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Visualizzazione post con etichetta Il matrimonio che vorrei. Mostra tutti i post
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giovedì 25 ottobre 2012

Il matrimonio che vorrei, la parola all'amore

Il matrimonio che vorrei (2012) - Arnold (Tommy Lee Jones) e Maeve (Meryl Streep)
Il tuo matrimonio è in crisi? A tutto c'è una cura. Anche per quelle pene d'amore sentite da un solo dei due coniugi. Il matrimonio che vorrei (2012, di David Frankel).

di Luca Ferrari

C’è chi lotta per allentare e sciogliere il nodo a scorsoio più anestetizzante e chi accetta, nel nome del quieto vivere (…), una vita senza più nessuna alterazione ai "ciabattosi" ciottoli del proprio legame un tempo d'amore. Andando avanti perché si deve. Facendo sempre la stessa colazione senza mai esprimere il proprio disappunto per la vitalità e la passione d'un tempo. Viaggio nel delicato equilibrio di due persone dove in ballo c’è la coppia e il desiderio di sentirsi amati, sempre. Il matrimonio che vorrei (2012, di David Frankel). 

Maeve (Meryl Streep) e Arnold Soames (Tommy Lee Jones) sono sposati da 31 anni. La loro vita coniugale è routine operaia. Buon giorno, i pasti e buona notte. Dormono in stanze separate. Un iniziale dolore alla schiena e il russare di lui li ha portati a essere divisi sotto lo stesso tetto. Un breve periodo di separazione si è ormai trasformato in anni. Lì sono rimasti. L’ultimo rapporto sessuale risale a quasi cinque anni prima. L'ultimo gesto di autentico romanticismo nemmeno se lo ricordano.  

Molti matrimoni si adagiano in quest'anemica brodaglia senza midollo (né spina dorsale). Non è il caso di Maeve. Impacciata sì, ma per nulla rassegnata a lasciare la propria vita chiudersi nell'ecatombe sentimentale fatta di fallaci equilibri e imbarazzanti convenevoli. Per farlo però ha bisogno di una leva. In una libreria trova il volume You can have the Marriage you want del Dr. Bernie Fields (Steve Carell), psicologo ed esperto di relazioni sentimentali e sessuali. La decisione è presa. Con o senza il marito, lei ci andrà comunque.

Inizia un percorso variegato dove chi si sente messo da parte non è necessariamente chi ha pagato con i propri risparmi (e non quelli congiunti) l’esosa retta per una settimana intensiva di terapia di coppia nel Maine. Il professore lo capisce subito. Ed è fin troppo palese che è la donna ad aver bisogno di parlare ed esprimersi Ma quando si aprono le sacre porte della relazioni, nulla è come sembra. L'uomo e la donna devono riappropriarsi del proprio spazio. L'uomo e la donna devono riavvicinarsi spinti unicamente dal desiderio.

Messo nella condizione di parlare, racconta le sue fantasie che avrebbe voluto realizzare con la dolce metà, da quelle fattibili (sesso orale sotto la scrivania dell’ufficio nei giorni della dichiarazione dei redditi) a quelle più difficili (una cosa a tre con la vicina). Piccola presenza per Elisabeth Shue (Karate KidVia da Las Vegas), nella parte della barista Karen, che paziente e generosa ascolta il racconto di Mae facendola a sentire a proprio agio dimostrandole che anche la maggioranza dei suoi clienti non batte un chiodo (...).

David Frankel e Meryl Streep. È tornata la coppia di una delle più brillanti commedie degli anni Duemila, Il diavolo veste Prada (2006). Questa volta però la tre volte premio Oscar non è una sofisticata guru della moda temuta da chiunque respiri la sua stessa aria. Nella pellicola Il matrimonio che vorrei (Hope Springs) è una signora vulnerabile e ferita che ama il marito, ma che ha dimenticato come farselo dire e comunicarglielo. Tommy Lee Jones (Il fuggitivo, Man in BlackLincoln) è uno degli attori più eclettici che esistano e in questa commedia ne dà un ulteriore dimostrazione, vestendo alla perfezione i panni del marito scontroso ma sempre comunque innamorato e fedele.

Ma se parliamo di attori versatili, ancor più notevole è Steve Carell, qui alle prese (finalmente) con le fattezze di un psicologo, non messo alla berlina o trattato con superficialità come avviene quasi sempre nelle sceneggiature italiane. Dall'inquietante Foxcathcer (2015, di Bennett Miller), passando per l'incazzato trader di La grande scommessa (2015, di Adam McKaay) fino alla vittima di Benvenuti a Marwen (2018, di Robert Zemeckis), Carell sa aggiungere quel tocco di imprevedibile umanità e raffinata compostezza che solo in pochi artisti sono davvero in grado di apportare alla storia.

Il matrimonio che vorrei è Un film per coppie, single o tutti quanti? Dove la realtà non arriva, ci pensa la genialità a creare nuove leggende. Perché con la propria metà o con gli amici che sia, ci sarà sempre un  momento dove qualcuno all’interno della relazione vorrà (dovrà) conficcare le proprie dita dentro la pietra, certo che così agendo tutti potranno chiudere gli occhi per un momento e magari ritrovarsi a correre con un passeggino in mano senza motivo, a dispetto delle smorfie e dei gradini che sopraggiungono nelle costanti risse dei propri pensieri.

Ci scrivono libri. Ci fanno film. Qualcuno ha perfino la presunzione di volerlo comprendere e spiegare solo perché non accetta la magia di ciò che prova. L'amore. Non tutti ci rivolgiamo all’oceano per la semplice e comune ragion di esistere. C’è chi ci mette il tempo di una candela per lasciare l’impronta nella propria lista di desideri e chi si deve prima sentire compreso da tutti gli avamposti lunari. Poi magari un giorno, così d’improvviso, ci s’accorge che su quella riga e letto c’è il desiderio di aggiungere un altro cuscino.

Era il 1996 quando la rock band americana Pearl Jam diede alla luce il quarto album No Code. Un disco che risentiva non poco dell’influenza acustica del cantautore canadese Neil Young con cui un anno prima avevano registrato Mirror Ball. Superato l’ascolto della prima e psichedelica Sometimes, i decibel escono finalmente dagli amplificatori graffiando con la cavalcata Hail Hail. Il suo ritornello è perfetto per celebrare il film Il matrimonio che vorrei (2012, di David Frankel): "Hey hey the lucky ones, I refer to those in love, yeah... Ave ave ai fortunati, Mi riferisco agli innamorati." 

Il trailer de Il matrimonio che vorrei
Il matrimonio che vorrei - Arnold (Tommy Lee Jones), il Dr. Fields (Steve Carell) e Maeve (Meryl Streep)


lunedì 22 ottobre 2012

W le commedie nuziali americane

The Wedding Party (2012, di Leslye Headland)
Il cinema nuziale italiano ha davvero stufato con le sue imperiture miserie di felicità. Commedie sognanti americane, prendetemi con voi!

di Luca Ferrari
 
Non esiste sentimento che nel Belpaese sappia svincolarsi dall’imminente e tragico peso di qualche esistenzialismo o banale destino di pensieri. Anche uno dei giorni più belli o comunque più importanti della vita di ciascuno, il matrimonio, viene caricato, viene annacquato dai luoghi comuni più banali che fanno, consentitemi un richiamo Piraccionesco, venire una voglia immane di mettere su una bella "frulleria di ‘oglioni", lasciando da parte la felicità.

Premetto che non sono sposato, ma ho partecipato a svariati lieti eventi. Alcuni mi sono garbati di più di altri. Non tanto per location o condizioni climatiche, ma per la semplicità. Vengo al sodo. Vedere un film italiano dove c’è un matrimonio o comunque la vita coniugale, equivale spesso a un incubo in piena regola.

Penso a L’ultimo bacio (2001) di Gabriele Muccino con annessi prequel e sequel, o ai più recenti La peggior settimana della mia vita e sequel di Alessandro Genovesi con Fabio De Luigi e Cristiana Capotondi. Matrimonio e vita di coppia sempre e costantemente un dramma. Che palle.

Giovedì 18 ottobre sono sbarcate intanto dagli Stati Uniti due commedie. Il matrimonio che vorrei (di David Frankel con Meryl Streep, Tommy Lee Jones, Steve Carell) e The Wedding Party (di Leslye Headland) con Kirsten Dunst e Isla Fisher. Devo ancora vedere i trailer. Devo ancora andare a sedermi davanto al grande schermo e assistere alle rispettive proiezioni.

Da quello che so, il secondo è un po’ politically scorrect, il primo parla da sé guardando i nomi dei tre protagonisti. “Le solite commedie ruffiane americane” dirà qualcuno. "Un momento di realx e leggerezza" risponderebbero altri. Una domanda: ma è proprio così inverosimile essere rilassati e felici il giorno che convola a nozze?

Continuano a dirci che quello che vediamo nei film è solo fantasia, e che la realtà è molto più triste e meno poetica. Fuck you! - È  la mia decisa risposta. Una delle commedie più brillanti del fatidico giorno è il remake del film Il padre della sposa (1991) diretto da Charles Shyer con Steve Martin, Diane Keaton e Martin Short.

Inevitabile la malinconia nel vedere la propria figlia abbandonare la casa paterna, ma anche ironia e quel pizzico di magia che dovrebbe sempre accompagnare il giorno delle nozze. Quella scintilla che troppo spesso viene a mancare nelle commedie nostrane, in overdose da esasperato e distorto realismo con inclinazioni alla depressione.