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martedì 15 marzo 2022

L'ora più buia, Churchill e la tigre

L'ora più buia - Un infuriato Winston Churchill (Gary Oldman
Ci sono momenti (bui) in cui la diplomazia non serve a nulla. Ci sono dei momenti in cui si può solo attaccare. Per fortuna del mondo libero, Winston Churchill lo capì.

di Luca Ferrari

"Quando impareremo la lezione? Non si può ragionare con una tigre quando la tua testa è nella sua bocca!?!" gridava un esausto Winston Churchill (Gary Oldman), Primo Ministro del Regno Unito, al Visconte Halifax (Stephen Dillane), che proponeva di scendere a patti coi nazisti. Passato e presente si mescolano nelle analisi, dentro e fuori il grande schermo. L'ora più buia (2017, di Joe Wright)  racconta i drammatici giorni di un'Europa prigioniera di uno spietato dittatore, ma che con una mossa a dir poco audace e un uomo deciso più che mai, riuscì a mutare.

Sarà che ho appena assistito alla cerimonia dei 75. Golden Globes e una nuova edizione dei premi Oscar sta per arrivare, mi è tornato in mente il mitico discorso di Gary Oldma, con saluto alla mamma suggerendole di prendere il bollitore, quando ritirò l'Academy come Miglior attore per la sontuosa interpretazione in L'ora più buia, e che voglia di rivedere quel film! In quella epica pellicola interpretò Winston Churchill, un un momento cruciale della storia del mondo intero, quando si ritrovò da solo (e all'angolo) nell'affrontare Hitler e la sua letale avanzata, fino a quel momento giudicata invincibile.
 
Gary Oldman è Winston Churcill. Perché mi torna in mente proprio ora? Chissà, forse sono stufo e impotente di vedere la gente morire mentre le Cancellerie occidentali (e non solo), pensano solo ai propri interessi, così com'è sempre stato. Ecco, senza voler entrare in complessi ragionamenti geopolitici che non ho le competenze per fare, mi sono tornare in mente quelle parole di Winston: "Quando impareremo la lezione? Non si può ragionare con una tigre quando la tua testa è nella sua bocca!". Parole che pronunziò quando la strada era tutta in salita, e un accordo forse sarebbe stato conveniente per il Regno Unito... forse!
 
Chissà in quanti oggigiorno avrebbero condannato l'intervento britannico contro Adolf Hitler. Dopo l'attacco russo in Ucraina, ogni giorno sempre più massiccio, in molti hanno cominciato a parlare di Terza Guerra Mondiale. Allora la soluzione è attaccare la Russia? Quando sarò eletto Primo Ministro o per lo meno Ministro degli Esteri, vi risponderò, però è indubbio che la lezione Churchilliana punti verso un decisionismo autentico che in Europa manca da troppo tempo, specie con chi sa alzare la voce. Vladimir Putin lo ha capito bene. Le sue élite potranno anche venire danneggiate dall'invasione, ma intanto l'Ucraina è stata invasa, e migliaia di civili continuano a morire.

E c'è ancora chi vuole sedersi a un tavolo con una tigre. Una tigre con i canini già sporchi di sangue...

L'ora più buia, Churchill vs Halifax

domenica 29 marzo 2020

Coronavirus? Tutti a casa!

Léon - L'infuriato sicario Stansfield (Gary Oldman)
Coronavirus? Bisogna restare a casa, soprattutto noi veneti. E il "Léon-iano" Stansfield (Gary Oldman) vi chiarisce il concetto... insieme alla DOLiWOOD Films.

di Luca Ferrari

Post in dialetto "pseudo-veneto." Ghe se ancora una manega de sciopai ke i no ga capio un casso de sto cancaro de coronavirus. Eo ga ditto tutti, dal Brugna al beccher, ma niente. A Venessia e in Veneto xe pien de beccannassi che i ga da star (con la erre de Casteo, ndr) e uscir solo se i ga da 'ndar a toler kalcossa da magnar e bevar, parché i sta mal, par lavorar o se i ga da 'ndar da so mare/so pare se i non se boni de uscir, e sempre con l'autocertocasion. Eora, non ve go convinto? Ok, ero ve mando il mio sicario. Il suo nome è Norman Stansfield (Gary Oldman). Non ha né pazienza né gentilezza. Per informazioni chiedere a Léon di (1994, di Luc Besson)... e la DOLiWOOD Films.

Léon in versione DOLiWOOD Films

lunedì 2 settembre 2019

Meryl Streep contro la finanza dei Panama Papers

Venezia76 - Meryl Streep e Gary Oldman, protagonisti di The Laundromat © Federico Roiter 
La finanza incontrollata dei Panama Papers. A tu per tu con Meryl Streep e Gary Oldman, sbarcati a Venezia76 con il regista Steven Soderbergh per l'anteprima di The Laundromat.

di Luca Ferrari

Dopo il fantasy, arriva l'horror. Quello peggiore. La reality. A Venezia76 il contemporaneo si presenta. Archiviato Joaquin Phoenix e il mezzo comics-politico Joker di Todd Phillips, adesso si fa sul serio e per davvero.  Steven Soderbergh (Erin Brockovic - Forte come la verità, Ocean's Rwelve, Dietro i calndelabri) è piombato sulla 76. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia con il suo tris d'assi: Meryl Streep, Antonio Banderas e Gary Oldman, raccontado la vincenda dei cosiddetti Panama Papers nel film The Laudromat, in Concorso.

Sulla scia di film politico-finanziari, vedi il corale La grande scommessa di Adam McKay, il regista americano ci offre una grandissima lezione su come lavora la finanza. E mentre noi siamo a discutere tra chi doveva vincere l'ennesimo talent show o perché l'arbitro ha fischiato quel fallo invece di un altro, la finanza si prende amorevolmente cura di noi. La finanza si prende sempre cura di noi e quando ce ne accorgiamo, ormai è tardi per contestare. Ormai non c'è più nessuno a rispondere al telefono e i colpevoli, quelli veri, sono belli che lontani dalla giurisdizione.
Pene

Sbarcati in laguna e prontamente immortalati dal fotografo veneziano Federico Roiter, Meryl Streep (I ponti di Madison County, Il diavolo veste Prada, The Post) e Gary Oldman (JFK - Un caso ancora aperto, La talpa, L'ora più buia) rappresentano una grande fetta di storia del cinema. Se nel suo Joker il regista Todd Phillips ci ha messo in guardia dalla deriva incontrollata delle masse arrabbiate, sempre più ai margini delle società di tutto il mondo, il più salace Soderbergh ci mostra delle fauci ancor più potenti e aggressive, capaci di agire senza chissà quale clamore, nell'inconsapevolezza quotidiana di chiunque.

Attenzione però, il nemico non è mai uno solo e Steven, presentatosi al photocall con una t-shirt tributo all'Oscar alla carriera che verrà consegnato nel 2020 alla "nostra" Lina Wermuller, lo ha sottolineato a chiare lettere. Per un nemico che viene bloccato, ce ne sono già altri in attività che hanno preso il loro posto. Bisogna essere vigili e caparbi. Intelligenti e decisi. Bisogna imparare a denunciare e ribellarsi. Possiamo iniziare da qui, dalla 76. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, cominciando a informarci di più senza cedere alle facili lusinghe di populisti e imbonitori del web. Usando la nostra testa senza per forza farlo sapere al mondo, o quanto meno fino a quando i giochi, anzi le carte non saranno rivelate.

sabato 22 dicembre 2018

A Christmas Carol (2009) - Canto di Natale

A Christmas Carol - il vecchio Scrooge (Jim Carrey) guarda affettuoso il piccolo Tim Cratchit (Ryan Ochoa)
L'intramontabile storia (canto) di natale portata sul grande schermo da un Maestro della settima arte, in versione animata. A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis).

di Luca Ferrari

Si può cambiare del tutto e sinceramente la propria esistenza in una sola notte? La maggioranza non sarà d'accordo, qualcun altro si. È quello che accade nella solitudine di un'abitazione a Londra dove vive un uomo avaro e insensibile all'amore. Un uomo cui un vecchio amico ha voluto dargli una seconda chance. Un uomo, che a ben guardare la sua storia, si era rintanato nell'avidità. Adesso però è arrivato il momento di riappropriarsi della vita. Questo è il magico tempo di A Christmas Carol (2007, di Robert Zemeckis).

Londra, 1843. È la vigilia di natale e tutti si apprestano a festeggiare. Nel suo austero ufficio Ebenezer Scrooge (Jim Carrey) borbotta e si lamenta. Accumula danaro. Alcuni anni or sono, in questo stesso giorno di festa, morì il socio Jacob Marley. Sbattutii fuori senza il minimo rimorso due uomini venuti a raccogliere soldi per i bambini poveri, fa la stessa fine il suo unico nipote, Fred (Colin Firth). Ebenezer è acido e rabbioso. A dispetto della sua umile condizione, il segretario Bob Crachit (Gary Oldman) non vede l'ora di tornare a casa dalla sua famiglia

Bob ha freddo e ha un grosso peso nel cuore. Il suo figlio più giovane, Tim (Ryan Ochoa), è gravemente malato e il magro compenso che l'odioso Scrooge gli passa, non è sufficiente per fargli avere le cure necessarie. Oggi non ha importanza. Questa notte Bob Cratchit vuole solo scaldarsi attorno al fuoco con moglie e figli. Bob Cratchit saluta il suo padrone e travolto da spirito fanciullesco, si lancia a pattinare sulla strada ghiacciata finendo a terra con tanto di risate. Eccoli, sono tutti lì. Insieme. A condividere un'umile oca al forno. Non ha importanza. Sono insieme e si vogliono bene. Questo è lo spirito del natale.

Scrooge intanto se ne torna acido e insofferente nella propria abitazione. Consuma la sua zuppa davanti al fuoco. Messosi a letto, un sinistro rumore da dietro la porta inizia a farsi largo. Un incubo? Un'allucinazione? No, è tutto reale. Ciò che gli si presenta davanti è lo spirito dell'ex-socio Jacob Marley. Il suo volto è terrificante ed è legato a pesanti catene con macigni. E' il peso della ricchezza più avida. E' il peso dell'accumulo di danari in barba ai sentimenti. E' il peso eterno che Jacob Marley dovrà portare con sé. Un destino questo che attenderà l'ancor più spietato Ebenezer Scrroge, a meno che...

Già, a meno che... Marley non è venuto in visita sul pianeta dei vivi a terrorizzare il suo vecchio amico ma a regalargli una speranza. Se è impressionante il peso di Jacob, Ebenezer è già andato ben oltre e gli resta ancora da vivere. Ecco dunque l'offerta. Questa notte sarà visitato da tre spiriti: quello del natale passato, presente e futuro. Se al termine di questa esperienza l'uomo sarà sinceramente cambiato, forse qualcosa muterà. Ma può un uomo così, capace di disprezzare perfino chi canta per le strade gli auguri di natale e sbattere in faccia la porta a chi viene a raccogliere fondo per i più bisognosi, cambiare in una unica notte? Certo è la notte di natale e può accadere di tutto. 

Uno dopo l'altro gli spiriti si presentano al vecchio Ebenezer andando a risvegliare ciò che ormai aveva sommerso col cieco frastuono delle sterline sonanti. Ogni natale rivissuto è uno squarcio nel suo cuore rinsecchito. Ogni viso dimenticato nel nome del soldo è una corsa nel precipizio. Ogni lacrima inghiottita dall'ennesimo aumento di capitale si fa pesante domanda nella testa di quest'uomo, tanto ricco quanto miserabile nell'anima. Gli spiriti non fanno sconti, mostrandogli ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà se la vita dovesse continuare su questi tragici binari.

Scrooge, che fino a poco fa denigrava il natale così come tutti coloro che intendevano festeggiarlo definendolo senza mezzi termini, scempiaggini, adesso vacilla. Forse ha paura, o forse il film della sua vita già vissuta lo spaventa davvero più di cosa lo aspetta nell'aldilà alla strega (e peggio) del socio Marley. Ebenezer Scrooge scopre così quanto dolore ha causato con la sua vita. Ebenezer Scrooge scopre così quanta gente potrebbe stare meglio se la sua vita iniziasse a volgere verso il sole invece che rimanere imbruttita e chiusa nell'oscurità. Al vecchio Ebenezer Scrooge è stata offerta una rara chance. Ciò che succederà l'indomani, la mattina di natale, va vissuto insieme a lui.

Immaginare un natale senza A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis) è pura cine-blasfemia. La favola per eccellenza del 25 dicembre è stata presa da un maestro della settima arte (Ritorno al futuro, Forrest Gump, Allied - Un'ombra nascosta) e portata nel XXI secolo con l'animazione realizzando un cult senza tempo. Con i personaggi adattati ai volti degli attori originali, lo Scrooge-Carreyano è inarrivabile per odiosità. A dir poco strazianti invece, le lacrime di un padre (Cratchit-Oldman) che sa benissimo di non poter curare il proprio figlio e che presto morirà.

Tutti abbiamo un vissuto natalizio che vorremmo riscrivere e non è mai troppo tardi per cambiare qualcosa. A guardare A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis) si viaggia insieme ai tre spiriti pensando al proprio passato, presente e futuro. Ci si guarda dentro. Si soffre e si piange. Si sorride anche, lo speriamo ma ciò che alla fine resta è la speranza che il domani possa davvero essere diverso se invece di chiudere la porta al mondo, si spalanchino le finestre chiedendo a un giovane ragazzino che giorno sia, e da lì in poi scendere in strada facendo della propria vita un nuovo e coinvolgente atto di umano amore.

Guardo A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis) e vorrei già essere alla fine di questa grandiosa storia scritta da Charles Dickens (1812-1870) e raccontata in versione classica, con attori cioè in carne e ossa, nel recente e commovente anch'esso Dickens - L'uomo che inventò il Natale (2007, di Bharat Nalluri con Dan Steven nei panni dello scrittore inglese e il premio Oscar, Christopher Plummer, in quelli di Scrooge). Riguardo A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis) e attraverso i miei demoni nel corso delle visite soprannaturali, lasciando che il mio cuore muoia e si rianimi ogni volta. Ripensando a chi non c'è più, chi c'è ancora e chi ci sarà.

Ho appena finito di rivedere A Christmas Carol (2007, di Robert Zemeckis). Ricordo ancora la prima volta. Era l'ultimo spettacolo dell'ultimo giorno di programmazione. Il natale era già passato. Da allora è passato parecchio tempo e quello che sto vivendo oggi è esattamente ciò che ho sempre sognato. Vivere ogni giorno insieme a persone che amo e da cui sono amato. E' sabato mattina, e mi sto gustando degli ottimi pancake fatti in casa. È capitato altre volte e capiterà ancora. Ma vivere tutto questo a ridosso dal giorno di natale, è quanto di più speciale possa esserci al mondo. Il rendermi conto di questo, è il più bel regalo che possa fare a me stesso.

Il trailer di A Christmas Carol

A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis)
A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis)
A Christmas Carol - dall'oscurità emerge il truce Ebenezer Scrooge (Jim Carrey)
A Christmas Carol - Scrooge (Jim Carrey), Crachit (Gary Oldman) e Fred (Colin Firth
A Christmas Carol - lo spirito di Jacob Marley (Gary Oldman) parla a Scrooge (Jim Carrey),
A Christmas Carol - Scrooge (Jim Carrey) perplesso
A Christmas Carol - una piccola parte delle catene di Jacob Marley (Gary Oldman)
A Christmas Carol - lo spirito del natale passato e Scrooge (Jim Carrey)
A Christmas Carol - Scrooge (Jim Carrey) in compagnia dello spirito del Natale passato
A Christmas Carol - un giovane Ebenezer (Jim Carrey) danza con Belle (Robin Wright)
A Christmas Carol lo spirito del Natale presente
A Christmas Carol - Scrooge (Jim Carrey) in compagnia dello spirito del Natale presente
A Christmas Carol - l'umile famiglia Cratchit riunita la notte di natale
A Christmas Carol - Scrooge (Jim Carrey) osserva la famiglia Cratchit riunita la notte di natale
A Christmas Carol - ilugubre spirito del Natale futiro
A Christmas Carol - Tre uomini d'affari sghignazzano di qualcuno che è scomparso
A Christmas Carol - per Ebenezer Scrooge (Jim Carrey) è arrivata la fine...
A Christmas Carol - ... Ebenezer Scrooge (Jim Carrey) si risveglia più gioioso che mai
A Christmas Carol - per Ebenezer Scrooge (Jim Carrey) è arrivato il momento delle scuse e di rimediare
A Christmas Carol - ora Ebenezer Scrooge (Jim Carrey) farà di tutto per aiutare i poveri...
A Christmas Carol - ... e allietare il mondo
A Christmas Carol - Ma le più grosse scuse Scrooge (Jim Carrey) le deve al devoto Cratchit (Gary Oldman)
A Christmas Carol - Bob Cratchit (Gary Oldman) racconta la storia di Ebenezer Scrooge (Jim Carrey)...
A Christmas Carol - ... e di come fece di tutto per aiutare il suo piccolo Tim (Ryan Ochoa)
A Christmas Carol - Ebenezer Scrooge (Jim Carrey) si porta in braccio in piccolo Tim Cratchit (Ryan Ochoa)
A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis) è tratto dal racconto Canto di Natale di Charles Dickens

venerdì 19 gennaio 2018

L'ora più buia... è arrivata!

L'ora più buia - Winston Churchill (Gary Oldman)
L'esercito nazista avanza spietato e che fa la Gran Bretagna, ultimo baluardo dell’Europa libera? La Storia passa a Winston Churchill. Ha così inizio L'ora più buia (2017, di Joe Wright).

di Luca Ferrari

Maggio 1940. Adolf Hitler conquista e uccide senza trovare ostacoli. Una dopo l’altra, le nazioni europee stanno capitolando. È in atto l’invasione di Belgio e Olanda. Di lì a poco sarà il turno della Francia. In mezzo a questa devastazione che sta facendo la Gran Bretagna? Cambia Governo per cominciare. La minaccia nazista è più seria che mai e a Downing Street viene messo un uomo dai fallimenti eccellenti ma con la tempra di un granitico gladiatore e Lui, di trattare con la tigre non ne vuole sentire parlare. Fu allora che Winston Churchill dovette affrontare L’ora più buia (2017, di Joe Wright).

Fin dai tempi dell’asilo Winston Churchill (Gary Oldman) aveva un sogno, diventare Primo Ministro. Quel giorno è arrivato ma il momento non potrebbe essere più infausto, trovandosi a raccogliere il pesantissimo (insostenibile) fardello lasciatogli dal suo predecessore Neville Chamberlain (Ronald Pickup), fresco di dimissioni a re Giorgio VI (Ben Mendelsohn). “È la loro vendetta”, confida alla moglie Clementine (Kristin Scott Thomas) prima di essere ricevuto a Buckingham Palace.

Mentre i tedeschi avanzano senza incontrare serie resistenze, in Parlamento si parla e si discute. Churchill ha portato nel suo nuovo Gabinetto anche gli storici rivali, ora all’opposizione: Chamberlain stesso e l’ex-Ministro degli Esteri, il visconte Halifax (Stephen Dillane). Per loro anche solo immaginare di entrare in guerra contro un simile nemico è pura follia e spingono per un intavolare una trattativa con la mediazione degli italiani guidati dal duce Mussolini. Per Winston invece non ci sono dubbi e chiarisce, “la mia politica è fare la guerra!”.

Churchill sbraita. È un leone in gabbia, intanto però la situazione precipita. “Siamo di fronte alla più degradante tirannia. Ciò che faremo sarà sconfiggerli” dice alla radio. La Francia capitola. Come se non bastasse, il supporto d’oltreoceano è complesso e vincolato a trattati, per non dire dunque impossibile (al momento). Un implacabile nemico spadroneggia in tutto il Vecchio Continente e anche in casa le cose non vanno meglio. Churchill è stato buttato nella mischia ma in molti gli rinfacciano ancora la disfatta di Gallipoli nella I Guerra Mondiale.

Si arriva al punto di non ritorno. Il grosso delle truppe inglesi è stanziato a Dunkirk, sulla costa francese. Pensare di andare a riprenderli sarebbe un massacro. Winston allora decide per il sacrificio della guarnigione di Calais, incitando la popolazione civile a salpare per andare a salvare i propri militari. Ha così inizio l’operazione Dynamo. Le pressioni per intavolare un discorso preliminare di trattativa con i tedeschi intanto aumentano e Churchill ha giurato di fare tutto per proteggere il Regno Unito.

Il punto cruciale è: quali potranno mai essere le condizioni imposte da Hitler? Churchill non è per niente entusiasta né ottimista. Ma se a questa domanda lui non sa dare una risposta definitiva, che cosa ne penserebbe il popolo inglese di vedere il proprio Governo sedersi a trattare coi fascisti? Magari ci guadagnerebbero sul fronte della convenienza, ma come reagirebbero i fieri sudditi di Sua Maestà dinnanzi a una simile resa morale? È inammissibile e questo Winston lo ha capito bene. È tempo dunque che lo comprendano anche a Westminster.

La Storia. Il Personaggio. Gli Attori. Non c’era un minuto da perdere. Primo giorno di programmazione al cinema Rossini di Venezia e subito in sala a recensire L’ora più buia (di Joe Wright). Dopo essermi preparato a dovere con l’articolo di Andrea Morandi sul mensile Ciak, inizia il film. Attorno a me intanto, numerosi spettatori hanno preso posto. Tutti “grandi”, nessun giovane. Dall’alto dei miei ormai 41 anni io ero il più piccolino. In parte è stato bello, in parte un po’ triste non vedere nessuna verde generazione confrontarsi con questa opera.

Sono tanti gli episodi che hanno fatto spostare l’ago della vittoria verso gli Alleati nel corso della II Guerra Mondiale, non ultimo l’errore fatale di Hitler di rompere il patto Molotov-Ribbentrop finendo così per impantanarsi nella morsa del gelo sovietico. E per quanto agli americani piaccia tanto sentirsi i veri artefici della vittoria finale, io da italiano, europeo e cittadino libero, ho sempre rivolto la mia gratitudine alla Gran Bretagna. Fu lei, da sola, a reggere l’onda d’urto del Terzo Reich al massimo della potenza. Loro da soli hanno dato speranza a un mondo (quasi) rassegnato all’orrore della svastica.

L’ora più buia (di Joe Wright) è un film che va visto. A dir poco sontuosa la prova offerta da Gary Oldman (Dracula di Bram Stocker, Leon, La talpa), già vincitore del Golden Globe come Miglior attore in un film drammatico e candidato come Miglior attore protagonista ai prossimi BAFTA (British Academy Film Awards), che si terranno alla Royal Albert Hall di Londra il prossimo 18 febbraio. Sempre nella medesima manifestazione, L’ora più buia ha raccolto altre otto candidature incluso Miglior film, Miglior film britannico e Migliore attrice non protagonista a Kristin Scott Thomas.

Al fianco di Oldman, il regista Joe Wright (Orgoglio e pregiudizio, Hanna, Anna Karenina) ha scelto due generazioni di attrici inglesi: Kristin Scott Thomas (Quattro matrimoni e un funerale, Nowhere Boy, Il pescatore di sogni) e Lily James, quest'ultima classe '89 e voluta da Kenneth Branagh come protagonista per la sua Cenerentola (2015). Ne L'ora più buia è la fedelissima segretaria personale di Churchill, Elizabeth Layton. Una giovane donna capace di sostenere il suo scorbutico principale anche quando tutto sembra precipitare nell'abisso.

Un nome su tutti che risuona ne L'ora più buia è Dunkirk. Forse a quest'ora non potrei scrivere questa recensione se il popolo inglese non avesse risposto con coraggio all'appello del suo Primo Ministro, attraversando la Manica e dunque andando in soccorso del proprio esercito. Una missione quella, raccontata di recente da Christopher Nolan nell'omonima opera, Dunkirk (2017) appunto. Ma se il regista della trilogia di Barman si è più concentrato sugli aspetti tecnici, trascurando uomini e storia (in particolare l'operato francese), di tutt'altra pasta (e sceneggiatura) è L'ora più buia dove non è la telecamera a fare da padrona ma la suspense e il cuore.

Impossibile assistere alla proiezione de L’ora più buia senza pensare e ragionare sul presente. Un tempo questo non certo paragonabile ai bombardamenti e ai campi di concentramento, ma verso il quale soffiano venti strani e inquietanti, di isolamento e xenofobia. Un pericoloso mix che potrebbe gettare le basi per nuovi e atroci conflitti. Winston Churchill si batté non solo per la sua "casa" ma per tutta Europa, quello stesso continente che oggi, con la complicità di politiche ignoranti e correnti razziste, vede nella divisione la sola strada per la ripresa economica. Qualcosa di tragicamente già sentito e tutti abbiamo visto cosa è successo dopo.

E se la Gran Bretagna di oggi è in pieno Brexit, sempre più Italia, ingozzata di talk show, programmi di cucina e tutologi digitali, è lì a rimpiangere Mussolini trascurando tutti gli atroci crimini che commise, offendendo così il sacrificio di milioni di persone che hanno lottato per la libertà. “Le cause perse sono le uniche per cui valga la pena combattere” dice Churchill in metropolitana dinnanzi ai pendolari sbigottiti nel vederselo seduto accanto a loro. È davvero una causa persa immaginare un’Europa unita, libera e multiculturale nel 2018? Diamoci da fare allora, tutti. Perché le ore buie potrebbero tornare e forse come allora, “è molto più tardi di quanto si possa immaginare”.


Il trailer de L'ora  più buia

L'ora più buia - Winston Churchill (Gary Oldman) si avvia in metropolitana verso Westminster
Dentro la sala 2 del cinema Rossini di Venezia leggendo de L'ora più buiasu Ciak © Luca Ferrari

domenica 7 gennaio 2018

Golden Globe 2018, cineluk li assegna a...

Al via una nuova edizione dei prestigiosi Golden Globe
Previsioni. Speranze. Bando alle ciance. Cineluk - il cinema come non lo avete mai letto si rivela e scrive a chiare lettere chi premierebbe questa notte alla 75° edizione dei Golden Globe.

di Luca Ferrari

Non ho bisogno che la giuria dei Golden Globe faccia le proprie scelte. Io faccio le mie e in largo anticipo, perciò li assegno adesso. D'accordo o meno che siate con me, non m'interessa. Aldilà di vedere alcuni di questi vincitori trionfare davvero, la mia speranza è che il tanto decantato Dunkirk di Christopher Nolan venga sonoramente affondato (musica a parte). Tanto efficace negli effetti tecnici, quanto deludente e scarso nella sceneggiatura e nella storia. Ma questo è il trend che tanto garba, tutto effetti e pochi veri contenuti.

Tante le nomination raccolte dal vincitore dell'ultima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia: La forma dell'acqua - The Shape of Water di Guillermo del Toro. Sarebbe pura cine-blasfemia se Gary "Winston" Oldman non dovesse trionfare. Sebbene dubito che vincerà per il secondo anno consecutivo dopo La La Land, sarei davvero felice se Emma Stone conquistasse un altro Globo per l'ottima performance esibita in "gonna e racchetta" come Billy Jean King nell'intenso La battaglia dei sessi (2017, di Jonathan Dayton e Valerie Faris).

Cineluk - il cinema come non lo avete mai letto assegna i seguenti Golden Globe:
  • Miglior film drammatico: Tre manifesti a Ebbing, Missouri (di Martin McDonagh)
  • Miglior film o commedia musicale: The Disaster Artist (di James Franco)
  • Miglior regista: Martin McDonagh (Tre manifesti a Ebbing, Missouri)
  • Migliore attrice in un film drammatico: Sally Hawkins (La forma dell'acqua)
  • Migliore attore in un film drammatico: Gary Oldman (L'ora più buia)
  • Migliore attrice in un film commedia o musicale: Emma Stone (La battaglia dei sessi)
  • Migliore attore film commedia o musicale: James Franco (The Disaster Artist)
  • Miglior film d'animazione: Loving Vincent (di Dorota Kobiela e Hugh Welchman)
  • Miglior film straniero: Per primo hanno ucciso mio padre (di Angelina Jolie, Cambogia)
  • Migliore attrice non protagonista: Octavia Spencer (La forma dell'acqua)
  • Migliore attore non protagonista: Sam Rockwell (Tre manifesti a Ebbing, Missouri)
  • Migliore sceneggiatura: Guillermo del Toro e Vanessa Taylor (La forma dell'acqua)
  • Migliore colonna sonora originale: Hans Zimmer (Dunkirk)
  • Migliore canzone originale: This Is Me (Pasek and Paul - The Greatest Showman)
Sul fronte del piccolo schermo, scontato il premio a Kyle MacLachlan protagonista indiscusso della terza discutibile stagione del resuscitato Twin Peaks (di David Lynch), tutta la mia ammirazione è concentrata su due serie candidate in sezioni differenti. La prima è The Crown (di Peter Morgan), incentrato sulla giovane monarca britannica Elizabetta II,  in nomination come Miglior serie drammatica e Miglior attrice in una serie drammatica (Claire Foy). Standing ovation poi per Big Little Lies (di Jean-Marc Vallée), possente serie con un grandioso cast femminile capace di parlare come poche volte è stato fatto di violenza domestica. 6 le candidature per quest'ultima:
  • Miglior miniserie o film per la televisione
  • Miglior attrice in una mini-serie o film per la televisione: Nicole Kidman
  • Miglior attrice in una mini-serie o film per la televisione: Reese Witherspoon
  • Migliore attrice non protagonista in una serie, mini-serie o film tv: Laura Dern
  • Migliore attrice non protagonista serie, mini-serie o film tv: Shailene Woodley
  • Miglior attore non protagonista serie, mini-serie o film tv: Alexander Skarsgård
Buona cine-serata!
The Crown - la Regina Elisabetta II (Claire Foy)
L'ora più buia - Winston Churchill (Gary Oldam)

venerdì 15 maggio 2015

Il bambino numero 44 è già in paradiso

Il bambino numero 44 - Raisa (Noomi Rapace) e Leo Demidov (Tom Hardy)
In paradiso nessuno uccide nessuno. Liberamente ispirato alla vicenda del mostro di Rostov, viaggio nell’URSS Stalinista de Il bambino numero 44.

di Luca Ferrari

In paradiso non ci possono essere omicidi se no che paradiso sarebbe? E se proprio dovesse accadere qualcosa poco in linea con quanto decantato dal comandante in capo Josif Stalin, ci sarà un'insindacabile nuova verità cui obbedire nel nome della sicurezza nazionale. Polizia segreta, una catena di efferati omicidi e purghe. In questo temibile substrato dove anche il collega più stretto può diventare il tuo diretto accusatore, si muove l'oscurità senza ritorno di Child 44 - Il bambino numero 44 (2014, di Daniel Espinosa).

La rivoluzione stalinista ha ucciso milioni di persone. Chi non si è ritrovato davanti al plotone di esecuzione, è morto di fame (praticando anche il cannibalismo) creando così un’intera generazione di orfani. Tra di essi c’è anche il piccolo Leo Demidov, adottato dall’esercito mentre vaga da solo nei boschi dell’Ucraina e in seguito divenuto eroe nazionale della II Guerra Mondiale. È lui (Tom Hardy) infatti a issare la fiera bandiera rossa con falce e martello sul più alto palazzo della Berlino appena liberata.

Mosca, 1953. Demidov è un rispettato agente della polizia segreta con licenza di investigare e scovare. È sposato con Raisa (Noomi Rapace). Ogni giorno sulla sua scrivania arrivano nuovi indiziati colpevoli di attentare il Grande Sistema Socialista. Anche una lettura sbagliata può far scattare le manette e quando uno viene arrestato, è colpevole.

Adesso però c’è un problema (per Leo). Quasi schernendolo, il Maggiore Kuzmin (Vincent Cassel) gli dice che di questa persona sanno poco o niente: il soggetto in questione è l'amata Raisa. Le possibilità sono due: o la denuncia con probabile torture per la donna e infine uccisione, o la negazione delle sue colpe con conseguente degradazione e immediato trasferimento punitivo.

In un regime che non ammette mele marce, Leo compie la scelta meno indicata. Qualcosa intanto ha scosso brutalmente il collega e suo compagno d’armi Alexei (Fares Fares). Il figlio è stato trovato morto. A dispetto però di evidenti percosse (anche molto violente), la versione ufficiale specifica di incidente ferroviario. Già mal digerito per il suo ficcare il naso, Demidov viene esiliato all’estremità dell’impero, sotto gli ordini (lui) del generale Nesterov (Gary Oldman) mentre Raisa da insegnante passa al rango d’inserviente. Anche lì però vengono rinvenuti bambini brutalmente seviziati e uccisi.

Leo e Raisa abbandonano la metropoli per raggiungere un posto poco ameno. Con la sola eccezione dell'appartamento (che non hanno più), il resto è quasi uguale. Diffidenza e brutalità. Arresti indiscriminati al prima atto di accusa e processi sommari. Lui intanto, il misterioso macellaio di Rostov, Vladimir Malevich (Paddy Considine), continua a viaggiare e uccidere. Considerando anche il figlio dell’amico di Leo, siamo già a quota 44.

Come se la nuova vita non fosse già abbastanza difficile, a renderla ancor più dolorosa ci pensa lo spietato Vasili Nikitin (Joel Kinnaman), tanto vanitoso e frustrato carrierista quanto spietato esecutore degli ordini in perfetto Stalin-style. Uccide chiunque senza nemmeno bisogno di arrivare in caserma. È palesemente invidioso di Leo, del suo carisma e dell'amore di Raisa. Un uomo che punta solo ed esclusivamente a infierire, arrivando anche a gesti estremi senza il benché minimo rimorso.

Il bambino numero 44 è un film eccessivamente lungo (137’), quasi più attento alle maglie del Sistema Sovietico, ben rappresentato dai vagoni deportanti (lo Stalinismo ha fatto più del doppio dei morti del nazismo, ndr) che non al dramma dei bambini uccisi. Il Bane Nolaniano Hardy regge bene il ruolo di massiccio protagonista diviso tra dovere e lealtà verso la moglie. Sceglie la via più difficile. Sceglie la via più dura. Metafora perfetta dell'esistenza-sopravvivenza dentro il regime, la lotta nel fango tra Leo e Vasili.

Ma cosa succederà se mai riuscirà ad alzarsi? Potrà anche catturare il serial killer, la sua vita però non potrà mai più di tanto cambiare.

Il trailer de Il bambino numero 44

Il bambino numero 44 - Vasili Nikitin (Joel Kinnaman)
Il bambino numero 44 - Leo Demidov (Tom Hardy) e il generale Nesterov (Gary Oldman)
Il bambino numero 44 - Leo Demidov (Tom Hardy) e Raisa (Noomi Rapace)

venerdì 10 agosto 2012

L'oscuro e forzuto Bane

Il cavaliere oscruro_Il ritornp - Batman (Christianl Bale) abbattuto da Bane (Tom Hardy)
Da una parte un miliardario mascherato-difensore dei più deboli, dall'altra un pazzo forzuto. Ma del commissario Gordon nessuno parla mai?

di Luca Ferrari

Va bene, lo ammetto. Sarà che qualsiasi giornale di cinema, o presunto tale, s’ingrossi da mesi ormai straparlando e incensando il terzo capitolo della saga dell’uomo-pipistrello di Christopher Nolan e che ora che arriverà sullo schermo ne sarò talmente pieno che mi risulterà deludente, comincio ad averne veramente le scatole piene del famigerato Bane (Tom Hardy). 
Mentre infatti di Batman si sprecano psicologi della porta accanto a comprendere la psiche di un miliardario che si traveste da giustiziere mascherato, nessuno analizza un pazzo fuori di testa che vuole letteralmente distruggere una città e ammazzare il suo difensore.

Mi dica sig. Bane, per caso Bruce Wayne le ha rubato la scena? Avrebbe voluto lei essere il difensore di Gotham City e quindi ha ripiegato sul rovescio della medaglia? Da dove le nasce questa sete di distruzione?

C’è poi un altro dettaglio di cui in Italia non si può parlare previa etichetta immediata. Chiunque abbia un minimo di attaccamento al senso di nazione o rispetto della legge, viene inspiegabilmente tacciato di “fascismo”, quindi per logica deduco che il “comunista” sia quello che venderebbe la propria casa al primo venuto, possibilmente dall’ex-cortina di ferro. 

Certo le eloquenti immagini di Genova 2001 non hanno fatto un gran spot delle Forze dell’Ordine, ma scarlattare un intero sistema forse è un po’ eccessivo. James Gordon (Gary Oldman) viene messo da parte come la classica scarpa vecchia. E nel modo di mettere da parte un poliziotto che ha dato la propria vita per stare dalla parte dei più deboli, si evidenzia la linea di questo mondo che ti usa e ti sfrutta finché ne ha bisogno, salvo poi correre a piangere se le cose si complicano di nuovo.

Divisa, tunica o mantello che sia, per compiere qualcosa di eroico o semplicemente per combattere ogni minima ingiustizia, non c’è bisogno di tante maschere. A qualcuno si. Beh, allora qua la mano.

In conclusione, ho l’impressione che The Dark Knight Rises (2012) abbia molte botole nascoste e che il regista non abbia lasciato troppe tracce. Moderno labirinto Shininghiano, tocca a noi cercare la nostra strada per non lasciare che anche il minimo grido di sofferenza si tramuti in un silenzio assordante, o peggio in un sibilo d’odio e di distruzione di massa.

giovedì 9 febbraio 2012

La Svezia pronta a conquistare gli Oscar

la bandiera svedese
Momento d’oro per la Svezia cinematografica. Alla 84° edizione degli Academy Awards, in programma domenica 26 febbraio al Kodak Theatre di Los Angeles, potrebbe essere una delle indiscusse nazioni protagoniste. 

La narrativa Larssoniana mescolata al talento cinematografico di David Fincher hanno portato il drammatico Millennum - Uomini che odiano le donne (2011, The Girl with the Dragon Tattoo) a cinque nomination agli Oscar, fra cui la candidata alla miglior attrice protagonista Rooney Mara

Spazio anche per il film La Talpa (Tinker, Tailor, Soldier, Spy), presentato alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia 2011, e diretto del regista originario di Lidingö (contea di Stoccolma), Tomas Alfredson, dove spicca una superlativa performance di Gary Oldman, nominato come miglior attore protagonista.

sabato 8 ottobre 2011

Oldman & Malkovich per Reagan & Gorbaciov



di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Sabato 11 ottobre 1986 a Reykjavík, capitale dell'Islanda, gli allora presidenti degli Stati Uniti, Ronald Reagan, e dell’Unione Sovietica, Mikhail Gorbaciov, s’incontrano per discutere della riduzione degli arsenali nucleari installati in Europa. Un momento storico per le sorti dell'umanità all'epoca vissuta sotto la costante minaccia di una guerra nucleare tra i due blocchi mondiali. 

Una storia, quella dei due leader che cambiò il mondo, eppure mai raccontata dal cinema. In attesa di finanziamenti, ecco i nomi dei miei candidati ideali: Gary Oldman (JFK, Leon, Dracula di Bram Stocker, The Dark Knight) per il ruolo del presidente statunitense e John Malkovich (Urla nel silenzio, Con Air, Burn aftrer reading, RED) per il suo omologo ex-sovietico.

Mikhail Gorbaciov e Ronald Reagan