La crisi economica non è mai finita. Viviamo il secolo dei suicidi da non-lavoro. C'è bisogno di uomini forti per creare nuove e durature fondamenta. The Company Men (2010, di John Wells).
Sogni e miseria. Luce e tenebra. Ricchezza e precariato. Ogni volta che trasmettono sul piccolo schermo The Company Men (2010, di John Wells), non posso fare a meno di non guardarlo. E ogni volta sto male. Ambientato negli Stati Uniti nel periodo della crisi economica, uno dopo l'altro cadono tutti: piccoli lavoratori e grandi manager, ed è su questi ultimi che la pellicola, presentata al Sundance Film Festival, apre i riflettori.
Bobby Walker (Ben Affleck) è un uomo di successo, passato in un amen da una vita di agi allo spettro della povertà. A dispetto della posizione di spicco che ricopriva, viene licenziato dalla multinazionale per cui lavora senza troppi giri di parole. Inizia il calvario della ricerca di un nuovo impiego e se in principio non vuole scendere a compromessi, la vita e gl'imminenti conti da pagare lo porteranno a riflettere e dover prendere decisioni che mai si sarebbe immaginato fino a qualche anno prima.
La crisi economica non è finita, è ancora più viva che mai. Come l'ottimo La grande scommessa (2015, di Adam McKay) ci ha raccontato-spiegato, i pezzi grossi sono tutti al loro posto. Di tutte quelle persone invece sbattute su di una strada con la casa pignorata invece, che cosa ne è stato? La mattina ti svegli e non pensi minimamente che andare a fare la spesa potrebbe diventare un problema, poi un attimo dopo ti ritrovi a vagare per la città nel cuore della mattinata e non sai più cosa fare.
L'uomo crea la crisi e solo l'uomo la può risolvere. Non ci sono forze invisibili che disfano e costruiscono. La maggioranza si adatta e subisce, ma ci sono anche i Gene McClary (Tommy Lee Jones) che a dispetto dei ricchi salvacondotti finanziari, non si limitano a galleggiare voltandosi dall'altra parte. Si mettono in gioco e usano la propria forza per ripartire e gettare la basi per un nuovo futuro che per centinaia di persone significa una nuova azienda, un nuovo lavoro e una nuova vita.
The Company Men (2010, di John Wells) fa sanguinare. Difficile trovare qualcuno al giorno d'oggi che non sia passato per periodi analoghi. The Company Men è un film che sebbene guardi il problema licenziamenti da un punto di vista più altolocato, fa capire che nel tritacarne dell'economia ci cadono (senza far ritorno) quasi tutti. Pur non raggiungendo l'angoscia di Due giorni, una notte (2014, di Jean-Pierre e Luc Dardenne) resta comunque un film interessante da vedere.
Un uomo deciso a cambiare il corso e la cultura stessa della propria nazione. Il regista Steven Spielberg affida a Daniel Day-Lewis il ruolo del presidente Lincoln.
Quello che poteva essere dimostrato con il sangue, la guerra, l’odio e la schiavitù, ormai dovrebbe essere già stato detto. Fatto. Dimostrato. Scritto. Proclamato. Istituzionalizzato. Ma non è ancora abbastanza per te, vero, stupida e degenerata razza umana? A chi tocca pagare il conto adesso? A chi tocca continuare a pagarlo? A chi tocca premere il grilletto questa volta? Le catene dei negri di allora sono i vincoli economici di oggi.
Le catene dei negri di allora sono i pregiudizi che impediscono alle società di crescere. Siamo tutti schiavi. Ognuno con il suo misero pezzo di terra, e con qualcuno cui far sentire la frusta del nostro misero comando. Dentro e fuori le stanze, allora come oggi nei posti di governo si siedono immondi bipedi che sputano addosso ad altre persone come fossero bestie, in virtù di non si sa quale e indefinito concetto di superiorità. Nel lontano ‘800, durante la mattanza della Guerra Civile americana, un uomo capì che tutto questo non era più tollerabile e che la Storia andava cambiata ora. Il suo nome era Abraham, e il regista Steven Spielberg gli ha appena dedicato Lincoln (2012).
Dopo la parentesi animata di Le avventure di Tintin: Il segreto dell'Unicorno(2011) e il deludente War Horse (2012), Steven è tornato dirigere una storia nel filone bellico-politico, cominciato con Shindler's List (1993) e affrontando anche il tema della schiavitù nel drammatico Amistad (1997).
Oggi, nel 2013, in quasi parallelo a Quentin Tarantino e il suo Django Unchained, il regista di Cincinnati tocca nuovamente quel tasto in un momento d’incertezza mondiale. In un momento della Storia dove bisogna per forza evolversi se non si vuole restare indietro per sempre. E per farlo ha scelto un uomo che si oppose con forza a qualsiasi compromesso pur di cambiare gli Stati Uniti con l’abolizione della schiavitù.
A interpretare la famiglia presidenziale, i coniugi Abraham e Mary Todd Lincoln, i due volte premio Oscar, Daniel Day-Lewis e Sally Fields, e i figli Tad (Gulliver McGrath) e il più grande Robert Todd (Joseph Gordon-Levitt), desideroso quest'ultimo di dimostrare il proprio valore anche in guerra e non solo dietro scartoffie da avvocato.
Guerre e politica. Politica e guerre. Spielberg dirige lo scontro su tutti i fronti possibili del Presidente. Da quello sul campo, a quello delle aule del Gabinetto senza dimenticare le mura domestiche dove la moglie è ancora lacerata dalla prematura morte del figlio. Lincoln sembra trasmettere una costante e sorniona espressione di sofferenza. Sembra come stia per cedere. Ma in quel suo sguardo mezzo sbilenco si nasconde una roccia, sferzata dalla sua stessa ironia e qualche aneddoto che ficca in mezzo anche in momenti delicati (spettacolare quella del quadro di George Washington), anche se non sempre tutti gradiscono come l’ancor più barbuto Segretario alla Guerra, Edwin Stanton (Bruce McGill).
Lincoln ha bisogno di voti per avere la certezza che il Tredicesimo Emendamento non venga bocciato. Per recuperare i 20 mancanti ricorre a tutti i mezzi possibili, inviando tre uomini fidati per convincere, magari con qualche promessa d'incarico più o meno prestigioso, a firmare il si. E per questo lavoro ci vuole un mix di spregiudicatezza, decisione e faccia tosta. Tutte qualità dei fidati William N. Bilbo (James Spader), Robert Latham (John Hawkes) e Richard Schell (Tim Blake Nelson), che non temono di vedersi sbattere la porta in faccia o peggio, come capita al povero Bilbo, pure qualche fucilata alla quale si rimedia con una nobile fuga.
Ma se qualcuno firma senza troppi problemi, c’è anche chi cambia idea o resta indeciso fino all’ultimo. E sono proprio loro a decidere da che parte girerà l’ago della bilancia. I due più clamorosi, che si beccano del venduto dalla roccaforte dei Democratici, sono George Yeaman (Michael Stuhlbarg) e Wells A. Hutchins (Walton Goggins).
E come ancora spesso succede nei momenti cruciali della vita politica, la dialettica può risultare più decisiva perfino delle idee che la animano. E se la schiavitù dei neri è sostenuta dalla bieca intransigenza razzista del senatore Fernando Wood (Lee Pace) e il leader dell’Opposizione George H. Pendleto (Peter McRobbie), dall’altra parte c’è uno zoppicante ma coriaceo Thaddeus Stevens (Tommy Lee Jones), senatore radicale che non mancherà di sorprendere tutti con la sua orazione finale, con un delicato gesto rivelatore a battaglia vinta. Nel calore del proprio letto matrimoniale.
– I miei giuramenti hanno usato la bandiera bianca per le ragioni sbagliate, ma posso ancora rimediare. In un momento come questo desidero rimanere solo e scrivermi da me il telegramma prima di scendere dal palcoscenico del mondo lasciando al caos della vera Democrazia la sola giustizia del rispetto umano –
Da dove cominciamo?, chiedeva sghignazzante il viscido Joker (Heath Ledger) per risolvere la questione Batman. La stessa domanda ce la dobbiamo porre noi oggi. Domani. Sempre. Fino a quando l’uguaglianza cesserà di essere un diritto, una necessità, una speranza o qualsiasi altra cosa di diverso dalla normalità. Siamo nella settimana della Memoria ma i campi di sterminio ci hanno insegnato troppo poco a giudicare da cosa è accaduto dal 1945 in poi. Siamo ancora lì.
Trincerati in paure e pregiudizi. Una Carta non significa nulla se il suo valore è tutto nel ricordo e nell’orgoglio dei firmatari. Per quanto ne so, l’odio tra la gente per differenze etniche o religiose è il peggior liquame che esista al mondo. Una fetida pagnotta con cui ci si continua a ingozzare dopo averla già mangiata e ripetutamente vomitata. Vendendola alle parate. Alle masse. In Italia come nel mondo ci sono leggi sbagliate. Una di queste è la vergognosa bossi-fini. Un oltraggio per i Diritti Umani e per qualsiasi essere vivente si senta degno di questo appellativo.
Ci sono cose che devono essere fatte. E per fare un’impresa bisogna cominciare subito. Hai ragione Abraham Lincoln, – Questa non è la solita cosa, questa è la Storia –.
Il matrimonio che vorrei (2012) - Arnold (Tommy Lee Jones) e Maeve (Meryl Streep)
Il tuo matrimonio è in crisi? A tutto c'è una cura. Anche per quelle pene d'amore sentite da un solo dei due coniugi. Il matrimonio che vorrei (2012, di David Frankel).
C’è chi lotta per allentare e sciogliere il nodo a scorsoio più anestetizzante e chi accetta, nel nome del quieto vivere (…), una vita senza più nessuna alterazione ai "ciabattosi" ciottoli del proprio legame un tempo d'amore. Andando avanti perché si deve. Facendo sempre la stessa colazione senza mai esprimere il proprio disappunto per la vitalità e la passione d'un tempo. Viaggio nel delicato equilibrio di due persone dove in ballo c’è la coppia e il desiderio di sentirsi amati, sempre. Il matrimonio che vorrei (2012, di David Frankel).
Maeve (Meryl Streep) e Arnold Soames (Tommy Lee Jones) sono sposati da 31 anni. La loro vita coniugale è routine operaia. Buon giorno, i pasti e buona notte. Dormono in stanze separate. Un iniziale dolore alla schiena e il russare di lui li ha portati a essere divisi sotto lo stesso tetto. Un breve periodo di separazione si è ormai trasformato in anni. Lì sono rimasti. L’ultimo rapporto sessuale risale a quasi cinque anni prima. L'ultimo gesto di autentico romanticismo nemmeno se lo ricordano.
Molti matrimoni si adagiano in quest'anemica brodaglia senza midollo (né spina dorsale). Non è il caso di Maeve. Impacciata sì, ma per nulla rassegnata a lasciare la propria vita chiudersi nell'ecatombe sentimentale fatta di fallaci equilibri e imbarazzanti convenevoli. Per farlo però ha bisogno di una leva. In una libreria trova il volume You can have the Marriage you want del Dr. Bernie Fields (Steve Carell), psicologo ed esperto di relazioni sentimentali e sessuali. La decisione è presa. Con o senza il marito, lei ci andrà comunque.
Inizia un percorso variegato dove chi si sente messo da parte non è necessariamente chi ha pagato con i propri risparmi (e non quelli congiunti) l’esosa retta per una settimana intensiva di terapia di coppia nel Maine. Il professore lo capisce subito. Ed è fin troppo palese che è la donna ad aver bisogno di parlare ed esprimersi Ma quando si aprono le sacre porte della relazioni, nulla è come sembra. L'uomo e la donna devono riappropriarsi del proprio spazio. L'uomo e la donna devono riavvicinarsi spinti unicamente dal desiderio.
Messo nella condizione di parlare, racconta le sue fantasie che avrebbe voluto realizzare con la dolce metà, da quelle fattibili (sesso orale sotto la scrivania dell’ufficio nei giorni della dichiarazione dei redditi) a quelle più difficili (una cosa a tre con la vicina). Piccola presenza per Elisabeth Shue (Karate Kid, Via da Las Vegas), nella parte della barista Karen, che paziente e generosa ascolta il racconto di Mae facendola a sentire a proprio agio dimostrandole che anche la maggioranza dei suoi clienti non batte un chiodo (...).
David Frankel e Meryl Streep. È tornata la coppia di una delle più brillanti commedie degli anni Duemila, Il diavolo veste Prada (2006). Questa volta però la tre volte premio Oscar non è una sofisticata guru della moda temuta da chiunque respiri la sua stessa aria. Nella pellicola Il matrimonio che vorrei (Hope Springs) è una signora vulnerabile e ferita che ama il marito, ma che ha dimenticato come farselo dire e comunicarglielo. Tommy Lee Jones (Il fuggitivo, Man in Black, Lincoln) è uno degli attori più eclettici che esistano e in questa commedia ne dà un ulteriore dimostrazione, vestendo alla perfezione i panni del marito scontroso ma sempre comunque innamorato e fedele.
Ma se parliamo di attori versatili, ancor più notevole è Steve Carell, qui alle prese (finalmente) con le fattezze di un psicologo, non messo alla berlina o trattato con superficialità come avviene quasi sempre nelle sceneggiature italiane. Dall'inquietante Foxcathcer (2015, di Bennett Miller), passando per l'incazzato trader di La grande scommessa (2015, di Adam McKaay) fino alla vittima di Benvenuti a Marwen (2018, di Robert Zemeckis), Carell sa aggiungere quel tocco di imprevedibile umanità e raffinata compostezza che solo in pochi artisti sono davvero in grado di apportare alla storia.
Il matrimonio che vorrei è Un film per coppie, single o tutti quanti? Dove la realtà non arriva, ci pensa la genialità a creare nuove leggende. Perché con la propria metà o con gli amici che sia, ci sarà sempre un momento dove qualcuno all’interno della relazione vorrà (dovrà) conficcare le proprie ditadentro la pietra, certo che così agendo tutti potranno chiudere gli occhi per un momento e magari ritrovarsi a correre con un passeggino in mano senza motivo, a dispetto delle smorfie e dei gradini che sopraggiungono nelle costanti risse dei propri pensieri.
Ci scrivono libri. Ci fanno film. Qualcuno ha perfino la presunzione di volerlo comprendere e spiegare solo perché non accetta la magia di ciò che prova. L'amore. Non tutti ci rivolgiamo all’oceano per la semplice e comune ragion di esistere. C’è chi ci mette il tempo di una candela per lasciare l’impronta nella propria lista di desideri e chi si deve prima sentire compreso da tutti gli avamposti lunari. Poi magari un giorno, così d’improvviso, ci s’accorge che su quella riga e letto c’è il desiderio di aggiungere un altro cuscino.
Era il 1996 quando la rock band americana Pearl Jam diede alla luce il quarto album No Code. Un disco che risentiva non poco dell’influenza acustica del cantautore canadese Neil Young con cui un anno prima avevano registrato Mirror Ball. Superato l’ascolto della prima e psichedelica Sometimes, i decibel escono finalmente dagli amplificatori graffiando con la cavalcata Hail Hail. Il suo ritornello è perfetto per celebrare il film Il matrimonio che vorrei (2012, di David Frankel): "Hey hey the lucky ones, I refer to those in love, yeah... Ave ave ai fortunati, Mi riferisco agli innamorati."
Il trailer de Il matrimonio che vorrei
Il matrimonio che vorrei- Arnold (Tommy Lee Jones), il Dr. Fields (Steve Carell) e Maeve (Meryl Streep)