Nella vita come nel basket NBA, ci vuole qualcosa di unico per fare la differenza. La parola a coach Adam Sandler, nel toccante Hustle (2022, di Jeremiah Zagar).
Ci siamo. Le finali NBA stanno per cominciare. Chi solleverà il trofeo Larry O'Brien al termine di questa esaltante stagione, gli Oklahoma City Thunder dell'MVP 2025 Shai Gilgeous-Alexander o gli Indiana Pacers del "sottovalutato" Tyrese Haliburton? Nessuno ha una risposta certa ma è indubbio che per vincere ci voglia qualcosa di speciale. Qualcosa da mettere in ogni millesimo di secondo in cui si calca il parquet. Bo Cruz (Juancho Hernangómez) è un grandissimo talento ma si è bloccato. Lo scout reietto della franchigia dei 76ers, Stanley Sugerman (Adam Sandler) è lì, al suo fianco. "Ami questo gioco? Lo ami con tutto il cuore [...]?" lo sferza, "L'ossessione batte il talento, lo batterà sempre. Tu hai tutto il talento del mondo ma hai anche l'ossessione? [...] Lì fuori sei tu contro te stesso. Quando entri in campo devi pensare: Io sono il miglior giocatore, anche se hai Lebron come avversario. Te lo chiedo di nuovo: tu ami questo gioco?".
Cosa succederebbe se la guida di una storica franchigia NBA passasse all'improvviso a un'inesperta festaiola? Preparare i popcorn, su Netflix è sbarcata la serie Running Point (2025).
Il basket è un affare di famiglia, fragile o strampalata che sia. Ce la farà un'apparentemente svampita bionda californiana a riportare in auge la storica franchigia dei Los Angeles Waves e nel contempo sopravvivere a invidie domestiche e stereotipi macho-imbranati? E quello che scopriremo, seguendo le divertenti vicende della serie Running Point(2025), disponibile su Netflix, e realizzata da Elaine Ko, Mindy Kaling, Ike Barinholtz e David Stassen. Niente melodrammi italiani con le tipiche miserie familiari bensì una commedia spezzettata in più puntate (10) con una famiglia non esattamente esemplare. E chissà che quel rosso acceso non sia un velato tributo al Chas (Ben Stiller) Tenenbaumiano di Wess Anderson, Non resta che iniziare a vederla comodamente spaparanzati in divano o qualsiasi branda.
Isla Gordon (Kate Hudson) è la tipica giovane donna (molto) benestante e dedita alla bella vita senza alcuna prospettiva. Tutto cambia quando il fratello maggiore Cam (Justin Theroux), presidente della squadra di basket Los Angeles Waves, finisce in riabilitazione e a sorpresa lascia la guida all'inesperta Isla, a dispetto dei fratelli Ness (Scott MacArthur) e Sandy (Drew Tarver), già impegnati nell'azienda sportiva di famiglia. Lo sgomento è di tutti e com'è inevitabile in qualsiasi "buona famiglia", dopo si passa al sabotaggio, sempre che nel frattempo la neo-Presidente non ne combini già di sue. Esperienza in effetti ne ha davvero poca, ma come potrà gestire il tutto e per di più in un momento in cui la squadra è in forte crisi di risultati? Fortuna sua che può contare sul capo dello staff, nonché sua migliore amica, Ali Lee (Brenda Song) e in parte, anche sul feeling umano-imprenditoriale con il coach della squadra, il pacato Jay Brown (Jay Ellis).
Volente o nolente, per Isla è arrivato il momento di mettersi in gioco e la sfida è davvero ardua. Dovrà conquistare la fiducia dei suoi collaboratori più stretti, anche a costo di scendere sul piede di guerra (o quasi) e in parallelo aggiustare la squadra in modo da non essere la causa della stagione fallimentare, a cominciare dal contratto del controverso Travis Bugg (Chet Hanks), forte guardia ma dal carattere difficile e desideroso di cambiare aria. Che fare? Meglio tenersi un giocatore forte ma complicato e capace di spaccare uno spogliatoio o liberarsene come ai piani alti vorrebbero? C'è poi la questione sponsor, dove il tocco femminile non mancherà di stravolgere visioni secolari. Insomma, per la nuova presidente dei Waves la vita è davvero dura. Un impegno 24 ore su 24 che la farà trascurare l'amorevole fidanzato Lev (Max Greenfield).
In un panorama di serie sempre più votato al crime e scenari sci-fi apocalittici, Running Point è una rigenerante "schiacciata" d'aria fresca. Ok, lo ammetto. Da un paio d'anni ormai, non faccio altro che scrivere di pallacanestro in ogni sua forma. Aperta l'app di Netflix, mi è bastato mettere a fuoco i trofei Larry O'Brien che si assegnano alla squadra vincitrice del titolo NBA per non avere dubbi su cosa guardare nei giorni successivi. A questo si aggiunga la presenza di Kate Hudson (Quasi famosi, Mona Lisa and the Blood Moon, Glass Onion: Knives Out), personalmente sempre apprezzata fin dagli spensierati tempi della brillante commedia Come farsi lasciare in 10 giorni (2003) e incontrata alla 69. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia in occasione dell'anteprima ufficiale del film Il fondamentalista riluttante (2012, di Mira Nair).
Running Point non è lo showtime dei Lakers anni '80. Running Point non è l'ego Jordaniano di The Last Dance. Running Point parla di pallacanestro e della famiglia che gestisce la squadra. Una famiglia dove ognuno sembra (voler) andare in una propria e personale direzione, avvicinandosi di tanto in tanto agli altri solo per mera convenienza. Running Point unisce sport e commedia senza eccedere in nessuno dei due lati. Anche quando saranno costretti ad aggiornare i propri legami, non mancheranno colpi bassi, carezze ma allo stesso tempo, anche risate. Isla Gordon si scopre una tosta e lo diventerà sempre di più ma è sempre un essere umano. Vince e perde. La fiducia e il sangue vanno conquistati, proprio come una vittoria sul parquet. In attesa di godersi una nuova partita di basket dell'NBA o più semplicemente assistere a un match dal vivo di minibasket del proprio figlioletto, Running Point è la serie che fa proprio per me e consiglio a tutti voi.
Il trailer di Running Point
Running Point - (da sx) Isla Gordon (Kate Hudson), Sandy (Drew Tarver), Ness (Scott MacArthur), e Ali (Brenda Song)
"Non mi sono mai impegnato per risultare simpatico, ma solo per essere rispettato. Che cosa è stata la mia vita? Tante cose. Tanti posti. Tante conquiste. Tanti fallimenti. È stato amore, odio, problemi. Mi sono battuto in tutti i modi a me noti. Mi sono battuto perché ritenevo giusto battersi. Credo che nessuno debba temere le conseguenze perché tutti devono fare ciò che ritengono giusto. Mi sono battuto per i diritti dell'uomo, di tutti gli uomini, di tutte le razze, di tutte le religioni. Forse sarò sempre fuori dagli schemi. Forse quegli schemi non li capirò mai ma ci proverò" Bill Russell (Monroe, 12 febbraio 1934 – Mercer Island, 31 luglio 2022). Si congeda così il cestista pluricampione dei Boston Celtics nel documentario in due puntate Bill Russell, la leggenda dell'NBA (2023, di Sam Pollard), disponibile su Netflix anche in italiano e/o in lingua originale con i sottotitoli.
Bill Russell non è stato un semplice giocatore di pallacanestro. Sì, il più vincente della storia (11 titoli NBA di cui otto consecutivi), ma sembra davvero poca cosa rispetto a quello che ha fatto nella sua vita, quella fuori dal campo sportivo. Bill Russell nasce in un'epoca dove negli stati del sud degli Stati Uniti latita ancora il Ku Klux Klan. La discriminazione razziale è presente ovunque ma Bill non fa finta di nulla. Non si accontenta di vivere da privilegiato. Bill mette in discussione lo status quo. Affianca Muhammad Alì nella sua crociata anti-guerra del Vietnam. Ammira Martin Luther King ma appoggia le battaglie di Malcolm X. Bill Russell è un nero che vive nel mondo dorato dei bianchi. Se assiste a discriminazioni, Bill Russell non si gira dall'altra parte. Durante una trasferta lui e altri compagni non possono mangiare in un albergo perché neri. Per tutta risposta decide di non giocare la partita, riuscendo a coinvolgere nella protesta anche i giocatori avversari di colore.
Il documentario parla, ovviamente, anche di basket ripercorrendo l'intera carriera fin dagli esordi coi Boston Celtics e le inevitabili difficoltà una volta sbarcato nell'NBA. Anno dopo anno, la sua ascesa fu inarrestabile, diventando col tempo l'indiscusso leader della squadra, mettendo addirittura in discussione la leadership del leggendario capitano Bob Cousy, l'Houdini dell'hardwood. Quando quest'ultimo si ritira, la domanda che tutti si pongono, è: vinceranno anche senza di lui? La domanda passa quasi in secondo piano quando, complice un infortunio, il granitico coach Red Auerback (1917-2006) lancia il primo quintetto di soli neri, nel dicembre 1964. Una scelta che fa sobbalzare il giornalismo bianco di Boston, ancora palesemente in difficoltà con certi "pigmenti". Auerback è uno che va per la sua strada e ha un solo mantra: mettere in campo la formazione migliore. Il resto non conta.
La storia di Bill Russell passa inevitabilmente per quella di Wilt Chamberlain,il suo più grande rivale, quasi sempre sconfitto. Senza voler entrare in discorsi tecnici, ciò che emerge nel documentario è la capacità di Russell di giocare per la squadra e farla crescere. Un compito che assolse talmente bene da mal sopportare i riconoscimenti individuali. "Se vuoi essere un campione da solo, datti al tennis. Ma se vuoi vincere come in una famiglia, devi fare gruppo con i tuoi compagni di squadra" racconta Dikembe Mutombo parlando di Russell, dopo l'ennesima vittoria, in gara 7 contro i Warrios dove militava Chamberlain. Bill Russell non era la squadra dei Boston Celtics. Bill Russell giocò fin da subito per la squadra, qualcosa che "un certo" Michael Jordan al contrario, ci mise parecchi anni (e sconfitte) per comprendere. Bill e Wilt non erano solo rivali, ma anche amici. Quando si sfidavano, Bill andava a cena a casa della sua famiglia.
Oltre ai compagni/rivali di una vita, su tutti Wilt Chamberlain e Jerry West, il microfono passa alle glorie del più recente passato come un'altra indiscussa bandiera dei Celtics, Larry Bird, e via via i leggendari Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar dei Lakers, fino all'altrettanto campionissimo Isiah Thomas dei Detroit Pistons (sui quali è stato realizzato il documentario Bad Boys, disponibile online su Disney+), che così ha detto parlando di Russell: "batterebbe Dio è il Big Ben. Ha cambiato le regole e infranto barriere", fino ai più recenti Shaquille O' Neal, Steph Curry, Jasyon Tatum e la due volte campionessa WNBA, Renee Montgomery. Russell vinceva sul campo ma fuori era tutta un'altra storia. Una storia bianca. Dopo il quinto titolo, cerca una nuova casa e per tutta risposta, quegli stessi fan che lo idolatrano sul parquet, firmano una petizione perché non venga venduta la proprietà cui è interessato. La moglie vorrebbe cedere ma Bill non si fa intimorire e dice: "Io ci tengo ai nostri figli. Non potrei guardarli negli occhi se tollerassi questi comportamenti. Non permetto a nessuno di dirmi dove posso vivere".
La vita di Bill Russell è un continuo alternarsi tra trionfi e impegno civile. "Combattevo contro i pregiudizi dei bianchi da una vita. Giocavo sempre in difesa, adesso volevo giocare in attacco" dice. Nel 1963 il movimento per i diritti civili prende forza grazie a Martin Luther King. Russell guida una marcia di protesta. Pochi mesi dopo c'è la storica marcia su Washington per i diritti civili e lì incontra King. Bill scende in prima linea. Tiene incontri nella zona del Mississippi a rischio della sua stessa vita. Conoscere la storia di Bill Russell significa confrontarsi col razzismo degli Stati Uniti, ancora oggi troppo minimizzato e lungi dall'essere sradicato, oltreoceano come in gran parte del mondo. Bill Russell è stato un uomo un esempio fino alla fine dei suoi giorni. Sette mesi prima di morire, mette all'asta tutti i suoi cimeli, inclusi i celeberrimi 11 anelli , trofei, maglie per devolvere parte del ricavato a progetti umanitari.
Bill Russell non chinava la testa davanti a nessuno, sul campo come nella vita. Era fermo e deciso, anche arrogante e scostante (celebre il suo rifiuto di concedere autografi). "Se fossi stato bianco, mi avrebbero detto che ero - fermo nelle convinzioni". In campo aveva una straordinaria visione di gioco. L'esperienza del college (oggi valore perduto che vede molti giocatori passare direttamente dalla high school alla NBA) gli aveva fornito un rigore da matematico. Scherzando, diceva "eravamo ingegneri spaziali in calzoncini". In campo Bill Russell era un giocatore intelligente, anche intimidatorio alle volte, ma sempre rispettoso. Naturale conseguenza, Bill diventa il primo atleta nero a ricoprire il ruolo di giocatore-allenatore e ovviamente sul suo cammino chi troverà? Wilt Chamberlain, naturalmente. Il tempo fa il suo corso e lì fuori sta cambiando troppo poco. Bill Russell si ritira nel 1969, chiudendo (manco a dirlo) con l'11° anello e battendo in finale gli arci-nemici dei Lakers con Chamberlain in campo.
Il documentario si chiude con la consegna della Medaglia della Libertà dell'allora Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama a Bill Russell, dicendo: "Conferiamo questa onorificenza a un uomo che rappresenta un modello. Ha reso possibile il successo di tanti altri dopo di lui. Spero che un giorno i bambini guarderanno una statua eretta non solo a Russell il giocatore, ma anche Russell l'uomo. Lei ha cambiato tante cose nella comunità e nelle relazioni razziali". Bill Russell fu battagliero fino alla fine, appoggiando la protesta del giocatore di football, Colin Kaepernick, che in seguito alla brutalità della polizia che aveva portato alla morte di George Floyd, aveva deciso di non alzarsi più durante l'inno nazionale americano, restando inginocchiato. Un gesto che anche Bill Russell fece, postando sui social, con un palese sguardo di sfida. Ecco, in quella immagine c'è tutto quello di cui parlava Barack Obama.
Nonostante il documentario sia vietato ai minori di 13 anni, ho guardato Bill Russell, la leggenda dell'NBA insieme al mio figlioletto di quasi 8 anni, grande appassionato di pallacanestro nonché giocatore dell'Alvisiana Basket Venezia. Spesso mi faceva domande. Domande legittime alle quali non era così facile rispondere, soprattutto quando mi guardava dubbioso su questioni complesse, tentando di capire perché la parola "nero" rimandi a segregazione, odio e razzismo. Attraverso la vita di Bill Russell mio figlio ha imparato a conoscere uno dei volti peggiori del mondo ma sono felice che l'abbia fatto con le gesta di un uomo che ha lottato per la giustizia e l'uguaglianza, dentro e fuori dal campo. Bill Russell non è stato un campione solo perché ha vinto 11 titoli NBA. Bill Russell sarà sempre IL CAMPIONE perché è un uomo che non si è mai tirato indietro davanti a nulla e a nessuno, sul campo e nella vita. Che si trattasse di Wilt Chamberlain o di un'ingiustizia, Bill Russell è sempre sceso in campo dando il massimo e guardando l'avversario diritto negli occhi senza timore. Questo fa di Bill Russell, la leggenda dell'NBA.
Bill Russell, la leggenda dell'NBA
Bill Russell, la leggenda dell'NBA
Bill Russell, la leggenda dell'NBA
Bill Russell, la leggenda dell'NBA
Russell, la leggenda dell'NBA - Bill e il pugile Muhammad Alì
Bill Russell, la leggenda dell'NBA - Bill e Wilt Chamberlain
Bill Russell, la leggenda dell'NBA
Bill Russell, la leggenda dell'NBA - la campionessa WNBA, Renee Montgomery
Bill Russell, la leggenda dell'NBA - il campione NBA, Jayson Tatum
Bill Russell, la leggenda dell'NBA - l'ex-Presidente USA Barack Obama e Bill
Forget Paris - l'arbitro Mickey Gordon (Billy Crystal) discute con Isiah Thoma e Bill Laimbeer
Forget Paris (1995, di Billy Crystal) non è solo un cult romantico anni Novanta, ma anche una divertente commedia con protagonisti alcuni dei più mitici campioni del basket NBA.
Questa non è solo una storia di sentimenti rimbalzanti ma anche una decisa incursione nel campionato di basket più bello del mondo, l'NBA degli anni Novanta. Siamo alla finale di Western Conference. Charles Barkley, esplosivo giocatore dei Phoenix Suns realizza all'ultimo secondo il canestro della vittoria contro i rivali San Antonio Spurs, capitanati "dall'ammiraglio" David Robinson. I giocatori sono in festa, peccato che l'arbitro Mickey Gordon (Billy Crystal) lo annulli per infrazione: la palla, sostiene, è stata lanciata dopo che la sirena aveva già suonato. Barkley e tutta la sua squadra si arrabbiano e ne nasce una gag con paroloni che volano e il povero arbitro beccato a mal parole dal pubblico infuriato dell'Arizona. Eh, sfortunato al gioco, fortunato in amore! E così sarà, quando lo yankee incontrerà l'affascinante Ellen (Debra Winger) in un ufficio di Parigi, per la ragione più assurda. L'incontro d'amore più strano al mondo, come lo stesso Andy (Joe Mantegna), giornalista sportivo, racconta alla sua futura sposa Liz (Cynthia Stevenson).
Forget Paris - La decisione dell'arbitro
Ma quanto è romantica Parigi. Quando si è lontani dalla propria esistenza si fanno cose e si possono provare sentimenti, in apparenza, inimmaginabili. Mickey ed Ellen si innamorano e l'amore ha sempre l'ultima parola, anche quando la vita (reale) procede in tutt'altra direzione. Al tavolo i commensali raccontano a Liz un pezzo delle alterne vicende amorose di Ellen e Mickey. La coppia di amici Craig (Richard Masur) e Lucy (Julie Kavner), il collega Jack (John Spencer) e sua moglie Lois (Cathy Moriarty). Ogni volta che per uno la vita lavorativa migliora, all'altro/a s'inceppa. Come uscirne? Con la forza dell'amore. Lo capiranno entrambi. Per quanto ci si possa allontanare, ci sono amori che sono destinati a durare per sempre anche se ci vorrà un po' di tempo perché i due protagonisti lo capiscano, e dunque (finalmente) agiscano in contemporanea l'uno verso l'altra.
Il finale però lo voglio dedicare a mio figlio, che oggi compie 7 anni ed è un grandissimo appassionato di basket, con la scena più spassosa del film che ci vediamo in continuazione, e cioè quando Micky, rassegnato alla lontananza della sua bella Ellen, perde la ragione durante una delle partite più importanti della stagione, Pistons vs. Lakers (squadre che si affrontarono nella finalissima NBA per due anni consecutivi, 1988 e 1989). Dopo aver subito l'ira dei tifosi per il suo operato, alla prima osservazione del leggendario Kareem-Abdul Jabbar, alla sua ultima stagione nel basket professionistico, lo sbatte fuori senza colpo ferire. Fanno la stessa fine anche Isiah Thomas e Bill Laimbeer, stelle dei mitici Detroit Pistons, brillantemente raccontati nel documentario - Bad Boys - di Zak Levitt per ESPN 30 for 30, che gli suggeriscono di "farsi visitare il cervello".
E poi che succede? Non aggiungo altro! Godetevelo, a cominciare dal sottoscritto che ha scritto questo articolo per avere i due video di Forget Paris sempre a disposizione per sé e il suo adorato figlioletto.
Forget Paris - L'arbitro perde la testa
Forget Paris - l'arbitro Mickey Gordon (Billy Crystal)
Forget Paris - il mitico Kareem-Abdul Jabbar discute con Mickey (Billy Crystal)
Forget Paris - David Robinson e Mickey Gordon (Billy Crystal)
Forget Paris - Mickey Gordon (Billy Crystal) tra Chris Mullin e Reggie Miller
Forget Paris - Hellen (Debra Winger) e Mickey (Billy Crystal) si baciano davanti a tutti
Forget Paris - Hellen (Debra Winger) e Mickey (Billy Crystal)
Forget Paris - Hellen (Debra Winger) e Mickey (Billy Crystal)
Forget Paris - (da sx) Lois (Cathy Moriarty), (Jack (John Spencer), Liz (Cynthia Stevenson), Andy (Joe Mantegna), Craig (Richard Masur) e Lucy (Julie Kavner)
Forget Paris - Liz (Cynthia Stevenson) e Andy (Joe Mantegna)
Forget Paris - Hellen (Debra Winger) e Mickey (Billy Crystal)
I formidabili Detroit Pistons, bicampioni NBA 1989 e 1990. Gli unici capaci di battere Bird, Magic e Jordan. ESPN ci racconta la loro ascesa su Disney+ nel documentario Bad Boys.
"Quando si aprono i libri di storia, non c'è modo di non vederli. Molte persone chiamano quello il periodo d'oro dell'NBA. Magic Johnson, Larry Bird, Michael Jordan tutti nell'NBA nello stesso momento. E per due anni splendenti, c'era una squadra che era una squadra da una città improbabile con il cast più improbabile che ha interrotto la festa glamour che stava avvenendo nell'NBA in quegli anni. E l'hanno fatto in un modo duro che metteva le squadre a disagio. ". In sintesi, i leggendari Detroit Pistons, raccontati nel documentario Bad Boys (2014, di Zak Levitt) per ESPN 30 for 30, disponibile in streaming online su Dinsey+.
Controcorrenti e spacca-forti. Per questo, ancora più meritevoli per ciò che hanno fatto. La loro storia è quella di molto di noi: passione, ostacoli e tanto sudore. Per capire questa squadra bisogna conoscere i suoi giocatori. Il documentario inizia agli antipodi, quando i Pistons sono una delle tante franchigie dell'NBA senza nessun reale obiettivo, meno che meno i playoff. Per vincere servono tre cose: grandi giocatori, un allenatore capace di valorizzarli e un general manager che metta queste componenti insieme. Nel giro di una decade tutto ciò è avvenuto, cominciando proprio dal nuovo GM Jack McCloskey. Forte di una seconda scelta al draft del 1981, prese Isiah Thomas, fresco del titolo NCAA per l'Università di Indiana. Insieme a lui, arriva da Seattle Vinnie Johnson. La rivoluzione è cominciata e l'inizio è dirompente. Thomas segna 31 punti nella prima partita e alla seconda, eccolo nella sua città natale, Chicago. Anche lì una super performance da 28 punti e vittoria.
Terzo pezzo del puzzle, un ragazzone di 211 cresciuto anch'esso a Chicago, Bill Laimbeer, in quel momento ai Cleveland Cavaliers, sbarcato a Detroit un anno dopo Thomas. Passano due anni e alla guida della squadra arriva l'uomo del cambiamento, Chuck Daly. I risultati galoppano. I Pistons conquistano i playoff. Al primo turno contro i Knicks, Thomas lascia il segno. Nella decisiva gara 5, segna 16 punti in 94 secondi. Qualcosa di unico. "I Pistons persero ai supplementari ma l'NBA fu avvisata". Fermati dagli eterni rivali Celtics nell'85, la stagione successiva vede un ulteriore step di rafforzamento. Due giocatori che saranno fondamentali per i futuri successi: il mite Joe Dumars e il possente Rick Mahorn. Il finale però è amaro e si esce subito ai playoff.
Il 1987 è l'anno della svolta. L'anno del cambiamento. L'anno del "noi contro il mondo". L'origine dei Bad Boys. All'inizio della stagione '87 l'asticella qualitativa si alza ancora grazie ad Adrian Dantley,navigata ala piccola proveniente dagli Utah Jazz. Insieme a questi, gli innesti di due ragazzi diversi da chiunque altro nella squadra, John Salley e Dennis Rodman, quest'ultimo definito "rimbalzista dall'incredibile ferocia". I Pistons devono segnare di più e migliorare la difesa. Quest'ultima in particolare, diventerà il loro marchio di fabbrica. La squadra inizia a volare. 52 vittorie, prime due serie consecutive vinte ai playoff e per la prima volta arrivano alle finali di Conference dove ad attenderli ci sono i Boston Celtics. In un mix di freschezza e maturità, la squadra è finalmente pronta a fare il definitivo salto di qualità.
In quella serie succede di tutto e le telecamere di ESPN non lesinano dettagli. Laimbeer e Bird hanno un violento scontro in gara 3 (fallaccio del primo, reazione con schiaffone e palla lanciatagli contro del secondo) che finirà con l'espulsione di entrambi. Sul punteggio di 2 pari, a Boston, i Pistons stanno per fare il colpaccio nonostante un violento KO di Parish ai danni di Laimbeer, questa volta senza conseguenze. A un passo dal baratro, gli esperti Celtics risorgono grazie a un prodigioso recupero di Bird a 5 secondi dalla fine, e tornano in vantaggio di 1. La serie finirà con due risultati: l'ennesima finale per Boston (poi sconfitti dai Lakers) e un infelice commento a caldo di un inesperto Rodman ai danni del mito Larry (tanta attenzione solo perché è bianco). Si scatena l'inferno mediatico. Isiah gli viene in soccorso. Viene anche organizzata una conferenza stampa congiunta Bird/Thomas ma la situazione per i Pistons non migliora, anzi. Da lì, diventano i "nuovi cattivi"... se non peggio.
Qualcosa inizia a cambiare, dentro e fuori la squadra. Perché i "fallosissimi" Pistons fino all'anno prima erano tollerati e adesso d'improvviso tutti li odiano? La risposta è semplice. Perché hanno iniziato fare sul serio. Vogliono essere i migliori e cosa ancor più grave, bloccano le ambizioni della nuova stella dell'NBA, Michael Jordan. "Ci chiamarono delinquenti" ricorda amareggiato Isiah, "Ci sono due modi per reagire agli stereotipi: se non li usiamo a nostro vantaggio, possono esserci di grande intralcio. Avevamo cercato a lungo di combattere questa situazione. Alla fine la accogliemmo". La squadra si fa ancora più "sola contro il mondo". Ma dietro una facciata dipinta esageratamente dalla stampa, c'è una famiglia e legami profondi. Per dire, in principio invisi, Mahorn e Laimbeer diventano come fratelli mentre Rodman trova in coach Daly una figura quasi paterna.
I Pistons vogliono dominare, fisicamente e mentalmente. Ci riescono e lo fanno! Il nostro motto era, "Say hello to the Bad Boys". Nel 1988 si accende la sfida contro i Chicago Bulls di Michael Jordan. I Pistons poi, si liberano poi del fantasma dei Celtics. Thomas è un uragano di simpatia nel ricordare la fatidica vittoria e nella finale Lakers-Pistons, ecco l'inimmaginabile accadere tra i due amicissimi Magic e Thomas. Qualcosa cambia. "L'amicizia non esisteva più". Johnson abbatte Isiah in modo scorretto, eppure quando è il turno dei Pistons, sono loro la feccia. Il titolo sfuma sul filo di lana ma in gara 6 sul 3-2 per Detroit, Isiah è soprannaturale. Infortunatosi al piede, torna eroicamente in campo zoppicando, e riuscendo a segnare 25 punti nel terzo quarto (un record per le finali NBA). Il verdetto però è fatto di lacrime, ma adesso basta, è tempo di chiudere i conti con la malasorte e qualsiasi altra cosa si frapponga tra i Pistons e il loro primo titolo.
Di qui in poi, la storia la conosciamo e si tinge di leggenda. Spazzano via tutti, a cominciare dagli arrembanti Bulls, prendendosi prima la doverosa rivincita contro i Lakers in finale (4-0) nel 1989 e l'anno successivo, contro i Portland Blazers di Clyde Drexler (4-1) nel 1990. Per due anni consecutivi sono gl'indiscussi dominatori dell'NBA, vincendo in un modo che nessuno aveva fatto prima. Salley, Rodman e Laimbeer sono nati a distanza di 3 giorni l'uno dagli altri (in anni diversi), rispettivamente il 13, il 16 e il 19 maggio (auguri, Bill!). Un elemento che ha molto a che fare con il destino. Dopo essere stati ai massimi vertici del basket mondiale e aver raggiunto tre finali consecutive (di cui due vinte) condite da due finali Conference nell'87 e nel '91, inizia il loro (inevitabile) declino, passando il testimone proprio ai Bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen e coach Phil Jackson,
Vedendo il documentario, e confrontandolo con The Last Dance (2020, di Jason Hehir) incentrato su Michael Jordan, appare fin troppo evidente che i Pistons abbiano avuto un'ascesa analoga a quella dei Bulls, eppure non sono considerati al modo analogo. Perché? Solo perché erano fallosi? Se fosse così, si dovrebbero biasimare gli arbitri e la Federazione che permetteva tutto questo. Un caso su tutti li condanna e allo stesso ne dimostra il trattamento differente. Bicampioni in carica e a pochi secondi dall'eliminazione, i Pistons stanno per essere spazzati via dai Bulls 4-0 nelle finali di Eastern 1991. Ecco la controversa decisione allora: escono dal campo senza stringere la mano agli avversari a pochi secondi dalla fine di gara 4. Un gesto antisportivo? Decisamente, e di sicuro la squadra sbagliò a comportarsi così ma è curioso come per questo i Pistons furono messi alla gogna mentre quando furono loro ad annichilire i Celtics con il medesimo punteggio e questi se ne andarono a partita ancora in corso, Bird e McHale inclusi, mentre Dantley stava tirando un tiro libero, non furono usati per niente gli stessi toni.
In quella emblematica vicenda c'è poi un altro fattore da considerare, non raccontato da Jordan ma ben evidenziato da Thomas. In quelle gare, soprattutto quando il vento stava cambiando, MJ ammise candidamente che la fine dei Pistons sarebbe stata un bene per tutta l'NBA, attaccandoli in modo pesante. Ora mi chiedo: a questa persona che li aveva insultati sui media, i Pistons avrebbero dovuto stringere la mano? Come spesso succede nel mondo, quando ci si mette contro i poteri forti, ne si paga le conseguenze ed è innegabile che accadde anche alla squadra allenata da Chuck Daly. Daly, lo ricordiamo, allenatore del mitico Dream Team delle Olimpiadi di Barcellona '92. Daly, proprio lui. Curioso che non in quella squadra non ci fosse nessuno dei "suoi" meritevoli Pistons.
Curiosità. Isiah Thomas e Bill Laimbeer compaiono nella parte di loro stessi nella divertente commedia Forget Paris (1995). In occasione della stagione di addio di Kareem Abdul-Jabbar, durante la sfida Pistons-Lakers, i due vengono ingiustamente espulsi dall'arbitro Mickey Gordon (Billy Crystal), sofferente d'amore per la bella Ellen (Debra Winger), e al quale Bill gli suggerisce di farsi visitare il cervello. Come racconta l'amico giornalista Andy (Joe Mantegna), finirà per espellere: "le due formazioni, un allenatore, un commissario tecnico, i genitori di Kareem e un venditore di noccioline". Nel film ci sono moltissime altre star dell'NBA tra cui Charles Barkley (Phoenix Suns) e David Robinson (San Antonio Spurs) che si beccano a vicenda, Patrick Ewing (New York Knicks), Chris Mullin (Golden State Warriors), Reggie Miller (Indiana Pacers) e altri.
I Bad Boys furono più forti di tutto e di tutti, anche di chi li voleva già sconfitti in partenza contro His Airness, che tutt'ora li odia, come ha candidamente ammesso nella sopracitata serie Netflix, ammettendo anche che "non avrebbero vinto quei campionati senza superare l'ostacolo di Detroit". A cavallo degli anni '80 e '90, a spezzare la dittatura dei Boston Celtics e dei Los Angeles Lakers, ritardando l'ascesa all'Olimpo dei Chicago Bulls, c'erano solo loro. Non dovevano vincere ma lo hanno fatto, e forse è per questo che ancora oggi la formidabile squadra dei Detroit Pistons viene relegata in un'ingiusta posizione marginale della storia della NBA. Basta guardare anche i gruppi/pagine Facebook dedicate all'NBA, i grandi campioni di quell'epoca sono menzionati in modo decisamente inferiore rispetto ai vari Bryant, Wade, Shak, Durant, Lebron & company.
Senza alcun tono vittimistico, Bad Boys (2014, di Zak Levitt) ricostruisce la loro epica parabola sportiva e umana, mostrando ciò che i Pistons furono capaci di fare sui parquet di tutta America, contando solo e unicamente sulle proprie forze e con un'indomabile voglia di vincere contro tutto e tutti, vertici NBA inclusi. E ci riuscirono! In mezzo a questa forza, ed è innegabile come alla fine del documentario Levitt lasci emergere anche un po' di amarezza e delusione per ciò che la Storia della pallacanestro non ha mai riconosciuto. Detto ciò, "[...] più di ogni altra cosa, c'è una cosa che dovete ricordare sui Bad Boys. Se ancora non li sopporti, ancora non li rispetti, beh, indovina un po'? Non gliene frega un...". Say hello to the Bad Boys!
Un estratto di Bad Boys (di Zac Levitt)
Bad Boys - Jack McCloskey
Bad Boys - Joe Dumars
Bad Boys - Isiah Thomas
Bad Boys - Bill Laimbeer
Bad Boys (2014)
Bad Boys - il pubblico di Detroit sbeffeggia Larry Bird
Bad Boys - il pubblico di Detroit irride Michael Jordan
Bad Boys - John Salley
Bad Boys - la stampa celebra il trionfo dei Detroit Pistons
Bad Boys - Chucl Daly premia un commosso Dennis Rodman come miglior rimbalzista
Bad Boys - Bill Laimbeer in trionfo
I Detroit Pistons bicambpioni NBA
Bad Boys - la fine dell'epoca d'oro dei Detroit Pistons
Voglia di vincere - Marty/Scott Howard (Michael J. Fox) trionfa
L'ultimo canestro è stato appena messo a segno. Adesso è tempo di godersi il meritato trionfo e cambiare per sempre la propria vita. Riscopriamo il cult Voglia di vincere (1985, Rod Daniel).
Epica, antologia di purissimi anni Ottanta. Un ragazzo come tanti sogna di emergere dalla folla. "Ho una gran voglia di vincere", si racconta al proprio padre. La vita però ha in serbo non poche sorprese, non ultima una mutazione lupina capace di ricoprirlo di peli felini dalla testa ai piedi e allo stesso tempo farlo diventare un asso in ogni cosa che decida di fare. Molti di noi ci sono cresciuti. Moltissimi di noi ancora vanno matti per Voglia di vincere (titolo originale "Teen Wolf")– 1985, di Rod Daniel.
Marty Howard (Michael J. Fox) è un adolescente insoddisfatto. Si divide tra studio, lavoro nel negozio del padre (James Hampton) e la pallacanestro, con risultati però alquanto modesti. È cotto della classica bella inarrivabile, Pamela Wells (Lorie Griffin), per di più “fidanzata” con Mick (Mark Arnold), perdigiorno e spocchioso. Non si accorge invece della dolce Lisa detta Boof (Susan Ursitti), che stravede per lui. Tutto cambia radicalmente quando scopre di avere il gene del licantropo. Ma invece di essere una brutale creatura assetata di sangue, scopre di avere doti super che lo faranno diventare un asso del basket e gli conferiscono una sicurezza incredibile.
In principio Marty si confida solo con il fraterno amico Stiles (Jerry Levine), poi, durante uno scontro sul quadrato di gioco, si trasforma rivelando a tutti il suo alterego lupino. È l’inizio di una nuova vita. Tutto va a gonfie vele. Anche troppo, e si sa, l'eccessiva sicurezza può anche avere delle conseguenze così Marty a un certo punto dovrà fare una scelta. Affrontare la vita con le debolezze di un qualsiasi adolescente o scegliere il lupo e averla vinta in un baleno. La finale del torneo di pallacanestro arriva giusta per mettere il giovane davanti a questa scelta che condizionerà il proseguo della sua intera esistenza.
C’è poi lo sport. Il cinema d’oltreoceano ha sempre avuto una certa predilezione per baseball, football e pugilato. Anche il basket però si è ritagliato qualche interessante spunto, dal cult Space Jam (1996) con i Looney Tunes e His Airness Michael Jordan al divertente Chi non salta bianco è (1992) con Woody Harrelson e Wesley Snipes. Voglia di vincere è il basket ancor prima dei college, quello delle high school. Quello dove tutti i grandissimi campioni sono passati prima di approdare nella NBA, la lega professionistica americana.
Ed è proprio sul campo da basket che cambierà tutto. Ed è proprio quando hai il tuo nemico davanti a te che il protagonista fa la sua scelta. In campo non c’è partita. La squadra di Mick sta surclassando l’avversario. Il giovane protagonista fa il suo ingresso a sfida iniziata ma dell’uomo lupo nessuna traccia. Lui è deciso. Vuole vincere così. Nessuno ci crede, men che meno i propri compagni. La partita riprende. Ricevuta la palla, il grasso Chubby viene irriso da Mick con un offensivo Tira pachiderma! Dagli spalti il padre di Marty lo incita. Lui allora prende la mira e segna. È l’inizio. È l’inizio di una nuova partita.
La sfida è agguerrita. Marty e compagni ci mettono l'anima e inseguono. Recuperano e segnano. C’è una scena e un canestro in particolare che segnano il corso di quella partita e il cambio di mentalità. Chubby riceve ancora palla, prodigandosi subito d’istinto in un “Jabbariano” gancio cielo da 3 punti. Wiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin... in the end, scandisce la canzone omonima cantata da Mark Safan. Subito dopo aver segnato, Marty gli sbuca da dietro abbracciandolo a bocca aperta per la meraviglia e in pratica salendogli sulle spalle (vedi foto finale) mentre lo stesso score-man mostra poco dopo il pugno grintoso.
È la svolta. Quella squadra di “mezze seghe” è ora un quintetto di leoni deciso a ribaltare un esito scontato. C’è di più. I castori recuperano fino a -1 quando all’ultimo secondo Mick compie l’ennesimo fallo impedendo a Marty di segnare il canestro della vittoria, e consegnandogli due tiri liberi. Gli animi si scaldano. Espulso per avere toccato quota cinque infrazioni, Mick fa ancora il bullo alzando i toni dello scontro e mettendola sul piano manesco con la classica frase Ti aspetto fuori. Chubby è ormai un fiume in piena e la replica non lascia dubbi: Io ti aspetto fuori!
Marty si piazza sulla lunetta. Sbagliare entrambi significherebbe perdere la partita. Fare un centro su due equivarrebbe ad andare ai supplementari (senza Mick). Segnarli entrambi sarebbe invece il trionfo. Nessuna trasformazione lupesca. Incitato oltre modo da Stiles e tutto il pubblico sugli spalti, Marty prende la mira e segna. Una volta. Due volte. La telecamera rallenta seguendo la palla arancione che rimbalza sul tabellone, poi sul ferro e infine si insacca nel canestro. Marty chiude gli occhi per la gioia e la fatica finalmente ripagata. Esplode il boato del pubblico.
Attaccano le romantiche note di Shootin’ for the moon di Amy Holland. Lui e gli altri della squadra vengono portati in trionfo. Con quella solita aria da prima donna, Pamela si dirige verso il vincitore sicura che cadrà ai suoi piedi. Marty però ha capito la lezione e non ha tempo da perdere con persone egoiste e superficiali. Senza neanche degnarla di uno sguardo, la scansa e corre tra le braccia di Boof per baciarla e dal padre che se lo prende in braccio. È il trionfo il della vita e dell’amore. È il trionfo di un ragazzo come tanti. È il trionfo di tutti noi.
Voglia di vincere, la sfida finale
Voglia di vincere - il canestro della vittoria
Voglia di vincere - Marty (Michael J. Fox) festeggia il canestro di Chubby (Mark Holton)
Chi non salta bianco è - il cestista bianco Billy Hoyle (Woody Harrelson)
Brillante commedia anni '90 ambientata sui campi da basket, già mi pregusto le sfide di Chi non salta bianco è (di Ron Shelton) nel Torneo dei Sestieri al Lido di Venezia.
Sport, cinema e realtà. La vita ispira, la telecamera riprende e il presente mescola l'insieme. Nello stesso anno in cui il mitico Dream Team americano incantò il mondo alle Olimpiadi di Barcellona, uscì Chi non salta bianco è (1992, di Ron Shelton). Tralasciando il consueto abominio italiano sul titolo (molto meglio e più esplicativo l'originale White Men Can't Jump), il film seppe mescolare con garbo amicizia, pregiudizi, azioni spettacolari, leggerezza e maturità. Il film ideale prima di scendere in campo al Torneo dei Sestieri, l'evento cestistico più celebre di Venezia che ha sede ogni anno nell'isola del Lido.
Sui campetti di basket a Venice Beach California il talentuoso Sidney Deane (Wesley Snipes) arrotonda lo stipendio sfidando (e truffando) tutti i malcapitati che incrocino la palla a spicchi con lui. Sulla sua strada però, o meglio sotto il suo canestro, incontra il bianco Billy Hoyle (Woody Harrelson), della sua stessa pasta e per niente intimorito dall'avversario che sostiene (addirittura) di aver fatto canestro a Michael Jordan, rifiutando di giocare con l'NBA. L'inedita coppia inizia a fare squadra puntando al piatto più grosso.
Debiti, presunzione e pregiudizi condiscono una storia ben diretta e senza chissà quale appeal da modelli. Il risultato è una storia dove, se è vero che i bianchi non sanno schiacciare con quella mano dentro il canestro come i neri, non significa che non sappiano fare sul serio. E sarà lo stesso Sidney a rendersene conto, non riservando a ogni modo colpi bassi al neo-compare e aiutandolo quando si tratta di far accettare la ragazza di lui, Gloria (Rosie Perez), al quiz Jeopardy! Da Venice Beach, negli Stati Uniti, all'unica e inimitabile Venezia italiana. Nella dirimpettaia isola del Lido, sede ogni anno della Mostra del Cinema, sta per prendere il via una nuova edizione del Torneo dei Sestieri.
Cinema e sport, il binomio spesso si è rivelato vincente. Chi più chi meno, s'intende. Bypassando il penoso Wimbledon (2004, di Richard Loncraine), il tennis si è risollevato con l'avvincente Borg vs McEnroe (2017, di Janus Metz), incentrato sulla prima finale del torneo inglese disputata tra il campione svedese (Sverrir Gudnason) e quello americano (Shia Labeouf). Ancor di più con la storia (anch'essa vera) che vide protagonisti uomo contro donna, La battaglia dei sessi 2017, di Jonathan Dayton e Valerie Faris) con Emma Stone a interpretare la campionessa Billy Jean King e Steve Carell in quelli dell'ex-numero 1, Bobby Riggs.
Risultati e lungometraggi molto diversi nel mondo del calcio dove Fuga per la vittoria (1981, di John Houston) ha saputo ben mescolare storia, sport e politica con un cast capace di annoverare Michael Caine e Sylvester Stallone da una parte, Pelè e Bobby Moore dall'altra. Molto amato dal pubblico, Febbre a 90° (1997, di David Evans) con il futuro premio Oscar, Colin Firth.
Tra le varie incursioni del basket sul grande schermo invece, oltre al frizzante Forget Paris (1995 di Billy Crystal) con camei dei vari campioni Isiah Thomas, Kareem Abdul-Jabbar, David Robinson e Charles Barkley, tra i film meglio riusciti e per certi versi sorprendenti visto il genere umano-animato, c'è di sicuro Space Jam (1996, di Joe Pitka). Al centro della scena, "semplicemente" quel giocatore considerato il migliore di tutti i tempi, Michael Jordan, in campo, o meglio in squadra con i mitici Looney Tunes. Non va dimenticato il cult anni Ottanta Voglia di vincere (1985) con protagonista Michael J. Fox.
Sarà dal millennio scorso che non vedo questo film e la notizia del Torneo dei Sestieri mi ha messo una voglia folle di rivedere Chi non salta bianco è (1992, di Ron Shelton) ma devo aspettare che ripassi sul piccolo schermo o magari buttare l'occhio in qualche bel negozietto di DVD. Intanto mi rifaccio l'umore gustandomi qualche divertente scenetta su Youtube, spostandomi poi direttamente al Lido di Venezia a vedere che combinano i giocatori in carne e ossa. Ci vediamo lì.
Chi non salta bianco è, una scena
Lido di Venezia, il torneo dei Sestieri
Chi non salta bianco è - il cestista nero Sidney Deane (Wesley Snipes)
Era l'indiscusso re dell’NBA. Nel suo palmares vantava tre titoli consecutivi con i Chicago Bulls (1991-93), la medaglia d’oro alle Olimpiadi 1992 e una cascata di riconoscimenti individuali. Poi il ritiro per ragioni personali, e il tentativo di rilanciarsi nel baseball. Ed è lì, dalla vera storia del campionissimo Michael Jordan che parte il film Space Jam (1996, di Joe Pitka), una divertente commedia capace di mescolare attori in carne e ossa e personaggi animati, in questo caso i Looney Tunes al gran completo.
Catturati con la forza dai temibili abitanti del pianeta Swackhammer, il cui omonimo presidente (con la voce originale di Danny DeVito) li vuole a tutti costo come richiamo per il proprio parco a tema Moron Mountain, i personaggi animati terrestri mettono in palio la propria libertà sfidando gli alieni in una partita basket, convinti di poterli umiliare a causa delle loro ridotte dimensioni (il problema è che hanno armi micidiali con cui essere persuasivi).
Non ci sarebbe match se non fosse che gli svegli alieni fanno una capatina sulla Terra per rubare le doti di alcuni dei più grandi cestisti viventi come il possente centro dei NY Nicks, Pat Ewing, o Charles Barkley dei Phoenix Suns, diventando così creature gigantesche e fortissime. Praticamente imbattibili. A quel punto, per Bugs Bunny & Co. non resta che una cosa da fare, chiamare l’unico che possa cambiare il corso del loro destino: Michael Jordan. Ma c’è un problema. Lui ormai ha mollato la pallacanestro. Riuscirà la banda animata a convincerlo?
Realtà e fantasia, insieme. La partita finale dove in campo c’è anche una sensuale coniglietta, Lola Bunny, farà in qualche modo tornare la voglia a His Airness di riprendere la strada maestra, e terminata l'avventura spaziale, un amichevole match con gli ex-rivali cestisti di un tempo, rientrati finalmente in possesso delle loro qualità, farà tornare Jordan il signore dei campi. Come poi la storia è andata, lo sappiamo bene. Un altro three-peat (1996-98) con i Bulls, e un’altra indimenticabile pagina di gloria, successi e soprattutto di basket.
Adesso è un’altra epoca. E chi sta muovendo “guerra” a Jordan, Barkley & co., non sono misteriose creature giunte da un'altra dimensione, ma i loro stessi eredi. Con l’arrivo delle Olimpiadi di Londra (27 luglio – 12 agosto 2012) è cominciata l’era dei confronti dell’inimitabile squadra del 1992, il Dream Team, e la possente formazione del 2012. C’è chi si è esposto nel giudizio. Lo stesso presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha detto la sua.
E pochi giorni fa, il fuoriclasse dei Los Angeles Lakers, Kobe Bryant si è lasciato andare a una pubblica dichiarazione di superiorità della propria squadra rispetto a quella di vent’anni fa, evidenziando anche le (presunte) lacune del Dream Team. Non si è fatta attendere la replica piccata di Michael Jordan. Una cosa però è certa, quelle due squadre non s’incontreranno mai. Se non nella fantasia. Hollywood, mi ricevi forte e chiaro?
Space Jam (1996) - i Looney Tunes e Michael Jordan