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Visualizzazione post con etichetta Colin Firth. Mostra tutti i post
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lunedì 31 dicembre 2018

Il ritorno di Mary Poppins

Mary Poppins (Emily Blunt) è tornata!
Mai fermarsi alle apparenze. Credere sempre oltre l'impossibile. Maestra di vita? No, una semplice e decisa tata. E' giunta finalmente l'ora de Il ritorno di Mary Poppins (2018, di Rob Marshall).

di Luca Ferrari

Il mondo adulto e le sue pene. I conti. Il lavoro. Le preoccupazioni. Un tutt'uno in bilico sulle proprie spalle mentre i bambini ti chiedono perché, con sorrisi e vis(ett)i lunghi. Talvolta è davvero troppo. Talvolta c'è davvero bisogno di aiuto. E se in apparenza nessuno è prodigo di tenderti una mano, forse è il caso di osservare meglio il mondo che ci circonda, dando magari anche una sbirciatina nel cielo. Chissà, qualcuno potrebbe essere in vena di una gradita sorpresa. Fuori le carte, lei è tornata e la stavamo aspettando davvero tutti. E' finalmente arrivato il giorno de Il ritorno di Mary Poppins (2018, di Rob Marshall).

Michael Banks (Ben Whishaw) non è più un ragazzino. Rimasto vedovo per la perdita dell'amata moglie, è ora il solo sostegno per i suoi tre figlioli John (Nathanael Saleh), Annabel (Pixie Davies) e il più piccolo Georgie (Joel Dawson). A dargli manforte in questo difficile momento della sua vita, la sorella Jane (Emily Mortimer) e la fedele cameriera Ellen (Julie Walters). Adesso però c'è un'ultreriore grana. La banca stessa presso la quale è impiegato e dove il padre George era un importante funzionario, minaccia di portargli via la casa di famiglia in via dei Ciliegi se non dovesse estinguere l'intero debito contratto con la suddetta entro pochi giorni.

L'unica soluzione sembrano delle vecchie azioni dell'istituto di credito, al momento però introvabili. E' a questo punto che Michael, in preda ai timori e sconforto, prende a calci la sua stessa infanzia e il suo passato da pittore. Così, nel tentativo di trovare ciò che gli consentirebbe di salvare la propria abitazione, inizia a disfarsi di ogni cosa, incluso il vecchio aquilone. A zonzo nel parco, i piccoli Banks iniziano a inseguirlo complice il vento. Buon per loro che in soccorso arrivi il simpatico e gentile lampionaio Jack (Lin-Manuel Miranda). Ma anche quando le sue braccia sembrano subire la potenza eolica, ecco dal cielo apparire lei, Mary Poppins (Emily Blunt), all'altro capo del balocco.

Alla porta dei non-più-piccoli Jane e Michael, si ripresenta dunque lei e come sempre c'è un gran da fare. Si, anche coi bambini. Come parecchio tempo prima, comparve dal nulla e così accade oggi. A capo della banca intanto, non ci sono più direttamente i Dawes ma un nipote arraffone e spietato, Mr Wilkins (Colin Firth). Dietro i suoi modi gentili infatti, si nasconde un piano ben preciso. John, Annabel e Georgie lo capiscono prima del loro papà, ma un'incursione spregiudicata non farà che peggiorare le cose. Cosa potrà fare dunque Mary Poppins? Qualche tuffo nel fantastico sarà anche un'esperienza incredibile per i piccini ma non impedirà ai Banks di ritrovarsi senza un tetto sopra la testa.

Mary Poppins non è una sprovveduta. La sua vera forza non è la presunta magia. Il mondo sarà anche popolato da squali e lupi senza pietà ma non sono certo gli unici abitanti. E' pieno di coraggiosi e semplici persone della porta accanto pronti a incoraggiarti e a mettere a disposizione la propria bicicletta. Si, il mondo è un nido di vipere ma nel cielo è pieno di aquile buone pronte a planare, afferrarle e lanciarle lontane. Si può essere felici anche pulendo lampioni. Si può essere felici anche senza vivere per accumulare denaro sonante. Immaginazione e realtà non sono nemiche. Ognuna può ispirare l'altra. Insieme si può fare molto insieme e Mary Poppins è qui per questo.

Acuta. Osservatrice. Mai preponderante. La Mary Poppins "Bluntiana" è una donna che non ama troppo apparire. Sa di avere una missione ben precisa e non arretra di un millimetro dal suo proposito. Non si fa impressionare dalle difficoltà né dal malessere del "piccolo" George. Come la sua predecessore "JulieAndrewsiana", non è generosa in spiegazioni. Appare quando è il momento. Scompare senza badare ai saluti. Mary Poppins va controcorrente. Se fosse di questo mondo contemporaneo, non avrebbe account sui social. Forse si limiterebbe a concedere ai veri amici la possibilità di filmarla mentre scompare tra le nuvole col proprio ombrellino e nulla di più.

Si è presa un grande (enorme) impegno e responsabilità l'attrice londinese Emily Blunt (Il diavolo veste Prada, Il pescatore di sogni, Into the Woods). Un passo falso e l'avrebbero massacrata, invece no. Scende dal cielo in eleganti tacchi. Anche quando mancano pochi minuti al baratro, mantiene la calma, prima ispirando la reazione e poi dando il giusto supporto. La realtà non è l'unico modo di affrontare il mondo, rinunciare ai colori più fantastici significherebbe fare di un giardino un semplice pezzo di terra. E tutti sappiamo che ci crescono fiori, ci svolazzano insetti, ci cade la pioggia. La meraviglia è alla portata di tutti, basta avere la forza di cercarla e goderne.

Mrs Blunt a parte, l'attesa più grande era tutta per Dick Van Dyke, lo spazzacamino Bert di Mary Poppins (1964, di Robert Stevenson) e il pubblico è stato ripagato con una performance allegra e giustizialista. Inutile negarlo. Fa davvero impressione rivederlo al fianco di Mary Poppins più di cinquant'anni dopo. Altro personaggio interpretato, ma carisma da vendere a dispetto dell'età molto avanzata. La sua figura è autoritaria e umana. La sua figura è un'ulteriore dose di ottimismo nei confronti dei meno forti. Anzi, sfatiamo un mito negativo. Le persone come Wilkins sono solo avide e sleali. Nella vita però, come nel grande schermo, c'è chi crede in un mondo differente e agisce perché questo viva il più possibile.

Attore più che altro teatrale, è stata un'autentica sorpresa il "lampionaio" Lin-Manuel Miranda. Un amico fidato che mai ti tradirebbe. Lui li conosceva già i Banks e per Jane in particolare ha sempre avuto una devota ammirazione. Adesso è più grandicello. Il suo è un lavoro in apparenza umile eppure questo giovane uomo mai si sente tale. Il mondo lo ha inquadrato bene, così come i valori per cui vale la pena vivere e sorridere. Meno incisiva ma con molto da insegnare sulla sua figura, la pluri-premiata Meryl Streep nei panni di Topsy, cugina di Mary Poppins. Poche parole. Poche scene, eppure tanta e semplice saggezza da tramandare nel cuore dei tre bambini.

Infine due parole anche sul regista. Se Emily Blunt aveva la responsabilità di ridare magia ala persona di Mary Poppins, Rob Marshall (Chicago, Memorie di una geisha, Into the Woods) aveva sulle spalle tutta la storia, per altro ben coadiuvato dallo sceneggiatore David Magee (Neverland - Un sogno per la vita, Vita di Pi). Il suo racconto non punta a scioccare. Una storia semplice che dialoga alla grande tra lacrime di commozione, sorrisi e meraviglia. Una fiaba quasi dal sapore antico ma con molti (soprattutto) richiami all'epoca contemporanea.

Il ritorno di Mary Poppins (2018, di Rob Marshall), fuoco alle polveri come avrebbe detto l'Ammiraglio Boom di Sua Maestà. Inutile dirlo, riprendere un personaggio unico come Mary Poppins era ed è una sfida difficile. Nessuna volontà di fare remake, ma semplicemente una nuova storia sempre tratta dai libri di Pamela L. Travers. Confrontare i due film sarebbe futile. Tutto diverso. Mondo, interpreti e persino ambientazione storica. La scintilla che l'opera di Stevenson seppe accendere scalda incontrastata e non smetterà mai di farlo. Il ritorno della tata è una sincera cascata di ottimismo. Un monito contro il carrierismo sfrenato, aprendo le porte all'unione di una famiglia capace di restare forte contro anche le avversità peggiori.

Sono andato al cinema Rossini di Venezia per chiudere il mio 2018 cinematografico con Il ritorno di Mary Poppins (2018, di Rob Marshall). Di questa visione mi porterò sempre dietro le lacrime di un padre che ammette sofferente davanti ai propri figli la sua (estrema) difficoltà nel venire fuori dal baratro. Ricorderò con amore una piccola creatura che mi passava davanti correndo mentre la sua dolce mamma lo inseguiva, e una donna poco distante incinta che regalava alla sua futura figlia un batuffolo di magia Disneyana. Rivedendo nella mia mente le immagini e parole de Il ritorno di Mary Poppins, penserò anche a una città globale come Londra, emblema di un mondo variegato, complesso e talvolta spietato verso il quale bisogna decidere come porsi, osservarlo e viverlo. Non ci sono solo i numeri e la globalizzazione, ci sono anche i sorrisi e gli aquiloni. E se ricominciassimo proprio da qui, facendoli librare nel cielo?

Il trailer de Il ritorno di Mary Poppins


Il ritorno di Mary Poppins - l'arzillo e anziano sig. Dawes jr. (Dick Van Dyke)
tra la tata Mary Poppins (Emily Blunt) e Jack (Lin-Manuel Miranda)
Il ritorno di Mary Poppins - il lampionaio Jack (Lin-Manuel Miranda) guardato con meraviglia da Mary Poppins (Emily Blunt) e i piccoli Georgie (Joel Dawson), Annabel (Pixie Davies) e John (Nathanael Saleh)

sabato 22 dicembre 2018

A Christmas Carol (2009) - Canto di Natale

A Christmas Carol - il vecchio Scrooge (Jim Carrey) guarda affettuoso il piccolo Tim Cratchit (Ryan Ochoa)
L'intramontabile storia (canto) di natale portata sul grande schermo da un Maestro della settima arte, in versione animata. A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis).

di Luca Ferrari

Si può cambiare del tutto e sinceramente la propria esistenza in una sola notte? La maggioranza non sarà d'accordo, qualcun altro si. È quello che accade nella solitudine di un'abitazione a Londra dove vive un uomo avaro e insensibile all'amore. Un uomo cui un vecchio amico ha voluto dargli una seconda chance. Un uomo, che a ben guardare la sua storia, si era rintanato nell'avidità. Adesso però è arrivato il momento di riappropriarsi della vita. Questo è il magico tempo di A Christmas Carol (2007, di Robert Zemeckis).

Londra, 1843. È la vigilia di natale e tutti si apprestano a festeggiare. Nel suo austero ufficio Ebenezer Scrooge (Jim Carrey) borbotta e si lamenta. Accumula danaro. Alcuni anni or sono, in questo stesso giorno di festa, morì il socio Jacob Marley. Sbattutii fuori senza il minimo rimorso due uomini venuti a raccogliere soldi per i bambini poveri, fa la stessa fine il suo unico nipote, Fred (Colin Firth). Ebenezer è acido e rabbioso. A dispetto della sua umile condizione, il segretario Bob Crachit (Gary Oldman) non vede l'ora di tornare a casa dalla sua famiglia

Bob ha freddo e ha un grosso peso nel cuore. Il suo figlio più giovane, Tim (Ryan Ochoa), è gravemente malato e il magro compenso che l'odioso Scrooge gli passa, non è sufficiente per fargli avere le cure necessarie. Oggi non ha importanza. Questa notte Bob Cratchit vuole solo scaldarsi attorno al fuoco con moglie e figli. Bob Cratchit saluta il suo padrone e travolto da spirito fanciullesco, si lancia a pattinare sulla strada ghiacciata finendo a terra con tanto di risate. Eccoli, sono tutti lì. Insieme. A condividere un'umile oca al forno. Non ha importanza. Sono insieme e si vogliono bene. Questo è lo spirito del natale.

Scrooge intanto se ne torna acido e insofferente nella propria abitazione. Consuma la sua zuppa davanti al fuoco. Messosi a letto, un sinistro rumore da dietro la porta inizia a farsi largo. Un incubo? Un'allucinazione? No, è tutto reale. Ciò che gli si presenta davanti è lo spirito dell'ex-socio Jacob Marley. Il suo volto è terrificante ed è legato a pesanti catene con macigni. E' il peso della ricchezza più avida. E' il peso dell'accumulo di danari in barba ai sentimenti. E' il peso eterno che Jacob Marley dovrà portare con sé. Un destino questo che attenderà l'ancor più spietato Ebenezer Scrroge, a meno che...

Già, a meno che... Marley non è venuto in visita sul pianeta dei vivi a terrorizzare il suo vecchio amico ma a regalargli una speranza. Se è impressionante il peso di Jacob, Ebenezer è già andato ben oltre e gli resta ancora da vivere. Ecco dunque l'offerta. Questa notte sarà visitato da tre spiriti: quello del natale passato, presente e futuro. Se al termine di questa esperienza l'uomo sarà sinceramente cambiato, forse qualcosa muterà. Ma può un uomo così, capace di disprezzare perfino chi canta per le strade gli auguri di natale e sbattere in faccia la porta a chi viene a raccogliere fondo per i più bisognosi, cambiare in una unica notte? Certo è la notte di natale e può accadere di tutto. 

Uno dopo l'altro gli spiriti si presentano al vecchio Ebenezer andando a risvegliare ciò che ormai aveva sommerso col cieco frastuono delle sterline sonanti. Ogni natale rivissuto è uno squarcio nel suo cuore rinsecchito. Ogni viso dimenticato nel nome del soldo è una corsa nel precipizio. Ogni lacrima inghiottita dall'ennesimo aumento di capitale si fa pesante domanda nella testa di quest'uomo, tanto ricco quanto miserabile nell'anima. Gli spiriti non fanno sconti, mostrandogli ciò che è stato, ciò che è e ciò che sarà se la vita dovesse continuare su questi tragici binari.

Scrooge, che fino a poco fa denigrava il natale così come tutti coloro che intendevano festeggiarlo definendolo senza mezzi termini, scempiaggini, adesso vacilla. Forse ha paura, o forse il film della sua vita già vissuta lo spaventa davvero più di cosa lo aspetta nell'aldilà alla strega (e peggio) del socio Marley. Ebenezer Scrooge scopre così quanto dolore ha causato con la sua vita. Ebenezer Scrooge scopre così quanta gente potrebbe stare meglio se la sua vita iniziasse a volgere verso il sole invece che rimanere imbruttita e chiusa nell'oscurità. Al vecchio Ebenezer Scrooge è stata offerta una rara chance. Ciò che succederà l'indomani, la mattina di natale, va vissuto insieme a lui.

Immaginare un natale senza A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis) è pura cine-blasfemia. La favola per eccellenza del 25 dicembre è stata presa da un maestro della settima arte (Ritorno al futuro, Forrest Gump, Allied - Un'ombra nascosta) e portata nel XXI secolo con l'animazione realizzando un cult senza tempo. Con i personaggi adattati ai volti degli attori originali, lo Scrooge-Carreyano è inarrivabile per odiosità. A dir poco strazianti invece, le lacrime di un padre (Cratchit-Oldman) che sa benissimo di non poter curare il proprio figlio e che presto morirà.

Tutti abbiamo un vissuto natalizio che vorremmo riscrivere e non è mai troppo tardi per cambiare qualcosa. A guardare A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis) si viaggia insieme ai tre spiriti pensando al proprio passato, presente e futuro. Ci si guarda dentro. Si soffre e si piange. Si sorride anche, lo speriamo ma ciò che alla fine resta è la speranza che il domani possa davvero essere diverso se invece di chiudere la porta al mondo, si spalanchino le finestre chiedendo a un giovane ragazzino che giorno sia, e da lì in poi scendere in strada facendo della propria vita un nuovo e coinvolgente atto di umano amore.

Guardo A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis) e vorrei già essere alla fine di questa grandiosa storia scritta da Charles Dickens (1812-1870) e raccontata in versione classica, con attori cioè in carne e ossa, nel recente e commovente anch'esso Dickens - L'uomo che inventò il Natale (2007, di Bharat Nalluri con Dan Steven nei panni dello scrittore inglese e il premio Oscar, Christopher Plummer, in quelli di Scrooge). Riguardo A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis) e attraverso i miei demoni nel corso delle visite soprannaturali, lasciando che il mio cuore muoia e si rianimi ogni volta. Ripensando a chi non c'è più, chi c'è ancora e chi ci sarà.

Ho appena finito di rivedere A Christmas Carol (2007, di Robert Zemeckis). Ricordo ancora la prima volta. Era l'ultimo spettacolo dell'ultimo giorno di programmazione. Il natale era già passato. Da allora è passato parecchio tempo e quello che sto vivendo oggi è esattamente ciò che ho sempre sognato. Vivere ogni giorno insieme a persone che amo e da cui sono amato. E' sabato mattina, e mi sto gustando degli ottimi pancake fatti in casa. È capitato altre volte e capiterà ancora. Ma vivere tutto questo a ridosso dal giorno di natale, è quanto di più speciale possa esserci al mondo. Il rendermi conto di questo, è il più bel regalo che possa fare a me stesso.

Il trailer di A Christmas Carol

A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis)
A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis)
A Christmas Carol - dall'oscurità emerge il truce Ebenezer Scrooge (Jim Carrey)
A Christmas Carol - Scrooge (Jim Carrey), Crachit (Gary Oldman) e Fred (Colin Firth
A Christmas Carol - lo spirito di Jacob Marley (Gary Oldman) parla a Scrooge (Jim Carrey),
A Christmas Carol - Scrooge (Jim Carrey) perplesso
A Christmas Carol - una piccola parte delle catene di Jacob Marley (Gary Oldman)
A Christmas Carol - lo spirito del natale passato e Scrooge (Jim Carrey)
A Christmas Carol - Scrooge (Jim Carrey) in compagnia dello spirito del Natale passato
A Christmas Carol - un giovane Ebenezer (Jim Carrey) danza con Belle (Robin Wright)
A Christmas Carol lo spirito del Natale presente
A Christmas Carol - Scrooge (Jim Carrey) in compagnia dello spirito del Natale presente
A Christmas Carol - l'umile famiglia Cratchit riunita la notte di natale
A Christmas Carol - Scrooge (Jim Carrey) osserva la famiglia Cratchit riunita la notte di natale
A Christmas Carol - ilugubre spirito del Natale futiro
A Christmas Carol - Tre uomini d'affari sghignazzano di qualcuno che è scomparso
A Christmas Carol - per Ebenezer Scrooge (Jim Carrey) è arrivata la fine...
A Christmas Carol - ... Ebenezer Scrooge (Jim Carrey) si risveglia più gioioso che mai
A Christmas Carol - per Ebenezer Scrooge (Jim Carrey) è arrivato il momento delle scuse e di rimediare
A Christmas Carol - ora Ebenezer Scrooge (Jim Carrey) farà di tutto per aiutare i poveri...
A Christmas Carol - ... e allietare il mondo
A Christmas Carol - Ma le più grosse scuse Scrooge (Jim Carrey) le deve al devoto Cratchit (Gary Oldman)
A Christmas Carol - Bob Cratchit (Gary Oldman) racconta la storia di Ebenezer Scrooge (Jim Carrey)...
A Christmas Carol - ... e di come fece di tutto per aiutare il suo piccolo Tim (Ryan Ochoa)
A Christmas Carol - Ebenezer Scrooge (Jim Carrey) si porta in braccio in piccolo Tim Cratchit (Ryan Ochoa)
A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis) è tratto dal racconto Canto di Natale di Charles Dickens

lunedì 25 settembre 2017

Kingsman - Il cerchio d'oro

Kingsman, Il cerchio d'oro - gli agenti speciali Galahand (T. Egerton), Harry (C. Firth) e Whiskey (P. Pascal
Se i Kingsman di Sua Maestà non bastano più per salvare il mondo e piegare il cartello criminale de Il cerchio d'oro, è arrivato il momento di unirsi ai cugini di oltreoceano, gli Statesman.

di Luca Ferrari

Il mondo dello spionaggio è tornato, più in forma ed elegante che mai. Ma più forte è l'ordine e più temibile sarà il nemico. Una nuova sfida dunque attende gli Statesman. Una sfida che metterà a dura prova la loro stessa esistenza. A tre anni dalla prima incursione dei “sarti” al servizio di Sua Maestà e il Bene, è sbarcato sul grande schermo Kingsman – Il cerchio d'oro (2014, di Matthew Vaughn).

I Kingsman sono sotto attacco. Lo scartato Charlie Hesketh (Edward Holcroft) è lì fuori ad attendere il rivale proletario Eggsy Unwin, nome in codice Galahad (Taron Egerton), oggi impeccabile, elegante e super-equipaggiato. Un tentativo di eliminarlo nasconde però un piano molto più ambizioso. Un piano guidato da un misterioso boss del crimine che porterà Eggsy e il sopravvissuto Merlino (Mark Strong) ad abbandonare la Madre Patria e chiedere aiuto ai cugini d'oltreoceano, gli Statesman.

Dopo un primo scontro/incontro con l'agente Tequila (Channing Tatum), Egsy e Merlino fanno la conoscenza di Ginger Ale (Halle Berry), Whiskey (Pedro Pascal) e il loro capo Champagne "Champion" (Jeff Bridges). Da qualche tempo però, nel loro quartier generale dove fabbricano whisky, c'è una vecchia conoscenza degli Statesman. Qualcuno che in teoria sarebbe dovuto essere morto. Proprio lui, Harry Hart (Colin Firth). Unite le forze, l'obiettivo è trovare e fermare la perfida Poppy Adams (Julianne Moore).

Chi è Poppy? Una spacciatrice su scala mondiale. Ha una propria mini-città nel cuore della giungla chissà dove. Pochi e fidatissimi collaboratori, in particolare due letali cani-robot da
guardia e se qualcuno non fa come vuole lei, è meglio non scoprirlo. Amante del bel tempo che fu, Poppyland dispone di un drive-in e perfino del vero Elton John sempre a disposizione. Il suo nuovo piano è qualcosa di terribile. In ballo, la vita milioni di persone in tutto il mondo. Qualcosa cui lo stesso Presidente degli Stati Uniti (Bruce Greenwoood) guarda con fin troppo interesse.

Poppy Adams va fermata ma non è certo un'impresa facile. Come farà Eggsy a gestire lo stress visto che anche la sua fidanzata, la principessa svedese Tilda (Hanna Alström), rischia di pagarne il prezzo? Kingsman e Statesman avanzano spediti ma non tutto ciò che brilla, è destinato a splendere. C'è chi agisce nel nome della giustizia e chi in quello della vendetta. Ma sono due strade differenti che potranno collaborare fino a un certo punto. E poi?

A più riprese il regista Matthew Vaughn (The Pusher, Kick-Ass, X-Men – L'inizio) aveva dichiarato che non si sarebbe mai immaginato di dirigere il sequel di Kingsman - Secret Service (2014) se non con una buona storia in mano. Il risultato è un film piacevole, con un numero adeguato di scene d'azione abilmente mescolato a eroismo, sentimenti e risate. Un vestito d'impeccabile sartoria cinematografica degna della miglior boutique della City.

Premio Oscar come Miglior attrice protagonista in Still Alice (2014), Julianne Moore (Il grande Lebowski, Don Jon, Freeheld – Amore, giustizia, uguaglianza) lascia il segno. La sua Poppy è capricciosa e spietata. Egocentrica e in costante bisogno di riconoscimento. Un ibrido perfetto tra i presidenti di Stati Uniti e Corea del Nord, Donald Trump e Kim Jong-Un. Di punto in bianco te la aspetti in divisa della scuola di ragazza pon pon ma di dolce e innocente non ha proprio nulla.

La coppia Firth/Strong duetta alla grande. Taron Egerton si conferma spia di punta dei Kingsman, mentre le new entry yankee Channing Tatum e Pedro Pascal si ben spartiscono lo scenario d'oltreoceano. Più defilato il loro capo, il grandissimo Jeff Bridges, premio Oscar come Migliore attore protagonista in Crazy Heart. Anch'essa low profile, l'Academizzata Halle Berry (Gothica, Monster's Ball, X-Men: Giorni di un futuro passato), sulla quale prevedo un sicuro aumento di presenza nel terzo capitolo.

Nota. A partire dalla recensione di oggi, verrà sempre dedicato un paragrafo all'esperienza diretta sul grande schermo in modo che anche voi lettori abbiate la certezza che il suddetto giornalista recensisca direttamente dal grande schermo. Perso colpevolmente al cinema il primo capitolo, l'agente speciale Colin Firth (Shakespeare in Love, Il discorso del Re, Magic in the Moonlight) mi ha conquistato e tutt'ora la sua cena a base di McDonald's con Valentine (Samuel L. Jackson) mi trasmette una voglia di hamburger devastante. E lo stesso Mark Strong (Sherlock Holmes, Rocknrolla, La talpa) ha avuto un ruolo fondamentale nell'apprezzamento collettivo.

Inevitabile dunque che all'uscita di Kingsman – Il cerchio d'oro (2014, di Matthew Vaughn) fossi in prima linea. E per essere precisi, mi sono presentato al cinema Rossini di Venezia nel primo giorno di programmazione. Clima ideale, non troppo pubblico e alquanto variegato. Coppie, solitari e famiglia al gran completo. Un'immagine che ben fotografa questo film, adatto a tutti i gusti. E se il grande Harry insiste a dire che “I modi definiscono l'uomo”, io potrei aggiungere che “le parole sanciscono il valore di una recensione”. 

Il trailer di Kingsman - Il cerchio d'oro

Cinema Rossini di Venezia, in sala prima della proiezione di Kingsman – Il cerchio d'oro © Luca Ferrari
Kingsman, Il cerchio d'oro - gli agenti speciali Galahand (Tarin Egerton) e Merlino (Mark Strong)
Kingsman, Il cerchio d'oro - la terribile Poppy Adams (Julianne Moore)

martedì 29 novembre 2016

Sex and the... Bridget Jones's Baby

Bridget Jones' Baby - la dott.ssa Rawlings (Emma Thompson) e Bridget (Renée Zellweger)
Esageratamente corretto, SexandtheCityano, inzuppato di luoghi comuni over 40 e pure mieloso. Bridget Jones's Baby (2016, di Sharon Maguire) è una prevedibile delusione.

di Luca Ferrari

15 anni sono passati dal primo sbarco cinematografico della zitella incasinata Bridget Jones. Alla regia di questa terza (e si spera ultima) "avventura", Bridget Jones's Baby (2016), è tornato Sharon Maguire. La storia nel complesso è stantia. Se nei primi due lavori la pasticciona Bridget (Renée Zellweger) era contesa tra l'impeccabile Mark D'Arcy (Colin Firth) e lo sciupafemmine Daniel Cleaver (Hugh Grant), questa volta si gioca sul binario dell'esageratamente corretto, con la new entry Patrick Dempsey al limite del buonismo zuccheroso.

Londra è cambiata. Bridget è cambiata. E pure l'attrice protagonista lo è, affidatasi a qualche ritocchino di troppo. A metà strada tra una desperate single e una laconica semi-protagonista di Sex and the City, il film vede scendere in campo pure i classici capi giovani, rigorosamente cinici e hipster. Bridget Jones's Baby è un minestrone anemico al cui confronto la mitica zuppa al filo blu preparata per la propria festa di compleanno nel primo e divertente film (Il dirario di Bridget Jones, 2001) è alta cucina. Un film da vedere proprio se in televisione o al cinema non c'è nulla che valga la propria e più bassa attenzione.

Bridget Jones's Baby - Jack (Patrick Dempsey), Bridget (Renée Zellweger) e Mark (Colin Firth)

venerdì 12 dicembre 2014

La magi(c)a di Woody Allen in the Moonlight

Magic in the Moonlight - Sophie (Emma Stone) e Stanley (Colin Firth)
Una storia pungente. Una sceneggiatura affiatata. Nessuno spot di città. La magia di Woody Allen risplende alla luce di un Firth-Stoniano chiaro di luna.

di Luca Ferrari

Lui è un cinico ateo materialista che crede solo ed esclusivamente nella logica. Lei una medium dai poteri a prova di mago scopri-bufale. Sullo sfondo appena tratteggiato della Costa Azzurra, il pluri-premio Oscar Woody Allen dirige una commedia capace di esaltare in pieno le doti dei due protagonisti, Colin Firth ed Emma Stone. Magic in the Moonlight (2014).

Francia, anni '20. Stanley Crawford (Colin Firth) è un illusionista di fama mondiale. Quando è sul palco però, è truccato in modo irriconoscibile da cinese con il nome d'arte di Wei Ling Soo. Sega le persone in due. Fa sparire gli elefanti sotto gli occhi estasiati del pubblico. Sa fare di più. Ha un debole per i ciarlatani. Coloro che si spacciano per dialogatori con l'aldilà. Li smaschera sempre. Adesso però c'è qualcuno che nemmeno l'amico-collega Howard (Simon McBurney) è stato in grado di cogliere in castagna. Il suo nome è Sophie Baker (Emma Stone). La sfida è lanciata.

Teatro dello scontro, la lussuosissima tenuta degli Catledge dove scorrazza l'ingenua vedova Grace (Jacki Weaver), in balia di Sophie e la madre manager (Marcia Gay Harden), mentre il figliolo Brice (Hamish Linklater) è del tutto perso per la bella e affascinante sensitiva, disposto a ricoprirla di ricchezza, una proposta di matrimonio e perfino finanziare una fondazione per gli studi sul paranormale. Di certo se c'è qualcosa di losco, è arrivato l'uomo giusto per far cessare il subdolo spettacolo. 

Pochi attori con un viso apparentemente innocuo e imbambolato come Colin Firth sono capaci di grande interpretazioni (l'Oscar nel Il discorso del re è solo uno dei tanti esempi) e allo stesso tempo duettare con attrici del calibro di Cameron Diaz, Renèe Zellweger, Emily Blunt fino all'attuale partner di grande schermo Emma Stone. Sono lontani i tempi in cui l'arrogante calzamaglia di Lord Wessex lo faceva disgustare agli occhi (e al cuore) della bella Viola De Lesseps (Gwyneth Paltrow), in love with Shakespeare. Oggi il protagonista, romantico quando serve, è lui.

Nell'ultima fatica Alleniana poi la simbiosi col nevrotico regista newyrokese  è a dir poco totale. Sembra di sentirlo parlare Woody nelle sue altezzose conversazioni. Stanley è sprezzante e invulnerabile nella sua personalità. Ha inamovibili certezze. La sola capace in qualche modo di intenerirlo è l'amata zia Vanessa (Eileen Atkins), la donna che lo ha cresciuto. Adesso però c'è una “femmina” che sta suscitando la sua curiosità ben oltre il solido e scientifico sentimento provato e contraccambiato per l'attuale fidanzata.

Sophie va oltre l'umana comprensione di Stanley. Sono troppe le informazioni che la giovane è in grado di far emergere senza alcuna apparente informazione, ma basandosi solo ed esclusivamente su vibrazioni dell'inconscio sempre azzeccate. E il mago alla fine capitola. Chiama perfino la stampa per farla conoscere, facendo mea culpa sulle sue sballate convinzioni. Almeno così sembra.

Woody non sbaglia più. Dopo il non troppo convincente Midnight in Paris (2011) e l'insignificante To Rome with Love (2012), era tornato a farsi  davvero sentire con Blue Jasmine (2013), fornendo così a Cate Blanchett il personaggio con cui vincere la seconda statuetta agli Academy. Ora è il turno di una sfida emotivo-verbale tra due attori agli antipodi culturalmente e anagraficamente. Colin, inglese classe '60. Emma, statunitense classe '88. La differenza di età però svanisce dinnanzi a ciò cui la vita non ha ancora preparato nessuno. Questa è la magia. Dell'esistenza e del cinema. E se fosse lo stesso? Per Woody Allen lo è.


Magic in the Moonlight -
da sx, Stanley (Colin Firth), zia Vanessa (Eileen Atkins) e Howard (Simon McBurney)
Magic in the Moonlight - mamma Baker (Marcia Gay Harden) e Sophie (Emma Stone)
Magic in the Moonlight - Sophie (Emma Stone)
Magic in the Moonlight - Stanley (Colin Firth) e Sophie (Emma Stone)

sabato 10 maggio 2014

Diversi fino a prova contraria

Fino a prova contraria - l'investigatore Ron Lax (Colin Firth)
Un crimine atroce. Tre bambini uccisi. I capri espiatori sono tre adolescenti emarginati. Devil’s knot – Fino a prova contraria (2014, di Atom Egoyan).

di Luca  Ferrari

Simpatizzanti delle atmosfere gotiche e occulto. Adolescenti alle prese con esistenze complicate e gusti non conformi alla massa. Quanto basta per venire accusati, incriminati e condannati per il triplice omicidio di tre bambini. Sono i bersagli più facili e la massa non perdona. Sempre pronta a colpire il diverso senza scomodarsi a cercare il male nei posti più impensabili. Dentro casa. Devil’s knot – Fino a prova contraria (2014, di Atom Egoyan).

È un tranquillo pomeriggio come altri nella cittadina di West Memphis. Christopher Byers, Stevie Branch e Michael Moore, tutti di otto anni, vanno a fare un giro in bicicletta. È pomeriggio. Non torneranno mai più a casa. Verso sera intanto un uomo sporco di sangue (e di fango) entra in un locale. Non sarà mai trovato né cercato. Le indagini si concentrano subito su tre adolescenti: Damien Echols, Jessie Misskelley Jr. e Jason Baldwin, inchiodati da un bambino scampato all’eccidio che li indica tutti quanti raccontando anche dettagli. Un bambino che poi ritratterà tutto, inclusa la fantasiosa storia della madre. 

Il bigottismo imperante chiede degli assassini, possibilmente diversi. Così è. Tutti sono contro di loro. Tutti meno uno. L’investigatore privato Ron Lax (Colin Firth). Offre la propria disponibilità a supportare gli avvocati difensori. Per lui è una questione morale. È fermamente contrario alla pena di morte. E poi non crede nemmeno alla colpevolezza dei tre imputati.

Tra le famiglie colpite da questa immane disgrazia, il patrigno di Chris, John Byers (Kevin Durand) ha un coltello sporco di sangue di cervo, di cui però non sa spiegare come ci sia finito sangue umano (non suo). Dell’altra, la mamma di Stevie, Pamela Hobbs (Reese Whiterspoon) in principio punta il dito contro i tre presunti satanisti. Si comporta come una tipica WASP. Arriva perfino a farsi battezzare per affrontare il Demonio, poi però lei stessa comincia a guardare oltre. Osserva impotente le falle del processo. Guarda suo marito con sospetto. Comincia a pensare che quei tre magari saranno un po’ strani, però non fa di loro degli spietati assassini.

Fatti realmente accaduti. Il regista canadese Atom Egoyan porta sul grande schermo l'incredibile storia dell'incarcerazione per 18 anni dei cosiddetti Tre di West Memphis. Devil’s knot – Fino a prova contraria non racconta solo un fatto di cronaca americano gestito in modo allucinante dalle istituzioni giudiziarie e dalla polizia. Allarga la prospettiva dentro un mondo che non è per niente cambiato e che ancora oggi (af)fonda le sue radici sull’emarginazione e l’abuso dei più deboli.

Nel Medioevo bastava avere i capelli rossi per essere accusati di stregoneria e bruciati, oggi basta credere in una religione per essere etichettati come terroristi e torturati. Quello che non segue la massa è ancora visto male. Un ostacolo che deve essere spazzato via per non intaccare lo status quo. Il diverso fa porre delle domande. Sforzi che il gregge non vuole affrontare. Il diverso deve essere allontanato. In un modo o nell’altro. Punto e basta.

Succede durante l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta e nel mondo del lavoro. È sempre successo e continuerà. Un capello un po’ più lungo. Un gusto artistico più estremo. Un abbigliamento che non rispecchia il piattume della società locale. Un’ideologia che non si conosce se non per sentito dire (spesso) da organi d’informazione ignoranti e di parte. Il mondo è pieno di innocenti. E prima che nuovi Christopher, Stevie e Michael vengano uccisi e altri Damien, Jessie e Jason vengano etichettati e sfregiati per sempre, bisogna elevarsi. Tutti.

Fino a prova contraria - Stevie e sua madre Pamela Hobbs (Reese Whiterspoon)
Fino a prova contraria - i tre bambini
Fino a prova contraria - al centro gli imputati:
Jason Baldwin (Seth Meriwether) e Damien Echols (James Hamrick)

venerdì 8 marzo 2013

Gambit, la truffa non convince

Gambit - Harry Deane (Colin Firth)
Un super cast per Gambit – Una truffa a regola d’arte (2012) con Alan Rickman, Colin Firth e Cameron Diaz ma nel complesso convince poco.

Il risultato di ambit – Una truffa a regola d’arte (2012, di  Michael Hoffman) è ambiguo. Pompata come la possibile commedia dell’anno, le potenzialità emergono ma il risultato non è poi del tutto convincente. Anche l’attesa presenza di Stanley Tucci nelle vesti del critico d’arte Martin Zaidenweber, fa sorridere ma non raggiunge quei picchi che da questo film forse ci s’aspettava.

Harry Deane (Colin Firth) è stufo delle prepotenze del suo capo, il potente Lionel Shahbandar (Alan Rickman) e decide di sfruttare la sua smisurata passione per il pittore impressionista Claude Monet, tirandogli un bidone per milioni di dollari. Ad aiutarlo nel suo piano, il Maggiore (Tom Courtenay), abilissimo contraffattore di quadri e soprattutto P.J. Puznowski (Cameron Diaz). 

Ma può un modesto curatore d’aste riuscire a farla a un uomo abituato a trattare miliardi e affari in tutto il mondo senza cadere in madornali errori? Nel piano di Harry tutto va liscio come l’olio, a cominciare dall’approccio in un puzzolente bar texano con la bella PJ. Capirà subito che la realtà è ben altra cosa e i primi ad accorgersene saranno proprio i suoi occhi, che da sognanti aperti, si ritroveranno pieni di ematomi dopo qualche pugno ricevuto per aver interrotto la liaison  di qualche cowboy poco avvezzo alle gentilezze. 

Remake dell’omonimo film del 1966 diretto da Ronald Deame con protagonisti Michael Caine e Shirley MacLaine, la pellicola non osa quanto potrebbe (dovrebbe). Parte bene, con Lionel a raccogliere l’eredità dei grandi della finanza sempre pronti a sbraitare verso tutto e tutti, incuranti del coltivare in casa la propria (legittima) serpe in seno. Vederlo nudo alla scrivania con Harry che si copre dalla vista dei suoi genitali con un ampio fermacarte, promette assai, ma poi si perde un po’.

Il contrasto tra padrone e dipendente si schiude in poche battute di disprezzo verso il secondo. Deane sta elaborando un piano perfetto degno della banda di Danny Ocean formato Europa, quando organizzarono un finto e maldestro colpo, avendo già portato a termine quello che devono fare per venire a capo della sfida mortale di NightFox (Vincent Cassel).

Aldilà di quanto mostrato per finta, talvolta Deane appare troppo imbarazzante per essere credibile nel finale di successo all’aeroporto, con gli avversari giapponesi di Lionel a stringergli la mano. La storia stride. Le interpretazioni reggono. L’amalgama meno.

Gambit (2012)
Gambit - Lionel (Alan Rickman), Harry (Colin Firth) e PJ (Cameron Diaz)

venerdì 1 marzo 2013

Shakespeare in Oscar, il poeta innamorato

Shakespeare in Love - Viola (Gwyneth Paltrow) e William (Joseph Phiennes)
Era sabato 27 marzo 1999 e io mi aggiravo solo per Venezia. Un’incontro casuale con un’amica ed eccomi al cospetto di Shakespeare in Love.

di Luca Ferrari

Camminavo e pensavo ai fatti miei e il cinema era giusto quella cosa da una volta l'anno. Poi un invito casuale e un secco rifiuto. Il caso però volle che nel mio peregrinare rincontrassi la suddetta col suo gruppo, e questa volta accettai l’invito. E il destino sapeva bene ciò che faceva.

Di lì a poco mi ritrovai davanti al grande schermo dinanzi alla proiezione di Shakespeare in Love (1998, di John Madden), pellicola questa che aveva appena sbancato la serata degli Academy portandosi a casa sette Premi Oscar come Miglior Film, Miglior attrice protagonista (Gwyneth Paltrow), Miglior attrice non protagonista (Judi Dench), Migliore sceneggiatura originale, Scenografia, Costumi e Colonna sonora. Ne sapevo poco o niente.

Oltre alle due premiate, un cast maschile di prima linea con Joseph Fiennes nelle vesti di William Shakespeare, un imbranato Geoffrey Rush è l’impresario Philip Henslowe, Tom Wilkinson è il ricco creditore Hugh Fennyman, un odioso Colin Firth è Lord Wessex, il regista premio Oscar 2013 per Argo, Ben Affleck, è il teatrante Ned Alleyn e Rupert Everett, il poeta Christopher Marlowe.

Shakespeare in Love fu l’inizio della mia passione per il cinema. Avrei avuto bisogno di un altro paio d’anni per comprendere come un sentimento iniziale si sarebbe trasformato in passione infinita (un sentito grazie al Moulin Rouge! di Baz Luhrmann). 

Non sarei qui adesso se il mondo del cinema non avesse avuto la sana abitudine di riproporre i film vittoriosi agli Oscar. E oggi, nel rivedere in cartellone i premiati La Vita di Pi (2012, di Ang Lee), Argo e Lincoln (2012, di Steven Spielberg), non so voi, ma è venuta ancora più voglia di entrare in sala. 

Ma prima di fare ciò, vi voglio regalare ciò che scrissi appena uscito quel giorno. In preda a una sensazione creativa totalmente inedita. Si, potevo davvero trasportare in parole tutto quello che vivevo anche fuori. Era la strana storia di un ignaro poeta innamorato, anzi:

IL POETA INNAMORATO

Il mondo vorrebbe
solo un’unica grande poesia per ogni giorno,
pronta per ogni sentimento... e questo cielo
chiamato solitudine, e
questo verso chiamato solitudine
è come il mondo
troppo descritto
dalla felicità della donna e dell’uomo
con la stessa
somiglianza…è come un cielo
appiccicato alle stelle...

E ora potrei comportarmi
da ribelle dannato
e accendermi una sigaretta
incitando il crogiolarsi
nella staticità di un dilettare
tra la buonanotte e addii…Ma questo
specchio è continuo
come lo splash di una pozzanghera
sotto i miei piedi…Non ho pianto,
ho solo versato lacrime...

Nello scegliere tra una promessa
e un respiro (il fato)… nello scegliere
di credere al destino o a se stessi,
ancor prima d’accantonare i cuscini
le parole hanno squarciato
tutto il silenzio
camminando su frammenti di biscotti
e pandispagna di pergamena

…ora il mondo mi sta facendo le fusa
col vento suggeritore dell’orgoglio della lusinga

…il poeta è ora innamorato, e scrive
tra virgole di colore
fecondo della propria recitazione lunare
tra i piedi di un biglietto per l’arcobaleno

Shakespeare in Love - Ned Alleyn (Ben Affleck)
Shakespeare in Love - Lord Wessex (Colin Firth) e William (Joseph Phiennes)
Shakespeare in Love - Viola (Gwyneth Paltrow) e William (Joseph Phiennes)