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Visualizzazione post con etichetta Helen Mirren. Mostra tutti i post
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mercoledì 17 gennaio 2018

Ella & John, romanticismo on the road

Ella & John The Leisure Seeker - i coniugi Spencer, John (Donald Sutherland) ed Ella (Helen Mirren)
La vita non è mai davvero finita se a scaldare i cuori c'è il rombo dell'amore. Presentato in concorso a Venezia74, esce domani Ella & John - The Leisure Seeker (2017, di Paolo Virzì).

di Luca Ferrari

Ella e John hanno avuto una vita intensa. Gli inevitabili acciacchi dell’età senile si fanno sentire e due figli (cresciuti) troppo ansiosi non sono esattamente l’ideale per provare a godersi gli ultimi anni delle loro esistenze. È tempo di agire. È tempo di allontanarsi. È tempo di partire per un (forse) ultimo grande viaggio d’amore. I coniugi Spencer hanno ancora tanto voglia di stringersi l’un l’altro senza stare dietro a preoccupazioni, problemi e medicine. Presentato a Venezia74, esce domani sul grande schermo Ella & John – The Leisure Seeker (2017, di Paolo Virzì).

Ella Spencer (Helen Mirren) è una donna malata, e così pure il marito John (Donal Sutherland). Sono affaticati ma non abbastanza da rassegnarsi a consegnare la propria salute e umore ai figli, dalla scarsa tempra morale. Meglio allora disfarsi di ansie e preoccupazioni. Meglio allora sfruttare le luci dell’alba salendo a bordo del vecchio camper modello Leisure Seeker, e partire per un viaggio sempre rimandato: l’isola di Key West con visita alla casa di Ernest Hemingway.

Ha inizio l’avventura. Ha inizio il road movie. Tappa dopo tappa, non senza disavventure e risate, la coppia si ferma guardando teneramente abbracciati i tanti scatti della loro vita insieme. Ella e John parlano. Battibeccano come due innamorati e poi proseguono. Si perdono e si ritrovano. Sono passati parecchi anni da quando si unirono in matrimonio ma nulla è cambiato nei loro cuori, e questa è di sicuro la conquista più grande.

Presentato in anteprima alla 74° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il regista Paolo Virzì era stato chiaro: “per dirigere questo film americano voglio solo Helen Mirren e Donald Sutherland”. Così è stato, e il risultato è un film sulla vita e la libertà. Un film che premia il coraggio di andare avanti. I due attori principali funzionano alla perfezione incarnando come meglio non si potrebbe una coppia di “vecchi” decisi a sbattere in soffitta tutti i preconcetti sull’anzianità.

Premio Oscar come Miglior attrice protagonista in The Queen – La regina (2006), Helen Mirren (State of Play, Woman in Gold, L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo) è una donna della middle class americana. Poco colta, tenera e decisa. Non è impressionata dall’abnorme cultura del marito, docente universitario in pensione sempre pronto a raccontare aneddoti e fare lezioni a chiunque incontri. Barba bianca e intelletto maestoso, Donald Sutherland (Sorvegliato speciale, JFK – Un caso ancora aperto, The Italian Job) conferisce al personaggio una tremula e maestosa eleganza.

Si viaggia. Si sogna. Ci si commuove (e parecchio). Si può vedere Ella & John – The Leisure Seeker al cinema (01 Distribution) da soli o in coppia. Si può assistere alla proiezione di Ella & John – The Leisure Seeker felici o più malinconici. Si uscirà dalla sala dopo aver visto Ella & John – The Leisure Seeker con qualche fazzoletto in meno e una consapevolezza maggiore su ciò che il cuore e la persona con cui stai passando o vorresti passare la vita, ti sanno trasmettere e spingere a osare. L’importante è non arrendersi mai e andare avanti. L’importante è amare.

Ella & John – The Leisure Seeker non è una scampagnata oltreoceano. L'attenta telecamera Virziana ci mostra anche tutto quel nugolo di attenzioni che un marito e una moglie riversano l'un l'altro. Un mosaico inconcepibile per chi ne è fuori. L'età dei capelli bianchi porta tanti problemi ma nessuno è davvero tale se a fine giornata hai accanto esattamente chi desideri. Nulla è insormontabile se nel buio della notte ti senti protetta/o.

Ella & John – The Leisure Seeker è un film delicato. La regia “sentimentale” di Paolo Virzì (Ovosodo, La prima cosa bella, La pazza gioia) carezza le corde dei nostri corpi segnati dalla vita, e allo stesso tempo riesce a condurre una narrazione senza scadere nell’inevitabile pietismo tipico del Bel paese. Paolo Virzì ci guida negli States senza nessuna ricerca esistenziale. Paolo Virzì attraversa gli Stati Uniti in camper lasciandoci nella miglior compagnia possibile, a guardare le diapositive della vita di Ella & John – The Leisure Seeker.


Il trailer di Ella & John - The Leisure Seeker
Ella & John The Leisure Seeker - i coniugi Spencer, John (Donald Sutherland) ed Ella (Helen Mirren)

venerdì 19 febbraio 2016

Il diritto d'opinione ha L'ultima parola

L'ultima parola – Dalton Trumbo (Bryan Cranston)
Potranno anche imprigionarlo per le sue opinioni e non farlo più scrivere ma alla fine sarà Dalton Trumbo ad avere L'ultima parola (2015, di Jay Roach).

di Luca Ferrari

“È stato un periodo di paura dove nessuno è stato risparmiato”. Parla così Dalton Trumbo a proposito della caccia alle streghe del Maccartismo. Lui che ha dovuto abbandonare la sua famiglia per trasferirsi in gattabuia semplicemente perché aveva delle banalissime opinioni. Trumbo parlava del Maccartismo ma avrebbe benissimo potuto essere un anti-protagonista di altre epoche, inclusa la nostra. Basato sulla biografia "Trumbo" di Bruce Alexander Cook, L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo (di Jay Roach).

Dalton Trumbo (Bryan Cranston) è uno sceneggiatore di successo. I suoi film vengono visti da milioni di persone. Qualcosa però si sta per complicare. Sono i primi anni del dopoguerra e dalla minaccia del Nazi-Fascismo, cosa che spinse molti americani a simpatizzare per il Partito Comunista (Trumbo e tanti colleghi inclusi), si passa a un periodo buio di sospetto verso i filo-rossi (ora diventati nemici dopo lo “scoppio” della Guerra Fredda) che presto comincerà a far male sul serio con la creazione di famigerate liste nere.

Trumbo è un uomo più che benestante. Vive in una bellissima casa fuori città con tanto di laghetto e cavalli. È un uomo però che parla di diritti dei lavoratori. È un uomo che si espone in prima linea sostenendo lo sciopero dei lavoratori del cinema mettendosi contro i grossi produttori cinematografici. E così, quando inizia la caccia al comunista, inevitabile che lui e altri colleghi, proprio perché visi noti, vengano subito messi al centro della vicenda.

Trumbo e gli altri 10 di Hollywood vengono obbligati a comparire in Giudizio. Il processo è una farsa. Aizzati dalla spietata Hedda Hopper (Helen Mirren), un tempo attrice e ora direttrice di una seguitissima rivista pattinata, li vogliono tutti colpevoli. In prima linea contro di loro, anche il possente John Wayne (David James Elliott). Un uomo che parla di valori americani da difendere, ma che nel corso del secondo conflitto mondiale era sul set a girare mentre il “rosso” Trumbo e altri presunti comunisti-americani, oggi minaccia per la patria, sul campo a difendere la suddetta.

"Ma chi è un comunista?" chiede la giovane figlia Niki (Madisol Wolfe), quando è ancora una bambina. Il saggio Dalton allora le dice: se tu hai il tuo piatto preferito per pranzo e vedi una tua compagna senza niente, cosa fai? "Le do un po’ del mio piatto", risponde lei. Sei sicura? Non te la mangi tutta tu? "No, insiste lei". Ecco, allora sei anche tu una comunista. Dolce spiegazione. Spiegazione semplificata di un concetto che va ben oltre il comunismo. Un modo di intendere la vita (anche) come un aiutarsi l'un l'altro.

Trumbo finirà inesorabile in galera e quando arriverà il momento del reintegro in società, chi mai gli affiderà una sceneggiatura da scrivere? Nessuno, è ovvio. Agli occhi dei suoi concittadini ormai è un traditore venduto a Mosca. Per tirare a campare la soluzione non è che una: scrivere sotto falso nome e così mantenere la famiglia. Ma non è solo il lavoro a risentirne. Trattandosi di una caccia alle streghe, Trumbo viene visto come un appestato e pertanto si merita il peggio come presto scopriranno anche i suoi stessi figli e la dolce moglie Cleo (Diane Lane).

Hollywood è una giungla, ma ciò significa che si può anche trovare chi non frega nulla dei propri interessi politici. Ed è così che Trumbo inizia scrivere a un ritmo frenetico per i fratelli King, Hymie (Stephen Root) e soprattutto il corpulento Frank (John Goodman). Quando poi il divo Kirk Douglas (Dean O'Gorman) gli chiederà espressamente di riscrivere una “epica” sceneggiatura, esponendosi in prima linea per lui, così come farà anche il celebre regista Otto Preminger (Christian Berkel), qualcosa nella macchina della censura e dell'isterismo inizierà a incrinarsi.

A differenza dei troppi idealisti che si accontentano di fare una battaglia convinti di poter cambiare il mondo con le buone azioni, Trumbo si definisce un ricco radicale scaltro come Satana. Combatte una battaglia comune ma la fa in primo luogo per se stesso e senza velleità di martirio. Vuole riprendersi ciò che è suo. Non gli basta vincere premi sotto mentite spoglie. In quella fatidica notte degli Oscar lui vuole essere protagonista perché di male né di sbagliato non ha fatto proprio nulla.

Un film importante L'ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo. Un film dove si parla di “reato d’opinione” e su cui in pochi hanno voglia di far sapere cosa ne pensano davvero. Al timone della pellicola c’è un signore che non si può certo dire sia in prima linea sul fronte del cinema impegnato (Austin Powers, Ti presento i miei, A cena con un cretino). Il suo nome è Jay Roach. A dirla tutta però, nel precedente Candidato a sorpresa (2012), già faceva la sua comparsa una critica non poco velata a quella politica americana più becera e strangolata dalle donazioni dollaresche delle avide corporation.

Strana nazione gli Stati Uniti. Tanto solerti a scendere in campo (armi incluse) e denunciare violazioni dei diritti umani ovunque nel mondo, e allo stesso tempo eccelsa nel minimizzare ciò che gli successe in casa. Dallo sterminio dei veri nativi americani alla segregazione razziale passando appunto per il Maccartismo. Un periodo nerissimo che come riporta a fine pellicola anche il film, portò alla distruzione di centinaia di migliaia di famiglie in un clima da autentico Medioevo. Numerosissimi furono anche i suicidi accertati.

Dulton Trumbo è stato uno dei tanti esiliati di Hollywood. A differenza di altri però, dopo essere finito al tappeto, si è rialzato e ha vinto il match della vita. Un uomo cui tutta l’industria cinematografica forse gli dovrebbe qualcosa, e invece a giudicare dalle nomination & riconoscimenti fin qua non ricevuti, si direbbe l’esatto opposto. Come a dire, “grazie ma la gloria è di chi si attiene al sistema e non certo a chi la pensa fuori dal gregge”.

Protagonista indiscusso del film, Bryan Cranston, un attore che in molti conoscono per il suo Walter White nella serie televisiva cult Breaking Bad. L’attore californiano classe '56 non è certo un neofita. Capo di Ben Affleck in Argo (2012), sindaco adultero in Rock of Ages (2012) senza dimenticare le tante comparsate sul piccolo schermo; di queste, epica la sua “odiosa” interpretazione in How I Met Your Mother dove per alcune puntate fu il celebre architetto Hammond Druthers, capace di progettare un grattacielo a forma di pene.

Co-protagonisti di altissimo lignaggio, la premio Oscar Helen Mirren (malefica e odiosa) e John Goodman. Se della prima c’è ben poco da aggiungere, il secondo, già insieme a Cranston nel sopracitato Argo, continua ad aggiungere performance eclettiche alla sua lunghissima carriera. Per la serie “c’è chi aspetta un meritato Oscar da più un tempo di Leonardo DiCaprio”, constatare che il sig. Goodman (Il grande Lebowski, A proposito di Davis, Monuments Men) sia ancora a dieta stretta di Academy, è una vera e propria vergogna.

Chi non l’avesse ancora fatto, si segni sul taccuino il nome di Elle Fanning (al cinema questo mese anche nel maturo About Ray, 2015, di Gaby Dellal), qui nelle vesti della figlia cresciuta Niki. È una predestinata. Potenzialità da musa di cinema d’autore e allo stesso tempo un viso “vendibile” (La mia vita è uno zoo, Super 8, Maleficent). Sorriso dolce e bellezza raffinata ancora da esplodere (il prossimo 9 aprile compirà 18 anni). A differenza della già ridimensionata sorella Dakota, lascerà il segno nella Settima Arte.

Da oggi sono certo in molti (spero) si ricorderanno di Dalton Trumbo (1905-1976). Eppure, a guardare i film di cui ha curato la sceneggiatura, magari ci si sorprenderebbe visto che alcuni sono titoli famosissimi: da Ho sposato una strega (1942) a La più grande corrida (1956), passando per Spartacus (1960), Exodus (1960) e Papillon (1973). Il suo unico film da regista è E Johnny prese il fucile, di cui numerosi spezzoni sono stai utilizzati dalla celeberrima metal-band Metallica per il videoclip della loro canzone One.

Mi è capitato raramente di essere così emozionato all'idea di vedere un film. Lo sono stato per L'ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo (2015, di Jay Roach). Sarà perché mi ritengo più scrittore che giornalista (il mio excursus parla chiaro). Sarà perché in questi tempi contemporanei ancora molto travagliati nuovi Maccartismi sono pronti a mietere nuove vittime. E io come tanti, potrei venirne risucchiato. E io come pochi, avrei il dovere di rispondere e combattere.

Guarda il trailer di L'ultima parola
L'ultima parola – Hedda Hopper (Helen Mirren) e Dalton Trumbo (Bryan Cranston)
L'ultima parola – Kirk Douglas (Dean O'Gorman)

venerdì 23 ottobre 2015

Woman in Gold, non starò in silenzio

Woman in Gold - Maria Altman (Helen Mirren) e l'avvocato Schoenberg (Ryan Reynolds)
Umiliata dai nazisti, Maria Altmann è pronta a riprendersi ciò che è suo. Sfidando tutto e tutti. Da una storia vera, Woman in Gold (2015, di Simon Curtis).

di Luca Ferrari

“Devo tenere duro, non permetterò che mi umilino di nuovo” sussurra Maria Altmann (Helen Mirren). Scampata al Nazismo da giovane, oggi è una felice cittadina degli Stati Uniti. I demoni del proprio passato però vanno affrontati prima o poi e il suo ha le fattezze dell'amata zia Adele, ritratta da Gustav Klimt nel celeberrimo dipinto Ritratto di Adele Bloch-Bauer, detenuto a Vienna. Per Maria è tempo di riprendersi quella Woman in Gold (2015, di Simon Curtis).

Maria nasce a Vienna nel 1916. Vive insieme alla sua famiglia e i due zii. La sua placida vita però  viene ferocemente interrotta dalla brutalità antisemita del nazismo. Un'onda disumana di orrore che travolge anche l'Austria, annessa alla Germania Hitleriana il 13 marzo 1938 durante il cosiddetto Anschluss. Una triste parata della svastica salutata dagli austriaci con lancio di fiori.

Per tutti gli ebrei d'Austria ha inizio un incubo. La giovane Maria (Tatiana Maslany) e il marito  Fritz (Max Irons) scelgono la via della fuga destinazione finale Stati Uniti. Sono passati 60 anni da allora e in seguito alla morte della sorella, la donna scopre che l'Austria (in teoria) sta cominciando un'opera di restituzione delle opere sottratte dai nazisti alle famiglie ebree.

Senza chissà quali mezzi economici la sig.ra Altman decide di chiedere un consulto al giovane e non troppo esperto avvocato Randy Schoenberg (Ryan Reynolds), un amico di famiglia, nonché austriaco anch'esso di stirpe; il nonno infatti è il celeberrimo compositore. I due compiono un primo viaggio a Vienna dove capiranno che la presunta restituzione è in realtà solo un gesto per riabilitarsi agli occhi del mondo. Ad appoggiarli nella loro battaglia, il navigato giornalista Hubertus Czernin (Daniel Brühl).

Dal giorno della fuga in epoca nazista, Maria non è più tornata in Austria. Certo, il mondo è cambiato ma dentro di lei è ancora vivido il ricordo di quell'epoca di sofferenza quando fu costretta ad abbandonare tutto e tutti, a cominciare dai suoi cari e la sua casa. Maria non è più una giovinetta però sceglie di affrontare i propri demoni, quelli della peggiore specie. Quelli che sarebbe meglio lasciare nel passato. Non per lei.

Nell'anno in cui la follia dell'Isis ha cominciato a guadagnare i titoli dei giornali per le brutali azioni di morte e di cancellazione dell'arte umana, è sbarcato sul grande schermo un primo grande film sui furti artistici da parte di un esercito invasore: Monuments Men (2014, di George Clooney), con un gruppo di yankee decisi a ridare al mondo ciò che Hitler voleva tutto per sé.

Simon Curtis invece si concentrato su di un unico dipinto da cui il nome del film, la Woman in Gold di Klimt. Una storia avvincente con un Reynolds perfettamente a suo agio nel sentiero della risoluta "impacciatezza" e un Daniel Brühl (Bastardi senza gloria, Il quinto potere, Rush) sempre più sinonimo di composta qualità. Ottimi anche i comprimari Jonathan Pryce nei panni del giudice della Corte Suprema Rehnquist, e Charles Dance, il capo di Randy.

E poi ovviamente c'è lei, Helen The Queen Mirren. Come ha scritto anche la collega giornalista Alessandra De Luca sul mensile Ciak, “le battute pungenti e gli affilati dialoghi affidati alla Mirren valgono la spesa del biglietto”. Aggiungerei che in più di un'occasione, in particolar modo quando l'arroganza negazionista viennese le si mette d'intralcio, si scorge nei suoi occhi tratti d'una furia di REDiana memoria.

Maria Altmann barcolla. È decisa. Cade. S'impunta. Lei come molti altri ha subito una gravissima ingiustizia e adesso vuole giustizia. La pretende. E lo dovrà accettare anche l'ostile Dreimann (Justus von Dohnányi), deciso a tutto pur di non far volare i Klimt oltreoceano. Tutti nella vita arriviamo a un momento in cui non si può più stare in silenzio. Bisogna guardare il nemico diritto negli occhi e avanzare. Avanzare, e avanzare ancora finché il lupo non diventerà un innocuo agnellino e il mondo potrà trarre nuova ispirazione da queste gesta.

Il trailer di Woman in Gold
Woman in Gold - i giovani Fritz (Max Irons) e Maria Altman (Tatiana Maslany)
Woman in Gold - Hubertus Czernin (Daniel Brühl) e Maria Altman (Helen Mirren)
Woman in Gold - L'avvocato Schoenberg (Ryan Reynolds) e Maria Altman (Helen Mirren)
alla ricerca della verità

mercoledì 17 aprile 2013

Urgenza cinematografica Hitchcock

L. Wasserman (Michael Stuhlbarg), P. Robertson (Toni Collette) e A. Hitchcock (Anthony Hopkins)
Può davvero comprendere solo chi crea o ha inventato. Può intendere quel bisogno di urgenza solo chi osserva il mondo in costante moto perpetuo. Rielaborante. In punta di valanga. Può invadere i sensi solo a chi sente di avere un destino prima ancora della propria vita.

di Luca Ferrari

L'ex-giornalista Sacha Gervasi racconta una storia sul regista Alfred Hitchcock. E lo fa evitando d'ingrossare le fila del facile trend dei remake, ma tracciando il percorso di come nacque e si sviluppò il più grande successo del regista londinese, Psycho (1960).

La telecamera entra nel privato della vita domestica. Quella che fa emergere le debolezze del mito e aumenta il ricordo dell’uomo. Per interpretare un Maestro ci vuole un altro Maestro: Anthony Hopkins. E per ogni grand’uomo che si rispetti c’è sempre un gran donna al suo fianco (e viceversa). A incarnare impegno, preoccupazioni e intelligenza di Alma Reville, dolce metà di Hitchcock, Helen The Queen Mirren.

Le luci sul prima e durante il film. Hitchcock (2012). Chi se ne importa della linea del traguardo, adesso voglio il vedere il sudore del viaggio e Sacha esegue volenteroso. Senza sosta. Dall’incontro di Alfred, nervoso per la mancanza di un nuovo progetto, con l’omonimo romanzo di Robert Bloch al rifiuto della major Paramount di finanziare il nuovo progetto. Quindi la scelta di rischiare con il proprio denaro (ipotecando la casa) e l’inizio delle riprese. 

Gl'iniziali sguardi imponenti dell’uomo-invincibile-Alfred dinnanzi al candidato sceneggiatore, lo psicologo-dipendente Joe Stefano (Ralph Macchio) e il possibile protagonista Anthony Perkins (James D’Arcy), mitigano poi in moine ed esagerati vezzeggiamenti verso la prima attrice, la bella Janet Leigh (Scarlett Johansson). Camminano alleati di Hitchcock, la fedele segretaria Peggy Robertson (un’irriconoscibile Toni Collette) e il proprio agente Lew Wasserman (Michael Stuhlbarg).
Non c’è solo “Motore, Ciak e azione”. Gervasi chiede di più. Così, mentre il genio creativo di Alfred insegue attrici perfette e dialoga con il criminale che ispirò la stesura del libro Psycho, il serial killer Ed Gein (Michael Wincott), Alma prende le redini del film quando il marito è malato e  la Paramount vuole sostituirlo. Io voglio solo fare il mio film, dice Alfred quasi come un bambino imbronciato. 

E se Hitchcock è l’uomo che filma in attesa della gloria (che puntuale arriva), la Reville è la donna ombra. Soffre, lotta, si preoccupa e piange col marito. Eppure sembra che l’unico a rivolgerle le attenzioni che merita sia lo scrittore Whitfield Cook (Danny Huston). Alma però non è quel tipo di donna che si arrende. Vuole attenzioni. Vuole riconoscimento. E li pretende da chi ha sposato e non da qualche farfallone che spera in un aiutino per il suo ultimo libro. Alma lascia l’ingombrante (in tutti i sensi) marito godersi la fama mentre lei si ritaglia il ruolo di gregaria. 

Ma qualcosa è cambiato per sempre. Con Psycho il Maestro ha scoperto che la realtà ha superato le fantasie. In tutti i sensi.


mercoledì 3 aprile 2013

RED 2, The Best Never Rest

RED 2 - Sarah (Mary-Louise Parker), Frank (Bruce Willis) e Marvin (John Malkovich)
Stanno per tornare. I membri della squadra di ex-agenti CIA più letale e imprevedibile che mai. RED 2 (di Dean Parisot)


RED 2 (di Dean Parisot), in uscita negli Stati Uniti il 19 luglio 2013 in Italia il prossimo giovedì 8 agosto. Un sottotitolo che non lascia scampo a dubbi: The Best Never Rest, il meglio non dorme mai, e una prima immagine che dice già tutto: Boggs in shorts scozzesi e Moses con pantaloni arancioni e camicione a quadri con pistola a mano, il tutto con lo sfondo di un bidone pronto a saltare in aria.

I protagoniti sono sempre loro. Marvin Boggs (John Malkovich), Frank Moses (Bruce Willis), Victoria (Helen Mirren) e Sarah Ross (Mary-Louise Parker). Perso Morgan Freeman nel primo film e confermato il "sovietico" Ivan Simanov (Brian Cox), new entry di spessore Neal McDonough, Catherine Zeta-Jones e Anthony Hopkins. Ma cosa successe nel primo film (RED, 2010) diretto da Robert Schwentke?

L’esperienza contro la giovinezza. Commando agguerriti in mimetica e mirini agl’infrarossi contro l’astuzia. Due generazioni a confronto di agenti della CIA dove la vecchia guardia può ancora contare su un po’ di sana pazzia, istinto e la lealtà tra amici fidati. Robert Schwentke (Fightplan, Un amore all’improvviso) dirige un super cast in RED, acronimo per Retired Extremely Dangerous: lett. Ritirati estremamente pericolosi, che nella versione italiana diventa invece “Reduci estremamente distruttivi”.

Un gruppo di ex-agenti della CIA in pensione deve essere eliminato dalla nuova direzione dei Servizi Segreti poiché unici testimoni di una vecchia operazione che portò a un massacro ordito dal figlio dell’attuale vice-presidente (Julian McMahon, il cinico chirurgo plastico della serie Nip/Tuck).

Per i diretti interessati l’unica via d’uscita sembra quella di “scambiare quattro chiacchiere” con il vice-presidente stesso, molto ben voluto dal pubblico americano e in ascesa per diventare l'inquilino della Casa Bianca. 

Aldilà di alcune scene d’azione spettacolari, i veri protagonisti sono le personalità dei singoli personaggi a cominciare da Bruce Willis, primo bersaglio della cospirazione governativa, nei panni di Frank Moses, degno erede di quel mascalzone di Jimmy “Tulipano" Tudeski, da lui stesso interpretato in FBI Protezione Testimoni (2000), anche se qui meno cinico e più romantico, innamorato di Sarah (Mary-Louise Parker).

Standing ovation per l’indiscussa protagonista femminile. Prendano appunti le ventenni, trentenni, quarantenni e cinquantenni. Insomma, tutte le donne inclusa Miss Action, Angelina Jolie. Helen Mirren, 68 anni il prossimo 26 luglio, è più in forma che mai. 

La “sua” Victoria è audace. Crocerossina. Letale. Ironica. Innamorata. Impeccabile nello sparare con tacchi o scarponi. Meno imponente invece (sembra anche più basso) di quando interpretava Agamennone nel poco riuscito Troy (2004), Brian Cox, elegante e dolce col suo amore ritrovato, nei panni di Ivan Simanov, capo dei servizi segreti russi, un tempo del KGB, e acerrimo nemico della combriccola dei pensionati della CIA, ma qui alleati.

Un po’ sottotono Morgan Freeman, il morente Joe Matheson, sempre e comunque allegreo a dispetto della malattia, nonché capace di un grande gesto per la salvezza degli amici.

Il premio per il personaggio più travolgente però va al veterano Marvin Boggs (John Malkovich), curato a suon di LSD a suo tempo dal proprio governo e dunque con qualche problemino di autocontrollo. Memorabile la scena in cui corre imbottito di esplosivo verso il vice-presidente per farlo salire nella limousine, in realtà guidata dall’amico Moses. 

Cult la scena dove Boggs, con in mano un maialino di pezza pieno d’armi, viene sbeffeggiato e quasi fatto fuori da una rampante killer alle parole di: Questa è per te, vecchio! Lo scontro generazionale tra il suo pistolone e un’arma super moderna scagliatogli contro, resterà nella memoria dei cinefili per parecchio tempo, soprattutto per il suo commento finale dopo aver fatto saltare in aria l’irriguardosa nemica: Vecchio un paio di palle!

Gli anni della Guerra Fredda vissuti dai protagonisti sono ormai passati. Era una lotta anche quella, certo. Senza esclusione di colpi, con spie che passavano alla concorrenza ma con più regole e rispetto dell’avversario. Con più sentimento e onore, mentre adesso vige solo la forza bruta del potere assoluto.

Non era poi così diverso il discorso del vecchio trafficante d’armi Simeon Weisz (Ian Holm) in Lord of War (2005, di Andrew Niccol) dove si lasciava andare ai ricordi passati dinnanzi al rampante e spavaldo Yuri Orlov (Nicolas Cage). I “pensionati pericolosi” invece ce la fanno. Eliminano e non vengono eliminati. E il loro trionfo contro il sistema ci regala un po’ di speranza che in fondo i buoni, qualche volta, sono anche i più forti.

Ci si vede in sala con RED 2.

RED - l'affascinante e letale Victoria (Helen Mirren)
RED 2 (2013, di Dean Parisot)