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Visualizzazione post con etichetta Benedict Cumberbatch. Mostra tutti i post
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lunedì 19 gennaio 2015

Alan Turing, il gay che sconfisse Adolf Hitler

The Imitation Game - Alan Turing (Benedict Cumberbatch)
Dalle imprese anti-naziste all'umiliazione della castrazione chimica perché omosessuale. The Imitation Game, la tragica storia di Alan Turing.

di Luca Ferrari

Ha decifrato un codice indecifrabile. Ha salvato milioni e milioni di vite. A ostilità terminate però, non c'è stata nessuna medaglia per il matematico inglese Alan Turing ma l'accusa di omosessualità e conseguente castrazione chimica. E così, l'uomo che contribuì in modo inoppugnabile a far vincere gli Alleati nella II Guerra Mondiale gettando allo stesso tempo le basi per il moderno computer, ha finito per suicidarsi all'età di 41 anni. Il regista norvegese Morten Tyldum ne racconta la storia in The Imitation Game (2014).

Un'adolescenza scandita tra solitudine, doti intellettive fuori dal comune e bullismo fecero di Alan Turing (Benedict Cumberbatch) uno dei migliori matematici della sua generazione. Nel corso della II Guerra Mondiale, quando tutto era ancora in ballo, i nazisti usavano una particolare macchina per le loro comunicazioni, il codice Enigma. Qualcosa che nessuno era in grado di decifrare. Caratteristica letale, il fatto che ogni giorno vi fosse un'impostazione nuova rendendo così i precedenti sforzi di comprensione del tutto inutili.

Alan allora si presenta dal Comandante Alastair Denniston (Charles Dance) per candidarsi all’arduo lavoro. All'idea però di fare squadra con altri colleghi, Turing non è per niente entusiasta. Le cicatrici della gioventù sono ancora vivide. Non si fida di nessuno. Non vuole nessuno accanto a dispetto dell'effettiva disponibilità altrui. Ad aumentare la sua antipatia, il fatto che non sia lui il capo del team ma lo scacchista Matthew Goode (Hugh Alexander).

Mal tollerato dal comandante Denniston che vorrebbe sbatterlo fuori, Alan procede per la sua strada, convinto che solo una macchina possa fare quello che l'uomo non è in grado. Con l'aiuto del capo dei servizi segreti dell'MI6, Stewart Menzies (Mark Strong), che intercede per lui con Winston Churchill in persona, riesce a farsi mettere alla testa del gruppo di geniacci, cacciandone inoltre via due ritenuti poco qualificati e di scarso rilievo. Il lavoro però è tanto e servono altre quattro mani capaci. Attraverso un test iniziato con un cruciverba pubblicato sul giornale arriva Joan Clarke (Keira Knightley).

La storia fa il suo corso. Le più brillanti menti dei sudditi di Sua Maestà arrivano a scoprire l'inscopribile anche se, e qui è il dramma, non potranno semplicemente anticipare le mosse dei nazisti se no verranno scoperti. Arriva il momento delle scelte, lasciando alcuni morire e altri vivere. Ma questo è l'orrore delle guerra. Un orrore inevitabile. Ciò che invece poteva essere evitato è l'umiliazione per un uomo che fece così tanto per il tracollo della dittatura Hitleriana.

La regia si alterna tra presente e passato. Complice un furto nella propria casa e l'indagine dello zelante detective Nock (Rory Kinnear), il mite Turing si ritrova al comando di polizia dall'altra parte della scrivania a doversi giustificare per il proprio orientamento sessuale, lasciando poi spazio all'epilogo più tragico. Non basta la ritrovata amicizia con Joan, prima sposata per convenienza di entrambi e poi deragliata, a dargli la forza per accettare quest’ignobile punizione medievale.

Tyldum entra nei rifugi antiaerei della Londra sotto attacco. Ci mostra la frenetica corsa contro il tempo per fermare la macchina di morte tedesca. E quando la casualità si fa rivelatrice, è un tripudio di gioia ma, come si vedrà, anche di dolore. In mezzo a tutto questo, a una guerra poi finita e una normalità riguadagnata, c'è ancora una volta il dramma del diverso. Picchiato ed emarginato.

A distanza di pochissimo tempo sono sbarcate sul grande schermo due pellicole britanniche capaci di trattare in modo del tutto differente la discriminazione degli omosessuali. Pride (2014, di Matthew Warchus) e ora The Imitation Game (non va dimenticato che oltre agli ebrei, le deportazioni di massa furono “aperte” a tutti gli omosessuali). Due pellicole alla fine delle quali non ci si può non chiedere quale sia il grande male recato all'umanità da persone che provano pulsioni per esseri umani del loro stesso sesso.

 Il trailer di The Imitation Game

The Imitation Game - Turing (Benedict Cumberbatch) e il Com. Denniston (Charles Dance)
The Imitation Game - Joan (Keira Knightley) e Alan (Benedict Cumberbatch)

martedì 5 novembre 2013

WikiLeaks, i segreti sono online

Il quinto potere - Daniel e (Daniel Brühl) e Julian Assange (Benedict Cumberbatch)
Il quinto potere (2013, di Bill Condon) apre il dibattito sull’organizzazione internazionale senza scopo di lucro WikiLeaks e il suo fondatore Julian Assange.

di Luca Ferrari

Inarrestabili cicale dei dati contro ignare formiche della spensierata condivisione. WikiLeaks per un mondo libero e trasparente. WikiLeaks inflessibile rivelatore dei segreti dei potenti della Terra. Da una parte un esercito di cyberpunk e sostenitori dei sacri diritti dell’individuo, dall’alta una democratica dittatura privato-globalizzata che monitora ogni passo digitale-telematico dei cittadini, conservando il tutto in appositi scaffali (il)legali.

Diretto dal newyorkese Bill Condon, Il quinto potere (The Fifth Estate) accende la telecamera sul giornalista australiano Julian Assange (uno straordinario Benedict Cumberbatch), ideatore e fondatore di WikiLeaks, organizzazione internazionale senza scopo di lucro che sostiene la privacy dei cittadini e la trasparenza per Governi e Corporations, pubblicando in modo integrale documenti riservati senza mai citare le fonti.

La domanda cruciale è: perché sono segreti? È giusto che la gente sia tenuta all’oscuro? E chi si arroga il diritto di decidere? Passino anche le opinioni confidenziali tra uomini di Stato (credete davvero poi che tra di sé non sappiano come si considerano?) ma quando vengono taciuti massacri, attentati o peggio? Se WikiLeaks sapesse come sono andate le cose nei cieli di Ustica o a Piazza Fontana con nomi e cognomi, chi tra gl’italiani non vorrebbe saperlo.

Il quinto potere scorre sulle montagne russe della personalità di Assange, tendente nel corso dei 129 minuti a scemare sempre più in favore del suo più morigerato braccio destro, Daniel Domscheit-Berg, qui interpretato dall’altrettanto eccellente Daniel Brühl, passato dal mito di Niki Lauda in Rush (2013, di Ron Howard) ad alfiere della rivoluzione dell'informazione online.

Anche il giornalista del Guardian, Nick Davies (David Thewlis), che in principio sposa la causa wikileaksiana di Assange, presentando addirittura Julian e Daniel come i nuovi Woodward e Bernstein (i cronisti del Washington Post la cui inchiesta sullo scandalo Watergate portò alle dimissioni l’allora presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon), inquadra Assange sempre più come un egocentrico del tutto incurante delle conseguenze delle sue pubblicazioni.

“State iniziando una guerra mediatica contro gli Stati Uniti. Ora, se non siete pazzi, non gli passerete le munizioni” sentenzia preoccupato Davies. Se infatti i quotidiani Guardian, Der Spiegel e New York Times pubblicarono parte dei cable americani forniti da WikiLeaks, senza però citare nomi e cognomi delle persone direttamente coinvolte, questi ha proseguito sulla propria strada con il riserbo solo ed esclusivamente per le proprie “gole profonde”.

La condivisione sul web di centinaia di migliaia di questi documenti diplomatici confidenziali/segreti ha di fatto scoperchiato molti lati oscuri del modus operandi di Washington. E il film in qualche modo (più di uno) tende quasi ad assolvere certi comportamenti.

Palesemente di parte e mirante alla commozione, le lacrime del funzionario governativo Sarah Shaw (Laura Linney) quando un suo storico collaboratore nel governo libico riesce a fuggire da Tripoli prima che certe notizie pubblicate da WikiLeaks arrivino alle aguzzine orecchie della famiglia Gheddafi. 

Nel giro di pochi anni il sito di WikiLeaks è passato da mero canale di controinformazione più o meno conosciuto ad autentica minaccia per la sicurezza mondiale, Stati Uniti in testa. E il suo deus ex-machina Julian Assange uno degli uomini più ricercati d’America.

A oggi il giornalista australiano vive a Londra rintanato nell’ambasciata dell’Ecuador, nazione che gli ha garantito asilo politico. Di fatto però non può abbandonare la sede diplomatica. Sulla sua testa c’è un’accusa di violenza carnale ai danni di una donna svedese per la quale il governo di Stoccolma lo vorrebbe processare, ma il timore è che verrebbe subito estradato negli alleati States.

Seppur non puntandogli dito contro, il film di Condon dà un'immagine poco lusinghiera di Assange (e infatti il diretto interessato ha poco gradito l’opera). Il lungometraggio è basato sui libri Inside WikiLeaks. La mia esperienza al fianco di Julian Assange nel sito più pericoloso del mondo (Marsilio, 2011) di Daniel Domscheit-Berg e Wikileaks. La battaglia di Julian Assange contro il segreto di stato (Nutrimenti, 2011) dei giornalisti britannici del Guardian Luke Harding e David Leigh.

Dalla realtà rivisitata sul grande schermo al presente più attuale. Nell’ottobre 2013 è esploso il Datagate con gli USA in prima linea nello spiare telefonate di Germania, Francia, Italia e perfino (pare) di Papa Francesco. Critiche mosse da ogni latitudine. Ma aldilà dell’evidente violazione (prassi comunque tra le nazioni più “evolute”), il dato impressionante è che nessuno si scandalizza nel regalare ogni singolo dettaglio della propria vita ai social network, dicendo così addio per sempre a qualsiasi brandello di privacy.

Assange o non Assange, la triste verità è che siamo sotto stretta osservazione dalla mattina alla sera. I governi sono stati così bravi a renderci dipendenti da telefonia mobile e internet. Così agendo, lasciamo tracce e anche in questo momento, voi che state leggendo, sanno che avete aperto questo articolo e a meno che non mi critichiate aspramente, il vostro silenzio potrebbe avere il sapore di condivisione delle mie idee o di quelle di Julian Assange.

Come tutte le rivolte, per certi versi anche questa sembra ormai appartenere al passato. Le contromisure sono già in atto. C’è stato un momento in cui si poteva cambiare il mondo, dice uno sconsolato Daniel verso la fine del film Il quinto potere (2013, di Bill Condon). Quale sarà il prossimo passo della rivoluzione dell’informazione online? Il quinto potere è ciascuno di noi, si dice. Ma saremo in grado di usarlo? Avremo la pazienza d’impararlo?

Il coraggio è contagioso, ripete Julian Assange. Per opportunismo le persone cambiano opinione, sottolinea l’attore inglese Benedict Cumberbatch nei panni del fondatore di WikiLeaks, Julian Assange. La libertà mondiale è sempre più in pericolo. Tanto nelle dittature proclamate come Cina e Russia, tanto nel libero Occidente Fallaciano.

Cosa vogliamo fare della libertà? Vogliamo provare a riprendercela o ci limiteremo a condividere il nostro disappunto su Facebook e Twitter?

Il trailer de Il quinto potere

Il quinto potere (2013, di Bill Condon)
Il quinto potere (2013, di Bill Condon)