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Visualizzazione post con etichetta Daniel Brühl. Mostra tutti i post
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venerdì 23 ottobre 2015

Woman in Gold, non starò in silenzio

Woman in Gold - Maria Altman (Helen Mirren) e l'avvocato Schoenberg (Ryan Reynolds)
Umiliata dai nazisti, Maria Altmann è pronta a riprendersi ciò che è suo. Sfidando tutto e tutti. Da una storia vera, Woman in Gold (2015, di Simon Curtis).

di Luca Ferrari

“Devo tenere duro, non permetterò che mi umilino di nuovo” sussurra Maria Altmann (Helen Mirren). Scampata al Nazismo da giovane, oggi è una felice cittadina degli Stati Uniti. I demoni del proprio passato però vanno affrontati prima o poi e il suo ha le fattezze dell'amata zia Adele, ritratta da Gustav Klimt nel celeberrimo dipinto Ritratto di Adele Bloch-Bauer, detenuto a Vienna. Per Maria è tempo di riprendersi quella Woman in Gold (2015, di Simon Curtis).

Maria nasce a Vienna nel 1916. Vive insieme alla sua famiglia e i due zii. La sua placida vita però  viene ferocemente interrotta dalla brutalità antisemita del nazismo. Un'onda disumana di orrore che travolge anche l'Austria, annessa alla Germania Hitleriana il 13 marzo 1938 durante il cosiddetto Anschluss. Una triste parata della svastica salutata dagli austriaci con lancio di fiori.

Per tutti gli ebrei d'Austria ha inizio un incubo. La giovane Maria (Tatiana Maslany) e il marito  Fritz (Max Irons) scelgono la via della fuga destinazione finale Stati Uniti. Sono passati 60 anni da allora e in seguito alla morte della sorella, la donna scopre che l'Austria (in teoria) sta cominciando un'opera di restituzione delle opere sottratte dai nazisti alle famiglie ebree.

Senza chissà quali mezzi economici la sig.ra Altman decide di chiedere un consulto al giovane e non troppo esperto avvocato Randy Schoenberg (Ryan Reynolds), un amico di famiglia, nonché austriaco anch'esso di stirpe; il nonno infatti è il celeberrimo compositore. I due compiono un primo viaggio a Vienna dove capiranno che la presunta restituzione è in realtà solo un gesto per riabilitarsi agli occhi del mondo. Ad appoggiarli nella loro battaglia, il navigato giornalista Hubertus Czernin (Daniel Brühl).

Dal giorno della fuga in epoca nazista, Maria non è più tornata in Austria. Certo, il mondo è cambiato ma dentro di lei è ancora vivido il ricordo di quell'epoca di sofferenza quando fu costretta ad abbandonare tutto e tutti, a cominciare dai suoi cari e la sua casa. Maria non è più una giovinetta però sceglie di affrontare i propri demoni, quelli della peggiore specie. Quelli che sarebbe meglio lasciare nel passato. Non per lei.

Nell'anno in cui la follia dell'Isis ha cominciato a guadagnare i titoli dei giornali per le brutali azioni di morte e di cancellazione dell'arte umana, è sbarcato sul grande schermo un primo grande film sui furti artistici da parte di un esercito invasore: Monuments Men (2014, di George Clooney), con un gruppo di yankee decisi a ridare al mondo ciò che Hitler voleva tutto per sé.

Simon Curtis invece si concentrato su di un unico dipinto da cui il nome del film, la Woman in Gold di Klimt. Una storia avvincente con un Reynolds perfettamente a suo agio nel sentiero della risoluta "impacciatezza" e un Daniel Brühl (Bastardi senza gloria, Il quinto potere, Rush) sempre più sinonimo di composta qualità. Ottimi anche i comprimari Jonathan Pryce nei panni del giudice della Corte Suprema Rehnquist, e Charles Dance, il capo di Randy.

E poi ovviamente c'è lei, Helen The Queen Mirren. Come ha scritto anche la collega giornalista Alessandra De Luca sul mensile Ciak, “le battute pungenti e gli affilati dialoghi affidati alla Mirren valgono la spesa del biglietto”. Aggiungerei che in più di un'occasione, in particolar modo quando l'arroganza negazionista viennese le si mette d'intralcio, si scorge nei suoi occhi tratti d'una furia di REDiana memoria.

Maria Altmann barcolla. È decisa. Cade. S'impunta. Lei come molti altri ha subito una gravissima ingiustizia e adesso vuole giustizia. La pretende. E lo dovrà accettare anche l'ostile Dreimann (Justus von Dohnányi), deciso a tutto pur di non far volare i Klimt oltreoceano. Tutti nella vita arriviamo a un momento in cui non si può più stare in silenzio. Bisogna guardare il nemico diritto negli occhi e avanzare. Avanzare, e avanzare ancora finché il lupo non diventerà un innocuo agnellino e il mondo potrà trarre nuova ispirazione da queste gesta.

Il trailer di Woman in Gold
Woman in Gold - i giovani Fritz (Max Irons) e Maria Altman (Tatiana Maslany)
Woman in Gold - Hubertus Czernin (Daniel Brühl) e Maria Altman (Helen Mirren)
Woman in Gold - L'avvocato Schoenberg (Ryan Reynolds) e Maria Altman (Helen Mirren)
alla ricerca della verità

martedì 5 novembre 2013

WikiLeaks, i segreti sono online

Il quinto potere - Daniel e (Daniel Brühl) e Julian Assange (Benedict Cumberbatch)
Il quinto potere (2013, di Bill Condon) apre il dibattito sull’organizzazione internazionale senza scopo di lucro WikiLeaks e il suo fondatore Julian Assange.

di Luca Ferrari

Inarrestabili cicale dei dati contro ignare formiche della spensierata condivisione. WikiLeaks per un mondo libero e trasparente. WikiLeaks inflessibile rivelatore dei segreti dei potenti della Terra. Da una parte un esercito di cyberpunk e sostenitori dei sacri diritti dell’individuo, dall’alta una democratica dittatura privato-globalizzata che monitora ogni passo digitale-telematico dei cittadini, conservando il tutto in appositi scaffali (il)legali.

Diretto dal newyorkese Bill Condon, Il quinto potere (The Fifth Estate) accende la telecamera sul giornalista australiano Julian Assange (uno straordinario Benedict Cumberbatch), ideatore e fondatore di WikiLeaks, organizzazione internazionale senza scopo di lucro che sostiene la privacy dei cittadini e la trasparenza per Governi e Corporations, pubblicando in modo integrale documenti riservati senza mai citare le fonti.

La domanda cruciale è: perché sono segreti? È giusto che la gente sia tenuta all’oscuro? E chi si arroga il diritto di decidere? Passino anche le opinioni confidenziali tra uomini di Stato (credete davvero poi che tra di sé non sappiano come si considerano?) ma quando vengono taciuti massacri, attentati o peggio? Se WikiLeaks sapesse come sono andate le cose nei cieli di Ustica o a Piazza Fontana con nomi e cognomi, chi tra gl’italiani non vorrebbe saperlo.

Il quinto potere scorre sulle montagne russe della personalità di Assange, tendente nel corso dei 129 minuti a scemare sempre più in favore del suo più morigerato braccio destro, Daniel Domscheit-Berg, qui interpretato dall’altrettanto eccellente Daniel Brühl, passato dal mito di Niki Lauda in Rush (2013, di Ron Howard) ad alfiere della rivoluzione dell'informazione online.

Anche il giornalista del Guardian, Nick Davies (David Thewlis), che in principio sposa la causa wikileaksiana di Assange, presentando addirittura Julian e Daniel come i nuovi Woodward e Bernstein (i cronisti del Washington Post la cui inchiesta sullo scandalo Watergate portò alle dimissioni l’allora presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon), inquadra Assange sempre più come un egocentrico del tutto incurante delle conseguenze delle sue pubblicazioni.

“State iniziando una guerra mediatica contro gli Stati Uniti. Ora, se non siete pazzi, non gli passerete le munizioni” sentenzia preoccupato Davies. Se infatti i quotidiani Guardian, Der Spiegel e New York Times pubblicarono parte dei cable americani forniti da WikiLeaks, senza però citare nomi e cognomi delle persone direttamente coinvolte, questi ha proseguito sulla propria strada con il riserbo solo ed esclusivamente per le proprie “gole profonde”.

La condivisione sul web di centinaia di migliaia di questi documenti diplomatici confidenziali/segreti ha di fatto scoperchiato molti lati oscuri del modus operandi di Washington. E il film in qualche modo (più di uno) tende quasi ad assolvere certi comportamenti.

Palesemente di parte e mirante alla commozione, le lacrime del funzionario governativo Sarah Shaw (Laura Linney) quando un suo storico collaboratore nel governo libico riesce a fuggire da Tripoli prima che certe notizie pubblicate da WikiLeaks arrivino alle aguzzine orecchie della famiglia Gheddafi. 

Nel giro di pochi anni il sito di WikiLeaks è passato da mero canale di controinformazione più o meno conosciuto ad autentica minaccia per la sicurezza mondiale, Stati Uniti in testa. E il suo deus ex-machina Julian Assange uno degli uomini più ricercati d’America.

A oggi il giornalista australiano vive a Londra rintanato nell’ambasciata dell’Ecuador, nazione che gli ha garantito asilo politico. Di fatto però non può abbandonare la sede diplomatica. Sulla sua testa c’è un’accusa di violenza carnale ai danni di una donna svedese per la quale il governo di Stoccolma lo vorrebbe processare, ma il timore è che verrebbe subito estradato negli alleati States.

Seppur non puntandogli dito contro, il film di Condon dà un'immagine poco lusinghiera di Assange (e infatti il diretto interessato ha poco gradito l’opera). Il lungometraggio è basato sui libri Inside WikiLeaks. La mia esperienza al fianco di Julian Assange nel sito più pericoloso del mondo (Marsilio, 2011) di Daniel Domscheit-Berg e Wikileaks. La battaglia di Julian Assange contro il segreto di stato (Nutrimenti, 2011) dei giornalisti britannici del Guardian Luke Harding e David Leigh.

Dalla realtà rivisitata sul grande schermo al presente più attuale. Nell’ottobre 2013 è esploso il Datagate con gli USA in prima linea nello spiare telefonate di Germania, Francia, Italia e perfino (pare) di Papa Francesco. Critiche mosse da ogni latitudine. Ma aldilà dell’evidente violazione (prassi comunque tra le nazioni più “evolute”), il dato impressionante è che nessuno si scandalizza nel regalare ogni singolo dettaglio della propria vita ai social network, dicendo così addio per sempre a qualsiasi brandello di privacy.

Assange o non Assange, la triste verità è che siamo sotto stretta osservazione dalla mattina alla sera. I governi sono stati così bravi a renderci dipendenti da telefonia mobile e internet. Così agendo, lasciamo tracce e anche in questo momento, voi che state leggendo, sanno che avete aperto questo articolo e a meno che non mi critichiate aspramente, il vostro silenzio potrebbe avere il sapore di condivisione delle mie idee o di quelle di Julian Assange.

Come tutte le rivolte, per certi versi anche questa sembra ormai appartenere al passato. Le contromisure sono già in atto. C’è stato un momento in cui si poteva cambiare il mondo, dice uno sconsolato Daniel verso la fine del film Il quinto potere (2013, di Bill Condon). Quale sarà il prossimo passo della rivoluzione dell’informazione online? Il quinto potere è ciascuno di noi, si dice. Ma saremo in grado di usarlo? Avremo la pazienza d’impararlo?

Il coraggio è contagioso, ripete Julian Assange. Per opportunismo le persone cambiano opinione, sottolinea l’attore inglese Benedict Cumberbatch nei panni del fondatore di WikiLeaks, Julian Assange. La libertà mondiale è sempre più in pericolo. Tanto nelle dittature proclamate come Cina e Russia, tanto nel libero Occidente Fallaciano.

Cosa vogliamo fare della libertà? Vogliamo provare a riprendercela o ci limiteremo a condividere il nostro disappunto su Facebook e Twitter?

Il trailer de Il quinto potere

Il quinto potere (2013, di Bill Condon)
Il quinto potere (2013, di Bill Condon)

venerdì 4 ottobre 2013

The Rush Knights

Rush - James Hunt (Chris Hemsworth) e Niki Lauda (Daniel Brühl)
Rush, istinto contro ragione a quattro ruote. Il regista Premio Oscar Ron Howard porta sul grande schermo l'epica rivalità tra i piloti James Hunt e Niki Lauda.

di Luca Ferrari

Hunt the Shunt (lo schianto). Niki il computer. Nella seconda metà degli anni ’70 le sfide sui Gran Premi di Formula 1 avevano due assoluti e agli antipodi protagonisti. James Hunt, playboy e pilota inglese della McLaren, e Niki Lauda, metodico austriaco al volante della Ferrari. Una rivalità oggi portata sul grande schermo da Ron Howard in Rush (2013).

Dalle categorie minori all’Olimpo dell’automobilismo, due piloti irrompono nella Storia di questa disciplina diventandone gl’indiscussi primi attori. Ispiratori. Le strade di Niki (Daniel Brühl) e James (Chris Hemsworth) sono destinate a incrociarsi. Sempre e comunque. Come da copione, non si piacciono ma si rispettano.

Scorrono parallele le vite dei due piloti. Guide diverse. Vite diverse. Reazioni diverse. James affoga nel fumo e nell’alcol la provvisoria assenza di un team fino alla rigenerante chiamata della McLaren che lo porterà a guidare ad armi pari con il rivale Lauda, passato nel frattempo dalla BRM alla Rossa di Maranello, e già campione del mondo.

Niki al contrario è a dir poco eroico nel resistere alle ustioni riportate nel terribile incidente del Nürburgring, una gara questa che per le condizioni meteo e la pericolosità del circuito, lui stesso aveva proposto di cancellare. Al suo posto non è difficile credere che il buon James non sarebbe più tornato a gareggiare e si sarebbe arreso subito. Lauda è sfigurato. In ospedale il prete gli ha già dato l’estrema unzione. La sua forza di volontà lo rende invincibile. Si riprende. Tempo neanche un mese è di nuovo in pista.

Lauda è un guerriero. Non gl’importa dell’opinione degli altri. A differenza del rivale non è ben voluto dai colleghi piloti. Vuole vincere, punto e basta. È spavaldo anche da ultimo arrivato nella Formula 1 dinnanzi al compagno di scuderia e già affermato, Clay Ragazzoni (Pierfrancesco Favino, di nuovo diretto da Howard dopo Angeli e Demoni, 2009).

Le riprese effettuate dalle monoposto e lungo i circuiti durante le gare hanno un fascino incredibile. Anche chi non fosse amante del volante o non fosse troppo ferrato nelle imprese di "gente" come Prost, Senna o Shumacher, stia tranquillo, nel giro di pochi minuti si scoprirà muovere la mano come se dovesse cambiare marcia.

Sono riuscito nell’impresa di entrare in sala ignorando il finale della vicenda narrata dall’ex-Ricky Cunningham di Happy Days. Di norma leggo sempre qualcosa del film prima della proiezione. Questa volta non l’ho fatto. Scelta azzeccata alla grande. L’indomani mattina a colazione, dinnanzi a un cappuccino gigante, sono "incappato" in qualcosa di poetico e semi-rivelatore. La frase finale della recensione di Rush, sul numero di novembre del mensile Best Movie da parte di Giorgio Viaro: “E quando capisci che il momento più alto del film non è una vittoria, ma un ritiro, ti accorgi del trionfo”.

Rush, il trailer

Rush (2013, di Ron Howard)
Rush - Niki Lauda (Daniel Brühl)
Rush - James Hunt (Chris Hemsworth