Era la star più attesa. Alla fine è arrivata. Jennifer Lawrence (Un gelido inverno, Hunger Games, Joy) è sbarcata al Lido di Venezia insieme al regista Darren Aronofsky e i colleghi Javier Bardem (Non è un paese per vecchi, To the Wonder, La vendetta di Salazar)e Michelle Pfeiffer. Tutti qui per l'anteprima di Mother! Un'opera (in concorso) che ha diviso come poche in questa 74° edizione della Mostra del Cinema. Un lungometraggio che i critici si stanno ancora sforzando di capire (a parte il mitico vignettista di Ciak, Stefano Disegni) e i cinefili passano da commenti osannanti alla stroncatura più feroce.
La storia di Jennifer Lawrence è cominciata a Venezia, una decade fa. Di lì in poi, una costante ascesa fino alla conquista della statuetta più ambita: l'Oscar per la Migliore attrice protagonista in Il lato positivo (2013, di David O. Russell). Un ruolo come quello vissuto in Mother! però ancora non le era capitato. Realtà o vita vera? Di sicuro accanto a lei c'è uno scrittore (un ambiguo Javier Bardem) la cui esasperata ospitalità verso chiunque mostri interesse per la sua attività letteraria è sospetta. O comunque darà via a qualcosa di diabolicamente inimmaginabile.
Sparito dalle scene da qualche anno per dedicarsi alla pittura, Jim Carrey (Man on the Moon, The Truman Show, Il Grinch) si è ritrovato sotto i riflettori della Mostra del Cinema per presenziare all'anteprima del documentario Jim & Andy: the Great Beyond – the story of Jim Carrey & Andy Kaufman (di Chris Smith). A dare ulteriore lustro al festival veneziano, Sir Michael Caine (Hannah e le sue sorelle, Il cavaliere oscuro, Youth - La giovinezza) giunto in laguna per presentare il documentario My Generation (di David Batty). Il celebre attore inglese ha poi ricevuto il Premio Fondazione Mimmo Rotella.
Angoscia pura. Quasi una corsa contro il tempo. Una lotta impari tra una delle tante donne di provincia (americana) e il solito mondo spietato dove gli emarginati si sbranano per pochi (pochissimi) pezzetti di midollo ancora attaccato lì dove un tempo c’era carne succosa. David O. Russell dirige Joy e riporta sotto la sua telecamera Bradley Cooper, Robert De Niro e soprattutto Jennifer Lawrence, già vincitrice del Golden Globe per questa interpretazione e candidata all’Oscar come Miglior attrice protagonista.
Joy Mangano (Jennifer Lawrence) è una bambina sveglia col pallino delle creazioni. A parte la nonna Mimi (Diane Ladd), nessuno crede in lei. Nel più roseo dei futuri c’è al massimo un uomo che lavora e dei figli. Nel più statico e inesorabili dei presenti invece, c’è la madre Terry (Virginia Madsen), soap opera-dipendente; il padre Rudy (Robert De Niro), succube della figlia Peggy (Elisabeth Röhm), sorellastra di Joy; due figli e infine un ex-marito (Édgar Ramírez) non troppo propenso a un lavoro stabile, e per di più parcheggiato nel seminterrato della sua abitazione.
Joy fa tutto. È madre. Idraulica. Contabile. Lavoratrice. Sognatrice. Joy è soprattutto lo scarico della miseria quotidiana della sua famiglia. Nessuna delle sue aspirazioni è mai stata assecondata o sostenuta. Anzi, fu lei quando i genitori divorziarono che abbandonò il college per stargli vicino. Adesso più che mai la vita le sta presentando il conto. Joy ormai è a un punto critico della sua vita. Ha già sprecato molto tempo ma sarebbe ancora in tempo per fare qualcosa.
Sono i primissimi anni Novanta e il mondo sta cambiando. Tutto passa per la televisione. Le televendite impazzano sulle reti nazionali. Joy ha avuto un’idea grandiosa figlia della sua stessa esperienza di casalinga con poco tempo. Una rivoluzionaria scopa per pulire tutto, senza fatica e senza sporcarsi. Lo ha chiamato il mocio. Grazie a una vecchia conoscenza di Tony e il supporto economico della neo-compagna del padre, Trudy (Isabella Rossellini), l’idea arriva al tavolo decisionale del brillante Neil Walker (Bradley Cooper). Convinto lui, si tratterà “solo” di convincere milioni di americani.
Una storia avvincente quella diretta da David O' Russell il cui esito tiene incollati alla poltrona del cinema. Non è una telenovela la vita di Joy. È un’esistenza reale le cui maglie della mediocrità e dei tanti sanguisuga familiari cercano in tutti i modi di fiaccarle lo spirito. “È colpa mia” dice in apparenza il padre, salvo poi aggiungere “è colpa mia di averi fatto credere di valere di più di una casalinga”. Nulla di nuovo, purtroppo. Solo l’ennesimo fendente assestato alla volontà della figlia.
Ci sono casi però in cui l’ordinario incontra lo straordinario. Anzi, succede ogni giorno. Bisogna solo avere la perseveranza di crederci e pensare di essere noi quella speciale combinazione (I believe in miracles 'cause I am one, cantavano a ragione i punk Ramones). Questa non è la lotteria. Questa non è fortuna. È acume e tenacia. Joy è una figlia del mondo lavoratore. Una di quelle persone la cui vita non sarà mai facile anche se e quando ci sarà il lieto fine.
Agli antipodi le figure femminili di riferimento. La nonna è una sognatrice, forse più per necessità che per convinzione. Rappresenta a ogni modo quel mondo che non si accontenta degli status quo accettati dalla società e immagina-prospetta un futuro diverso per l’amata nipote. Di tutt’altra idea la madre, emblema di quell’ignoranza disinteressata a tutto quello che succede nel mondo e nel suo di mondo, dicasi famiglia (pensare che i voti di gente simile eleggono i presidenti fa rabbrividire, ndr).
Non sono da meno i maschi, accomunati dall’egoismo e qualche sprazzo di risveglio. Nulla è mai importante come la propria realizzazione, con la differenza che mentre Joy si spezza la schiena e solo nei ritagli di tempo trova la forza di mettere nero (pastello) su bianco, per gli altri l’egocentrismo è un lavoro a tempo pieno. Padre o ex-marito, entrambi non hanno proprio capito cosa significhi avere una famiglia.
Squadra che si vince non si cambia, recita il proverbio. Se David O’ Russell aveva abilmente condotto le dinamiche riottose-familiari nel pluripremiato Il lato positivo (2012) dove al centro del disagio c’era più di un protagonista, questa volta l’onere della pesantezza della vita è tutta sulle spalle di una sola persona, Joy-Jennifer Lawrence per l’appunto. Vederla camminare fiera e decisa è l’incarnazione di qualcosa presente dentro ciascuno di noi.
Tutti hanno una Joy e una Terry dentro di sé. Quale delle due prevarrà?
Guarda il trailer di Joy
Joy - da sx: Peggy (Elisabeth Röhm), Trudy (Isabella Rossellini) e Rudy (Robert De Niro)
Joy - Joy Mangano (Jennifer Lawrence) alle prese conle sue invenzioni
Anche se è stata pesantemente offuscata da rabbia e lutti precoci, la luce non ha smesso di splendere dentro ciascuno di loro. Non sono adolescenti ma vogliono ugualmente vederci chiaro. Attorno a loro c’è una distilleria di manierismo e ragionevolezza tacitamente nevrotica. Le porte si aprono nel sentire gli schiamazzi incontrollati, ma è solo il frastuono di chi vuole capire che sta dicendo.
Il lato positivo (2013, Silver Linings Playbook) di David O. Russell. Ciak, azione. La candida moglie di Pat Solitano, Nikki (Brea Bee) se la fa con un collega più anziano nel proprio bagno di casa con sottofondo la canzone del loro matrimonio. Il marito esplode e si ritrova per otto mesi in un istituto psichiatrico.
Ad attenderlo lì fuori, amici superficiali, una madre fin troppo comprensiva (Jacki Weaver) e il padre, Pat Senior (Robert De Niro), senza più lavoro e scommettitore/tifoso sfegatato dei Philadelphia Eagles, franchigia della NFL. Il rapporto tra i due maschi di casa è difficile. Con il più anziano convinto che il figliolo sia un amuleto porta fortuna per la vittoria della sua squadra, e quest’ultimo convinto di riconquistare oltre logica l’ex-moglie.
Ronnie (John Ortiz) è un vecchio amico di Pat. Dietro la visione rilassato-borghese che la sua dolce metà Veronica (Julia Stiles) gl’impone, si nasconde un uomo frustrato che dice le cose di nascosto e per non impazzire prende a pugni il muro dello scantinato ascoltando heavy metal. Lei, forte della sua posizione sociale, spara giudizi con la puzza sotto il naso mantenendo sempre il controllo. È nella loro riverniciata sala da pranzo dall’inconfondibile odore da sala d’aspetto che Pat incontra Tiffany (Jennifer Lawrence), ed è subito rivoluzione sociale.
Non c’è spazio per bugie positive. I due cominciano ad annusarsi. Lei è un vulcano che non sopporta nemmeno il minimo millimetro di barriera. Ci vuole poco perché nasca feeling. Un legame non facile da metabolizzare. Ciascuno/a fa emergere i nervi scoperti dell’altra/o. Si provocano. Si aprono. Si chiudono. Si azzannano. Finiranno col stupirsi l’un l’altra. Nelle loro scarpe da corsa c'è tutta la facilità di una inesorabile vita in salita con vista sull'arcobaleno in terra.
...Se per un momento la smettessi di parlare in terza persona per un attimo, forse sentireste la mia presenza meno torrida e io potrei concentrarmi sulla strategia di una lettera/… considero l’umanità ancora fetente e senza nulla di positivo/… la freddezza della bontà è una chiara manipolazione/ … sono concentrato sull’eccellenza
Tiffany e Pat non giocano. Hanno il loro alfabeto senza eccessiva labirinti. Si soffermano sui rispettivi bisogni. Un partner di ballo per lei, una lettera da consegnare a Nikki per Pat. Il mondo familiare è ancora troppo pieno di tartine della domenica e la volontà viene (ri)piegata a qualche assurda pretesa di rivincita finendo per quasi travolgere ancora l’ultima generazione.
"Ho vissuto a pugni stretti tutta la vita/ Mi sono ricoperto di
spazzatura anche per ragioni sbagliate/ Cominciare sapendo già che non
si potrà essere felici per sempre ci ha portato fino a questo… adesso
puoi togliere Ride the lighting dei Metallica?"
Siamo alla resa dei conti. Il destino della famiglia di Pat è affidato alle sue capacità di ballerino (una doppia scommessa legata anche all’esito di una partita di football). C’è perfino la moglie in platea in vena di (tardiva) riconsiderazione. La danza è un trampolino per Pat. La danza è liberatoria per Tiffany.
La loro danza è tutti i vol(t)i dei pensiero umano. Precisa. Ironica. Rabbiosa. Audace. Speranzosa. La danza incarna estrema delicatezza nel completo bianco indossato dalla ragazza. Con la pancia scoperta sembra volersi esporre a un mondo nuovo. Dove c’è spazio per un contatto emozionale. E allora non resta che una corsa finale di Trainspottinghiana memoria. Per superare l’ultimo baluardo d’incomprensione e conquistarsi il proprio degno finale.
Non so dirti se domani sia il mio giorno preferito per inseguire qualcuno e ricominciare la mia vita. Adesso che ti ho guardato, posso aspettarmi un altro finale..
Il trailer de Il lato positivo
Il lato positivo - (da sx): Veronica (Julia Stiles), Pat (Bradley Cooper) e Tiffany (Jennifer Lawrence)
Il lato positivo - Pat (Bradley Cooper) e Pat Dr. (Robert de Niro)
Il lato positivo (2013) - Tiffany (Jennifer Lawrence) e Pat (Bradley Cooper)
Dalla sua prima timida presenza alla Mostra del Cinema alla conquista del Golden Globe e Premio Oscar come Miglior Attrice. Lei si chiama Jennifer Lawrence.
Dalla sua timida presenza a fianco di Charlize Theron e il regista Guillermo Arriaga nel 2008 alla Mostra del Cinema di Venezia per la presentazione di The Burning Plain,
alle luci della ribalta del Golden Globe e successivo premio Oscar
conquistati entrambi per l’interpretazione della problematica Tiffany
nella pellicola Il lato positivo (2012, Silver Linings Playbook) per la regia di David O. Russell a fianco di Bradley Cooper e Robert De Niro.
Ladies and gentlemen, miss Jennifer Lawrence.
Allora come oggi, la ventiduenne originaria di Louisville (Kentucky, USA), sembra destinata a far parlare di sé per ruoli tormentati e combattenti, vedi anche Un gelido inverno (2010, di Debra Granik) e l’eroina generazionale Katniss Everdeen (Hunger Games - 2012, di Gary Ross). Una giovane attrice che sembra prediligere ruoli dove i sentimenti si contorcono. Un mondo dove le fragili esistenze umane sono alla costante ricerca di un angolo dove poter sorridere senza dover cadere.
Nel film presentato in laguna, nella tenera immagine di Mariana (Jennifer Lawrence) stretta in una calda coperta da Santiago (J.D. Pardo), c’è molto della natura umana. Delicatezza. Pensieri. Dubbi. La forza e la paura di vivere un sentimento. Che ci espone. Che disegna una strada di cui nessuna esperienza precedente ci aveva ancora preparato. Un percorso da esplorare. Insieme.
Cerco
un angolo appartato. Impossibile. Sento il battito della strada che
sobbalza a ogni passo. Aspetto che un gesto mi risvegli dal torpore.
Nella nuova sceneggiatura giornaliera c’è la vita che assorbe ogni cosa.
Più realtà narranti. Ti lasciano domande. Possibilità. Il linguaggio
dei brividi è un grande senso di ritrovarsi.
Raccontami un’altra storia, Jennifer Lawrence.
Il lato positivo (2012) – Tiffany Maxwell (Jennifer Lawrence)
Delle statuette fin qua assegnate nella cerimonia degli Academy2013, Hollywood va sullo scontato. La Vita di Pi di Ang Lee ha già incassato miglior Fotografia, Effetti speciali e Colonna Sonora. Anna Kareninaprende i Migliori costumi, Les Misèrables il Miglior makeup & hairstyling e Amour, miglior Film straniero (niente da fare dunque per il più che meritevole danese A Royal Affair).
Un po’ a sorpresa The Brave si aggiudica l’Oscar per il miglior film animato, mentre sono a dir poco scontati i successi come Miglior attrice non protagonista per Anne Hathaway nel ruolo di Fantine (Les Misérables) e Miglior attore non protagonista a Christoph Waltz che con il tarantiniano Dr. Schuktz (Django Unchained) centra il bis a soli tre anni dalla prima statuetta conquistata, sempre grazie a Quentin nel ruolo del colonnello nazista Hans Landa. Questa volta ha sbaragliato la concorrenza di Alan Arkin (Argo), Robert De Niro (Il lato positivo), Philip Seymour Hoffman (The Master) e Tommy Lee Jones (Lincoln).
andiamo avanti...
Miglior sceneggiatura non originale: Argo (Chris Terrio)
Miglior regia ad Ang Lee. Peccato per Steven Spielberg che con il suo Lincoln non era da meno.Anche l'Oscar per la Miglior Attrice segue il copione: va alla giovane Jennifer Lawrence.Tra i maschietti vince per la terza volta Daniel Day-Lewis. Argo vince come Miglior Film. Complimenti a Ben Affleck, troppo spesso sottovalutato.
The Hunger Games - Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence)
Oooooh, poveri giovani. The Hunger Games non mi ha mai convinto del tutto. Uscito troppo presto dopo la conclusione di Harry Potter e con Twilight in fase di abdicazione.
I grandi produttori c’ingolfano. Vedi anche Spiderman. Non danno il tempo di far crescere il legame con i personaggi. O meglio, non vogliono. Se no il rischio è quello di accoglienze freddine. Logica commerciale. Ma qui si rischia il sovraccarico. Avviso anche per i Supereroi, attenzione a non esagerare.
Veniamo a The Hunger Games. I moralisti si sprecano in elogi, vedendo la facile metafora del giovane scaraventato dagli “adulti” in una realtà dove si deve scannare con altri coetanei per la sopravvivenza. Di articoli, tutti uguali, se ne sono letti. Anche troppi. A tal punto che si ha come l’impressione di averlo già visto il film, e se non si hanno abbastanza stimoli personali, si passa a un'altra pellicola.
Nel caso specifico, il cast del film promette bene ma è insopportabile vedere come le nuove generazioni vengano coccolate con belle parole, salvo poi vederle abbandonati e in balia di se stessi. E sto parlando della realtà. Un simile film mi fa ancora più rabbia, perchè dell'ispirazione originale rimarrà molto poco.
E c’è una domanda che mi pongo. Perché a nessuno viene in mente di unire le forze e ribellarsi contro un intero sistema? È vero, alla fine restano in due e qualcosa s'innesca. Ma perché non cominciare subito? Il tempo dei sacrifici è finito. L’ispirazione ha già segnato il solco. Non ci sarà nessun combattimento ulteriore. Bisogna iniziare a combattere subito senza aspettare l’eccessiva schiavitù. La mia freccia è rivolta fin da subito contro di voi.