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Visualizzazione post con etichetta Philadelphia. Mostra tutti i post
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mercoledì 4 ottobre 2017

Sebastiano Riso, dagli al frocio!

Venezia74, il regista Sebastiano Riso © La Biennale foto ASAC
Vile aggressione omofoba ai danni del regista Sebastiano Riso. Basta con le mobilitazioni, è ora di scrivere e fondare una nuova cultura dell'essere umano.

di Luca Ferrari

“Lei è omosessuale? Su, avanti, risponda alla domanda... Lei è una checca? Lei è un finocchio, un pederasta, un invertito, un piglia-in-culo? Lei è un apri-chiappe, un ossobuco? Avanti, risponda alla domanda... Lei è o non è un gay?!?”. Tuonava così esausto e arrabbiato l'avvocato Miller (Denzel Washington) nel drammatico Philadelphia (1993, di Jonathan Demme). A distanza di più di 20 anni assistiamo ancora alla discriminazione contro gli omosessuali, anzi peggio, la bruta violenza.

Basta, basta con le parole di circostanza. Basta davvero. È ora e tempo di cambiare questa società sempre più (am)mal(i)ata di violenza. L'ultimo caso, il regista siciliano Sebastiano Riso (Più buio di mezzanotte, Una famiglia). Nessun vicolo buio. Luogo dell'agguato, l'androne di casa propria. Calci, pugni e insulti. Degno risultato di una cultura ancora capace di rimpiangere il fascismo e annesso macho-proselitismo.

La violenza omofoba così come quella domestico-taciuta sulle donne è un problema endemico di questa nazione. Continuare a negarlo significa alimentare tutto questo clima ed essere ugualmente criminali. Loro intanto se la spassano. Loro, i fieri maschi italici. "Prendi a pugni il frocio. L'invertito. Menalo per bene e poi vantati con i tuoi amici retrogradi. Quella checca di merda l'ho pestata per bene”. Eh si, funziona così. Adesso potete andare in giro soddisfatti.

Passano gli anni, si fanno campagne nazionali, ci si mobilita in piazza ma il problema resta. Tutto questo non serve più. Non è abbastanza. Si scalfisce la crosta. A scuola e in famiglia si continua a portare avanti un'idea sballata. Essere omosessuale non è e non deve essere  un problema. Non nel 2017. Ed è ora che tutti ci sentiamo coinvolti perché nostro figlio potrebbe essere gay o magari il suo compagno di banco, e come ci comporteremo allora? Ci volteremo dall'altra parte o avremo il fegato di dire la nostra?

Nel drammatico Una famiglia (2017), film presentato a Venezia74, con protagonisti Micaela Ramazzotti (Il nome del figlio, Ho ucciso Napoleone, La pazza gioia), Patrick Bruel e la giovane Matilda Veloce come il ventoDe Angelis, il regista siciliano accende la telecamera sulla questione dell'utero in affitto in Italia. Una nazione tragicamente incapace di confrontarsi con la realtà contemporanea, preferendo nascondersi dietro una cultura retrograda di comodo. Gli etero non sono gli unici che cercano vie alternative quando non possono avere figli. Anche gli omosessuali, uomini e donne. Ma questo per molti è intollerabile.

Durante il pestaggio infatti, al regista catanese classe '84 è stata ben rimarcata questa sua attenzione cinematografica condita ovviamente da insulti variegati. Riso se l'è cavata (si fa per dire) con una contusione della parete toracica addominale e un trauma allo zigomo con edema alla cornea. Ecco l'Italia, ancora ignorante e succube di logiche politico-ecumenali per le quali il gay non è un omosessuale, è uno schifoso e come tale va punito quando capita.

Il cinema, un film, un articolo o una presa di coscienza collettiva dopo un fatto di cronaca non sono la risposta né la soluzione al problema dell'omofobia. E fino a quando il partito di turno avrà paura di perdere voti schierandosi a favore degli omosessuali, non ci sarà niente da fare. I genitori nelle scuole protesteranno quando nei libri ci saranno racconti incriminati. E allora andiamo avanti così, tanto finché è un frocio o un ricchione a prenderle, chi se ne frega. Dentro la nostra fierezza di etero o gay-nascosto frustrati, alla fine lo pensiamo tutti uguali: gli sta bene!

Philadelphia, il discorso dell'vvocato Miller

Venezia74 (da sx): Sebastiano Riso, Micaela Ramazzotti e Patrick Bruel © La Biennale foto ASAC 

il regista Sebastiano Riso sul red carpet della 74° Mostra del Cine,a © La Biennale foto ASAC
Venezia74 (da sx): Sebastiano Riso, il direttore del festival Alberto Barbera,
Micaela Ramazzotti, Patrick Bruel e Matilda De Angelis © La Biennale foto ASAC
 

mercoledì 15 giugno 2016

Philadelphia, sono Orlando sono gay

Philadelphia - Andrew Beckett (Tom Hanks) e l'avvocato Joe Miller (Denzel Washington)
A quasi 25 anni dal film Philadelphia, la parola gay fa ancora schifo e paura. A Orlando hanno ammazzato cinquanta omosessuali e in troppi sono rimasti in silenzio.

di Luca Ferrari

Non è cambiato nulla, anzi peggio. Ai tempi del drammatico Philadelphia (1993 di, Jonathan Demme) c'era la speranza che il mondo potesse svoltare. Progredire. Crescere. Nel 2016 gli omosessuali sono ancora froci. Nel 2016 i gay fanno ancora schifo e se qualcuno li ammazza, com'è successo domenica 13 giugno scorso a Orlando, Florida, chi se ne frega. C'è qualche pervertito in meno nel mondo. Oggi, nel 2016, gli omosessuali sono ancora troppo soli al di fuori dell'aula giudiziaria di Philadelphia.

Ad Auschwitz ci si ricorda solo degli ebrei, ma non degli omosessuali. Sterminati a centinaia di migliaia. La diffidenza che ancora oggi serpeggia verso  queste persone da molti più uomini e donne di quanto si creda è un insulto ai basilari diritti umani. Politica. Religione. Morale. Convenienza. Ignoranza. Tutto confluisce in un rifiuto di due uomini o due donne che vogliono stare insieme. Un giorno, un mese o la vita intera. Esattamente come gli eterosessuali.

Per le vittime di Parigi e Bruxelles i social network si sono riempiti di commiati, per la strage di Orlando molto e tristemente meno. Perché? Che cos'è che alla gente proprio non piace degli omosessuali? Hanno anche loro una mamma e un papà che gli vogliono bene. Anche loro hanno degli amici. Anche loro hanno paura e sorridono quando sono felici. Anche loro sono tesi quando vanno a un colloquio di lavoro. Anche loro vanno al cinema e vogliono sentirsi amati.

Cos'è, è l'atto sessuale tra due esseri dello stesso sesso che scandalizza e manda al manicomio facendo imbracciare l'arma del disprezzo, del rifiuto e come nella città americana, della violenza più assassina? Personalmente mi impressiona di più vedere guerre ignorate con innocenti morti ammazzati, ma è evidente che il sangue versato sconvolga la massa meno di una relazione omosessuale.

Il cinema ha fatto e sta facendo la sua parte, provando a sensibilizzare. Oltre al già citato Philadelphia, non si può certo dire che in tempi recenti la tematica gay sia rimasta nel cassetto. Solo negli ultimi tre anni sono usciti film importanti tra cui Carol (con Cate Blanchett e Rooney Mara), Freeheld (con Julianne Moore), The Imitation Game (con Benedict Cumberbatch e Keira Knightley), Pride (con Bill Nighy) e Dallas Buyers Club, quest'ultimo premio Oscar per il Migliore attore protagonista (Matthew McConaughey) e non protagonista (Jared Leto).

Il cinema può fare molto ma non è e non sarà mai in grado di sopperire alle carenze culturali di una nazione. In Italia ci fu il tempo in cui nei locali c'erano affissi i cartelli con l'inibizione ai meridionali (terroni). Adesso ci fa ridere. È auspicabile che la normalità un giorno avrà la meglio anche sul fronte omosessuale? E ora mi chiedo, quanta della gente che venera Steve Jobs si è mai preso la briga di approfondire la conoscenza di Alan Turing?

Nel recente (grandioso) biopic diretto da Danny Boyle su "Mr Apple", in occasione della trionfale presentazione dell'iMac, Jobs (Michael Fassbender) rende omaggio a Turing, omosessuale senza il cui genio a quest'ora marceremmo per la feccia nazista. Ma come per la violenza sulle donne, non possono essere solo le vittime a dover alzare la testa e scuotere il mondo. Senza l'aiuto degli eterosessuali e dei maschi per il taciuto e ridimensionato problema in rosa, non se ne uscirà mai. Mai.

“Questa causa non è solo sull'AIDS” arringava l'avvocato Joe Miller (Denzel Washington) nel toccante Philadelphia, “Quindi cominciamo a parlare dei veri problemi di questo processo. L'odio della gente. La ripugnanza. La nostra paura degli omosessuali. E di come questo clima di odio e paura abbia portato all'ingiusto licenziamento di questo omosessuale in particolare. Il mio cliente Andrew Beckett (Tom Hanks)”.

Era il 1993. Il computer portatile e i cellulari erano oggetti per pochi eletti. Tutto era ancora un po' rudimentale. Si scrivevano lettere a mano e si mandavano le cartoline. C'era la sensazione che qualcosa potesse progredire. Adesso possiamo conversare in tempo reale col mondo intero ma la comunicazione vera, quella è un'altra cosa. Se sono stato francese, belga, siriano, yemenita o qualunque altra vittima, perché non posso anche essere omosessuale? Sono Orlando. Sono gay. Qualcosa in contrario?

Pride (di Matthew Warchus) - Marcia per i diritti gay
Dallas Buyers Club - il redento Ron (Matthew McConaughey)
obbliga con le buone maniere a salutare il suo amico gay Reyon (Jared Leto)

Freeheld - Laurel (Julianne Moore) e Stacee (Ellen Page)