Tom Ford è tornato a Venezia. Dopo A Single Man, il celebre stilista americano ha presentato Nocturnal Animals. Se l'obiettivo dell'instancabile fotografo veneziano Federico Roiter si posava dolcemente sullo sguardo intenso di Amy Adams e la sobria eleganza di Jake Gyllenhall e il perfido (nel film) Aaron Taylor-Johnson, nulla ha potuto con il grande assente della pellicola: Michael Shannon, in una delle migliori interpretazioni della carriera. Già, proprio Shannon che solo due anni fa bazzicava per il Lido in occasione dell'anteprima del sottovalutato 99 Homes(di Ramin Bahrani).
Sullo schermo veneziano si dava a droga e mazzate (tirate e prese), nella vita è un gentleman. Uno dei migliori attori in circolazione. Lui è Liev Schreiber, protagonista insieme a Naomi Watts di The Bleeder (di Philippe Falardeau), e vincitore del Persol Tribute to Visionary Talent Award 2016. E tra i tanti personaggi che stanno elettrizzando Venezia 73, lui, il maestro dell'horro Dario Argento non poteva certo mancare. E mentre si boccheggia nella cappa estiva di umidità, Gabriele Muccino se ne sta sotto il fresco delle fronde dell'Hotel Excelsior.
Niente gotico né attori feticci e questa sarebbe potuta essere una piacevole notizia all'insegna del cambiamento. Era dai tempi della coppiata Planet of the Apes (2001) – Big Fish (2003) infatti che non si vedeva un film di Tim Burton senza Johnny Depp. Ma le novità finiscono qui. Big Eyes, il tanto atteso nuovo lavoro del regista di Burbank è quanto di più sbiadito ci possa essere. Un film banale senza nessuna impennata stilistica. Un film che neanche il “colonnello” Christoph Waltz è stato in grado di risollevare. Una prova di regia davvero anemica che al confronto il già poco incisivo Dark Shadows (2012) pare chissà cosa.
Big Eyesè la storia vera di Margaret (Amy Adams) e Walter Keane (Waltz). Lei, divorziata con figlia a carico e geniale pittrice di fanciulli dai grandi occhi. Lui, bugiardo incallito incapace di realizzare anche il più modesto dei disegni. Lui affascina lei. La seduce e si sposano. Tutto sembra andare bene ma quando scopre che i suoi quadri incassano alla grande, trincerandosi dietro una realtà che vede le artiste donne con poco mercato in quegli anni (‘50-’60), la convince a firmare le opere Keane, lasciando a lui tutto il merito e la gloria.
Deriso in principio per i suoi presunti quadri paesaggistici dal gallerista Ruben (Jason Schwartzman), Walter si prende le sue sospirate rivincite grazie anche all’alleanza con lo scafato giornalista Dick Nolan (Danny Houston). I dipinti dai grandi occhi commuovono e gli fanno guadagnare dollari su dollari. Tutti li amano. Tutti meno uno, il critico John Canaday (Terence Stamp) che stronca senza pietà questo tipo di ritratti.
Più il tempo passa e più s’ingrandisce il castello di bugie. Walter però sa vendersi e vendere alla grande. Un mago delle public relations. Con l’aumentare del conto in banca e degli incontri coi personaggi famosi però, si fa sempre più meschino e cattivo in famiglia, arrivando perfino a minacciare di morte la moglie se avesse mai rivelato il suo segreto. Ne fanno le spese anche l’amica di lei, DeeAnn (Krysten Ritter), e la giovane figlia Jane (Madeleine Arthur). Finale scontato con la donna che finalmente trova il coraggio di affermare ciò che è suo, quindi il processo e inevitabile verdetto tra pennelli e tavolozza.
Tim Burton ha voluto cimentarsi in un sentiero alquanto impervio per lui, eppure non era la prima volta che sceglieva una storia reale ma all’epoca (1994) i risultati furono assai differenti. Quello era il bell’oscuro tempo di Ed Wood, prima collaborazione Tim-Deppiana, dove il cinema di Burton era davvero capace di lasciare il segno. Per come è stato diretto Big Eyes invece, ci sarebbe potuto essere chiunque dietro la telecamera. Nemmeno la musica del fido Danny Elfman è particolarmente riconoscibile.
Le indubbie qualità di Amy Adams poi, restano al palo mentre Waltz è fin troppo prevedibile. E se perfino un regista come Tim Burton gli offre una parte ancora troppo in linea con il personaggio che lo ha fatto conoscere al mondo (oltre ad avergli regalato il primo dei due Oscar come Miglior attore non protagonista), il colonnello Hans Landa di Bastardi senza gloria(2009, di Quentin Tarantino), allora anche per Mr. Sleepy Hollow è arrivato il momento di prendersi una pausa e tornare magari quando avrà qualcosa di davvero originale da raccontarci. E soprattutto all’altezza del suo grandioso passato cinematografico.
Il trailer di Big Eyes
Big Eyes - Margaret Keane (Amy Adams) e il viscido Walter (Christoph Waltz)
Big Eyes - Margaret (Amy Adams) e la figlia Jane (Madeleine Arthur)
“Mi viene il blocco dello scrittore se non uso un giubbotto antiproiettile. Si presenta così l'intrepida reporter Lois Lane (Amy Adams) durante l’ennesimo rischioso servizio, questa volta nell'inverno perenne dell’Artide dove i governi di Stati Uniti e Canada si stanno contendendo il diritto a recuperare un misterioso oggetto sepolto sotto gelide croste ghiacciate.
Nella rilettura oscura di Superman prodotto da Christopher Nolan, L’uomo d’acciaio(2013, Man of Steel), il regista Zack Snyder affida il ruolo della giornalista Lois Lane a una delle attrici più eclettiche e sicure prossime premio Oscar, l’americana Amy Adams.
Lois è una tosta. Parla decisa. Non si fa intimorire dal marziale colonnello Nathan Hardy (Christopher Meloni). È mossa dal sacro fuoco della curiosità. Della notizia da svelare. E questo la porta a spingersi oltre. A rischiare oltre i limiti. Perché lo fa? Nobile sete di verità o più banale voglia di protagonismo? Il bordo spesso non si distingue.
La manipolazione e la censura sono sempre in agguato. Le vere aquile bianche sono una specie in via d’estinzione o forse non sono davvero mai esistite. I veri reporter di guerra rischiano la vita. I buffoni della carta stampata alzano la voce ergendosi a chissà quali gigantesche autorità. Lo ripeteva sempre lo scafato reporter Simon (Richard Gere) durante la sua caccia (The Hunting Party, 2007, di Richard Shepard) al ricercato n. 1 del conflitto balcanico: Una vita in pericolo è una vita reale, il resto è solo televisione.
Così, nell’entrare in una misteriosa caverna, l’intrepida Lois si ritrova attaccata da una strana creatura prima, quindi salvata da una ancor più particolare vedendogli uscire raggi rossi dagli occhi. Poi più nulla. Svanito. Se la maggior parte delle persone si accontenterebbe di aver portato a casa la pellaccia, lei ovviamente no e inizia la ricerca. Scoprirà tutti i posti dove questo misterioso “salvatore” ha lavorato, compiendo talvolta azioni incredibili. La sua ricerca finisce sulla tomba del padre di lui, Jonathan (Kevin Costner).
Lo scoop ce l’avrebbe ma non lo dice. Perry White (Laurence Fishburne), il suo capo del Daily Mail, capisce la sua reticenza e pur dicendoglielo chiaramente, la elogia per questo. Per qualcuno scelta incomprensibile, per altri logica conseguenza dettata da qualcosa di più profondo e importante dell’ennesima bomba da prima pagina.
Venuta a conoscenza dunque del perché Clark/Kal-El (Henry Cavill) abbia taciuto sulla propria appartenenza extra-terrestre, in Lois scatta qualcosa che le impedisce di pubblicare la verità. In modo analogo, in una delle scene più toccanti di Point Break (1991, di Katyryn Bigelow), è la profonda amicizia che lega l’agente speciale Jonny Utah (Keanu Reeves) al surfista super-ricercato rapinatore di banche Bodhi (Patrick Swayze) a far sì che la mira della sua pistola sia volontariamente spostata al momento della quasi-cattura, rinunciando così a fare il suo dovere in nome di qualcosa d'altro.
In dieci e più anni di ruoli la “vicentina” Amy Adams (è nata nella città del Palladio mentre il padre era in servizio per lo United States Army alla Caserma Ederle) non si è mai fatta intrappolare in ruoli da bella & dannata, fidanzatina d’America o simili.
Dall’ingenuità “apparecchiuta” di Brenda Strong, sedotta e abbandonata dal “sempre di fretta” Frank Abbagnale Jr. (Leonardo DiCaprio) in Prova a prendermi (2002, di Steven Spielberg) alla sognante atmosfera di Come d’incanto (2007, di Kevin Lima), Amy si è fatta le ossa tra Washington, Pakistan e Afghanistan in impeccabile tailleur insieme al deputato Charlie Wilson (Tom Hanks) nella sua Guerra (2007, di Mike Nichols) per fermare la minaccia sovietica, quindi si è reinventata scrittrice di ricette in Julie & Julia (2009, di Nora Ephron) a fianco di Meryl Streep.
Si è calata nella vita di provincia insieme a Christian Bale e Mark Wahlberg, sfidando la madre-padrona-manager di boxe Alice Ward (Melissa Leo), indossando i ruvidi panni semi-succinto/sbandati di Charlene in The Fighter(2010, di David O’Russel), per entrare poi nella rigidità matronale di The Master (2012, di Paul Thomas Anderson), film presentato alla 69° edizione della Mostra del Cinema di Venezia.
Infine donna di successo, maschiaccio sportivo e figlia abbandonata da un ruvido e introverso papà (Clint Eastwood), Amy Adams è la combattiva Mickey di Trouble with the Curve(2012, di Robert Lorenz). Adesso è arrivata l'ora di un nuovo importante ruolo. Si accomodi pure Miss Lane, c'è un nuovo inviato al giornale. Il suo nome è Clark Kent.
L'uomo d'acciaio - Kal-El (Henry Cavill) e Lois (Amy Adams)
The Master - Freddie Quell (Joaquin Phoenix) e Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman)
Guru e discepoli. Sulla falsariga della chiesa di Scientology il regista Paul Thomas Anderson indaga tra carisma e cieca fedeltà, sottomissione e ribellione, The Master.
Può esistere un essere umano talmente “illuminato” da guidare una comunità, una città, una nazione o il mondo? Un profeta? Una setta? Un organismo? Che cosa? Ha davvero importanza attribuire o conoscerne il nome? Com’è che qualcuno d’improvviso sente di essere la Voce? E com’è che subito dopo non c’è più posto per il pensiero altrui? E com’è che presto o tardi nascerà un conflitto? E com’è che il messaggio diventa una scelta inesorabile tra il bianco e il nero? E com’è che il discepolo dovrà necessariamente sedersi nell'ombra o in alternativia diventare suo nemico?
Paul Thomas Anderson irrompe con le inquietudini di The Master (2012), film presentato alla 69° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con cui Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix hanno conquistato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.
Dalla canzone Master of Puppets a The Unforgiven. Stessa band, Metallica. Album diversi. Il primo omonimo (1986), il secondo chiamato anche Black Album (1991). Nei testi di due delle più celebri canzoni della band originaria di San Francisco, c’è un’evoluzione. Una dichiarazione che ho sentito battere dentro. Dall’inizio alla fine di The Master (2012).
“Taste me you will see/ More is all you need/ Dedicated to/ How I’m killing you/ … Come crawling faster/ Obey your Master/Your life burns faster Obey your Master” – “Assaggiami e vedrai/ Ne hai bisogno sempre più/ Osserva/ Come ti sto uccidendo/… Vieni strisciando più velocemente/ Obbedisci al tuo maestro/ La tua vita brucia più rapidamente/ Obbedisci al tuo maestro” Master of Puppets (Hetfield, Ulrich, Burton, Hammett).
Freddie Quell (Joaquin Phoenix) è un disadattato. Le scorie del secondo conflitto mondiale sono vive e vegete dentro di lui. Freddie aveva un amore. Freddie passa da un impiego all’altro alzando il gomito con misture di liquori molto alcoliche. Tutto non cambia anche quando si ritrova su una barca dove si stanno per celebrare le nozze di Elizabeth (Ambyr Childers) e Clark (Rami Malek). A sposare i due giovani è il padre di lei, il filosofo scrittore Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), fondatore della Causa. Al suo fianco, la fedele e più giovane compagna Mary Sue (Amy Adams).
L'iniziale unione diventa incondizionata sottomissione.
Freddie Quell è sempre alla ricerca di qualcosa. Forse non lo sa nemmeno lui, ma una cosa è certa. Nessuno si dovrà mai permettere di dirgli da dove è venuto, dove finirà o come continuerà. “Deprived of all his thoughts/ The young man struggles on and on he’s known/ A vow unto his own/ That never from this day/ His will they’ll take away – Privato di tutti i suoi pensieri/ Il giovane continua a lottare, è risaputo/ Un giuramento a se stesso/ Che mai d'ora in poi/ Gli porteranno via la sua volontà” The Unforgiven (Metallica, 1991).
Il trailer di The Master
The Master - lo sguardo della "fede" di Mary Sue (Amy Adams)
La vita. Il lavoro. Il cuore. Tutto e sempre, in un’unica e sempre nuova partita quotidiana. Quell’America romanticamente d’azione umana ha un debole per i suoi personaggi più “emozionalmente indisponibili”. Quando poi, ai tormenti mai espressi fino allo sbotto finale, viene affiancato il grande paesaggio on the road condito da una salsa sportiva mai invadente, il risultato è quello auspicato. Nessun capolavoro (e non è cercato), ma un blues familiare con cui ricominciare. Di nuovo in gioco (2012, di Robert Patrick).
Gus Lobel (Clint Eastwood) è un settantenne scout degli Atlanta Braves, squadra di baseball militante nella Major League. Il rampante e computerizzato Phillip Sanderson (Matthew Lillard) vuole fargli le scarpe non perdendo mai occasione per denigrarne gli obsoleti metodi davanti al loro capo Vince (Robert Patrick). Dalla parte di Gus c’è il responsabile degli scout, Pete (John Goodman). Burbero e non troppo avvezzo a parole dolci, decisamente Kowalskiano (leggasi Gran Torino), Gus ha una figlia: Mickey (Amy Adams).
Dopo la morte della moglie quando era ancora piccola, è stato con lei poche volte. Prima mandandola da zii, poi in collegio. Eppure quella vita nomade un po' nomade tra campi sportivi, alla giovane Mickey, non dispiaceva per niente, come lei stessa gli spiega stizzita, Passare ogni singolo momento con mio padre, guardare il baseball. È stata la più grande ricchezza della mia vita. Il rischio cecità dell'ormai anziano geintore, porterà la giovane Lobel a prendersi un break dallo studio di avvocati dove lavora, in un momento cruciale per la propria carriera (prima donna a diventare socia). Vola in Nord Carolina per aiutarlo a fare il suo mestiere. Sarà la volta per tirare fuori tutte le incomprensioni?
Gus è un guerriero ammaccato e stanco. Piange ancora la perdita della sua amata Joanna dinnanzi alla lapide, bevendo birra e preparando un bicchiere anche per lei. Si lascerebbe andare all’incalzare della malattia se non fosse per un buon amico preoccupato e una figlia indipendente che dentro di sé rimpiange un po’ quell’aria aperta e scomoda di un tempo, ora abbandonata per necessità (mentale) di vita con estenuanti no-stop di lavoro, sabato inclusi. Usa la testa, ma non dimentica mai ciò che ha dentro.
Anche lei vorrebbe esprimersi di più. Ci vuole un principe azzurro per ridarle un po’ il gusto della terra sulle mani. E allora arriva lui. Johnny Flanagan detto “La Fiamma” (Justin Timberlake). Mica un vincente. Promessa del baseball, diventato "ex" molto presto, e così finito a fare anch’esso il talent scout (per i Red Sox). Il suo approccio ancora genuino lo portano a fare breccia nei modi respingenti della ragazza. E alla fine è proprio lei a invitarlo a ballare il clogging, una sorta di danza country che lui apostrofa con le parole, dalle mie parti ti rinchiuderebbero se lo facessi.
Mettersi ancora in gioco può essere la soluzione giusta, ma per la stessa vita di prima, o è ora di cambiare qualcosa? Voglio davvero il mio nome sulla porta? Un padre e una figlia ricominciano dalle competenze dei giorni vissuti insieme. Fanno nuovamente notizia. E non sono gli unici ad averlo capito.
Di nuovo in gioco - Gus Lobel (Clint Eastwood) e la figlia Mickey (Amy Adams)
Di nuovo in gioco (2012) - Gus Label (Clint Eastwood) davanti alla lapide della moglie
Di nuovo in gioco (2012) - Johnny (Justin Timberlake) e Mickey (Amy Adams)