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Visualizzazione post con etichetta Stefano Accorsi. Mostra tutti i post
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lunedì 26 marzo 2018

Ti regalo Il piccolo principe

Il piccolo principe (2015, di Mark Osborne)
Mai smettere di sognare. Crescere non significa dover smettere di essere bambini. Ciao, oggi è un giorno speciale e ti voglio regalare la storia de Il piccolo principe (2015, di Mark Osborne).

di Luca Ferrari

Viaggio animato in quel presente che tutti vorrebbero far brillare nel proprio futuro. Un desiderio troppo spesso fine a se stesso perché qualcosa sempre succede. Già, cosa succede? Si diventa grandi e meno sensibili, senza più voglia di credere al proprio bambino dentro di sé. Si diventa grandi e non si guardano più le stelle. Si diventa grandi e il possesso prende il posto della meraviglia. Tratto dal romanzo omonimo, oggi ti voglio raccontare (regalare) la storia de Il piccolo principe (2017, di Mark Osborne).

Non si può rimanere bambini tutta la vita. Una giovane creatura è pronta al grande passo. Istruita a dovere dalla mamma in carriera, la piccola è pronta per il test d’ingresso alla prestigiosissima Werth Academy. Qualcosa però non va come deve. La classica buccia di banana e arrivederci all’anno prossimo. Per non perdere tempo però, la ragazzina torna subito sui libri con un programma dettagliato al minuto. La fortuna (il caso) vuole che abbiano trovato a casa proprio nel quartiere della scuola. Una casa ancora libera “grazie” al suo strambo e chiassoso vicino.

Lui è un pazzoide anziano aviatore, ben conosciuto dalla polizia locale per i continui reclami da parte del resto degli abitanti dell’isolato. Dopo qualche iniziale e maldestro tentativo di presentarsi e fare amicizia con la ragazza, sola tutto il giorno piegata sui libri mentre la madre lavora, la scintilla della curiosità nella giovinetta inizia a far breccia. Complicate e mute equazioni lasciano spazio al contatto umano e alla storia che il vecchio le racconta, un piccolo principe conosciuto anni or sono nel deserto.

Ha inizio la storia. Uno dopo l’altro, l’aviatore gli parla di questo principino e il suo girovagare nel mondo incontrando svariati personaggi: la rosa, il vanitoso, il re, il serpente, l’uomo d’affari e la volpe. Inevitabile che durante questa fuga nella fantasia, la severa madre se ne accorga imponendo alla figlia studio, rigore e disciplina. Quanto potrà durare? Le avventure del piccolo principe sono più di un semplice racconto. Il finale però la soddisfa (…) molto poco, e complice la salute claudicante dell’aviatore, la ragazza è decisa a scoprire se il piccolo principe esista davvero. O meglio, lei ne è convinta e lo vuole trovare.

Ciò che aspetta la giovane protagonista della storia è un mondo votato all’essenzialità e alla produttività, dove l’infanzia è un male da debellare il prima possibile. Ma chi è quel giovane dalle sembianze allungate così “piccolo-principesche”? Forse a questo mondo tutti scegliamo di arrenderci in un particolare momento della nostra vita e in pochi decidiamo di riprendere il controllo della nostra missione e trasformare l’oscurità in un cielo stellato. Anche solo per pochi attimi. Anche solo per un secondo per cambiare per sempre il corso della nostra vita.

Un tempo bollati come "catoni animati" per bambini, oggi l'animazione è un business che fa gola a quella generazione di 30-40enni cresciuti coi suddetti. Attori e attrici di livello internazionale poi si contendono le voci dei protagonisti. Non fa eccezione Il piccolo principe di Mark Osborne) la cui versione originale propone un cast da paura, a cominciare dai premi Oscar Jeff Bridges (La leggenda del re pescatore, Il grande Lebowski, Crazy Heart) e Marion Cotillard (Un'ottima annata - A good year, Le vie en rose, Allied - Un'ombra nascosta), rispettivamente l'aviatore e la rosa.

Rachel McAdams (Mean Girls, State of Play, Il caso Spotligh) invece è la mamma mentre a James Franco (Milk, Spring Breakers, The Disaster Artist) è toccato l'onore di essere la volpe. Il serpente è stato affidato a Benicio del Toro (21 grammi, Che - Guerriglia, Sicario), il signor Principe è "interpretato" da Paul Rudd (A cena con un cretino, Facciamola finita, Ant-Man) e infine Paul Giamatti (Sideways - In viaggio con Jack, La versione di Barney, Le idi di Marzo) è il gelido esaminatore.

Ancor più imponente il cast dei doppiatori italiani, a cominciare dalle voci della mamma, l'aviatore e la volpe, rispettivamente "vocalizzati" da Paola Cortellesi (Nessuno mi può giudicare, Un boss in salotto, Gli ultimi saranno gli ultimi), Toni Servillo (Il divo, Il gioiellino, La grande bellezza) e Stefano Accorsi (Santa Maradona, Veloce come il vento, Fortunata).

Dopo essere stati marito e moglie nel divertente Il nome del figlio, Micaela Ramazzotti e Alessandro Gassmann si sono ritrovati nel mondo dell'animazione parlando "nel nome" della rosa e il serpente. A chiudere il cast "Principesco": il vanitoso ha la tonalità del simpatico Alessandro Siani (Benvenuti al Sud, Il principe abusivo, Mister Felicità), il re è lo stralunato Pif (La mafia uccide solo d'estate, In guerra per amore) e l'uomo d'affari è l'imponente Giuseppe Battiston (Zoran il mio nipote scemo, Pitza e datteri, Perfetti sconosciuti).

Ci sono lungometraggi animati come L'era glaciale (2002) che basta una visione (e una lacrima) per entrarci in eterna sintonia. Ci sono altri come Il piccolo principe che hanno bisogno di qualcosa di più per carpirne davvero l'anima. Magari il deciso suggerimento (ispirazione) di un'amica lontana e così guadagnarsi la propria immortale fetta di presente. Il piccolo principe era lì, che attendeva senza chiedere. Il piccolo principe mi stava aspettando. Un giorno all'improvviso è sbocciato. Un giorno all'improvviso ho cominciato a guardare la sua storia.

Anch'io come la giovane protagonista sono stato e sono molto impegnato, solo davanti al computer la lavorare tutto il giorno ma ogni volta che mi sedevo a tavola, eccomi rituffarmi per qualche minuto nella fantasia de Il piccolo principe. In effetti a ben guardare non ero proprio solo. In effetti, a ben sentire (dentro) non ero assolutamente solo. Durante la visione un principino venuto da lontanissimo è sempre stato accanto a me. Durante l'intervallata visione de Il piccolo principe una piccola creatura era lì, vicino a me. Fantasia o realtà? La risposta è dentro ciascuno di noi. La risposta per il sottoscritto è qui davanti a me.
...
E qui sarebbe dovuta finire la recensione ma qualcosa di straordinario è accaduto. Qualcosa che va oltre l'inimmaginabile. Un paio d'ore circa prima della pubblicazione, mentre attraversavo la provincia di Lucca, a ridosso dell'incantevole borgo di Barga (non a caso insignito della bandiera arancione) dove ero diretto, in pieno giorno una volpe mi ha attraversato la strada. Fortuna che non ero io al volante e così ho potuto esternare tutta la meraviglia senza rischiare di fare un incidente. Parafrasando le parole del manager Billy Beane in Moneyball - L'arte di vincere, "Come si fa non essere romantici con la Vita quando la magia della realtà supera perfino la fantasia de Il piccolo principe?

Il trailer de Il piccolo principe
A pranzo con Il piccolo principe © Luca Ferrari
Panoramica dal Duomo di Barga (Lu) © Luca Ferrari

sabato 27 maggio 2017

Fortunata, storie di ordinaria periferia

Fortunata - il volto segnato di Fortunata (Jasmine Trinca)
L'ormai abusata provincia italiana. I luoghi comuni umano-sociali. Presentato a Cannes, Fortunata di Sergio Castellitto esalta gli attori protagonisti, molto meno la storia.

di Luca Ferrari

La donna abbandonata, madre single e decisa a svoltare la propria vita. L'amico omosessuale sensibile con la madre attrice. La figlia arrabbiata. L'ex-marito volgare e violento. Lo psicologo che s'innamora della paziente. Grandi e singole interpretazioni a parte, la storia di Fortunata (2017, di Sergio Castellitto con sceneggiatura di Margaret Mazzantini) è un collage di luoghi comuni. Presentato nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2017, è ora uscito anche sul grande schermo italiano.

Fortunata (Jasmine Trinca) è una combattiva parrucchiera. Insieme all'amico tatuatore Chicano (Alessandro Borghi) corre su e giù per Roma con la speranza di poter finalmente aprire un proprio salone, dando così una svolta alla propria vita e quella della figlioletta Barbara (Nicole Centanni). Nel frattempo Fortunata lavora in nero, andando di casa in casa a fare i capelli. Per farlo, è costretta a lasciare la piccina nei centri estivi gestiti dalle suore, cosa molto poco gradita dalla bambina.

A mettere veleno nella sua esistenza riaprendo le ferite del passato, l'ex-marito Franco (Edoardo Pesce). Sebbene non ancora divorziati per la legge, non vive più sotto lo stesso tetto. È arrabbiato con Fortunata. È manesco. Ogni volta che si presenta a casa la obbliga a rapporti sessuali forzati. Lei subisce. Non può scappare. Chicano, residente al piano inferiore con l'anziana madre malata di Helzheimer, Lotte (Hanna Schygulla), sente ma non agisce mai.

All'ennesimo incontro-scontro tra Fortunata e Franco, viene deciso che Barbara debba sottoporsi a un periodo di sostegno psicologico, e così viene accolta dal dott. Patrizio (Stefano Accorsi). Inizialmente snobbato, l'uomo inizierà a rivestire una figura sempre più importante nella vita di Fortunata portandola a fare scelte che arriveranno a essere (quasi) controproducenti nella propria sfera affettiva.

Roma, anno 2017. Il modello economico cinese è sempre più quello dominante. L'italiano medio ex-proletario, e ora all'inseguimento dell'indipendenza, annaspa senza venirne fuori. Fa caldo. Non v'è traccia dell'elegante del centro storico. Solo condomini e luci al neon. Striature Amlodovoriante con spruzzate di Una mamma per amica in chiave "malinco-italiana", Fortunata (di Sergio Castellitto) lascia emergere tutta la bravura dei proprio interpreti, abbandonando però la strada dell'originalità.

Su tutti, lo stereotipo del gay incapace di difendere l'amica. Ogni tanto però, invece di far vedere sempre e solo stalker, sarebbe interessante mostrare anche qualche maschietto nostrano alzare le mani contro chi abusa delle donne, come faceva il ruvido cowboy Einar (Robert Redford) in difesa della nuora Jean (Jennifer Lopez) nel drammatico Il vento del perdono (2005, di Lasse Hallström). Invece no, o vittime o carnefici.

Jasmine Trinca (Il caimano, Il grande sogno, Un giorno devi andare) è un felino che si aggira nella savana di cemento. Combatte senza mai cedere alle lacrime. Forse ne ha versate abbastanza e non ha più tempo nemmeno per concedersi un po' di sconsolata tenerezza interiore. Rasato e malavitoso in Suburra (2015, di Stefano Sollima), qui capellone-barbuto e tremulo dinnanzi alla violenza. Il Chicano di Alessandro Borghi sarà di sicuro uno dei personaggi che verranno maggiormente ricordati nella carriera dell'attore romano classe '86.

Il triangolo Trinca- Borghi-Pesce è perfetto, forse anche troppo. Gli occhi della donna sono un concentrato di rabbiosa determinazione. L'amico sincero è una docile creatura. Perfetto lui: camicia aperta con pelo del petto fuori, mammà che gli stira le camice e volgare oltre modo. Pare perfino di sentire l'odore del suo alito alcolico mentre abusa della donna. In questo circolo umano fin troppo tipico del terzo millennio italiano, ecco arrivare lo psicologo, puntualmente svilito per il mestiere che fa, che non rinuncia all'ennesima sfuriata isterica tipo di Stefano Accorsi (L'ultimo bacio, Santa Maradona, Veloce come il vento).

Sergio Castellitto (Non ti muovere, In Treatment, Nessuno si salva da solo) è un regista dalle grandissime capacità e non sono certo io a scoprirlo. Ci sono film drammatici però capaci di catturarti a tal punto che a dispetto della sofferenza che continuano a far provare, vorresti ancora rivederli. Un fulgido esempio è Venuto al mondo con Emile Hirsch e Penelope Cruz, proprio da lui diretto. Non è così Fortunata. Purtroppo no.

Fortunata - il buon Chicano (Alessandro Borghi)
Fortunata - lo psicologo (Stefano Accorsi) e la piccola Barbara (Nicole Centanni)

venerdì 15 aprile 2016

Noi correremo Veloce come il vento

Veloce come il vento - Giulia (Matilda De Angelis) e Loris (Stefano Accorsi)
La famiglia De Martino è a pezzi ma continua a lottare affrontando ogni insidiosa curva della vita. Solo così potrà ricominciare a correre Veloce come il vento (2016, di Matteo Rovere).

di Luca Ferrari

Non fare una curva come fosse l’ultima, sbotta il navigato ex-campione Loris De Martino detto “il ballerino” alla giovane sorella Giulia. Scritta in questo modo potrebbe sembrare una normalissima conversazione familiare scuderia-pilota. Non è così. Dietro un casco e due cuffie c’è un intero mondo privato-provato. La pista come la vita ha le proprie insidie, e non tutti siamo/saremo in grado di gestire sbandate o trionfi. Per farcela bisogna saper osare. Fermarsi e ripartire, andando se necessario Veloce come il vento (2016, di Matteo Rovere).

Giulia De Martino (l'esordiente Matilda De Angelis) è una giovane promessa delle quattro ruote GT (Gran Turismo). L’esperto padre Mario (Giuseppe Gaiani) insieme al fido e vecchio meccanico Tonino (Paolo Graziosi) la allena. In palio non c’è solo un titolo da conquistare, ma addirittura il proprio futuro. Le cose però si complicano dopo una delle prime gare. Ecco allora risbucare dal nulla il fratello di lei Loris (Stefano Accorsi), ex-campione rally ormai diventato un magro tossicomane che vivacchia in un camper hippy insieme alla fidanzata Annarella (Roberta Mattei), anch’essa dedita all’uso di pesanti stupefacenti.

Loris si ripresenta alla porta della sua vecchia casa e l’accoglienza è al limite (inevitabile) dello scontro fisico con l’agguerrita Giulia, che a dispetto dei suoi acerbi 17 anni, è matura e più combattiva che mai. Insieme a lei c’è anche il serio fratellino Nico (Giulio Pugnaghi). Non sorride mai. Giulia è una tosta ma non può fare tutto da sola e per vincere sull’asfalto c’è bisogno di qualcuno che la guidi. Qualcuno si, e non certo un barcollante pazzoide incapace di gestire la propria esistenza senza ricorrere a qualcosa nella pipa o dentro una siringa.

Qualcosa nel DNA di Loris però è rimasto vivo. Non importa quanta schifezza si possa essere iniettato o abbia sniffato. Come l’Achille omerico rivelatosi sotto femminili spoglie dinnanzi al finto mercante Ulisse che aveva abilmente nascosto tra profumi e gioielli della virili armi, così Loris nel rivedere la sua vecchia macchina, una Peugeot 205 Turbo 16, prova qualcosa. Una scintilla. Prima il silenzio, poi ecco scalare le marce della sua anima zoppicante fino all’esplosione. Schiuma di memoria arrabbiata e dissimulato ardore di rivincita. I ricordi però non bastano. C’è bisogno di (ri)premere l’acceleratore della vita.

Volaaaaaaaaaaaaaaaaaaa, grida Loris a Giulia. Lo ammetto, alla prima visione del trailer di Veloce come il vento, quell’urlo mi aveva ingannato, risvegliandomi parallelismi “Ultimo-bacieschi”. Niente di più sbagliato. Il Loris De Martino di Stefano Accorsi è un personaggio a tratti Chaplinesco e commovente. È un tossicodipendente ma con un cuore sgangherato e due occhi sinceri che paiono spesso sul punto di fermarsi in un liberatorio box di lacrime. Un po’ anarchico Jack Sparrow. Un po’ emaciato Kurt Cobain senza rock (ma sfrecciare sulle strade non è poi così diverso dal graffiare una chitarra), e quel tuffo in piscina con inquadratura acquea pare quasi un tributo alle session fotografiche dell’album Nevermind (1991) dei Nirvana di cui Kurt era il leader.

All’ennesimo scontro con Giulia, la sua figura raggiunge l’apoteosi. Loris è lì. Solo. Ripiegato sulle gambe. I capelli sporchi come pesanti liane confuse e oleose. È lì, abbattuto. Miserabile e senza nessuno al proprio fianco. Sconfitto nella vita e nei sentimenti. Non è solo la sceneggiatura originale di Rovere a esaltare Stefano Accorsi (Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Santa Maradona, Saturno contro), è anche l’attore bolognese a portare su un altro piano la pellicola con un’interpretazione di cui si parlerà per molto tempo e su cui ogni futuro loser del cinema italiano, motorizzato o meno che sia, si dovrà confrontare.

Loris è il protagonista e allo stesso tempo non lo è. C’è la presenza fondamentale di Nico, quasi un grillo parlante di poche parole che dialoga con il proprio sguardo “occhialuto”. La sua seria innocenza non moralizza né giudica, però ti (lo) osserva e la giovanissima età saprà lasciare il segno sulle difficoltà della vita. Giulia è più standard nel suo essere adolescente matura. È una formica nel mondo degli adulti ma senza gli estremismi/isterismi esasperati di quell’età. Dice di no a Ettore Minotti (Lorenzo Gioielli), patron della scuderia rivale. Per scelta/necessità, sa che sta bruciando molte tappe.

Liberamente ispirato alla vita del pilota di rally Carlo Capone, Veloce come il vento è un film inedito nel panorama italiano. Le tentazioni di andare a sbattere sul guardrail del melodramma c’erano tutte. Matteo Rovere però è di un’altra generazione, e si vede. La sua storia s’inserisce a pieno titolo in quel filone di perdenti & riscatto, in stile Le riserve (2000, di Howard Deutch) o Hardball (2001, di Brian Robbins) ma con il giusto approccio nostrano (romagnolo).

I paragoni con i vari Rush (2013, di Ron Howard) e la saga di Fast & Furious si sono sprecati, ma aldilà del fattore quattro ruote, è più The Fighter (2010, di David O. Russell) ad avvicinarsi a Veloce come il vento. Anche lì un fratello maggiore tossico (Christian Bale smagrito, premio Oscar con questo ruolo) e uno minore (Mark Wahlberg) che lotta per riuscire dove l’altro non è mai arrivato. I protagonisti del film di Rovere sono una realtà a parte in cui le passerelle familiari sfidano le tante botole del loro cammino, speranzosi/decisi-incerti a iniziare un nuovo percorso. Trovando un modo nuovo di correre ed essere si, vacca boia!, veloci come il vento. Puntando diritti verso la linea del traguardo.

Veloce come il vento, Loris (Stefano Accorsi) prende le cuffie

Veloce come il vento - Loris (Stefano Accorsi) e Giulia (Matilda De Angelis)
Veloce come il vento - Tonino (Paolo Graziosi), Loris (Stefano Accorsi) e Nico (Giulio Pugnaghi)

venerdì 13 luglio 2012

Santa Maradona, l'urlo contro il precariato

Mondiali USA 1994 - Maradona (Argentina) segna alla Grecia
Stefano Accorsi e Libero De Rienzo tra precariato e tentativi di riscossa. Era il 2001 di Santa Maradona (di Marco Ponti) ma oggi è peggio di allora.


Sono già passati 11 anni dal film di Marco Ponti con protagonisti Stefano Accorsi e Libero De Rienzo, e quella dimensione tragico-lavorativa di Santa Maradona avanza imperterrita, anzi è aumentata a livelli inaccettabili. Lo squallido teatrino della politica più mediocre prosegue per la propria strada di privilegi e comunicati da banditori medievali, spartendosi e gozzovigliando con quel poco di midollo che ancora ribolle nei deserti putrefatti delle nostre speranze.

Eccomi qua. Nel cuore del secondo decennio del terzo millennio. Dovrei essere al top dell’energia fisica e mentale. Non è così. Sulle spalle e dentro i miei occhi sento il fallimento di ogni ideologia possibile e immaginabile. Molti miei coetanei hanno già messo al mondo dei figli. Scelte coraggiose. Farli venire in questo mondo allo sfascio totale è davvero una scelta audace. 

Sono un 35enne che cerca di cavarsela ma che non ha smesso di pensare in grande e guardare oltre ogni orizzonte. Ho smesso di ascoltare i telegiornali. Ho scelto di non seguire più la politica internazionale. Non vado in giro a dire che comunque sono soddisfatto se arrivo all’ultimo atto e poi faccio una figura barbina. Non so dove andrò.

Santa Maradona è un film uscito nel 2001 quando parole come “precariato” e simili non erano così sulla bocca di tutti. Andrea (Stefano Accorsi) è un giovane alla ricerca di un impiego. Fa colloqui. Come vuole la maggior parte della prassi italiana, la maggior parte delle domande non ottiene nemmeno risposta. 

Quei pochi che si prendono la briga di rispondergli, alle volte lo sbeffeggiano pure. Lo fanno venire per ignorarlo. Lo fanno venire per sbattergli in faccia la realtà che nella loro azienda tanto non c’è posto per lui. E Andrea che fa? Torna mesto a casa che divide con l'amico fraterno Bart (Libero De Rienzo). Cerca una strada che non offenda la sua dignità di Essere Umano. Uno stupido essere umano, si. Assolutamente. Perché accettare tutto questo è da folli. Ma non è una messinscena per arrivare a un fine. Magari lo fosse.

Seguendo la logica Gaberiana, dovrei alzare il sipario e fischiettare la frase incerottata - io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono? -. Per niente. Non è così per me. E adesso?, chiede uno sconsolato Bart ad Andrea. Adesso proviamo a sistemare le cose, risponde e i due giovani scattano in piedi dal divano. Il film finisce così. Con un loro salto verso il futuro. E forse la chiave di volta è proprio lì. Saltare.

Diego Armando Maradona è stato uno dei più grandi talenti sportivi, e allo stesso tempo uno dei suoi peggiori esempi. Veder inneggiare chi ha bleffato in più di una occasione è allucinante e diseducativo. C’è chi ha atteggiamenti sconvenienti e viene letteralmente “scarlattato” per il resto della propria carriera, anche solo per sospetti o accuse le cui vicende giudiziarie hanno lasciato molti dubbi, su tutti il ciclista Marco Pantani o il corridore Alex Schwazer, e chi fa un gol di mano e viene coccolato da tutta l'ipocrita stampa sportiva parlando addirittura di "mano di Dio". 

Eppure, pur provando tutto questo, innesco un controsenso personale. Mondiali USA ’94. Il 21 giugno a Boston l’Argentina asfalta la Grecia nella gara d’esordio stendendola con un perentorio 4-0. Il terzo gol lo mette a segno lui, Maradona, all’epoca 34enne e dato per bollito. Una rete spettacolare di sinistro al limite dell'area. È un boato. 

Diego corre verso la telecamera indemoniato. Ha gli occhi spiritati. In quell’urlo liberatorio c’è tutta quella rabbia che ci dicono di mettere da parte. Che tanto non ne vale la pena. Nella partita successiva vinta contro la Nigeria, dopo un controllo antidoping, verranno trovate tracce di efedrina nelle urine del calciatore argentino. Cala il sipario su Maradona. In questo momento non m’interessa tutto ciò. Guardo e riguardo quell’urlo indemoniato. Contro tutto e tutti. Fermo immagine. 

 Santa Maradona, il trailer

Santa Maradona - (da sx) Andrea (Stefano Accorsi), Dolores (Anita Caprioli),
Bart (Libero de Rienzo) e Lucia (Mandala Taydes)
Santa Maradona (2001) - Andrea (Stefano Accorsi) e Bart (Libero De Rienzo)