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giovedì 25 febbraio 2016

Potevi essere tu Il caso Spotlight

Il caso Spotlight - una vittima degli abusi della Chiesa
Sacerdoti abusavano di minori. La Chiesa li coprì. La città tacque. Un’inchiesta del Boston Globe rivelò l'atroce verità al mondo. Il caso Spotlight (2015, di Tom McCharty).

di Luca Ferrari

“Potevo essere io, potevi essere tu…” inveisce l’esausto-arrabbiato reporter del Boston Globe, Michael Rezendes, dinnanzi a una scoperta allucinante. I piani alti della Chiesa sapevano e hanno ignorato-insabbiato i costanti abusi di alcuni dei loro sacerdoti ai danni di minori. La verità adesso sta per venire a galla e sarà l’indomita stampa a farla emergere e gridarla al mondo intero. Presentato nella sezione Fuori concorso alla 72° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, è sbarcato al cinema Il caso Spotlight (2015, di Tom McCharty).

Il potere da una parte, la libera informazione dall'altra. È uno scontro impari e il verdetto è quasi sempre lo stesso. Scontato. Fatale. Ingiusto. Ci sono dei casi però in cui l'essere umano è più forte dell'interesse e allora la Storia cambia. E allora qualche vittima viene risparmiata. E allora si ha l'illusione che il mondo possa davvero mutare il proprio corso se ci sono uomini coraggiosi che si battono per esso e qualcuno è pronto a sostenerli.

Stati Uniti, 2001. Alla direzione del Boston Globe è arrivato un nuovo direttore: Marty Baron (Liev Schreiber). Non è un giornalista nativo della città come la stragrande maggioranza dei suoi colleghi ma è uno che sa il fatto suo. È pacato ma deciso. Una volta insediato incontra subito Walter Robinson detto Robby (Michael Keaton), caporedattore del team investigativo Spotlight, a cui sottopone l’idea di occuparsi di qualcosa che il giornale fin’ora aveva trattato con blanda superficialità: la pedofilia clericale.

Supervisionato dal navigato Ben Bradlee Jr. (John Slattery), il team Spotlight è composto da Michael Rezendes (Mark Ruffalo), Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams), Matt Carroll (Brian d'Arcy James) e appunto il loro caporedattore Robby. La sfida è ardua e le porte sono in principio tutte chiuse. Bisogna incontrare persone e chiedere loro di rivivere drammi atroci. Bisogna chiedere loro di metterci la faccia e il proprio nome, facendoli così rivivere quell'incubo obbligandoli indirettamente a parlarne con famiglia e amici (forse) per la prima volta.

Ma se le vittime sono per certi versi la parte più facile da convincere, la vera battaglia la si combatte contro chi ha lasciato che ciò venisse perpetrato. E non mi riferisco solo a quegli intoccabili carnefici in tunica e ostia, ma a quell’omertà dilagante nella città di Boston dove tutti sapevano (media inclusi) ma nessuno ha fatto niente. Hanno lasciato che accadesse.

Si sono convinti che non avrebbero mai potuto intaccare un’autorità così potente come la Chiesa nella cattolicissima Boston. E ciò che è peggio, è che non sembra sfiorare nessuno l’idea che una simile violenza sarebbe potuta accadere anche a loro (cosa ben espressa da una sfuriata di Rezendes ai colleghi una volta acquisite le prove schiaccianti). Quasi a sussurrare che chi ha subito, forse se l’è cercata (tesi per altro ancora avvallata nei processi in milioni di casi di stupro).

Ed è proprio Robby a toccare con mano questa ignobile situazione. Lui, “nobile” studente in quella scuola dove accaddero un sacco di casi di violenze. Le parole attorno a lui sono quelle della mediazione. Le parole che si stringono attorno al suo collo sono quelle di una sorta di ricatto morale. Come se raccontare la verità sputtanasse la città di Boston (cosa che ricorda molto le prese di posizione sulla Mafia dell'ex-presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi), e dunque sia meglio nasconderla.

Un cast al limite della perfezione quello de Il caso Spotlight. Da una parte il sangue arruffato di Mark Ruffalo, Michael Keaton e John Slattery. Dall’altra, la quiete determinata di Liev Schreiber, Rachel McAdams e Bryan d’Archy James. Puntano alla medesima giugulare ma la forze vanno calibrate. Puntano tutti alla stessa testa di ponte e ognuno giorno dopo giorno, intervista dopo ricerca, guadagna metri su metri verso la conquista della verità. Altro pezzo del puzzle (di altissima qualità), l'istrionico Stanley Tucci, nei panni dell'avvocato Mitchell Garabedian.

Per i tanti colleghi della carta stampata (in particolare) c’è spazio anche per una sorta di romanticismo del mestiere. Dopo le tante fatiche, esterne e interiori, ecco finalmente il giorno della pubblicazione. La telecamera di McCharty si sofferma sui macchinari fino all’uscita del giornale. Ed eccolo lì Robbie, appollaiato dentro la sua automobile, a puntare i furgoni del Boston Globe traboccanti di copie pronte per essere distribuite in città e in tutto il mondo. Il suo sguardo li segue dal momento dell’uscita, come farebbe un genitore con i suoi pargoli al primo appuntamento.

Tutti siamo stati bambini. Molti di noi avranno figli eppure questa non sembra impedire alla gente di proteggere chi compie atti indegni per un uomo, e ancor di più per chi vive predicando l'amore. Una pagina nera di cronaca del terzo millennio quella raccontata dal Boston Globe (e che li valse il premio Pulitzer) che rischiò di essere inghiottita dal fumo nero del crollo delle Torri Gemelle, ma che trovò comunque la strada della pubblicazione grazie a un nugolo di appassionati giornalisti animati dal mero desiderio di far si che nessuno debba più subire una simile e umiliante violenza.

Il caso Spotlight è stato nominato per molti premi ma fin’ora ha raccolto troppo poco: il BAFTA per la Miglior sceneggiatura non originale (a Tom McCarthy e Josh Singer). Fallito l'appuntamento coi Golden Globe (zero su tre 3 nomination), agli Oscar si presenterà con 6 candidature: Miglior film, regia (Tom McCarthy), attore non protagonista (Mark Ruffalo), attrice non protagonista (Rachel McAdams), sceneggiatura originale a (Josh Singer e Tom McCarthy) e montaggio a (Tom McArdle).

Difficile che vinca le statuette più importanti. Forse una, non di più (ma che bello sarebbe se mi sbagliassi). Film così impegnati lanciano messaggi ma l'industria hollywoodiana non si può certo permettere di fomentare la “rivolta delle genti”. E noi, critica e pubblico, non possiamo certo aspettarcelo ma allora mi chiedo: dov'è la società civile? Perché l'Ordine dei Giornalist, per esempio, non ha organizzato proiezioni speciali magari con dibattito aperto al pubblico?

Caratterialmente il sottoscritto è di sicuro più un Rezendes, ma dopo questo film i Marty Baron sono diventati i miei veri modelli. A loro non basta la notizia da prima pagina. Quella serve solo a sparare un petardo nel cielo. Ai Marty Baron non interessa far rumore. Loro vogliono colpire il sistema. I Marty Baron non mandano in stampa notizie da sensazione. L'inchiostro sarà inciso solo quando si potrà colpire l'origine. Questo è grande giornalismo. Questo è il giornalismo de Il caso Spotlight (2015, di Tom Mcharty).

Il trailer de Il caso Spotlight

Il caso Spotlight - l'avvocato Garabedian (Stabley Tucci) e il giornalista Rezendes (Mark Ruffalo)
Il caso Spotlight - il team Spotlight, da sx: Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams), Walter "Robby" Robinson (Michael Keaton), Michael Rezendes (Mark Ruffalo) e Matt Carroll (Brian d'Arcy James)

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