A Private War - la giornalista inviata di guerra Marie Colvin (Rosamund Pike) |
di Luca Ferrari
L’inferno della guerra raccontato da chi non si trincera dietro le linee “amiche”. L’orrore delle violazioni sempre più costanti ai danni della popolazione civile fatta emergere da chi rischia sulla propria pelle. Questo è lo sporco lavoro degli inviati al fronte. E chi lo fa davvero, dovrà imparare a convivere con alcuni dei peggiori incubi, e questo se riesce a sopravvivere. Ispirato alla vera storia della giornalista americana Marie Colvin (1956-2012), è uscito sul grande schermo A Private War (2018, di Matthew Heineman), film presentato in anteprima al Festival di Toronto.
L’Iraq “amico" nello scontro con l’Iran. Il dramma ignorato di Timor Est tra forze governative e le Tigri Tamil. E poi ancora l’Afghanistan del dopo-11 Settembre, di nuovo Iraq questa volta nemico da abbattere, Libia e infine la Siria. Lì, sul fronte, a schivare anche le pallottole e documentare l’orrore con la speranza sempre viva che qualcosa possa cambiare, c'è sempre lei. Marie Colvin (Rosamund Pike), inviata di punta del Sunday Times. Il suo è un lavoro rischioso. Da pazzi, eppure. Una volta che cominci, vuoi sempre ritornare. Una sorta di missione nel nome della verità perché quella, nelle guerre (e non solo), è abilmente mascherata.
Marie è piena di cicatrici, dentro e fuori l’anima. È lacerata ma ci crede ancora. È ancora convinta che un reportage dal fronte possa contribuire a far riflettere la gente e magari spingere anche qualche potente a invertire un destino ormai segnato. Sempre in prima linea. Lei, come l’amico fotografo Norm Coburn (Corey Johnson), e dall’Afghanistan in poi in coppia con il giovane Paul Conroy (Jamie Dornan). Insieme documentato tutto: attentati, fosse comuni ma soprattutto le storie delle persone.. Insieme rivelano al mondo la bestialità umana. Un bagno di sangue che dal terzo millennio sta implodendo soprattutto in Medio Oriente.
Perso un occhio durante un’esplosione, Marie è una donna pratica e va diritta al sodo. Dopo tanti servizi e riconoscimenti, adesso c’è una nuova e brutale guerra, in Siria (tutt'ora in corso, ndr). Le comunicazioni presidenziali parlano di aggressione a terroristi, lei invece, impavida e decisa, si nasconde tra le macerie sotto i bombardamenti raccontando in prima persona come l’arsenale di Assad sia in realtà rivolto contro la popolazione che, banalmente, non la vede come lui. Un fuoco estenuante che alla fine la colpirà a morte a Homms, il 22 febbraio 2012.
Un film come A Private War ha bisogno di una cornice ideale e a Venezia è il cinema Giorgione. Così è stato. Lì dentro, senza chissà quali effetti speciali, sono stato catapultato nell’orrore ignorato dei conflitti. Un mondo dove le donne non riescono nemmeno ad allattare i propri figli dandogli solo acqua e zucchero, e questi perdono la voce per il terrore. Eppure, lì nel mezzo, c’è ancora qualcuno che si batte per salvarli e non sono fantomatiche coalizioni di liberatori ma donne e uomini che mettono a repentaglio la loro vita per provare a fermare l’ennesimo e indiscriminato massacro.
Per chi esercita ancora la professione come il sottoscritto, un film sul giornalismo è qualcosa di molto atteso e coinvolgente. Ancor di più in questi giorni durante i quali l'intera categoria è stata attaccata e insultata da personaggi passati improvvisamente dalla disoccupazione a impieghi nel Governo o a finti-Che Guevara in gita familiare in Sud America dal quale si lanciano in sproloqui degni della peggiore bettola post partita. La libera stampa però ha reagito ed è scesa in piazza unita al grido (e hashtag) di: giù le mani dalla libera informazione
#giulemanidallaliberainformazione
Strano mestiere davvero quello del giornalista. Quando scrivi bene di chicchessia, sei bravo. Se scrivi qualcosa che va contro i suoi interessi, sei un pessimo elemento al servizio dei potenti. Una condizione questa non limitata alla carta stampata/digitale, ma riguardante tantissime professioni in Italia a cominciare ovviamente dal vituperato arbitro calcistico. Ecco dunque, quando il sig. Alessandro Di Battista si permette di dare delle "puttane" a tutti i giornalisti solo perché alcuni hanno osato criticare (si chiama fare il proprio mestiere) il suo Movimento 5 stelle, si comporta esattamente come quelle stesse persone che fino a qualche anno fa criticava, dall'alto (ovviamente) della propria immacolata posizione.
La storia di Marie Colvin è emblematica al riguardo. Aldilà delle strette di mano di facciata, chissà cosa pensava davvero di lei l'ex-rais Muammar Gheddafi (1942-2011) o l'esimio collega-macellaio nonché ancora presidente in carica della Siria, Bashar al-Assad. Con tutta probabilità, è quasi scontato che non la reputassero una brava reporter ma un'odiosa ficcanaso al servizio dell'Occidente che si permetteva di criticare il loro operato. E ogni qual volta un giornalista viene attaccato per aver svolto il suo lavoro, i calunniatori non si discostano troppo da quest signori responsabili di crimini contro l'umanità.
Vista nel recente e drammatico Hostiles – Ostili (2017) sul genocidio dei nativi americani, l’attrice londinese Rosamund Pike (Made in Dagenham, La furia dei Titani, Gone Girl - L'amore bugiardo) offre una performance superlativa, mostrando spregiudicatezza, fragilità e una determinazione da vera guerriera. Una piacevole sorpresa Jamie Dornan (presto nuovamente sul grande schermo con Robin Hood - L'origine della leggenda, ndr) che smesse le veste dolci-sadomaso di Mr Grey, ben incarna il fotografo Conroy tra paura e un po’ di inevitabile spregiudicatezza.
A Private War (2018, di Matthew Heineman) è un film per chi crede ancora nella missione del giornalismo (raccontare la verità) e nel corso del tempo diventerà fondamentale alla stregua di Tutti gli uomini del presidente (1976, di Alan J. Pakula con Robert Redford e Dusitn Hoffman) fino ai recenti:
- Good Night and Good Luck (2005, di e con George Clooney): nel turbine del Maccartismo ci finisce (ovviamente) anche la libera informazione
- The Hunting Party (2007 di Richard Shepard con Rihcard Gere): storia inventata sulla falsariga della caccia di un giornalista all'ultimo grande latitante della guerra dei Balcani
- Leoni per agnelli (2007, di e con Robert Redford, Tom Cruise e Meryl Streep): il Potere e le sue balle, cerca di portare i media ad assecondarlo
- La regola del gioco (2014, di Michael Cuesta con Jeremy Renner): incentrato sull'indagine del giornalista Gary Webb sugli illeciti finanziamenti USA ai Contras
- Il caso Spotlight (2015, di Tom McCharty con Michael Keaton, Liev Schreiber, Mark Ruffalo, Rachel McAdams): l'inchiesta del Boston Globe che rivelò al mondo la reiterata pedofilia del Clero Cattolico
- Truth – Il prezzo della verità (2016, di James Vanderbit con Cate Blanchet e Robert Redford): il giornalismo schiacciato dalla politica per impedire un imbarazzo Presidenziale. Storia vera che vide la fine della carriera del famoso reporter Ralph Nader.
- The Post (2017, di Steven Spielberg con Tom Hanks e Meryl Streep): il pre-Water Gate e i tentativi della Casa Bianca di zittire la libera informazione e il suo sacrosanto diritto di pubblicare la verità
A Private War (2018, di Matthew Heineman) racconta la storia di una reporter come ce ne sono sempre meno al mondo. A Private War racconta quanto sia rischioso il mestiere di inviato nelle zone di guerra. Un mondo già di per sé aberrante, ma che negli ultimi anni sempre di più ha preso di mira insieme ai civili anche i media sul campo. Come mai, verrebbe ingenuamente da chiedersi? La risposta la sapete e la conosciamo bene tutti. La risposta la sanno molto bene anche e soprattutto coloro i quali infamano questa professione. Ogni giornalista ha una sua Private War personale, che alla fine è ciò che accomuna chiunque faccia il giornalista: l'avere a cuore la verità, nient'altro che la verità.
A Private War - il fotografo Paul Conroy (Jamie Dornan) e la giornalista Marie Colvin (Rosamund Pike) |
Venezia, cinema Giorgione - la visione di A Private War con il mio tesserino di giornalista © Luca Ferrari |
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