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Visualizzazione post con etichetta Micaela Ramazzotti. Mostra tutti i post
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lunedì 26 marzo 2018

Ti regalo Il piccolo principe

Il piccolo principe (2015, di Mark Osborne)
Mai smettere di sognare. Crescere non significa dover smettere di essere bambini. Ciao, oggi è un giorno speciale e ti voglio regalare la storia de Il piccolo principe (2015, di Mark Osborne).

di Luca Ferrari

Viaggio animato in quel presente che tutti vorrebbero far brillare nel proprio futuro. Un desiderio troppo spesso fine a se stesso perché qualcosa sempre succede. Già, cosa succede? Si diventa grandi e meno sensibili, senza più voglia di credere al proprio bambino dentro di sé. Si diventa grandi e non si guardano più le stelle. Si diventa grandi e il possesso prende il posto della meraviglia. Tratto dal romanzo omonimo, oggi ti voglio raccontare (regalare) la storia de Il piccolo principe (2017, di Mark Osborne).

Non si può rimanere bambini tutta la vita. Una giovane creatura è pronta al grande passo. Istruita a dovere dalla mamma in carriera, la piccola è pronta per il test d’ingresso alla prestigiosissima Werth Academy. Qualcosa però non va come deve. La classica buccia di banana e arrivederci all’anno prossimo. Per non perdere tempo però, la ragazzina torna subito sui libri con un programma dettagliato al minuto. La fortuna (il caso) vuole che abbiano trovato a casa proprio nel quartiere della scuola. Una casa ancora libera “grazie” al suo strambo e chiassoso vicino.

Lui è un pazzoide anziano aviatore, ben conosciuto dalla polizia locale per i continui reclami da parte del resto degli abitanti dell’isolato. Dopo qualche iniziale e maldestro tentativo di presentarsi e fare amicizia con la ragazza, sola tutto il giorno piegata sui libri mentre la madre lavora, la scintilla della curiosità nella giovinetta inizia a far breccia. Complicate e mute equazioni lasciano spazio al contatto umano e alla storia che il vecchio le racconta, un piccolo principe conosciuto anni or sono nel deserto.

Ha inizio la storia. Uno dopo l’altro, l’aviatore gli parla di questo principino e il suo girovagare nel mondo incontrando svariati personaggi: la rosa, il vanitoso, il re, il serpente, l’uomo d’affari e la volpe. Inevitabile che durante questa fuga nella fantasia, la severa madre se ne accorga imponendo alla figlia studio, rigore e disciplina. Quanto potrà durare? Le avventure del piccolo principe sono più di un semplice racconto. Il finale però la soddisfa (…) molto poco, e complice la salute claudicante dell’aviatore, la ragazza è decisa a scoprire se il piccolo principe esista davvero. O meglio, lei ne è convinta e lo vuole trovare.

Ciò che aspetta la giovane protagonista della storia è un mondo votato all’essenzialità e alla produttività, dove l’infanzia è un male da debellare il prima possibile. Ma chi è quel giovane dalle sembianze allungate così “piccolo-principesche”? Forse a questo mondo tutti scegliamo di arrenderci in un particolare momento della nostra vita e in pochi decidiamo di riprendere il controllo della nostra missione e trasformare l’oscurità in un cielo stellato. Anche solo per pochi attimi. Anche solo per un secondo per cambiare per sempre il corso della nostra vita.

Un tempo bollati come "catoni animati" per bambini, oggi l'animazione è un business che fa gola a quella generazione di 30-40enni cresciuti coi suddetti. Attori e attrici di livello internazionale poi si contendono le voci dei protagonisti. Non fa eccezione Il piccolo principe di Mark Osborne) la cui versione originale propone un cast da paura, a cominciare dai premi Oscar Jeff Bridges (La leggenda del re pescatore, Il grande Lebowski, Crazy Heart) e Marion Cotillard (Un'ottima annata - A good year, Le vie en rose, Allied - Un'ombra nascosta), rispettivamente l'aviatore e la rosa.

Rachel McAdams (Mean Girls, State of Play, Il caso Spotligh) invece è la mamma mentre a James Franco (Milk, Spring Breakers, The Disaster Artist) è toccato l'onore di essere la volpe. Il serpente è stato affidato a Benicio del Toro (21 grammi, Che - Guerriglia, Sicario), il signor Principe è "interpretato" da Paul Rudd (A cena con un cretino, Facciamola finita, Ant-Man) e infine Paul Giamatti (Sideways - In viaggio con Jack, La versione di Barney, Le idi di Marzo) è il gelido esaminatore.

Ancor più imponente il cast dei doppiatori italiani, a cominciare dalle voci della mamma, l'aviatore e la volpe, rispettivamente "vocalizzati" da Paola Cortellesi (Nessuno mi può giudicare, Un boss in salotto, Gli ultimi saranno gli ultimi), Toni Servillo (Il divo, Il gioiellino, La grande bellezza) e Stefano Accorsi (Santa Maradona, Veloce come il vento, Fortunata).

Dopo essere stati marito e moglie nel divertente Il nome del figlio, Micaela Ramazzotti e Alessandro Gassmann si sono ritrovati nel mondo dell'animazione parlando "nel nome" della rosa e il serpente. A chiudere il cast "Principesco": il vanitoso ha la tonalità del simpatico Alessandro Siani (Benvenuti al Sud, Il principe abusivo, Mister Felicità), il re è lo stralunato Pif (La mafia uccide solo d'estate, In guerra per amore) e l'uomo d'affari è l'imponente Giuseppe Battiston (Zoran il mio nipote scemo, Pitza e datteri, Perfetti sconosciuti).

Ci sono lungometraggi animati come L'era glaciale (2002) che basta una visione (e una lacrima) per entrarci in eterna sintonia. Ci sono altri come Il piccolo principe che hanno bisogno di qualcosa di più per carpirne davvero l'anima. Magari il deciso suggerimento (ispirazione) di un'amica lontana e così guadagnarsi la propria immortale fetta di presente. Il piccolo principe era lì, che attendeva senza chiedere. Il piccolo principe mi stava aspettando. Un giorno all'improvviso è sbocciato. Un giorno all'improvviso ho cominciato a guardare la sua storia.

Anch'io come la giovane protagonista sono stato e sono molto impegnato, solo davanti al computer la lavorare tutto il giorno ma ogni volta che mi sedevo a tavola, eccomi rituffarmi per qualche minuto nella fantasia de Il piccolo principe. In effetti a ben guardare non ero proprio solo. In effetti, a ben sentire (dentro) non ero assolutamente solo. Durante la visione un principino venuto da lontanissimo è sempre stato accanto a me. Durante l'intervallata visione de Il piccolo principe una piccola creatura era lì, vicino a me. Fantasia o realtà? La risposta è dentro ciascuno di noi. La risposta per il sottoscritto è qui davanti a me.
...
E qui sarebbe dovuta finire la recensione ma qualcosa di straordinario è accaduto. Qualcosa che va oltre l'inimmaginabile. Un paio d'ore circa prima della pubblicazione, mentre attraversavo la provincia di Lucca, a ridosso dell'incantevole borgo di Barga (non a caso insignito della bandiera arancione) dove ero diretto, in pieno giorno una volpe mi ha attraversato la strada. Fortuna che non ero io al volante e così ho potuto esternare tutta la meraviglia senza rischiare di fare un incidente. Parafrasando le parole del manager Billy Beane in Moneyball - L'arte di vincere, "Come si fa non essere romantici con la Vita quando la magia della realtà supera perfino la fantasia de Il piccolo principe?

Il trailer de Il piccolo principe
A pranzo con Il piccolo principe © Luca Ferrari
Panoramica dal Duomo di Barga (Lu) © Luca Ferrari

mercoledì 4 ottobre 2017

Sebastiano Riso, dagli al frocio!

Venezia74, il regista Sebastiano Riso © La Biennale foto ASAC
Vile aggressione omofoba ai danni del regista Sebastiano Riso. Basta con le mobilitazioni, è ora di scrivere e fondare una nuova cultura dell'essere umano.

di Luca Ferrari

“Lei è omosessuale? Su, avanti, risponda alla domanda... Lei è una checca? Lei è un finocchio, un pederasta, un invertito, un piglia-in-culo? Lei è un apri-chiappe, un ossobuco? Avanti, risponda alla domanda... Lei è o non è un gay?!?”. Tuonava così esausto e arrabbiato l'avvocato Miller (Denzel Washington) nel drammatico Philadelphia (1993, di Jonathan Demme). A distanza di più di 20 anni assistiamo ancora alla discriminazione contro gli omosessuali, anzi peggio, la bruta violenza.

Basta, basta con le parole di circostanza. Basta davvero. È ora e tempo di cambiare questa società sempre più (am)mal(i)ata di violenza. L'ultimo caso, il regista siciliano Sebastiano Riso (Più buio di mezzanotte, Una famiglia). Nessun vicolo buio. Luogo dell'agguato, l'androne di casa propria. Calci, pugni e insulti. Degno risultato di una cultura ancora capace di rimpiangere il fascismo e annesso macho-proselitismo.

La violenza omofoba così come quella domestico-taciuta sulle donne è un problema endemico di questa nazione. Continuare a negarlo significa alimentare tutto questo clima ed essere ugualmente criminali. Loro intanto se la spassano. Loro, i fieri maschi italici. "Prendi a pugni il frocio. L'invertito. Menalo per bene e poi vantati con i tuoi amici retrogradi. Quella checca di merda l'ho pestata per bene”. Eh si, funziona così. Adesso potete andare in giro soddisfatti.

Passano gli anni, si fanno campagne nazionali, ci si mobilita in piazza ma il problema resta. Tutto questo non serve più. Non è abbastanza. Si scalfisce la crosta. A scuola e in famiglia si continua a portare avanti un'idea sballata. Essere omosessuale non è e non deve essere  un problema. Non nel 2017. Ed è ora che tutti ci sentiamo coinvolti perché nostro figlio potrebbe essere gay o magari il suo compagno di banco, e come ci comporteremo allora? Ci volteremo dall'altra parte o avremo il fegato di dire la nostra?

Nel drammatico Una famiglia (2017), film presentato a Venezia74, con protagonisti Micaela Ramazzotti (Il nome del figlio, Ho ucciso Napoleone, La pazza gioia), Patrick Bruel e la giovane Matilda Veloce come il ventoDe Angelis, il regista siciliano accende la telecamera sulla questione dell'utero in affitto in Italia. Una nazione tragicamente incapace di confrontarsi con la realtà contemporanea, preferendo nascondersi dietro una cultura retrograda di comodo. Gli etero non sono gli unici che cercano vie alternative quando non possono avere figli. Anche gli omosessuali, uomini e donne. Ma questo per molti è intollerabile.

Durante il pestaggio infatti, al regista catanese classe '84 è stata ben rimarcata questa sua attenzione cinematografica condita ovviamente da insulti variegati. Riso se l'è cavata (si fa per dire) con una contusione della parete toracica addominale e un trauma allo zigomo con edema alla cornea. Ecco l'Italia, ancora ignorante e succube di logiche politico-ecumenali per le quali il gay non è un omosessuale, è uno schifoso e come tale va punito quando capita.

Il cinema, un film, un articolo o una presa di coscienza collettiva dopo un fatto di cronaca non sono la risposta né la soluzione al problema dell'omofobia. E fino a quando il partito di turno avrà paura di perdere voti schierandosi a favore degli omosessuali, non ci sarà niente da fare. I genitori nelle scuole protesteranno quando nei libri ci saranno racconti incriminati. E allora andiamo avanti così, tanto finché è un frocio o un ricchione a prenderle, chi se ne frega. Dentro la nostra fierezza di etero o gay-nascosto frustrati, alla fine lo pensiamo tutti uguali: gli sta bene!

Philadelphia, il discorso dell'vvocato Miller

Venezia74 (da sx): Sebastiano Riso, Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel © La Biennale foto ASAC 

il regista Sebastiano Riso sul red carpet della 74° Mostra del Cine,a © La Biennale foto ASAC
Venezia74 (da sx): Sebastiano Riso, il direttore del festival Alberto Barbera,
Micaela Ramazzotti, Patrick Bruel e Matilda De Angelis © La Biennale foto ASAC
 

mercoledì 1 giugno 2016

Lacrime di pazza gioia

La pazza gioia - Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti)
Cicatrici. Letti di rottura. Cuore, consapevolezze e due occhi che ti stringono. Fragili esistenze in lotta per la propria normalità. La pazza gioia (2016, di Paolo Virzì).

di Luca Ferrari

Tumulto. Silenzio. Dolore. Egoismo. Ricerca. Carezze. Abbandono. Finzione. Calore. Beatrice e Donatella sono compagne di stanza nella comunità terapeutica di Villa Biondi. Non c’è nulla che le accomuni a parte un’anima ferita. C’è chi la nasconde e chi ne è vittima. Le troppe albe sospese del mondo attendono di proseguire il cammino. La vita, quella lì, oggi non è ancora una voluminosa dichiarazione d’indipendenza. Bisogna uscire dagli schemi. Per alcune creature il ricominciare a vivere è qualcosa che non tutti potranno davvero capire. Candidato a 10 Nastri d'argento, Paolo Virzì dirige La pazza gioia (2016).

Nel verde della campagna toscana donne affette da variegati disturbi mentali e/o socialmente pericolose cercano il proprio equilibrio. Voce fuori dal coro, l’invadente e logorroica Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi), condannata a più riprese per truffe. Parla sempre lei. È instabile e ancora convinta di essere chissà quale nobildonna. È spocchiosa e saccente. All’arrivo della nuova paziente, Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti), subito l’avvicina travolgendola di aneddoti personali.

Beatrice è un fiume in piena. È ossessiva. Spara-giudizi. Si crede meglio degli altri, o comunque di tutti i presenti. Non prende nemmeno in considerazione la lontanissima possibilità di aver sbagliato qualcosa. Donatella al contrario parla quasi a monosillabi. È stranita. Ha cicatrici sulle braccia. Quando c’è da lavorare nell’orto, lo fa in modo egregio a differenza della sua neo-compagna di stanza che da sotto l’ombrellino da gran dama dispensa l’ennesima lezione su cosa e come si fa.

Ed è proprio di ritorno da una queste incursioni agresti che causa il ritardo del pulmino della Villa, Beatrice con sottobraccio Donatella abbandona il gruppo e s’invola verso il primo autobus in arrivo, destinazione capolinea, libertà, pazza gioia o chissà cos’altro ancora. Le due donne iniziano così davvero a conoscersi ma sarebbe riduttivo parlare di mera conoscenza. Se Beatrice è alla ricerca del benessere perduto, Donatella ha un solo e unico grande desiderio: rivedere il proprio figliolo dato in adozione e chissà, magari ricominciare anche a stare bene.

La pazza gioia non è ciò che ci si potrebbe aspettare. Thelma & Louise (1991, di Ridley Scott)? Ragazze interrotte (1999, di James Mangold)? Lasciate perdere, la sola cosa in comune tra La pazza gioia (2016, di Paolo Virzì) e le due celeberrime pellicole americane è il sesso delle due principali protagoniste. Più similitudini semmai con il “maschile” 4 pazzi in libertà (1989, di Howard Zieff con Michael Keaton e Christopher Lloyd), dove gli instabili fuggiaschi sono decisi “in un modo o nell’altro” a rimettere qualche casella a posto, a cominciare (magari) dalle rispettive feli-identità.

Presentato in anteprima al Festival di Cannes 2016 nella sezione "Quinzaine des Réalisateur", La pazza gioia è molto più complesso e semplice di quanto possa far apparire il trailer. Paolo Virzì (Ovosodo, Tutta la vita davanti, Il capitale umano) non si limita a dirigere due bravissime attrici e a cospargerle di comprimari. Ogni elemento ha il proprio posto. Caotico ed armonioso. È un'orchestra. La vita nella casa di cura. I riti cattolici come parte del lento scandire temporale. Il personale diviso tra gli accoglienti Fiamma Zappa (Valentina Carnelutti), psicologa, e il direttore della struttura Giorgio Lorenzini (Tommaso Ragno), opposti al più rigido Torregiani (Sergio Albelli). La folla della movida toscana. Le dinamiche familiari delle due protagoniste. I dialoghi. I sassi lenitivi scagliati(si) contro-addosso.

Mi capita spesso di prestare attenzione se il film che sto vedendo, e soprattutto che recensirò, sia stato riconosciuto “d’interesse culturale nazionale”. La pazza gioia è stato ritenuto tale, scelta che condivido e si spiega facilmente viste le numerose tematiche umane affrontate. L'esatto contrario del tanto decantato Lo chiamavano Jeeg Robot, follemente pluri-premiato ai David di Donatello 2016, e il cui unico contributo è quello di aver dimostrato quanto l'Italia sia ancora succube dei trend d'oltreoceano spacciandoli poi per chissà quale originalità del Bel paese.

Valeria Bruni Tedeschi (Baciami ancora, Viva la libertà, Il condominio dei cuori infranti) è “meravigliosamente” odiosa nel suo essere sopra le righe. Il ritratto del suo personaggio che ne offre la madre (Marisa Borini) è una folata d’aria fresca nella dirompente e cafonesca afa che impone. Il mondo dice qualcosa ma lei accetta solo ciò che vuol sentire. I suoi lunghi capelli secchi soffocano lo spettatore facendogli desiderare (implorare) che stia un po' zitta.

Micaela Ramazzotti (La prima cosa bella, Il nome del figlio, Ho ucciso Napoleone) al contrario è un cucciolo smarrito. Smagrita. Sfregiata. Ha un cuore che va protetto. Ha un amore che il mondo gli deve riconoscere. Ha un cuore che devono aiutare a far continuare a battere, ma allo stesso tempo "si deve aiutare da sé", come gli dice babbo Floriano (Marco Messeri), un tempo pianista di Gino Paoli e ora oberato dai debiti e costretto a serate revival per sbarcare debolmente il lunario.

Ogni film visto è sempre un’esperienza a se stante. La pazza gioia (2016, di Paolo Virzì) rappresenta una di quelle rare esperienze capaci di andare oltre il facile entusiasmo recensivo, toccando tasti interiori le cui coperte bruciacchiate talvolta si fa fatica a rimuovere per paura di non sentire più un certo tipo di contatto comunque protettivo. Non c’è corsa liberatoria. Non c’è rivincita degli ultimi in La pazza gioia. C’è un'intensa storia umana.

Ogni film vis(su)to ha la propria finestra nel mondo reale, la propria identificazione. La pazza gioia (2016, di Paolo Virzì) per me resterà sempre le lacrime sincere di una giovane donna nella sala veneziana del cinema Giorgione in una stramba giornata primaverile contesa tra nubi, raggi di sole e improvvisi scrosci di pioggia. Un essere umano carico e allo stesso tempo espressione di ogni sfaccettatura della vita alla cui immortalità delle sue commosse emozioni auguro di vivere oggi e per sempre un po’ di sana (la) pazza gioia.

Una clip de La pazza gioia

La pazza gioia - Donatella (Micaela Ramazzotti) e Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi)
La pazza gioia - Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e Donatella (Micaela Ramazzotti)

mercoledì 4 febbraio 2015

Il nome del figlio, odissea nell'oblio

Il nome del figlio - Claudio (Rocco Papaleo) e Simona (Micaela Ramazzotti)
Il massacro relazionale italiano è servito a cena tra frustrazioni, segreti e rabbiose verità. Il nome del figlio (2015), gran burattinaia cerimoniale Francesca Archibugi.

di Luca Ferrari

Una serata come tante tra quattro vecchi amici e l'ultima arrivata si trasforma in un afoso nugolo di rancori e segreti rivelati, lasciando libero e rabbioso campo a inevitabili pensieri-preconcetti che da prassi non vengono mai sbattuti volgarmente in faccia al diretto/a interessato/a. Soffiano Idee(ologie) differenti, ma non abbastanza separatiste per cedere all'oblio collettivo o quanto meno alla propria onestà umana. Uno scherzo a oltranza ed ecco che l'apparente quiete borghese si fa più utopica di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Tratto dalla piece teatrale Le Prénom di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, Francesca Archibugi dirige Il nome del figlio (2015).

Fragile e incurante delle più tragiche conseguenze del proprio operato, l'uomo è ciò che dice e costruisce. Il silenzio rimbomba come l'eco mortale di quelle tangenti intascate per risparmiare sulla solidità degli argini fino all'esondazione dei fiumi, e con tutto ciò che ne consegue. Per l'essere umano non c'è via di mezzo tra l'ipocrisia e la rabbia urlata. Non esiste confronto senza scontro emorragico. Nella quotidianità intellettual-borghese de Il nome del figlio va in scena il più tipico massacro italiano

Paolo Pontecorvo (Alessandro Gassmann) lavora nel campo immobiliare. È sposato con Simona (Micaela Ramazzotti) e stanno per avere un figlio. Quest'ultima, molto sempliciotta e provinciale, ha appena pubblicato un libro dal notevole successo commerciale. La coppia è attesa a cena da Betta (Valeria Golino), sorella di Paolo, e il marito Sandro (Luigi Lo Cascio), professore universitario sinistrorso e implacabile twittatore. A chiudere il quintetto dei commensali, il musicista Claudio (Rocco Papaleo), amico storico dei Pontecorvo & family.

Dai sorrisi politicamente corretti si passa ai diti puntati ed ecco gl'infeltriti maglioni da buon salotto  ergersi su piedistalli da cui s(e)parare ciò che è buono e ciò che è sbagliato.  Dentro di sé ognuno ha il proprio dirimpettaio verso cui sfogare le proprie frustrazioni. E pazienza se l'altro sarà ferito, l'importante è dimostrare di avere ragione (Sandro), continuare a ridere sotto i baffi (Paolo), mantenere una posizione di arbitro (Claudio) o peggio, accettare passivamente tutto questo con un'area di mancata beatitudine (Betta), per far si che nessuno accenda qualche riflettore lì dove non si dovrebbe.

Betta e Simona sono agli antipodi. Donna piangente la prima, capace solo di lanciare frecciate all'ormai frigido marito ma allo stesso tempo pronta a colpire senza pietà chiunque metta in discussione il suo inesistente (e sofferente) rapporto con la madre. Simona, invece a dispetto delle sigarette aspirate senza sosta in gravidanza, è molto più materna di quanto la sua apparenza non possa far pensare. Perfetto anello di congiunzione tra le zone d'ombra e la verità di un futuro che potrebbe essere migliore se solo i protagonisti ci provassero davvero. 

Nello scorrere de Il nome del figlio non c'è tempo per le riflessioni né per capire. Nel cinema come nella vita si punta al lieto fine sommando palafitte su fondamenta su palafitte senza badare ai troppi cimiteri. Fiero della propria ideologia, Sandro passa in un attimo sul piano personale, sminuendo e aggredendo Simona per poi riavvicinarsi con un minimo abbraccio e un tiepido chiedere scusa senza riflettere sulle proprie azioni. Troppo poco. Oggi è stato Il nome del figlio (2015, di Francesca Archibugi), domani sarà di certo qualcosa d'altro. È anche così che nel mondo non cambia mai nulla. 

Il trailer de Il nome del figlio

Il nome del figlio - Paolo (Alessandro Gassman) e Sandro (Luigi Lo Cascio)
Il nome del figlio - Simona (Micaela Ramazzotti) e Betta (Valeria Golino)
Il nome del figlio - Betta (Valeria Golino) e Sandro (Luigi Lo Cascio)
Il nome del figlio - Paolo (Alessandro Gassman)