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Visualizzazione post con etichetta Ben Affleck. Mostra tutti i post
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martedì 18 luglio 2017

The Company Men (2010), il lavoro uccide

The Company Men - Gene McClary (Tommy Lee Jones)
La crisi economica non è mai finita. Viviamo il secolo dei suicidi da non-lavoro. C'è bisogno di uomini forti per creare nuove e durature fondamenta. The Company Men (2010, di John Wells).

di Luca Ferrari

Sogni e miseria. Luce e tenebra. Ricchezza e precariato. Ogni volta che trasmettono sul piccolo schermo The Company Men (2010, di John Wells), non posso fare a meno di non guardarlo. E ogni volta sto male. Ambientato negli Stati Uniti nel periodo della crisi economica, uno dopo l'altro cadono tutti: piccoli lavoratori e grandi manager, ed è su questi ultimi che la pellicola, presentata al Sundance Film Festival, apre i riflettori.

Bobby Walker (Ben Affleck) è un uomo di successo, passato in un amen da una vita di agi allo spettro della povertà. A dispetto della posizione di spicco che ricopriva, viene licenziato dalla multinazionale per cui lavora senza troppi giri di parole. Inizia il calvario della ricerca di un nuovo impiego e se in principio non vuole scendere a compromessi, la vita e gl'imminenti conti da pagare lo porteranno a riflettere e dover prendere decisioni che mai si sarebbe immaginato fino a qualche anno prima.

La crisi economica non è finita, è ancora più viva che mai. Come l'ottimo La grande scommessa (2015, di Adam McKay) ci ha raccontato-spiegato, i pezzi grossi sono tutti al loro posto. Di tutte quelle persone invece sbattute su di una strada con la casa pignorata invece, che cosa ne è stato? La mattina ti svegli e non pensi minimamente che andare a fare la spesa potrebbe diventare un problema, poi un attimo dopo ti ritrovi a vagare per la città nel cuore della mattinata e non sai più cosa fare.

L'uomo crea la crisi e solo l'uomo la può risolvere. Non ci sono forze invisibili che disfano e costruiscono. La maggioranza si adatta e subisce, ma ci sono anche i Gene McClary (Tommy Lee Jones) che a dispetto dei ricchi salvacondotti finanziari, non si limitano a galleggiare voltandosi dall'altra parte. Si mettono in gioco e usano la propria forza per ripartire e gettare la basi per un nuovo futuro che per centinaia di persone significa una nuova azienda, un nuovo lavoro e una nuova vita.

The Company Men (2010, di John Wells) fa sanguinare. Difficile trovare qualcuno al giorno d'oggi che non sia passato per periodi analoghi. The Company Men è un film che sebbene guardi il problema licenziamenti da un punto di vista più altolocato, fa capire che nel tritacarne dell'economia ci cadono (senza far ritorno) quasi tutti. Pur non raggiungendo l'angoscia di Due giorni, una notte (2014, di Jean-Pierre e Luc Dardenne) resta comunque un film interessante da vedere.

Il trailer in lingua originale di The Company Men

The Company Men - Bobby Walker (Ben Affleck)

mercoledì 16 novembre 2016

The Accountant, l'incomunicabilità uccide

The Accountant - il misterioso Christian Wolff (Ben Affleck)
Dramma. Vendetta. Un genio autistico dei calcoli sa insolitamente usare le mani e le armi come nessuno. The Accountant (2016, di Gavin O’ Connor).

di Luca Ferrari

Christian Wolff è un contabile. Un lavoro noioso e ordinario. Almeno in apparenza. Tra i suoi clienti ci sono alcuni dei più efferati criminali del pianeta. Affetto da autismo fin da giovanissima età, le sue capacità di analisi e calcolo sono fuori dal comune. La sua è un’esistenza solitaria e molto ben protetta. Qualcuno però si è accorto della sua esistenza e vorrebbe incastrarlo. Ma aldilà delle sue indubbie capacità, non sarà un compito facile per più e complesse ragioni. The Accountant (2016, di Gavin O’ Connor).

Il fior fiore della criminalità di alto lignaggio ha qualcosa in comune, anzi, qualcuno. È un uomo in apparenza normale, tale da passare inosservato. Qualcun però si è accorto di lui. È l’agente Raymond King (J. K. Simmons), prossimo alla pensione, e deciso ad arrestarlo prima di appendere il distintivo al chiodo. Ad aiutarlo in questa caccia più o meno limpida, l’analista Medina Marybeth (Cyntia Addai-Robinson). Un curriculum impeccabile se non fosse per qualche peccatuccio che credeva crittato.

Ha inizio la ricerca, e il primo passo è capire le proprie generalità. Prenderlo verrà dopo. Tecnologia e acume umano uniscono le forze fino a far emergere. Il suo nome è Christian Wolff (Ben Affleck). Il mestiere lo ha imparato in un carcere federale, diventando il protetto dell’esperto di riciclaggio Francis Silverberg (Jeffrey Tambor). Una misteriosa voce gli dice dove operare. Compreso l’interesse della legge, il suo nuovo lavoro è un incarico di tutto rispetto, la Living Robotics di cui è titolare Lamar Blackburn (John Lithgow).

Christian è un contabile e come tale le sue mansioni vengono richieste per la verifica di alcuni conti che non tornano, come ha scoperto la giovane Dana Cummings (Anna Kendrick). La doppia identità dell’uomo dei numeri è ignara a Lamar, un qualcosa che presto scoprirà. Lui e il suo esercito di mercenari che lo proteggono, capitanati Braxton (Jon Benthal), un uomo quest’ultimo che ha qualche conto in sospeso proprio con il rivale che volente o nolente dovrà affrontare.
The Accountant non è un film sull’autismo. In questa pellicola si parla anche du questo problema ma potrebbe essere un altro. Ben Affleck (Pearl Harbor, Daredevil, Argo) sa dividere come pochi. La massa muscolare messa su per calcare le vesti dell’uomo-pipistrello in Batman v Superman, Dawn of Justice  (2016) si vede ancora. Il vocabolario limitato nel film lo rendono quasi più robotico che umano, tale da immaginarmelo già nei panni Schwarnzeggeriani di Terminator.

Anna Kendrik (1985) è uno degli indubbi volti nuovi di Hollywood. Minuta e dalla bellezza acqua e sapone della porta accanto, ha saputo calarsi nell’ennesimo ruolo diversificato della sua giovane ma già molto prolifica carriera. Abbandonate le vesti vampiresche della saga di Twilight, è stata svezzata al lavoro sporco da George Clooney in Tra le nuvole (2005) per poi diventare la Cenerentola in fuga del corale Into the Woods (2014).

Da molti etichettato come un film sulla falsariga di A Beautiful Mind (2002, di Ron Howard), incentrato sulla figura del genio matematico e autistico John Nash (inetrpretato da Russell Crowe), l’opera di O’ Connor non potrebbe essere più differente, Difficile classificare The Accountant in un unico genere. Alla base c’è l’incomunicabilità di un ragazzo e il disperato tentativo di un padre di non lasciarlo al di fuori del mondo. Il risultato sarà un'infallibile macchina da calcolo-guerra sotto la cui piattaforma batte però ancora un cuore.

The Accountant - Dana Cummiongs (Anna Kendrick)
The Accountant - Christian (Ben Affleck) e il suo mentore Franics (Jeffrey Tambor)

martedì 5 aprile 2016

Batman v Superman, l'unione fa la giustizia

Batman (Ben Affleck) v Superman (Henry Cavill): Dawn of Justice
Uomo contro dio, o quasi. Coraggio contro potere. Gotham City brucia ancora. Un supereroe non basta più. Batman v Superman: Dawn of Justice (2016, di Zack Snyder).

di Luca Ferrari

L’uomo ha creato un mondo dove restare uniti è impossibile
, sentenzia un amareggiato cavaliere moderno (e alato). Si spiega così la disperata ricerca di un salvatore, terreno o divino che sia. E quando nel cielo svolazza col suo mantello un essere in apparenza invincibile, il mondo lo accoglie con speranza e felicità. Non proprio tutti in effetti. Basato sui  personaggi dei fumetti DC Comics, è sbarcato sul grande schermo Batman v Superman: Dawn of Justice (2016, di Zack Snyder).

Superman (Henry Cavill) è sul pianeta Terra. Difende il mondo secondo la propria logica. I suoi valori. Sempre al fianco dell'amata Lois Lane (Amy Adams), intrepida giornalista. E se mai cambiasse idea? Se ci fosse anche una sola possibilità che diventi un nemico, lui che da solo potrebbe anche annientare l'intera razza umana, va fermato. È questo il pensiero del vigilante pipistrello Batman-Bruce Wayne (Ben Affleck) sul semidio. Lo scontro sarà inevitabile.

Come tutti sanno, anche Superman non è invulnerabile e la fatale kryptonite sta per essere trovata. Il giovane instabile miliardario Lex Luthor (Jesse Eisenberg) è pronto ad approfittarne, in principio tentando la strada del dialogo con la senatrice June Finch (Holly Hunter). Vedendosi rifiutare il nuovo giocattolo, passa alle maniere forti, portando ai massimi estremi lo scontro Batman-Superman, e ricattando quest’ultimo dopo aver rapito la sua amata madre Martha (Diane Lane).

Batman v Superman è un titolo riduttivo. In questo film infatti sono stati condensati parecchi numeri di albi cartacei con tanto di universi alternativi” spiega l’esperto fumettista veneziano Samuele Bonzio, “Il film non mi ha deluso. Tutto sommato è ben fatto e rispecchia il fumetto marchiato Miller che ha una linea molto cupa e dove il Cavaliere Oscuro è pensato come un vero e semplice badass (duro, ndr). L'inizio è un po' lento ma serve per far capire al pubblico come Batman veda Superman, soprattutto dopo averne constatato l’incredibile potenza distruttiva.

Batman si ritrova in un mondo dove un singolo alieno, se solo volesse, potrebbe conquistare l'intero pianeta. Da qui nascono i primi dubbi del cavaliere mascherato. Si aggiungono poi i sogni premonitori dove in una terra alternativa Superman è un imperatore e comanda il globo. A ciò si aggiunge Flash, che arriva proprio da quell'universo, cercando di avvisare Batman del terribile futuro che incombe.  Batman non può sapere che tutto ciò, in questa linea temporale, non accadrà mai. Lex Luthor poi mette lo zampino e rincara la dose quel tanto che basta per far traboccare il vaso”.

Sequel del modesto L'uomo d'acciaio (2013), sempre diretto da Snyder, Batman v Superman: Dawn of Justice ha qualche effetto speciale di troppo e buono per far consumare tonnellate di popcorn e bibite zuccherine. Il duello finale con esplosioni di tutti i tipi è un mix confusionario tra Highlander e The Avengers: Age of Ultron. Nel complesso però la storia tiene. Il Batman di Christoper Nolan non lascia scorie. È impalpabile. È tutto un altro mondo. È proprio un altro film.

Prima Batman, poi Superman, entrambi si pongono domande sul proprio ruolo. Ci sarebbe tempo e spazio per approfondimenti, come ha puntualmente sottolineato la nostra lettrice Luisa Patriarca, ma il palcoscenico alla fine se l’è preso tutto (e aggiungo un po’ purtroppo) l’action. In fin dei conti, nessuno è onnipotente, nemmeno dio e gli dei. Nemmeno gli uomini che si mettono al di sopra degli altri per la loro stessa protezione. Possiamo fare di meglio, dobbiamo! dice deciso Batman alla misteriosa Wonder Woman (Gal Gadot), sbucata quasi dal nulla.

Più di Ben Affleck, già supereroe nel sottovalutato Daredevil (2003, di M. S. Johnson), e ancor (molto) di più del poco carismatico Henry Cavill, a salire in cattedra in questo film è Jesse "Lex" Eisenberg, visto di recente anche nel poetico The End of the Tour. Il suo Luthor ha le competenze di uno scafato adulto ma la follia di un bambino che si ciba solo di caramelle, incurante delle carie a cui saprà rimediare strappandosi via i denti e impiantandosene di nuovi e super-moderni. Prima di vederlo nella classica iconografia pelata, i suoi capelli sono l’emblema dello sporco folle e posticcio, quasi Joker-Ledgeraiano.

Lex si agita. Dirige un'orchestra immaginaria di pensieri funesti. Uccide senza pietà. Vede nei due supereroi una possibilità infinita di incontrollato divertimento con l'obiettivo di piegarli al proprio volere. Si presenta al pubblico giocando, e lì resterà, salvo poi maneggiare e trattare tecnologia che non tutti sarebbero in grado di comprendere. Stiano attenta la Marvel, la rivale DC Comics ha tra le mani un villain che potrebbe anche metterlo al tappeto il suo Loki-Tom Hiddleston. Future sceneggiature permettendo, s'intende.

“Le trasposizioni cinematografiche hanno bisogno di avere un po' di libertà rispetto al fumetto. Peccato per il poco spazio lasciato a Doomsday e Wonder Woman (attrice perfetta per il proprio ruolo), di cui viene raccontato davvero poco” conclude Samuele, “Ribadisco che tutto sommato Batman v Superman sia un buon film anche se troppo condensato per mettere in risalto tutto quello che ha aperto. Lascia però una grande idea per i prossimi cinecomics DC. Perciò stay tuned, ne vedremo delle belle”.


Il trailer di Batman v Superman: Dawn of Justice 

Batman v Superman: Dawn of Justice – (da sx)
Superman (Henry Cavill), Wonder Woman (Gal Gadot) e Batman (Ben Affleck)
Batman v Superman: Dawn of Justice – Lex Luthor (Jesse Eisenberg)

mercoledì 16 ottobre 2013

Batman, Yes I Ben


Il regista premio Oscar per Argo, Ben Affleck, messo alla gogna per essere stato scelto come nuovo interprete di Batman. Ma quando la moda dei supereroi "oscuri" non era ancora scoppiata, fu lui a dare anima e volto al troppo sottovalutato Daredevil (2003, di Mark Steven Johnson).

di Luca Ferrari

Christian Bale è uno dei migliori attori in circolazione. La sua prossima interpretazione in American Hustle (2013, di David O’ Russel), ambientato nell’America di fine anni ’70 potrebbe far pensare già a una seconda nomination-statuetta agli Academy dopo il meritatissimo Oscar come Miglior Attore Non Protagonista in The Fighter (2010, sempre di O’ Russel). Christian Bale è stato il Batman oscuro della  trilogia di Christopher Nolan. Da tempo aveva annunciato che la sua presenza sotto il costume dell'uomo-pipistrello nel film The Dark Knight Rises (2012, Il cavaliere oscuro - Il ritorno) sarebbe stata l’ultima. È stato di parola.

Il business di Batman però “deve” andare avanti. È cominciata dunque (un po’ troppo presto) la ricerca di un nuovo candidato per presenziare una decina di minuti nel sequel di Man of Steel, sempre diretto da Zack Snyder. Nella pellicola di prossima uscita dunque, ci sarà l’incontro tra Superman (confermato Henry Cavill) e il collega supereroe che avrà il volto nascosto di Ben Affleck. Apriti cielo. Gruppi su Facebook contro questa decisione. Proteste di internauti a go-go e anche la maggior parte della stampa non ha troppo gradito la scelta. Ma perché tutto questo astio nei confronti di Mr Affleck? Troppo amore per Christian o è la tipica situazione in cui, per scaricare il nervoso contro chi ha già messo nel dimenticatoio il sig. Bale-Batman, ce la si prende con il suo sostituto-successore?

Ben Affleck, premio Oscar anche per la Miglior Sceneggiatura Originale insieme all’amico Matt Damon per Will Hunting – Genio ribelle (1997, di Gus Van Sant), è stato spesso criticato come attore in modo eccessivo. Quando si è piazzato dietro la telecamera però, ha zittito tutti. Inoltre le sue recenti interpretazioni in pellicole come Hollywoodland (2006, di Allen Coulter) dove ha anche conquistato la Coppa Volpi come Miglior Attore alla 63° Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, State of Play (2009, di Kevin Macdonald) e The Town (2010, di cui è anche regista) ne hannp dimostrato le indubbie capacità.

Quando poi il boom dei supereroi non era ancora scoppiato, Ben Affleck indossò la tuta di lattice rossa per interpretare il supereroe marvelliano Daredevil (2003, di Mark Steven Johnson) a fianco di Michael Clarke Duncan (Wilson Fisk/Kingpin), la futura moglie Jennifer Garner (Elektra) e Colin Farrell (Bullseye). Christian Bale è stato perfetto in Batman, e sotto la regia di Nolan ne ha ridisegnato l’immaginario. La macchina milionaria di Hollywood però non concede pause. Ora è il turno di Ben Affleck. Sarà migliore? Sarà peggiore? Sarà diverso. Punto e basta. E se davvero non potete sopportare l'idea di "Ben-Wayne", nessuno vi obbliga ad andare al cinema.

lunedì 14 gennaio 2013

70th Golden Globe Awards, and The Winners are...

And the Winners are...
Les Misérables sbanca la Settantesima edizione dei Golden Globes vincendo i premi per il Miglior film commedia o musicale, il Miglior attore in un film commedia o musicale (Hugh Jackman) e la Migliore attrice non protagonista (Anne Hathaway). 

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer 

Prestigiosa doppietta per Ben Affleck, che con Argo centra l’accoppiata Miglior Film Drammatico e Miglior Regista. Gloria anche per il Django Unchained di Quentin Tarantino, a segno per la Sceneggiatura e il Miglior attore non protagonista (Christoph Waltz). Rimane a bocca asciutta The Master di Paul Thomas Anderson.

Nel dettaglio, i vincitori: 
  • Miglior film drammatico: Argo, regia di Ben Affleck 
  • Miglior film commedia o musicale: Les Misérables, regia di Tom Hooper 
  • Miglior regista: Ben Affleck, Argo
  • Miglior attore in un film drammatico: Daniel Day-Lewis, Lincoln
  • Migliore attrice in un film drammatico: Jessica Chastain, Zero Dark Thirty
  • Miglior attore in un film commedia o musicale: Hugh Jackman, Les Misérable
  • Migliore attrice in un film commedia o musicale: Jennifer Lawrence, Il lato positivo
  • Miglior attore non protagonista: Christoph Waltz, Django Unchained
  • Migliore attrice non protagonista: Anne Hathaway, Les Misérables
  • Migliore sceneggiatura: Quentin Tarantino, Django Unchained
  • Migliore colonna sonora originale: Mychael Danna, Vita di Pi
  • Migliore canzone originale: Skyfall, di Adele Adkins, Paul Epworth
  • Miglior film straniero: Amour, regia di Michael Haneke
  • Miglior film d'animazione: The Brave, regia di Mark Andrews e Brenda Chapma

martedì 27 novembre 2012

Daredevil, Bring Me to Life

Daredevil - Matt Murdoch/Daredevil (Ben Affleck)
Perché io posso. È la puntuale risposta dell’eroe alla domanda preoccupata, "Perché tu?". Vale anche per il sottovalutato Daredevil (2003, di Mark Steven Johnson).

di Luca Ferrari

Atmosfere gotico-vendicative. Erede incompreso del Il corvo (1994, di Alexander Proyas). Lontano anni luce dagli attuali consanguinei marvelliani Capitan America, Thor e Iron Man. Una missione nata nel segno dell’ingiustizia e della perdita paterna. Una vita di rinunce nel nome della tutela dei più deboli. E come se il fardello non fosse già abbastanza pesante (lancinante), un sogno d’amore infranto. Strappato via dall’omicidio più spietato. E ancora una volta la pace si fa oscura. Le cicatrici schiumano. E la risposta è una resa dei conti sacrificale.

Se Bruce Wayne è un miliardario sceso a difendere la decadente Gotham City, Matt Murdoch (Ben Affleck) è un avvocato cieco che offre assistenza legale (spesso per pochi spiccioli) per le persone più deboli nel quartiere newyorkese di Hell’s Kitchen. E quando la giustizia si dimostra troppo indulgente con assassini e stupratori, lui si trasforma. Sotto una tuta in lattice rosso svolazza tra i tetti. Da ragazzino ci vedeva. Poi un incidente gli fece perdere la vista ma col tempo scoprì di avere potenziati tutti gli altri sensi. E iniziò una seconda vita che ulteriormente cambiò con la morte del padre Jack (David Keith).

Ogni eroe ha la propria nemesi. Se il Batman di Christopher Nolan ha avuto nel Joker (Heath Ledger) la massima apoteosi, Daredevil ha uno stralunato pazzo irlandese con un mirino tatuato sulla fronte. Il suo nome è Bullseye (uno straordinariamente viscido Colin Farrell), ingaggiato da capo mafia Kingpin (Michael Clarke Duncan).

Il sicario arriva e lascia il segno. Prima ammazza l’ex-socio in affari Nikolas Natchios (Erick Avari), quindi sua figlia Elektra (Jennifer Garner) dopo che questa ha appena ferito quasi mortalmente Daredevil scambiato per errore per l’assassino del padre. Socio ma con molta meno moralità di Matt, Franklin "Foggy" Nelson, interpretato da Jon Favreau, futuro regista, tra gli altri, di Iron Man (2008) e Iron Man 2 (2010).

Poderosa la colonna sonora che contribuì a lanciare la metal band americana Evanscence. Se nella scena del funerale del padre di Elektra, insieme alla pioggia si ode My Immortal, poco dopo la ragazza si sta allenando per vendicarsi di Daredevil e lui stesso si prepara per affrontarla senza alcuna brutta intenzione (Elektra non sa che sotto la maschera c'è il suo ragazzo Matt). Tra sguardi e coltelli lanciati, sale in cattedra la possente Bring Me to Life.

Ci sono cicatrici che non diventeranno mai germogli di serenità. Ma va bene così. Non tutti siamo nati per rimanere a casa quando le tenebre invadono l’anima e le strade. Ci sono angeli oscuri che vegliano su di noi. Decisi a colmare quelle falle del sistema che troppo spesso lascia la povera gente in balia di mostri senza pietà. Una missione per alimentare una speranza. Ispirare una città fatta di eroi. Ispirare un mondo dove chiunque possa reputarsi capace di cambiare le sorti avverse. 

Non sono l’unico ad averlo capito. Come la paziente Mary Jane (Kirsten Dunst) spronava l’amato Peter Parker (Spiderman) a catturarli tutti con le delicate parole Gog’em, tiger, così il giornalista Ben Urich (Joe Pantoliano), scoperta la vera identità di Devil, al momento di mandare in stampa lo scoop, cancella tutto. Esce di casa. Guarda in alto. Si accende la sigaretta. Lo vede in cima a un tetto, e sussurra, All’attacco Matt!

Il trailer di Daredevil

Daredevil - Elektra (Jennifer Garner) e Daredevil (Ben Affleck)
Daredevil - il viscido Bullseye (Colin Farrell)
Daredevil (2003, di Mark Steven Johnson)

venerdì 23 novembre 2012

Argo, il peggior miglior piano

Argo - l'agente Tony Mendez (Ben Affleck) in missione in Iran
L'incredibile missione segreta americana nell'Iran della Rivoluzione Khomeinista. Una storia così folle da poter essere solo vera, Argo (2012, di Ben Affleck).

di Luca Ferrari

Iran vs. Stati Uniti. Stati Uniti vs. Iran. Dai tempi della rivoluzione degli anni ’70 è cambiato poco. Gli Stati Uniti hanno continuato a svillaneggiare in giro per il mondo, sostenendo governi spesso assassini e intervenendo militarmente lì dove ci fosse mera convenienza. Dal canto suo, il governo di Tehran ha inasprito ulteriormente le maglie sulla popolazione sempre più affamata di democrazia araba (e non occidentale), e quando è scesa in piazza la rivolta è stata soffocata nel sangue.

Dopo Gone Baby Gone (2007) e The Town (2010), Ben Affleck torna in cabina di regia per Argo (2012), con se stesso nei panni del protagonista, l’agente della CIA, Tony Mendez. Un ruolo e film decisamente con più spessore rispetto al mutismo impostogli da Terrence Malick nell’esageratamente metafisico To the Wonder (2012). 

Non fermerete il mondo. Nessuno ci è mai riuscito. Che cosa abbiamo più degli altri? Solo qualche lapide con alfabeti differenti verso cui puntare un dito. Ho provato a nascondere le mie braccia per una notte nel cielo, ma mi sono ugualmente risvegliato coperto di sangue. Forse ho salvato anche una persona, ma in troppi continueranno a morire. Oggi, nel terzo millennio, non voglio più sentir parlare di gocce. Oggi, nel 2012, per cambiare qualcosa devi cambiare tutto.

Il premio Oscar per la sceneggiatura di Will Hunting – Genio ribelle (1997, di Gus Van Sant) ha scelto un tema delicato per il suo terzo lungometraggio. La politica. Ma a guardare bene, siamo proprio sicuri si tratti solo di questo aspetto? Lui è solo un uomo che nei primi anni ’80 deve (vuole) andare a prendere a Tehran sei concittadini nascostisi dalla furia della rivoluzione Khomeinista. 

Lo Scià di Persia, resosi colpevole di ingiustizie e torture con l’avvallo dell’Occidente, è scappato negli USA. Il popolo si è ribellato. La sede diplomatica americana è stata assaltata e tutti i presenti catturati. L’Iran vuole il suo dittatore indietro per processarlo. Senza lo scambio, i diplomatici non lasceranno la terra iraniana dove nel frattempo la rivoluzione ha assunto da un pezzo le inevitabili tinte fosche della vendetta.

Preceduta da un’azzeccata e killbilliana illustrazione a fumetti della storia dell’Iran, la pellicola entra subito nel vivo con i manifestanti che sfondando le protezioni occupando con la forza l’ambasciata americana. Tutti presi, legati e bandati. Tutti meno sei, che scappano da un porta laterale e riparano dall’ambasciatore canadese Ken Taylor (Victor Garber). 

Se venissero trovati, sarebbe presumibilmente accusati di spionaggio, torturati e uccisi. È una corsa contro il tempo, e l’unico a escogitare una buona idea è Mendez, calandosi nei panni di un uomo di cinema canadese in arrivo in Medioriente alla ricerca di location per il suo nuovo film, Argo per l’appunto. 

Lui e il suo staff di sei compatrioti s’intende. Tutto preparato ad arte insieme al costumista John Chambers (John Goodman) che già in passato ha lavorato per i servizi segreti americani e il navigato produttore Lester Siegel (Alan Arkin).

Superato il primo impatto con i sei fuggiaschi tornati alla luce del sole, dalla presidenza Carter arriva il dietrofront. Mendez va avanti lo stesso, e grazie all’appoggio del suo capo Jack O'Donnell (Bryan Cranston), all’aeroporto alla fine le prenotazioni tornano fuori.  I sei americani sono a un passo dal salire a bordo del velivolo. Ma resta l’ultimo passo da compiere. Ingannare la diffidente Guardia Rivoluzionaria. 

Sale la tensione. E se ne percepisce l’angoscia.  Il meno fiducioso della fasulla troupe cinematografica, sfruttando la conoscenza della lingua pharsi, interviene per sbrogliare la matassa. Verificato un controllo, salgono a bordo. Nemmeno quando il carrello è rientrato e sono in volo, il capo di Matt brinda. Solo alla notizia dell’uscita dallo spazio aereo iraniano ci si lascia alla gioia per essere riusciti a salvare la vita ai propri connazionali.

Non si può, non si deve guardare Argo (2012) beandoci della felice conclusione per i sei americani, l’ambasciatore canadese e famiglia. Non si può, non si deve guardare il film di Ben Affleck puntando il dito solo verso quello che è accaduto, perché sta accadendo ancora. Un’infernale discesa nella violazione costante dei diritti umani. In questo preciso momento una guerra sta scoppiando per coprirne un’altra. 

In questo momento insignificanti (per noi) pezzi di carta stanno gettando le basi per i conflitti del domani. La cronaca fa il suo dovere in Argo, ma non c’è solo quella. Tocca a ciascuno di noi varcare i limiti del racconto e puntare a qualcosa che non è ancora stato rivelato. 

Non c’è trionfalismo in Argo ma solo una storia andata tristemente avanti. Per Mendez è solo una missione. Ha un figlio da rivedere. Ha una ex-moglie, forse, da riconquistare. Tutto il resto lo decideranno sempre loro. Anche se noi crediamo di aver cambiato la storia. Anche se ci diranno che stiamo stati dei “grandissimi”. Già, ma grandissimi cosa?  Appunto, vaffanculo Argo!

Il trailer di Argo

Argo - John Chambers (John Goodman) e Lester Siegel (Alan Arkin)
Argo - in fuga da Tehran

venerdì 24 agosto 2012

Ben Affleck, l’Argo della Storia

Argo (2012), di Ben Affleck
Una storia avvincente. Talmente folle che può essere solo la vera. Nell'Iran della rivolta Khomeinista la CIA ha un folle piano per salvare i propri agenti.

di Luca Ferrari

Penso che la mia storiella sia l’unica cosa tra voi e un’arma alla testa, dice l’agente segreto Tony Mendez (Ben Affleck) vuole risolvere una situazione disperata. Liberare dei concittadini americani scappati alla furia della rivolta durante la Crisi degli Ostaggi del 1979 a Teheran.

Quando gli studenti hanno assalito la loro ambasciata , sei di loro sono scappati da una porta secondaria trovando rifugio nella sede diplomatica canadese. Le Guardie della Rivoluzione però non ci mettono molto a scoprire che qualcuno manca all’appello, e inizia la ricerca. Casa per casa. Se li trovassero, potrebbero finire male. Occorre farli uscire dall’Iran, e subito. Ma come? 

La vicenda narrata dal regista di The Town (2010) è talmente folle che può essere solo vera. “La miglior cattiva idea possibile” venuta alla CIA è infatti quella di far passare i sei fuggiaschi per membri di una troupe cinematografica canadese, alla ricerca di paesaggi per la scenografia di un film fasullo dal nome Argo. E c'è bisogno che un uomo li guidi.

Distribuito dalla Warner Bros., il trailer della pellicola è già disponibile su Youtube in più lingue: il filmato, di due minuti abbondanti, è estremamente curato e con frasi azzeccate come “They weren’t making a movie. They were making History Non stavano facendo un film. Stavano facendo la Storia”. Ulteriore chicca, sottofondo musicale nella parte finale dell’immortale Dream on degli Aerosmith.

Sono passati più di trent’anni dalla presa dell’ambasciata americana a Teheran, e da entrambe le parti non è poi cambiato molto. Presidente democratico o repubblicano che sia, gli Stati Uniti sono rimasti gli stessi. Sceriffi del mondo ma senza più il colosso sovietico con cui vedere chi ce l’ha più lungo (e giocare a chi realizza più testate nucleari). 

Nemmeno la cura Obamesca ha prodotto grandi risultati dopo l’intossicazione Bushiana. Anche l’Iran è rimasto uguale. Dall’ayatollah Khomeini all’attuale Guida Suprema Ali Khamenei in coppia con il presidente Mahmud Ahmadinejad, si vede solo un governo oscurantista con il vizio di reprimere nel sangue qualsiasi voce di dissenso popolare. 

La brodaglia propagandistica anti-americana e del perenne nemico sionista vengono ancora smerciate per cercare un consenso perduto, e ottenuto solo con la minaccia, mentre la gente è sempre più affamata di libertà: vuole vivere in pace nella propria terra, senza dittatori casalinghi né stranieri.

Alla produzione di Argo, insieme a Grant Heslov e Ben Affleck stesso, c’è il premio Oscar, George Clooney. E lui, che sia regista, produttore o attore, appena ne ha l’occasione, si butta in politica. Good Night, and Good Luck (2005), Syriana (2005), Darfur Now (2007), Michael Clayton (2007) e il più recente Le Idi di Marzo (2011) danno un'idea di quanto sia forte l’interesse per la materia da parte dell’ex-Dr. Ross della serie televisiva E.R

In un anno in cui il popolo americano sarà chiamato alle urne per confermare o meno l'attuale inquilino della Casa Buianca, Barack Obama (di cui Clooney è sostenitore), e con i politici d’Israele che insistono a paventare guerra alla Repubblica Islamica dell'Iran, il contesto internazionale sembra involontariamente di estrema attualità per la pellicola, in arrivo in Italia in autunno. 

Una nuova crisi è dietro l'angolo, o è solo l'ennesimo gioco dei piani alti della politica internazionale per mettere sotto scacco (e nel terrore) l'umanità? Visto il tema delicato, la vicenda che Ben Affleck porta sul Grande Schermo non mancherà di suscitare interrogativi, riflessioni e polemiche. E se per una volta invece fosse un'occasione per ripensare agli sbagli da entrambe le parti?