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lunedì 14 aprile 2014

Il soldato umano Captain Amicizia

Captain America: The Winter Soldier (2014, di Anthony e Joe Russo)
Steve Rogers contro la Massoneria assassina. Captain America contro il Soldato d'Inverno. La sua indistruttibile arma è lo scudo dell'amicizia.

di Luca Ferrari

Captain America è tornato. Rispedite al mittente (insieme ai compagni vendicatori Thor, Iron Man e Hulk) le mire espansionistico-distruttive dell'asgardiano Loki, riprende la sua vita, diciamo così, "normale". Parola grossa quest'ultima, visto che da militare della II Guerra Mondiale è passato in un amen alla frenesia del Terzo Millennio. E se nella sua epoca i confini tra amici e nemici erano più marcati, oggi i “cattivi” sono quelli che ti sparano addosso, anche se in principio capita siano perfino dalla tua stessa parte. 

Captain America: The Winter Soldier (2014, di Anthony e Joe Russo), più che il sequel di Captain America – Il primo Vendicatore (2011, di Joe Johnston), riprende il percorso "marvelliano" da dopo The Avengers (2012, di Joss Whedin), con Steve Rogers a bordo della sua moto destinazione ignota (la comprensione del mondo?).

Steve Rogers/Captain America (Chris Evans) partecipa all'ennesima missione in compagnia di agenti dello SHIELD e l'ormai nota Natasha Romanoff/Vedova Nera (Scarlett Johansson). Qualcosa però non va proprio secondo i piani, e il guerriero delle due epoche lo comprende, non gradendo. Ancor più strano quando Nick Fury (Samuel L. Jackson) viene quasi ammazzato da misteriosi sicari e si nasconde proprio in casa di Rogers, consegnandogli una misteriosa chiave USB. Perché proprio a lui?

È in atto una cospirazione. O meglio, all'interno dello SHIELD c'è qualcosa di tragicamente segreto e micidiale. L'organizzazione criminale HYDRA che Rogers sconfisse prima di finire ibernato, è più viva che mai. Inizia una nuova battaglia dove a fianco di Captain America si schierano il veterano di guerra Sam Wilson/Falcon (Anthony Mackie), Natasha e la fedele “shieldiana” Maria Hill (Cobie Smulders).

Dall'altra parte, una misteriosa forza che ha la sua punta di diamante in quello che viene chiamato il Soldato d'Inverno, Winter Soldier. Un tempo però si chiamava Bucky Barnes (Sebastian Stan), il migliore amico di Steve. Oggi è una marionetta distruttiva controllata dal segretario dello SHIELD stesso, Alexander Pierce (Robert Redford).

Poco fantasy, molto action. Ancor di più realtà. C'è un potere di memoria nixoniana che si mette al di sopra tutti. C'è una forza indistruttibile che si arroga il diritto di decidere chi può vivere e chi no. Decidono e uccidono in modo diretto nel nome del Bene (…) supremo. Tutto avviene così anche nel mondo al di qua dello schermo, con la sola differenza che qui di misteri ce ne sono meno. Si fa (quasi) tutto alla luce del sole, lasciando all'oscurità solo ciò che proprio non può essere rivelato.

Chi sono i nostri Captain America e Falcon? Uomini come l'informatico Julian Assange e l'ex dipendente dell'NSA Edward Snowden che rivelano al mondo ciò che i Servizi Segreti si tengono per sé? Perché ogni nazione ha i propri Segreti di Stato? La risposta più semplice è, per scatenare altre guerre visto e considerato cosa è accaduto in queste migliaia d'anni. E non c'è ragione di credere che qualcosa possa cambiare.

Magari un giorno scopriremo che la Marvel stessa è pagata per drogarci con questi supereroi, lasciandoci l'illusione che solo la fantasia sia davvero capace di cambiare lo status quo. O magari è il contrario. È una multinazionale che vuole ispirare il mondo intero a ribellarsi contro ogni forma di dittatura. Vale tutto e il contrario di tutto. Come capiamo di chi fidarci? Come si capisce chi sta dalla nostra parte?

Giorno dopo giorno la tecnologia si sta sempre più sostituendo all'essere umano, mettendogli a disposizione ogni cosa. Tutto fuorché l'umanità. Captain America è diverso. Anche di fronte a un nemico pericoloso sa usare le parole oltre che i pugni, sfidandolo a confrontarsi con il legame d'amicizia che un tempo li univa. E se deve morire, così sia. Almeno morirà nel nome di un vero ideale. Un ideale umano.

Captain America: The Winter Soldier - Natascia Romanoff (Scarlett Johansson)
Captain America: The Winter Soldier -
Alexander Pierce (Robert Redford) e Nick Fury (Samuel L. Jackson)
Captain America: The Winter Soldier -
Steve Rogers (Chris Evans) e il Soldato d'Inverno (Sebastian Stan)
Captain America: The Winter Soldier - Bucky, il Soldato d'Inverno (Sebastian Stan)
Captain America: The Winter Soldier (2014, di Anthony e Joe Russo)

mercoledì 9 aprile 2014

Il grande cinema del Middle East Now

Omar (2013, di Hany Abu-Assad)
Cinema, documentari, fotografia, incontri ed eventi culinari. Dal 9 al 14 aprile è di scena a Firenze la V edizione del festival Middle East Now.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

È l’unico festival italiano interamente dedicato al Medio Oriente contemporaneo. È un festival capace di raccontare una delle zone più calde del mondo attraverso cinema, documentari, arte contemporanea, fotografia, incontri ed eventi culinari. È il Middle East Now (Firenze, 9-14 aprile), un evento ideato e organizzato dall’associazione culturale Map of Creation che si svolgerà tra Cinema Odeon, Cinema Stensen e altre location del capoluogo toscano.

Middle East Now. Le storie. I personaggi. I temi forti e l’attualità nelle produzioni più recenti da Iran, Iraq, Kurdistan, Libano, Israele, Palestina, Egitto, Giordania, Emirati Arabi, Afghanistan, Siria, Bahrein, Algeria e Marocco. 52 film suddivisi tra lungometraggi, documentari, film d'animazione e cortometraggi (23) per un totale di 45 anteprime italiane e anche qualche europea. Un viaggio mediorientale completo per far conoscere la cultura e la società di questi paesi oltre i pregiudizi e i luoghi comuni con cui spesso sono rappresentati.

Tra le tante le novità e i progetti speciali di questa quinta edizione, la prima retrospettiva in Italia dedicata all’acclamato regista palestinese Hany Abu-Assad. Già nomination all'Oscar come Miglior film straniero nel 2006 per Paradise Now, il suo ultimo lungometraggio, Omar (2013), dopo a aver vinto il premio della giuria nella sezione "Un Certain Regard" del Festival di Cannes 2013, ha avuto anche la nomination ai recenti Premi Oscar sempre come Miglior Film Straniero.

Tra gli altri eventi di notevole spessore, è pronta a sbarcare al Middle East Now la mostra-reportage “Persia Mon Amour”, un omaggio alla più grande comunità di Iraniani in Italia. E sempre in tema visivo, un altro evento di notevole interesse è la mostra “Occupied Pleasures” della fotografa palestinese Tanya Habjouqa. Cambiando infine del tutto genere, l'anima si gonfia con le note del primo concerto in Italia dei Mashrou’ Leila, la controversa band indie-rock libanese che sta cambiando la faccia della musica mediorientale.

Tra la novità cinematografiche della V edizione del Middle East Now, la prima italiana del documentario Return to Homs del regista siriano Talal Derki, vincitore del “World Cinema Grand Jury Prize” all’ultimo Sundance Film Festival. Iraq Now è invece una selezione di film, cortometraggi e opere prime di giovani aspiranti registi, mentre con Window on Qatar si entra nella cinematografia dell'emirato monarchico con 10 lavori tra le produzioni più recenti di giovani filmmaker.

Marocco on the Wave è un ampio e variegato racconto delle diverse sfaccettature della società contemporanea dello stato nordafricano, quindi spazio anche all'Iran con alcuni dei titoli più interessanti del cinema contemporaneo. Spazio poi anche alla cinematografia egiziana, dall'Afghanistan (dove spicca il documentario No Burqa Behind the Bars, che per la prima volta dà voce, senza filtri, a 40 donne rinchiuse nella prigione di Takhar) e Israele, dove in quest'ultimo c'è molta attesa per l’incredibile documentario Before the Revolution (di Dan Shadur & Barak Heymann), che racconta della comunità di israeliani che negli anni ’60 e ’70 viveva a Tehran nel lusso, facendo affari con lo Scià di Persia.

In virtù di una collaborazione con il World Cinema Project inoltre, presieduto da Martin Scorsese, che assieme alla Cineteca di Bologna restaura grandi capolavori del cinema dimenticati soprattutto in paesi che mancano dei supporti economici e tecnici per farlo, al Middle East Now verranno proiettati i classici del Medio Oriente.

In programma il cult movie del cinema marocchino Trances (1981, di Ahmed Al Maanouni), primo film restaurato dalla Fondazione nel 2007; dall’Egitto il cortometraggio The Eloquent Peasant (1970, di Chadi Abdel Salam) e il lungometraggio dello stesso regista The Mummy - The Night of Counting the Years (1970), considerato uno dei film culto del cinema egiziano; e per il cinema iraniano il classico Downpour (1972, di Bahram Beyza’i), restaurato nel 2011.

Importante novità dell’edizione infine 2014, un progetto di programmazione streaming in partnership con MYmovies.it, la più accreditata testata di cinema online a livello nazionale che offre l’opportunità di estendere i confini di fruizione dei film anche a internet. Gli utenti potranno assistere gratuitamente in streaming sulla piattaforma MYMOVIESLIVE! ai già citati No Burqa Behind the Bars e Before the Revolution, trasmessi rispettivamente giovedì 10 e venerdì 11 alle h. 21.30. Per accedere ai film, basta collegarsi alla pagina web di Mymovie, registrarsi e attivare un profilo FREE oppure UNLIMITED.

Per scoprire l'intero programma, scopri il Middle East Now.

il Middle East Now 2014

martedì 8 aprile 2014

Venezia, il cinema di Balkania


Il sentiero (di Jasmila Zbanić)
Viaggio nel cinema dei paesi dell'ex-Jugoslavia. Alla Videoteca Pasinetti di Venezia è sbarcato Balkania, rassegna di 8 film ed eventi collaterali a tema.

di Luca Ferrari

Balcani alla "periferia dell'Impero UE". Balcani ancora troppo ignorati. In Italia come altrove. A riportare negli ultimi tempi il mondo balcanico sul grande schermo era arrivato il drammatico Venuto al mondo (2012), quarta (sontuosa) opera del regista italiano Sergio Castellitto. Non è mai arrivato in Italia invece il primo film diretto da Angelina Jolie, ambientato anch'esso ai tempi della guerra jugoslava, Nella terra del sangue e del miele (In the Land of Blood and Honey).

Così vicini, così lontani. Italia e Balcani. Passate memorie di guerra ancora svolazzanti a inaridire qualche dialogo di troppo. Italia e Balcani sono lì. Unite dalla terra. Oggi, in un pseudo-pacifico 2014 il Circuito Cinema comunale di Venezia in collaborazione con il Centro Pace della città lagunare e  l’Associazione Buongiorno Bosnia ha dato vita a Balkania, rassegna cinematografica di otto film in gran parte inediti nel Belpaese, selezionati dal critico e specialista di cinema balcanico Nicola Falcinella.

“Nel corso delle guerre degli anni Novanta i Balcani sono stati sotto l’attenzione dell’opinione pubblica italiana, ritornandovi in occasione di anniversari, cadute di regimi, arresti illustri, processi o nuove crisi” scrive Falcinella, “sempre con un’attenzione di breve durata e distratta. La stessa cosa è accaduta al cinema di quei Paesi, che pure ha vinto premi, ha prodotto opere di grande livello, è diventato uno dei biglietti da visita di stati nuovi o in difficile transizione. Pochi di questi film hanno circolato in Italia. La rassegna Balkania ne raccoglie otto, realizzati nell’ultimo decennio da registi per lo più alle prime opere in rappresentanza di quasi tutte le repubbliche della ex-Jugoslavia”.

Dopo i primi due appuntamenti, Cinema Komunisto (Serbia, di Mila Turajlič) e Benvenuto Presidente (Bosnia, di Pjer Zalica), la rassegna prosegue con altri sei lungometraggi:
  • martedì 8 aprile, Jagoda – Fragole al supermercato (Serbia, di Dušan Milič): satira intorno ai temi della democrazia  frettolosa e illusoria
  • giovedì 10 aprile, Das Fräulein (di Andra Staka): ambientato a Zurigo tra rifugiati ed esuli, viaggio nei percorsi di una possibile riconciliazione
  • martedì 15 aprile, Silent Sonata – Circus Fantasticus: magia del circo sullo sfondo della guerra
  • giovedì 17 aprile, Cirkus Columbia (di Denis Tanović): riflessione dolente e pacata nell’Erzegovina prebellica
  • martedì 22 aprile, Il sentiero (di Jasmila Zbanić): il tema del crescente fondamentalismo islamico in Bosnia
  • giovedì 24 aprile Izlet – A Trip (Slovenia, di Nejc Gazvoda): opera d’esordio di uno dei giovani registi più promettenti dell’area balcanica. Storia del “dopo”, fra antiche amicizie e nuove rivalità.
Per tutti i film, doppia proiezione alle h. 17.30 e 20.30: Ingresso Soci CinemaPiù, prenotazione consigliata. Balkania sarà accompagnata da due eventi collaterali in tema (sempre tenuti  prima della proiezione pomeridiana): martedì 8 aprile presentazione del libro "Buongiorno Bosnia, Dobardan Venecjia" e giovedì 10 aprile, presentazione di "Seminando il ritorno", progetto di cooperazione e sviluppo rurale sostenuto dall'associazione Buongiorno Bosnia, Agronomi senza frontiere, ACS e la cooperativa "El Tamiso" a cui di recente è stato conferito il premio Carlo Scarpa per il giardino dalla Fondazione Benetton.


Jagoda – Fragole al supermercato (di Dušan Milič)
Venezia (1-24 aprile), la rassegna cinematografica Balkania

giovedì 3 aprile 2014

C'era una volta Enrico Berlinguer

Il segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer (1922-1984)
Quando c'era Enrico Berlinguer la politica sapeva ancora ispirare, unire e commuovere. Quando c'era Berlinguer (2014), un documentario di Walter Veltroni.

di Luca Ferrari

“Il film non è un’esaltazione di Enrico Berlinguer” spiega il giovane veneziano Danny Carella, consigliere PD di municipalità di Lido-Pellestrina, “Ne mette in mostra i suoi lati più umani. L’allegria nascosta di una persona che per anni ha portato sulle spalle il peso di milioni di italiani, quelli più bisognosi di aiuto. La sua grinta nello sfidare l’apparato sovietico a Mosca, da solo, rivendicando come la democrazia fosse un valore fondamentale e irrinunciabile”.

A trent'anni dalla sua morte, la settima arte ci (ri)presenta il segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer. Dopo il breve documentario La voce di Berlinguer (2013, di Mario Sesti e Teho Teardo), presentato in anteprima nella sez. Fuori Concorso/Proiezioni Speciali della 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, l'ex-segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni, porta sul grande schermo Quando c'era Berlinguer (2014).

Un giro iniziale fuori dalle università per chiedere ai giovani se conoscano Berlinguer (con alcune risposte ricevute a dir poco imbarazzanti) e poi il viaggio dell'ex-sindaco di Roma prende subito quota tra filmati d'epoca e commenti contemporanei. “Veltroni ha fatto un ottimo lavoro” analizza Carella, “Ha saputo coniugare al meglio immagini, interviste e sentimenti. Tra le scene più toccanti, le parole commosse di Silvio Finesso, operaio della Galileo a Battaglia Terme, e quelle del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano”.

Enrico Berlinguer è stato per più di dodici anni (1972-1984) il segretario del Partito Comunista Italiano, fino al giorno della sua tragica morte a Padova. Non lo si potrebbe nemmeno chiamare un precursore dei tempi perché quel futuro da lui provato a creare insieme all'omologo DC, Aldo Moro (rapito e ucciso dalle Brigate Rosse), nessuno lo ha più voluto. Un futuro dove la coesione del popolo italiano valeva  più di qualsiasi ordine impartito dalle rispettive navette madri.

Già le Brigate Rosse. Si parla anche di loro nel documentario. Parlano anche loro. Non solo dal basso delle loro violente azioni assassine, ma sedute e rilassate. “Non mi è piaciuta la presenza di Alberto Franceschini (fondatore della suddetta organizzazione terroristica di estrema sinistra, ndr) chiarisce Danny, laureato in Storia contemporanea con tesi su Berlinguer, “lo trovo l’unico neo del documentario. Persone di quella risma dovrebbero essere colpite da damnatio memoriae, non intervistate e tanto meno in un contesto simile”.

Socialismo della libertà. Fermezza e serenità di spirito. Democrazia universale. Missione della politica. Parole e concetti che in Enrico Berlinguer trovarono realismo e concretezza, facendolo sembrare, a tratti, quasi un personaggio "guareschiano" tanto era genuino. Non è un caso che Veltroni abbia inserito nel documentario uno spezzone del film Don Camillo (1952, di Julien Duvivier), teatro di scontri epocali catto-comunisti tra l'omonimo prete reazionario (Fernandel) e il sindaco rosso Giovanni Bottazzi detto Peppone (Gino Cervi).

Nelle parole dei molti personaggi intervistati tra cui anche la figlia Bianca, si scopre qualcosa di più di Enrico Berlinguer. La sua fermezza. La sua fragilità. Il suo amore per le genti. Tutte quelle lacrime di vero dolore delle milioni di persone accorse al suo funerale danno una chiara idea di cosa quell'uomo significò per una nazione che di lì in poi sarebbe scivolata in una crisi politica e di valori, in cui ancora sguazza e annaspa.

“Un viaggio nel tempo. Io non c’ero in quegli anni però a vedere le immagini di quel palco a Padova provo sempre una strana sensazione. Un qualcosa d'incompleto. È come se sperassi ogni volta che guardando quelle scene, il finale fosse diverso” prosegue Danny subito dopo la proiezione di Quando c'era Berlinguer, “Chiudo gli occhi e vedo Enrico che finisce il suo discorso in maniera ferma ma pacata. Beve un bicchiere d’acqua. Regala un timido sorriso per ringraziare i presenti. Poi si gira, abbraccia un giovane Flavio Zanonato (ex-Ministro dello Sviluppo Economico del Governo Letta, ndr) alla sua sinistra, risaluta il pubblico e scende. Chissà come sarebbe ora l’Italia se la storia non fosse andata così. Ci penso spesso ma non riesco mai a darmi la stessa risposta”.

Berlinguer dal palco ne ha per tutti. Per sé e per gli altri. Se il Partito Comunista dovrà fare i conti con la Democrazia Cristiana, anche quest'ultima "prima o poi si dovrà decidere a fare i conti con il Partito Comunista e l'insieme delle forze della Sinistra". Parole a dir poco rivoluzionarie. Berlinguer voleva una collaborazione che legittimasse tutti (il Compromesso Storico). Berlinguer non voleva un'Italia spaccata in due (…).

Chi era allora Enrico Berlinguer? Uno troppo filo-sovietico per gli americani e uno troppo filo-americano per i sovietici. “Era una persona integerrima. Timida, ma con il martello. Non fu mai incudine. Era il massimo di quello che un democratico poteva desiderare” dice di lui il giornalista Eugenio Scalfari. “Comunista è un termine che non mi ha mai fatto paura perché l'associo con quella faccia, con quelle parole, con quell'onestà” dice il musicista Lorenzo Cherubini.

Quando c'era Berlinguer io non ero ancora nato. Quando c'era Berlinguer io ero solo un bambino che andava all'asilo e frequentava i primi anni della scuola elementare. Quando c'era Berlinguer mi hanno raccontato esisteva un'Italia ancora capace di credere in un ideale, in un'etica e nella politica. Un'Italia con un futuro. Quando c'era Berlinguer si poteva ancora fare il segno della croce e alzare il pugno della mano sinistra nello stesso istante. 

Guarda il trailer di Quando c'era Berlinguer

Quando c'era Berlinguer (2014, di Walter Veltroni)
Quando c'era Berlinguer - il giornalista Eugenio Scalfari
Quando c'era Berlinguer - il comico Roberto Benigni con Enrico Berlinguer
Quando c'era Berlinguer (2014, di Walter Veltroni)
Quando c'era Berlinguer (2014, di Walter Veltroni)

lunedì 31 marzo 2014

Siamo ancora 300 uomini liberi

300 - L'alba di un impero (2014, di Noam Murro)
Libertà e vendetta. La piccola Grecia delle Città Stato può diventare l'ennesima preda sbranata dal dio-re persiano Serse, o combattere e vincere.

di Luca Ferrari


Vendetta e odio. Dittatura e manipolazione. Quando la futura Roma non era che una lontana antenata dell'Impero che sarà, un solo popolo in Europa era tanto evoluto e capace per poter tener testa alla più abnorme armata che si fosse mai vista sulla Terra. Nel V secolo a. C. l’esercito persiano del dio-re Serse era pronto a conquistare l'Occidente. A sbarrargli la strada c’era un solo piccolo dettaglio, la Grecia. Un piccolo e fatale dettaglio.

Ispirato alle pagine della graphic novel Xerxes di Frank Miller e annessa sceneggiatura di Zack Snyder, il regista israeliano Noam Murro dirige 300 – L'alba di un impero (2014), midquel cinematografico della epica battaglia alle Termopili tra i 300 spartani e le armate di Serse. L'azione questa volta si svolge soprattutto sulle acque del Mar Egeo, dove Temistocle e la sua flotta affrontano la regina Artemisia.

La prima epica avventura Miller-Snyderiana si era conclusa con l’eccidio dei 300 spartani e il successivo salto temporale con il solo sopravvissuto a quel massacro, Delios (David Wenham), a capo della decisiva battaglia sulla piana di Salamina. La storia ricomincia in parallelo a 300. Mentre Sparta non accetta compromessi nell’unirsi alle altre città Stato e il prode Leonida (Gerard Butler) aspetta Serse alle Termopili, gli ateniesi guidati da Temistocle (Sullivan Stapleton) affrontano il nemico tra le onde dell’Egeo.

Ad attenderlo, l’implacabile Artemisia (Eva Green). Una greca adottata da re Dario. Il primo che provò a conquistare la Grecia ma che rimediò la disfatta di Maratona e soprattutto una freccia mortale scagliatagli contro da Temistocle. Artemisia non è mossa dalla sete di conquista. Ha un conto aperto con tutta la Grecia. La sua famiglia fu sterminata. Lei ancora bambina violentata e resa schiava. Abbandonata e ridotta in fin di vita, fu trovata e allevata da un persiano. Morto Dario, Artemisa ha convinto Serse (Rodrigo Santoro) della sua origine divina e ora sta muovendo la più formidabile flotta del mondo per radere al suolo la Grecia.

300 – L'alba di un impero. Inconcepibile il titolo. La parola 300 non c'entra nulla ed è chiaro il bisogno di riagganciarsi al film precedente per far capire al pubblico di cosa si tratta, evidenziando così una carenza strutturale prima ancora di cominciare. Ma ancor meno c'entra il resto. Di che impero stiamo parlando? Quello persiano non è certo all'alba. E se il riferimento volesse riguardare (molto alla lontana) Alessandro Magno (ellenico), bisognerà aspettare più di due secoli, quasi tre.

Il 3D  non fa miracoli specie quando di “ciccia” ce n'è poca, e il risultato infatti non è per niente da tramandare ai posteri. Meno testosterone e addominali scultorei rispetto a 300 ma molti più ettolitri di sangue versati di tutte le tonalità. Quanto a carisma, il confronto tra i leader maximi greci è tutto in favore di Leonida.

Ho partecipato a un gioco pericoloso e ho perso, sentenzia Temistocle di fronte alla sempre più probabile disfatta greca. Una guerra che cambierà il suo corso grazie all'arrivo degli Spartani guidati da una regina in cerca di vendetta. Si, lei. Gorgo (Lena Headey), la vedova di Leonida. La politica non le interessa. Le belle parole ateniesi ancor meno. Lei è una spartana e combatte.

300 – L'alba di un impero. Ancora una volta è di scena la sfida tra i Davide e i Golia. Un filone che al giorno d'oggi, fantasy o reale che sia, riscuote molto successo “causa” ampia similitudine. I Golia aumentano ogni giorno, i Davide sono invece più desaparecidos che mai. Al massimo ci sono flebili vittorie di Pirro. Gesti eclatanti senza futuro. Imprese memorabili che al massimo illudono, e poi si spengono in fretta.

Ancora più macabramente contemporanea la considerazione di Temistocle su ciò che sta accadendo in guerra: Stiamo trasformando i giovani in ricordi. Duemilacinquecento anni dopo, qui, nell'Europa del XXI secolo, è lo stesso. Ma non per colpa di un sanguinario esercito invasore. Economie dissennate, xenofobia populista e governi incapaci stanno sempre più rendendo il Vecchio Continente una terra schiava e senza futuro per i giovani.

Guarda il trailer di 300- L'alba di un impero

300 - L'alba di un impero - Artemisia (Eva Green
300 - L'alba di un impero 
300 - L'alba di un impero - Temistocle (Sullivan Stapleton
300 - L'alba di un impero

giovedì 27 marzo 2014

X-Men – Giorni di un futuro morente

X-Men – Giorni di un futuro passato (2014, di Bryan  Singer)
Siamo uniti solo dalla misera volontà di dividerci. E se gli X-Men provano a cambiare i Giorni di un futuro passato, noi stupida razza umana proprio no.

di Luca Ferrari

"Siamo destinati a distruggerci l'un l'altro o possiamo cambiare ciò che siamo e unirci? Il futuro è davvero già scritto?" si domanda avvilito Charles Xavier/Professor X (Patrick Stewart) nel settimo capitolo cine-Marvelliano della saga mutante, X-Men – Giorni di un futuro passato (2014, di Bryan Singer). Loro hanno poteri soprannaturali e agiscono. Ma anche se non li avessero, qualcosa farebbero comunque. E noi invece, sapiente razza umana? Noi ci nascondiamo nella più nobile ignoranza.

Noi, uomini e donne. Lacerati ancora da egoismi inter-nazio-regio-provi-comu-quartie-casa-personali. Il nostro destino è scritto. Una lenta e dolorosa estinzione. Più sofferta per molti di noi ma alla fine sarà il disfacimento totale. E quando ci ritroveremo in un gigantesco campo di annichilimento, ripenserete a oggi. A ieri. Al domani che avremmo potuto creare e che non ci potrà più essere. Mai e poi mai. Mai più.

Cronaca di un fottuto 2014. Divisioni in Ucraina. Divisioni in Francia. Divisioni in Italia. Barricate e guerriglia ovunque. Siamo uniti più di quanto si possa immaginare. Siamo uniti solo nel voler essere divisi. Siamo uniti nel desiderio comune di piantare barriere e inchiodarle nella mente e nel corpo di chiunque si avvicini. Qui nessuno passa. O come diceva in American History X (1998, di Tony Kaye) il neonazista skinhead americano Derek Vinyard (Edward Norton) al compagno (ebreo) della madre, Murray (Elliott Gould): Qui non sei gradito! E allora andiamo avanti così.

Il 23 maggio prossimo esce il settimo capitolo della saga dei supereroi mutanti, X-Men – Giorni di un futuro passato (2014, di Bryan Singer). La trama è tanto semplice quanto drammatica e attuale. Logan/Wolverine (Hugh Jackman) viene spedito nel passato dai capi delle due fazioni rivali di mutanti, Charles Xavier/Professor X (Patrick Stewart) ed Eric Lehnsherr/Magneto (Ian McKellen), per far sì che i rispettivi se stessi da giovani  (James McAvoy e Michael Fassbender) non inizino la guerra che alla fine li abbatterà.

Siamo destinati a distruggerci l'un l'altro o possiamo cambiare ciò che siamo e unirci? Il futuro è davvero già scritto? recita lo slogan del film. Un film appunto, dove un eroe tormentato e buono torna indietro nel tempo per provare a mettere la parola pace nell’esistenza del mondo intero. Qui da noi sul Pianeta Terra invece le cose vanno un po’ diversamente. Peggio di così possono ancora andare. E ci andranno.

I governi si accusano a vicenda d’invasioni. Possiamo continuare a raccontare la Shoah ogni anno, ma a che serve se poi quell’umanità che si erge a baluardo dei diritti umani poi contribuisce a genocidi e incrementa il mercato della violenza? Vince la logica del potere. Si parla della Shoah perché lo stato d’Israele possa continuare ad esercitare la sua politica d'invasione. Non si parla del genocidio bosniaco perché gli slavi non sono per nulla influenti nello scacchiere internazionale. Non si parla quasi mai del genocidio armeno per non irritare troppo la Turchia, potente partner economico.

Nella fantasia ci pensano gli X-Men. Sul grande schermo arriva X-Men – Giorni di un futuro passato  (2014, di Bryan  Singer). A chiunque ne condividerà con me la visione, avviso che è probabile piangerò. So che non ci sarà la spietata violenza di 12 anni schiavo (2013, di Steve McQueen). Piangerò pensando al futuro che non cambia dinnanzi all’odio e le divisioni. Piangerò pensando alla stupida egoistica natura umana.

E qui, dalla mia postazione giornalistica italiana, assisto ogni giorno agli sproloqui di partiti o pseudo tali che si ergono a liberatori da logiche di potere. Senza fare nulla di niente se non aizzare all’odio, alla diversità e alla divisione. Dalla fine della II Guerra Mondiale l’umanità è stata unita solo da un unico elemento: la volontà di dividersi, a meno che qualcosa di ancor più spietato del razzismo ignorante non dilaghi sul pianeta s’intende, come accadeva in Indipendence Day (1996, di Roland Emmerich).

Tutto il mondo era sotto assedio di poco gentili extraterrestri. Sembrava non esserci via d’uscita fino a quando l’esperto di telecomunicazioni David Levinson (Jeff Goldblum) non riuscì a individuare un segnale nascosto e gettare così le basi per una controffensiva planetaria. Tutto sembrava andare nella giusta direzione ma quando rimase l’ultimo missile da scagliare, erano tutti a secco. Solo il pilota semi-alcolizzato (e un tempo rapito dagli alieni) Russell Casse (Randy Quaid) rispose all’appello col fuoco decisivo.

Qualcosa però non va. Il missile è inceppato. E allora val bene il sacrificio della propria vita pur di dare un futuro alla razza umana. L’uomo decide e agisce. Prima chiede al Centro Comando di recapitare un messaggio d’amore ai propri figli, poi si lancia contro la navetta madre aliena per porre fine all’invasione. Ecco, quelle stesse parole di Russell le regalo a voi tutti assassini del futuro del mondo: Usando un’espressione della mia generazione, ficcatevelo nel culo!

Indipendence Day (1998) - il sacrificio di Russell Casse

X-Men – Giorni di un futuro passato (2014, di Bryan  Singer)
American History X - il neonazista Derek Vinyard (Edward Norton
 Indipendence Day - Russell Casse (Randy Quaid)

mercoledì 26 marzo 2014

70. Venezia, il cinema italiano sbarca in Croazia

La prima neve (2013, di Andrea Segre
Il cinema italiano della 70. Mostra del Cinema si rimette in viaggio destinazione Zagabria. A guidare la rassegna, il film vincitore del Leone d’Oro, Sacro GRA.

di Luca Ferrari

Vivido racconto di trascurate realtà quotidiane. Delicata poesia montanara tra mondi fragili segnati da un destino comunque di abbandono. La "charlottiana" essenza di chi non si vuole arrendere alla perdita della propria dignità lavorativa. La grande tradizione documentaristica del Belpaese, e per finire l’ancora troppo attuale realtà della corruzione. Il cinema incanta. Venezia immortala.

Dopo le rassegne internazionali organizzate in Brasile, Corea del Sud, Cina, Libano e Russia, oggi i film della 70. Mostra del Cinema di Venezia sbarcano per la prima volta in Croazia. Da giovedì 27 fino a domenica 30 marzo 2014 presso il Cinema Kino Europa di Zagabria. Un evento questo organizzato dalla Biennale di Venezia in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura in Croazia.

A guidare il cartellone di sette film, il vincitore del Leone d’oro, Sacro GRA di Gianfranco Rosi. Presente anche un altro film in concorso, L’intrepido di Gianni Amelio con protagonista un coinvolgente, quasi “forrestgumpiano” Antonio Albanese. Dal ricco scrigno d’Orizzonti invece, il toccante La prima neve di Andrea Segre. Tre i film invece della sezione "Venezia Classic"i (documentari): Bertolucci on Bertolucci di Luca Guadagnino e Walter Fasano; Non eravamo solo… ladri di biciclette. Il Neorealismo di Gianni Bozzacchi, quindi Profezia, l’Africa di Pasolini di Enrico Menduni.

Infine non poteva mancare Le mani sulla città (1963), del Leone d’oro alla carriera, il regista napoletano Francesco Rosi. Dopo un restauro digitale a cura della Cineteca Nazionale di Roma, il film, Leone d’Oro alla 24° Mostra di Venezia, è stato presentato in prima mondiale in pre-apertura della 70. Mostra.

Prossima tappa, il sudest Asiatico. Ad aprile i film italiani della 70. Mostra di Venezia 2013 sono attesi a Singapore.

Bertolucci on Bertolucci (2013, di Luca Guadagnino e Walter Fasano)
Le mani sulla città (1963, di Francesco Rosi)
L’intrepido (2013, di Gianni Amelio)
Profezia; l’Africa di Pasolini (2013, di Enrico Menduni)
Il Neorealismo. Non eravamo solo… ladri di biciclette (2013, di Gianni Bozzacchi)
Sacro GRA (2013, di Gianfranco Rosi)

venerdì 21 marzo 2014

To Her, A lei

Her - Theodore (Joaquin Phoenix) e il sistema operativo Samantha
Un uomo s’innamora di un’intelligenza artificiale. Her, premio Oscar per la Miglior sceneggiatura originale a Spike Jonze. Cara lei, questa vita non fa per me.

di Luca Ferrari

C’è troppa tecnologia. Ne abusiamo ogni giorno sempre di più. E invece dell’aria aperta e i dialoghi con le persone, abbattendo le tante barriere del passato, parlo a te. E tu non esisti. Lo so che l’alta definizione e la perfezione del tuo rispondermi con pensieri propri è perfino più precisa di un essere umano, ma è proprio questo il punto. Tu sei astrazione. C’è qualcosa di dolorosamente sbagliato in questa strada.

Ai premi Oscar 2014 nessuno si è sognato di mettere in discussione l’Academy finito tra le mani del regista Spike Jonze per la Migliore sceneggiatura originale di Her. E ancora una volta le allucinanti logiche del business cinematografico italiano hanno collezionato l'ennesima perla, traducendo il titolo alla lettera, facendolo così diventare Lei.

Theodore Twombly (Joaquin Phoenix) è un malinconico divorziato. L’ex-moglie Catherine (Rooney Mara) è un’affermata professionista. Scrive lettere per lavoro. Dal suo sconfinato bacino sentimentale creativo attinge ogni giorno per rendere speciali i momenti degli altri. Quello che non sai fare, insegnalo recita un vecchio mantra e Theodore lo mette in pratica alla perfezione fino a quando non compera un nuovo sistema operativo dotato di una sofisticatissima intelligenza artificiale, capace perfino di provare emozioni, rispondere e imparare da tutto quello che vede giorno dopo giorno.

Scelta una voce femminile, ecco entrare nella vita di tutti i giorni Samantha, con la voce originale di Scarlett Johansson e nella versione italiana di Micaela Ramazzotti. Da un iniziale imbarazzo si passa a confidenze, fino addirittura al sesso. Il distacco rende tutto più facile. La non fisicità e la distanza ci rende più facilmente amabili. Quando invece si accetta un appuntamento al buio con una donna (Olivia Wilde), di cui il regista non fornisce il nome, dopo un’iniziale simpatia, l’uomo si mostra per quello che è. Per nulla intenzionato ad andare oltre una “sveltina”.

Il solo vero contatto umano che ha ancora Theodore è con la vecchia amica Amy (Amy Adams). Un’amicizia nata ai tempi degli studi, e dunque più facilmente introspettiva. Perché Theodore ha scelto la strada del silenzio? Quant’è forte il dolore dentro di lui? Perché i suoi ricordi hanno la forma di una gabbia? Theodore è solo. La sua casa è un tempio buddista senza alcuna velleità di rinascita. Nessuna catarsi prevedibile a breve o lunga scadenza.

Il rapporto con Samantha esce dalle righe, incarnando alla perfezione lo spettro della felicità perduta. Samantha rappresenta proprio questo. La certezza di non poter più essere felici come siamo già stati, quindi tanto vale adattarsi a qualcosa d’inesistente. Quindi tanto vale provare qualcosa che mi farà continuare a restare nell’inoffensivo tepore del tempo perduto.

To Her/A lei,
             "non troverò più nessuno come te, e questo lo sappiamo entrambi. Accumuliamo ricordi per avere un giorno abbastanza memoria da sapere che prima di addormentarci, potremo guardare ancora l’alba insieme. Le ferite sul mio corpo mi hanno reso libero di riflettere e odiare. Ogni volta che incontro qualcuno che non vedo da un pezzo, mi viene posta sempre la stessa domanda. Vi rispondo, ora. Una volta per tutte. Lo faccio  ancora, con la stessa assenza di un finale".

Her (2013, di Spike Jonze). Mi sono svegliato e nessuno rispondeva più. Ho chiesto a un operatore informazioni, ma non c’era più nessuno. Sono salito allora sul tetto della mia abitazione e ho guardato in tutte le direzioni fuorché sotto di me. È stato strano. Mi sono sentito in preda allo sconforto, poi ho notato che a fianco a me c’era qualcuno. Siamo rimasti in silenzio per un tempo indefinito. Tu cosa faresti adesso?

Guarda il trailer di Her 


Her - Theodore Twombly (Joaquin Phoenix)
Her - Amy (Amy Adams) e Theodore (Joaquin Phoenix)
Her - Theodore (Joaquin Phoenix) e una donna con cui esce (Olivia Wilde)
 Her - Theodore (Joaquin Phoenix) e la moglie Catherine (Rooney Mara)
Her - Theodore Twombly (Joaquin Phoenix)

venerdì 14 marzo 2014

Le atroci frustate di 12 anni schiavo

12 anni schiavo - l'atroce fustigazione di Patsey (Lupita Nyong’o)
Frustate. Torture. Impiccagioni. Questo è lo schiavismo. Dall’omonima biografia di Solomon Northup, il drammatico 12 anni schiavo (di Steve McQueen).

di Luca Ferrari

Crudele. Intenso. Spietato. Reale. Educatore. A ragione, pluri-premiato. Vincitore di tre premi Oscar come Miglior film, Miglior sceneggiatura non originale (a John Ridley) e Migliore attrice non protagonista (Lupita Nyong’o). Tratto dall’omonima biografia di Solomon Northup, 12 anni schiavo (2013). A dispetto di un certo ridimensionamento del libro (ancor più feroce), il regista inglese Steve McQueen (Hunger, Shame) racconta lo schiavismo negli Stati Uniti di metà ‘800 prima della Guerra di Secessione.

È stata la mia prima volta, lo ammetto. È stata la prima volta che mi sono dovuto imporre di andare al cinema perché ne avrei fatto volentieri a meno, ma non perché ritenessi 12 anni schiavo un film poco interessante, anzi. Ma per la violenza che sapevo esserci dentro. Per quella violenza reale e per niente cinematografica. La peggiore. Quella accaduta e ancor oggi troppo ignorata. E a dispetto delle 37 candeline già archiviate, temevo non di riuscire a sopportarne la visione. Alla fine sono andato, ho guardato e sono uscito ammutolito dalla sala 3 del cinema Rossini di Venezia come una sola volta in precedenza mi era accaduto, per Hotel Rwanda (2004, di Terry George).

Salomone Northup (Chiwetel Ejiofor) è un uomo libero. È un rispettato musicista. Ha una moglie e due figli. Vive a Saratoga (NY). Allettato da una proposta di lavoro,  cade nell’inganno di due mercanti di schiavi. Da vestiti di sartoria si ritrova in una cella incatenato e trattato peggio di una bestia. Emblematiche le prime orribili bastonate. Danno proprio l’idea della meschinità e dell’odio. Della sottomissione imposta con la forza più vigliaccamente bruta, un uomo armato di pagaia e gatto a nove code contro un uomo legato.

Il negriero colpisce e infierisce finché Solomon non ammetterà di non essere un uomo libero ma uno schiavo fuggitivo di nome Plat. Da angoscia pura l’urlo disperato di Solomon, più che ancora per la sofferenza delle percosse,  quando la ripresa sale dalla sua prigionia e lo si vede sepolto nella periferia abbandonata. Nessuno lo può sentire. Nessuno lo può aiutare.

Inizia il viaggio nell’orrore della schiavitù. Dalla compravendita del mercante di schiavi Theophilus Freeman (Paul Giamatti), al primo padrone, il buono William Ford (Benedict Cumberbatch). Ma se con questi s’instaura un rapporto di fiducia e senza frusta, non si può dire lo stesso con il giovane e spietato John Tibeats (Paul Dano), a guardia degli schiavi, che dopo uno scontro con Solomon, arriva quasi a impiccarlo impunemente.

Nonostante quest’ultimo venga salvato in extremis dal custode della piantagione, viene comunque lasciato per punizione al limite della sopravvivenza con la corda strette al collo fino a quando, dopo una giornata intera, non rientra il sig. Ford che si, lo libera ma non se lo vuole nemmeno più tenere. E così “ponzianamente pilato”, lo vende a Edwin Epps (Michael Fassbender), un feroce proprietario terriero “spezza-negri”.

Epps è spietato. Se i suoi schiavi non raccolgono abbastanza cotone o comunque meno del giorno precedente, vengono sistematicamente frustati. Beve. Ogni volta che può abusa sessualmente della schiava Patsey (Lupita Nyong’o). Quando vuole, li fa ballare come scimmie ammaestrate. È però succube della moglie Mary (Sarah Paulson) che ovviamente odia la giovane nera su cui il marito riversa le proprie attenzioni.

E così si arriva alla scena più atroce del film. Se fino a quel punto il mio livello di sensibilità ancora reggeva, tant’è che dentro di me mi ripetevo nella mente (mi aspettavo peggio), tutto ciò svanisce dinnanzi alla spietata fustigazione di Patsey, “colpevole” di essersi recata nella piantagione vicina per avere un misero pezzo di sapone per lavarsi visto che Mary Epps non le dava nemmeno quello.

La signora Epps è crudele oltre ogni limite. Incita il marito con le parole “uccidila di frustate” e lui è talmente vigliacco da ordinare a Solomon di colpirla al suo posto per dargli ancor più soddisfazione. Inizia la tortura. Legata al palo, Patsey urla disperata ma non può scappare. La frusta la ferisce. Le spacca la pelle. Le apre squarci nella schiena. Il sangue raggrumato le gonfia il corpo maciullato. E quando finalmente la foga di Epps si placa e la schiava cade distrutta per terra, una volta medicata con dei tamponi, le sue urla si fanno ancora più lancinanti. Urla di dolore. Urla di rabbia. Urla contro la sua vita così dolorosa. Urla di rassegnazione.

Petsy, frustata a sangue senza pietà. Dovremmo rivederla ogni giorno questa scena. Non per narcotizzarci al dolore, ma perché la prossima volta che ci troveremo dinnanzi a un abuso, quale che sia la sua natura, ci destiamo subito come se avessimo ricevuto noi una frustata su quel palo. La differenza però è che noi possiamo alzarci, ribellarci e combattere. Patsey e migliaia di migliaia di schiavi neri non hanno potuto. Sono stati massacrati senza pietà.

12 anni schiavo prosegue così, fino a quando Solomon non si troverà a lavorare nella piantagione anche con un bianco, Samuel Bass (Brad Pitt). Canadese e contrario alla schiavitù. Sarà lui che, pur timoroso, scriverà per conto di Solomon una lettera che farà si che la verità venga a galla e venga al fine liberato.

“Un film bellissimo, ma ti lascia addosso un senso di angoscia e ansia che è difficile far andare via” racconta Virginia Danese, danzatrice tribal nonché mediatrice culturale con gli immigrati e rifugiati politici “l’interpretazione di Chiwetel Ejiofor è stata davvero notevole. Per la sua emotività e interpretazione era difficile non entrare in empatia con lui. Le musiche e i canti gospel poi, hanno giocato un ruolo importante nel film, creando la giusta atmosfera.

Del tema in sé, che dire? Si capisce come la dignità, la libertà di una persona e il suo poter essere considerato un – essere umano – fossero legati esclusivamente al possesso o meno di un documento. Io sono tuttora paralizzata e senza parole per quanto inconcepibile sia pensare a una razza superiore a un’altra (e al concetto di razza in sé). Nessuno può e deve potersi arrogare il diritto di limitare la libertà di qualcun altro”.

Finisce 12 anni schiavo. Esci dal cinema e provi a riprenderti cercando nel mondo risposte sui progressi dei diritti umani. Ce ne sono stati, si, eppure lo schiavismo è ancora una tragica realtà del mondo. Forse non ci sono più i padroni ai livelli di Epps, eppure la tortura è praticata ovunque. E che cos’è poi un datore di lavoro che può metterti sulla strada in qualsiasi momento? E come si può chiamare vita un’esistenza in cui si ha a stento il tempo di baciare i propri figli la mattina per poi essere inghiottiti dai ritmi lavorativi con sempre meno tutela giuridica?

Steve McQueen ha realizzato un’opera importante. Niente momenti di quiete, risate o ironia alla Django Unchained (2012) di Quentin Tarantino, anch’esso ambientato nella dimensione dello schiavismo. Due ore abbondanti di angoscia dove speri solamente che Solomon riconquisti la libertà. Già ma gli altri? Salito in carrozza verso la probabile salvezza, guarda Patsey e gli altri. Felice dentro di sé ma morente per lasciare gli altri compagni di prigionia fra gli artigli acuminati di Epps.

Lo schiavismo? C’è e c’è ancora. Non solo. Viene ancora taciuto, nel presente così come nel passato. Lo schiavismo brucia ancora perché non se ne parla abbastanza. Negli Stati Uniti s’intende. E il resto del mondo? Chi la racconta realmente la storia dei neri africani (da cui gli americani discendono) e di come l’illuminista Occidente seppe trattarli, gettando le basi per discriminazione e genocidi tramandati come “colonialismo”?

L’Europa di fine Ottocento ha fatto di più e di peggio. Oltre ad aver massacrato popoli, disegnò l’Africa con squadra e righello, ignorando totalmente tradizioni e culture. E ancora oggi  il continente africano paga la ferocia europea mai portata sul banco di un tribunale, ma al contrario versandogli ingenti tributi attraverso volgari e dittatoriali intermediari quali Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale.

Schiavitù. Ci si vergogna a tal punto della schiavitù che nemmeno la si vorrebbe raccontare.  Ma com’è allora che esiste ancora nel terzo millennio? E com’è che il becero razzismo, amalgamato sempre più anche all’odio verso un credo e un orientamento sessuale differente, trova posto persino nei palazzi del potere?

Il dicembre scorso, alcuni richiedenti asilo chiamati “clandestini” sono stati portati nel centro di accoglienza di Lampedusa, e lì messi nudi al gelo per essere sottoposti al trattamento contro la scabbia, e dunque lavati con una pompa. Immagini che sembravano maledettamente degne dello schiavismo. Perché oggi, nel 2014, c’è ancora troppa cultura che parla di “negri”.

Nel film 12 anni schiavo di Steve McQueen la schiava Petsy viene frustata a sangue senza pietà. Riguardiamocela quella scena. Riguardiamocela fino a quando non sopporteremo di vederne neanche un micro-frammento. Allora si, saremo tutti pronti per alzarci, reagire e combattere contro ogni discriminazione e prepotenza. Allora si che saremo pronti per cambiare un mondo che nel 2014 è ancora dolorosamente troppo schiavo.

Guarda il trailer di 12 anni schiavo

12 anni schiavo - Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor) eTheophilus Freeman (Paul Giamatti)
12 anni schiavo - Solomon (Chiwetel Ejiofor), W. Ford (Benedict Cumberbatch) e J. Tibeats (Paul Dano
12 anni schiavo - Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor
12 anni schiavo - Mary Epps (Sarah Paulson) ferisce Patsey (Lupita Nyong’o)
12 anni schiavo -  Edwin Epps (Michael Fassbender) e Solomon Northup (Chiwetel Ejiofor