema – Robert Redford © Federico Roiter
Lido di Venezia, Mostra del Cinema – Robert Redford e la moglie Sibylle Szaggar © Federico Roiter

Le regole della verità, dello scoop e del silenzio

La regola del silenzio - Nick Sloan/Jim Grant (Robert Redford)
Gli anni della Contestazione si ripresentano con il conto da pagare. Ispirato all'omonimo romanzo di Neil Gordonm, La regola del silenzio (di Robert Redford).

di Luca Ferrari

Sono lontani, a prescindere da quanti siano, I tre giorni del Condor. Gli uomini del Presidente intanto si sono moltiplicati. Clonati. Non li distingui più. I media non sono meno volgari della politica. Fino a che punto ci si può e si deve spingere? E se lo fai, è per amore della verità o del sensazionalismo da scoop? Reporter in erba ti dicono serenamente che quando vengono chiamati sono felici all’idea ci possa essere un cadavere, così hanno una storia da seguire. Si può fare il proprio mestiere e in modo superlativo senza oltrepassare quella sogna di umanità. E fanculo anche un articolo e il Premio Pulizter se a rimetterci deve essere una vita.

I veri ideali non cambiano. Si aggiornano. Nell’attivismo come nell’espressione artistica. Negli anni della guerra in Vietnam, Nick Sloan (Robert Redford) prese parte al movimento di contestazione Weather Underground. Quando però ci scappa il morto durante una rapina im banca e una guardia padre di famiglia muore, scatta la caccia all’uomo. I quatto presenti si danno alla fuga, e cambiando identità riescono a farla franca ai Servizi Segreti.

Questo per trent’anni fino a quando Sharon Solarz (Susan Sarandon) decide volontariamente di costituirsi. La storia riscuote molto eco su tutta la stampa e l’interesse del giovane e scafato giornalista di una piccola testata locale, Ben Shepard (Shia LaBeouf), che inizia un certosino lavoro investigativo degno del Watergate ma non senza una certa voglia di protagonismo.

Ispirato all'omonimo romanzo di Neil GordonLa regola del silenzio (di Robert Redfordè stato presentato nella sezione Fuori Concorso alla 69° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (29 agosto – 8 settembre 2012).

Jim Grant oggi è vedovo. Sua figlia Isabel (Jackie Evancho) è una normale studentessa di 11 anni. Lui è un avvocato. Tutto scorre liscio, ma qualcuno (Shepard) vuole di più di un misero lavoro da articolista di cronaca. Vuole la prima pagina sul giornale locale di Albany NY alla cui direzione c’è Ray Fuller (l’istrionico Stanley Tucci). Grazie a una sua ex-fiamma che lavora all’FBI, Diana (Anna Kendrick), inizia a mettere insieme i pezzi del puzzle fino a scoprire in modo del tutto autonomo, e decisamente meglio dei servizi segreti, che Nick Sloan è Jim Grant, anch’esso accusato della morte della guardia.

Ma questi in realtà non c’era. La sua sola speranza di far venire a galla la verità a questo punto è trovare Mimi Lurie (Julie Christie), anch’essa a scomparsa nel nulla. Ma per raccontare la storia, dovrebbe costituirsi. “Chi è il terrorista?” chiede la donna a uno stremato Sloan, “Uno stato che commette un genocidio o chi si ribella a tutto questo arrivando anche ad atti estremi?”.

Il giornalismo e la verità. Quando la moda dei supereroi non era ancora dilagata, il regista Mark Steven Johnson (Ghost Rider) portò sul grande schermo Daredevi (2003) con protagonista Ben Affleck, spalleggiato dalla sua futura moglie (ed Elektra) Jennifer Garner, opposto alla temibile coppia Colin Farrell alias Bullseye, e il recentemente scomparso Michael Clarke Duncan, nelle parte del boss mafioso Wilson Fisk/Kingpin.

Matt Murdock (Daredevil) incappa spesso nel giornalista Ben Urich (Joe Pantoliano), giornalista investigativo deciso a far luce su questo fantomatico eroe mascherato. Scoperta l’identità segreta e con l’articolo terminato, non resta che schiacciare invio e mandarlo in stampa. Ma ualcosa lo boocca. Non mi voglio arrendere a un sistema che disprezzo, dice ancora Mimie. E così sia. Ma se i risultati fin’ora raggiunti non hanno cambiato nulla, forse è ora di cercare un’altra strada. L’essere umano è avvisato. La verità non disseta l’orgoglio.

Curiosità del film. Per la seconda volta dopo L'uomo che sussurrava ai cavalli (1998)sempre diretto e interpretato da Redford, anche in La regola del silenzio, lui e l’attore Chris Cooper sono fratelli. Nel caso della pellicola tratta dall’omonimo libro di Nicholas Evans, come Tom e Frank Booker, in questa presentata in laguna come Nick e Daniel Sloan.

La regola del silenzio - Sharon Solarz (Susan Sarandon)
La regola del silenzio - Ben Shepard (Shia LaBeouf)
La regola del silenzio - Rebecca Osborne (Brit Marling)
La regola del silenzio - Nick Sloan/Jim Grant (Robert Redford)

mercoledì 8 agosto 2012

An Unfinished Life (2005), Il vento del perdono

Il vento del perdono (2005, di Lasse Hallström)
Storia umana dove il futuro della nuova generazione chiede spazio tra i rimorsi-rancori dei "grandi" sulle ali de Il vento del perdono.

Nell’arrugginito meccanismo familiare nonno-mamma, tra un uomo logorato dalla perdita del figlio e il suo irreceuperabile astio verso la nuora che ritiene responsabile, una bambina chiede consapevolezza e verità. Lasse Hallström (Buon compleanno Mr. Grape, Chocolat, Il pescatore di sogni) dirige An Unfinished Life - Il vento del perdono (2005).

Dopo anni di distanza il burbero Einar Gilkyson (Rober Redford) si ritrova davanti a Jean (Jennifer Lopez) insieme alla figlioletta, nonché sua nipote Griff (Becca Gardner). Einer vive insieme all'amico Mitch (Morgan Freeman). Questi ha il corpo e mezza faccia coperta da cicatrici. Il ricordo "visibile" degli artigli di un orso. Gli sfregi interiori di Einar però sono peggiori. Non se ne cura. Non li cura.

Einar vive nel risentimento. La prematura perdita del figlio richiede un colpevole (Jean). C’è qualcosa d’altro che brucia nelle carni di Einar. E il saggio Mitch che a stento si muove, parola dopo parola, pizzicotto (interiore) dopo pizzicotto, glielo fa venire a galla.

Sappata da una sua precedente e violenta realazione, Jean ora ne ha iniziata una nuova con lo sceriffo Curtis (Josh Lucas), il tutto mal sopportato dal suocero, e alla fine la donna sbotta ed esausta gli grida in faccia: Vuoi un colpevole? Eccomi. Stavamo andando a un rodeo e ci siamo cappottati sei volte. Guidavo io, e mi sono addormentata”. Ma anche Einar ha un segreto. Quando l’orso attaccò Mitch, lui era troppo ubriaco per fare qualcosa. Perso nell’alcol per sedare il dolore.

Seppur passati sette anni, Redford ha ancora addosso un po’ di quella poetica malinconica di Tom Booker, il protagonista del film L’uomo che sussurrava ai cavalli (1998), di cui lui stesso fu anche regista. Ma se nella pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Nicholas Evans era sì deciso ma delicato, qui c’è poco tempo per i complimenti. È rozzo. Un uomo di vecchio stampo. E se c’è da difendere qualcuno dai modi bruti e offensivi, come succede all’amica Nina (Camryn Manheim) caduta nella baldanza alcolica di due giovinastri, nessuna frase di circostanza politically correct, ma una bella caffettiera in faccia e una minaccia affilata alla gola.

E alè, tutti a far colazione tranquilli. Quando poi l'ex-fidanzato di Jean, Gary (Damian Lewis), arriva in paese per riprendersela e le mette le mani addosso per l’ennesima volta prendendo poi in consegna anche la figlia, il cowboy non sente più ragioni. Prima spara alle gomme col fucile, poi affonda i pugni sulla sua faccia. Al resto ci pensa la polizia. Giustizia intanto è stata fatta. E la vita adesso può ricominciare.

Jennifer Lopez glamour. Jennifer Lopez cantante. J. Lo. Dicano quel che vogliono, ma quando l’attrice statunitense di origine portoricana si è calata in ruoli drammatici (Via dall'incubo, Bodertown), ha sempre raccolto consensi. A fare da sfondo alla pellicola, i verdi spazi della British Columbia, la provincia più occidentale del Canada, anche se nel film viene presentata come lo stato americano del Wyoming.

Agli uomini e donne si chiederebbe soltanto di goderne la bellezza invece di intervallare le proprie pulsazioni con anacronistici rancori che chiedono soltanto una degna sepoltura. Il dialogo umano è la sola strada per cambiare le vite del mondo. E alla fine del film, non sono solo i protagonisti gli unici a saperlo.

Il vento del perdono - (Jennifer Lopez) e Griff (Becca Gardner)
Il vento del perdono - Mithc (Morgan Freeman) ed Einar (Robert Redford)

sabato 9 giugno 2012

La leggenda del mio posto in campo

 La leggenda di Bagger Vance - Bagger (Will Smith) e (Matt Damon)
Ognuno ha il proprio posto, nella vita come sul campo (green). Lo (ri)scoprirà anche Rannulph Junuh (Matt Damon) dando ascolto a Bagger Vance (Will Smith)

di Luca Ferrari

"Non cerco nuove strade per l’ottimismo, il peggio del mondo ha già influenzato a sufficienza il mio modo di esternare quei buoni sentimenti che forse ancora posseggo nascosti" l.f - Nella vita come sull'immenso green ci si può perdere e ritrovare. Alle volte server però un amico, o semplicemente qualcuno in grado di farci mettere a fuoco la giusta prospettiva. O almeno è quello che si può imparare da La leggenda di Bagger Vance (2000, di Robert Redford).

"Dentro ciascuno di noi c’è un solo vero autentico swing. Una cosa con cui siamo nati" dice rilassato Bagger Vance (Will Smith) a Rannulph Junuh (Matt Damon), "Una cosa che è nostra e nostra soltanto. Una cosa che non ti può essere insegnata e che non s’impara. Una cosa che va ricordata sempre. E col tempo il mondo può rubarci quel nostro swing che può finire sepolto dentro di noi. Sotto a tutti i nostri avrei voluto, e potuto, e dovuto. C’è perfino chi si dimentica com’era il suo swing. Si, c’è perfino chi se lo dimentica com’era".

"da cosa si riconosce l’autenticità della strada che ci condurrà in Paradiso? Tutto quello che non ho mai voluto imparare, non mi è stato insegnato con abbastanza spazio per i miei ricordi, ma ora io affronto quel mondo che mi ha sempre più convinto della sua tragica infallibilità/... le costanti sepolture avvenute dentro le nostre volontà ci hanno ingiustamente fatto vergognare delle nostre lacrime più generose/... trascurando le ombre fedeli, non sono comunque io quello che se ne può stare sulla riva del mare a farti cenno di raggiungermi/... adesso semplicemente ho un pertugio in mezzo al bosco da lasciarmi alle spalle"

 La leggenda di Bagger Vance (2000, di Robert Redford)

domenica 18 marzo 2012

CINELUK, altri sei giorni (12-17 marzo) di magia

Lo stupore dei protagonisti di Super 8
Un nuovo imperdibile viaggio cinematografico ricomincia sulle pagine online di CINELUK - il cinema come non lo avete mai letto.


Viaggio tra dettagli di registi poco attenti, impegno umanitario portato sul grande schermo, dopo-sbronze che hanno fatto epoca, un attacco violento all’arroganza più superficiale e perfino un sogno a metà strada tra l’ispirazione e la premonizione. Come insegnava il giovane Hugo d’altronde, questo film non è ancora finito. Scoprilo:

12.03.12 – Robert Redford, ti sussurro un dettaglio che trascurasti
13.03.12 – Angelina Jolie, quelle immagini gelano il sangue
14.03.12 – Michael J. Fox, preparami un resuscita-morti
15.03.12 – Jennifer Aniston, l'amore è più forte del cinismo
16.03.12 – Charlize Theron, meschina Young Adult
17.03.12 – Ben Stiller e Rafael Nadal, nel segno del successo
18.03.12 – Jennifer Lopez, scusami per la mancata intervista

lunedì 12 marzo 2012

Robert Redford, ti sussurro un dettaglio trascurato

L'uomo che sussurrava ai cavalli - Grace (S. Johansson) e Tom (R. Redford)
Si può condurre una buona regia trattando però in modo superficiale alcuni dettagli, non è vero Robert Redford? Permettemi allora di sussurrarti cosa non va.


Un film è diverso dal libro ispiratore. Nessuno ha la pretesa che sul grande schermo arrivi la copia fedele. Ogni strumento può e deve sfruttare le proprie potenzialità. Per la sua quinta incursione dietro la macchina da presa il due volte premio Oscar Robert Redford scelse il bestseller di Nicholas Evans, L’uomo che sussurrava ai cavalli (1995, The Horse Whisperer). 

Al centro della vicenda la giovane Grace, interpretata da un’allora quattordicenne Scarlett Johansson, e il suo cavallo Pilgrim. La ragazzina ha avuto un terribile incidente e ha perso parte di una gamba che le hanno dovuto amputare. La giovane è a pezzi. Si sente una handicappata e questo la vulcanica madre Annie (Kristin Scott-Thomas, nonché donna in carriera, non lo permette. In barba ai consigli e fatte le dovute ricerche, carica di forza figlia, quadrupede mezzo morto e se ne va in Montana, destinazione Tom Booker (Robert Redford), un uomo che a quanto si dice, sia capace di comunicare con i cavalli.

L’adolescente è rabbiosa. Furiosa. La "gita" impostale è quanto di peggio ci sia per la sua psiche sfiancata, fattore ben enfatizzato dalla musica che Evans “le mette” nel walkman durante il lungo viaggio in macchina e box equino al seguito, ossia gli Alice in Chains. Una rock band questa della Seattle anni '90, alfiere di un rock ruvido e oscuro con tonalità metal, di cui il fu cantante Layne Staley (1967-2002) ne era il massimo emblema.

Inspiegabilmente invece la scelta di Redford, qui nelle vesti anche di regista, cadde verso una anonoima musica elettronica più adatta ad atmosfere da rave-party di giovani sballati, che non per dipingere l’interiorità ferita di una ragazzina amante degli animali e in marcia verso i grandi spazi americani.

No, la musica non è un dettaglio da poco. Per informazioni, chiedere a Cameron Crowe. Seattle poi, è forse la città americana più canadese che esista negli Stati Uniti. L’isolamento geografico dal resto del continente e l’estrema vicinanza con Vancouver la collocano su di un piano diverso. 

Nella musica come nei testi, gli Alice in Chains hanno sempre sviscerato demoni interiori. Qualcosa che suonerebbe più o meno così: “riesci a mettere nella corretta graduatoria un ordine, un urlo e un sospiro? Il mio disagio si è ritrovato a dover stravolgere ogni singola speranza, lasciando al mare disteso sul rosa il compito di percepire quanto di solitario ci sia nella lontananza di una casuale stagione umana”.

Un film è diverso dal libro ispiratore, si. Ma è la fedeltà o comunque una certa vicinanza a semplici ma fondamentali dettagli che può aumentare o meno il valore della sceneggiatura.

L'uomo che sussurrava ai cavalli - Grace (S. Johansson) e Annie (K. Scott Thomas)