Creature non morte, affamate-materialiste senza pace. Noi, sottomessi a un immutabile destino astrale e costretti a soccombere. Tutto qui? Non basta l'ennesimo stralunato-ironico Bill Murray a sovvertire la profonda delusione di The Dead Don't Die - I morti non muoiono (2019 di Jim Jarmush). Adam Driver è un Paterson Garmushano con la divisa della polizia. Tilda Swinton è l'ennesima maschera di se stessa. Sì, il mondo è una merda e lo sappiamo tutti però qualcosa di più si potrebbe fare per salvarlo che non lasciarsi andare a un laconico blues i provincia fatto di rassegnati martiri moderni.
Finirà male? No, è già iniziato male. Cos'altro ci si poteva aspettare?
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lunedì 7 novembre 2022
I morti non muoiono, che mondo di merda
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sabato 29 settembre 2018
BlacKkKlansman, potere al potere
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| BlacKkKlansman - gli agenti sotto copertura Zimmerman (Adam Driver) e Stallworth (John D. Washington) |
di Luca Ferrari
Storia vera. Storia d’infiltrazione afroamericana nel delirio suprematista del Ku Klux Klan. Storia vera di un mondo ancora presente. Storia di odio e ignoranza pilotata ad arte da gente che aspira a ben altro. Storia mai capita davvero e per ancor di più oggigiorno, noi che viviamo nel mondo delle infinite verità annacquate. Capaci d’ingannare e fare in miliardi di irriconoscibili briciole ogni barlume d’innocenza ideologica. È sbarcato sul grande schermo BlacKkKlansman (2018, di Spike Lee).
Colorado Springs (Stati Uniti), anni ’70. La presunta integrazione tra neri e bianchi è tutta (o quasi) sulla carta. Nell strade come negli uffici la realtà è molto diversa. Il giovane Ron Stallworth (John David Washington) si arruola nel corpo di polizia locale. Dopo un lento inizio e non privo di contrasti con qualche collega, chiede di passare dall'archivio a incarichi più interessanti, suggerendo lui stesso missioni sotto copertura. Ricevuto un secco rifiuto, inizia a operare in questo ambito e fa la conoscenza dei colleghi, i detective Flip Zimmerman (Adam Driver) e Jimmy Creek (Michael Buscemi).
La sua prima missione riguarda la sua stessa gente, infiltrarsi “microfonato” in un comizio dell’ex-Pantera Nera, Stokely Carmichael (Carey Hawkins), oggi Kwame Ture, organizzato dal comitato studentesco degli afroamericani. È lì che fa la conoscenza della decisa attivista, nonché presidente della sezione locale, Patrice (Laura Harrier). Il passo successivo è follemente geniale. Trovato un annuncio sulla gazzetta locale, Ron contatta il Ku Klux Klan. Ah, per quanti non lo sapessero ancora, Stallworth è un nero.
All’altro capo dell’apparecchio risponde il pacato suprematista Walter Breachway (Ryan Eggold) con cui organizza un incontro per conoscere lui e il clan, anzi l’organizzazione come gli specifica subito il violento e diffidente Felix Kendrickson (Jasper Pääkkönen), marito di Connie (Ashlie Atkinson), ansiosa di entrare in azione e mandare al Padre Eterno un bel po’ di negri. Ovviamente non può essere il vero Stallworth a interagire. La scelta cade su Flip, bianco, che dovrà solo nascondere la propria origine ebraica (odiata dal KKK).
L’arrivo di Duke intanto rischia di mettere a repentaglio l'intera operazione. Il vero Ron Stallworth infatti gli viene affidato per la sua incolumità. C’è aria di battaglia nell’aria. Nello stesso giorno il comitato guidato da Patrice ha organizzato un incontro molto importante. Il vero e il falso Stallworth si ritrovano nella stessa stanza con il Ku Klux Klan a fare proseliti. La miscela è a dir poco esplosiva e qualcuno è deciso ad agire di testa propria.
Spike Lee (Malcolm X, La 25° ora, Miracolo a Sant'Anna) non delude. Coniugando un piacevole mix tra impegno sociale, storia e umorismo, racconta una fetta della poco conosciuta storia dei neri d’America per lo più (colpevolmente) ignoragli dagli europei e da altrettanti conterranei del regista di Bad 25, documentario su Michael Jackson. La condizione dei neri negli Stati Uniti è di sicuro cambiata rispetto ai Seventies ma forse non così tanto come quasi 50 anni dovrebbero far auspicare e ciò che è peggio, la discriminazione esiste ancora.
Ben assortita la coppia degli attori principali. Adam Driver (Hungry Hearts, Paterson, L'uomo che uccise Don Chisciotte) è una certezza. Notevole anche la prestazione del figlio d'arte John David Washington, il nome del cui padre fa Denzel. Impressionante la somiglianza di Michael Buscemi col fratello Steve (personalmente credevo fosse quest'ultimo). A dir poco spassosa l'interpretazione di Topher Grace. E meno male che non si può ridere del Clan. Forse adesso Spike Lee ci ripenserà sulle ridicole critiche mosse a suo tempo a Quentin Tarantino e il suo Django Unchained (2012).
Fin dalla realizzazione del film erano circolate notizie sul finale collegato al presente dove l’attuale comandante in capo, Donald Trump, non spicca certo per lavorare sul fronte della vera integrazione. Ma come dovremmo porci noi europei davanti a tutto ciò? I tanto “criticati” americani con la pistola sempre dietro e guerrafondai, altri non sono (in maggioranza) che i figli degli europei più folli partiti per il Nuovo Mondo secoli addietro. Gli americani, quelli veri, li abbiamo sterminati (quasi) tutti.
Rispetto ad altre pellicole più specifiche, la storia di BlacKkKlansman esce dai classici confini dello scontro bianchi-negri. Penso alla mia casa e vorrei che le differenze fossero molte di più ma non è così. Non ci sono le croci infuocate nella campagna mestrina, in compenso abbiamo buffoni che salgono sugli autobus per proteggerci da non si sa bene chi e quale minaccia. Oggi, se non fosse per la moda, le compagnie low cost e i social network, sembrerebbe tutto uguale con la sola differenza che l'assordante voce dei burattinai del potere raccoglie consensi con ancor più facilità.
I suprematisti bianchi di BlacKkKlansman negano l’olocausto ebraico e i WASP vorrebbero la cultura negra fuori dalle loro case. Volevano riscrivere e negare la Storia esattamente come nel Bel paese sempre più persone si dimenticano delle pezze e le pulci che moltissimi dei nostri antenati avevano mentre andavamo in Belgio, Germania e Stati Uniti stessi. Non entro neanche nel merito del Fascismo, dove ogni giorno si assiste a un revisionismo al limite dell’incostituzionalità. E adesso, dall’alto della nostra presenza al G7 e nella UE ci arroghiamo il diritto di parlare di “noi” e “loro”.
Di nuovo diretta. Ho appena finito la visione di BlacKkKlansman, film vincitore del Gran Prix Speciale della Giuria alla 71° edizione del Festival di Cannes. Sono ancora davanti al cinema Giorgione di Venezia. Sto fumando una nervosa sigaretta. Scambio due parole con uno degli operatori di sala. Spike Lee ci mostra uno spicchio della storia d’America dove il potere plasma il pensiero. Sono incazzato. Disgustato. Depresso. Frustrato. Avvilito. Quanti anni sono passati davvero dalle vicende del detective Ron Stallworth ai giorni nostri? Quanto è davvero cambiato? Non voglio dirlo. Non posso crederci.
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| BlacKkKlansman, - la locandina; Patrice (Laura Arrier) e Ron Stallworth (John D. Washington) |
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| Il primo ad arrivare al cinema Giorgione... stasera tocca a BlacKkKlansman di Spike Lee © Luca Ferrari |
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Cannaregio, 30100 Venezia VE, Italia
martedì 3 gennaio 2017
Paterson, la vita (poetica) com'è
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| Paterson - il conducente Paterson (Adam Driver) |
di Luca Ferrari
La sveglia verso le 6,30 del mattino ogni giorno. Il breve tratto a piedi fino a raggiungere la stazione degli autobus e lì montare in servizio. Fa le sue ore e torna a casa dall'amabile compagna. Una passeggiatina col cane e una birra al bar. Lì nel mezzo, un taccuino dove la penna poetica si lascia andare semplice e senza nessuna velleità di pubblicazione od ostentazione. Non ha nemmeno uno smartphone. L'insolito viaggio di Paterson (2016, di Jim Jarmusch)
Paterson (Adam Driver) dorme. Guarda l'ora sull'orologio da polso e si sveglia, lasciando la sua dolce Laura (Golshifteh Farahani) ancora sotto le coperte. Fa colazione coi cereali al miele e si reca al lavoro. Guida i bus cittadini. Ascolta le conversazioni dei passeggeri. Nella pausa pranzo lascia libero sfogo alle parole. Ogni giorno. Dopo cena lo attende qualche nota jazz nel locale di Doc (Barry Shabaka Henley), serate animate talvolta dai battibecchi amorosi di Everett (William Jackson Harper) e Marie (Chasten Harmon).
Paterson è taciturno ma non asociale. Sente, ascolta. Prodigo nel far compagnia a una ragazzina che aspetta da sola la mamma e la sorellina, scoprendo poi la natura poetica della fanciulla. Laura è una casalinga sorridente e spensierata. Dipinge. Prepara cupcake da vendere al mercato del sabato. In questo momento della sua vita vorrebbe fare la cantante country. Adora le poesie del suo compagno e vorrebbe che le facesse uscire dal proprio taccuino e magari farne qualche copia. Paterson dice sempre che lo farà.
La nuova opera di Jim Jarmusch (Dead Man, Daunbailò, Solo gli amanti sopravvivono) è un film a tratti sorprendente. In un 'epoca in cui tutti si credono esperti di qualsiasi cosa sentendo per di più la necessità di esprimerlo a chiunque, Paterson va per la sua (monotona) strada. Si sente soddisfatto di ciò che ha o magari no, ma non ha comunque importanza. Non impugna una casacca o un credo per imporre il proprio modo di sentire (vedere) il mondo. Ci gira intorno. Ci medita dentro, per sé e magari anche Laura. Paterson lavora. Ama. Scrive. E lo sa solo lui.
Presentata in concorso alla 69° edizione del Festival di Cannes, Paterson omaggia l'omonima cittadina del New Jersey dove, tra i tanti immigrati italiani che vi si stabilirono, soggiornò per un certo periodo anche l'anarchico Gaetano Bresci. Dopo aver saputo che re Umberto I aveva decorato il generale Fiorenzo Bava Beccaris, macellaio della cosiddetta "protesta dello stomaco", questi partì alla volta della Madrepatria e uccise il monarca. Paterson (film e protagonista) a modo suo è anarchico, utilizzando un linguaggio personale.
La mia storia personale con Jim Jarmusch è qualcosa di molto romantico, intrecciandosi con la solitudine più estrema, il cantautore canadese Neil Young e il mio primo viaggio a Londra. Il linguaggio utilizzato in questo film era un qualcosa che di certo non potevo trascurare ma la sorpresa o meglio il regalo più grande l'ho avuto quando sono arrivato nel "mio" cinema Giorgione di Venezia dove ho scoperto, al momento di fare il biglietto, che Paterson era stato "promosso" nella sala più grande (A) a discapito del più modesto Florence (2016, di Stephen Frears).
Chi è che nel terzo millennio ha ancora voglia di scrivere poesie? Chi riuscirebbe a sedersi davanti a un fiume senza fare subito una foto e postarla in qualche inutile social network? Per Paterson è quasi sempre tutto ok. Il suo cane Marvin, un bulldog inglese, ogni giorno gli azzoppa la cassetta della posta, e lui paziente la risistema. Non alza la voce. Passa attraverso il tempo e lo spazio. Si scansa e lo colpisce. Paterson (2016, di Jim Jarmusch) è un film capace di far tornare la voglia di pensare. Guardare il mondo e pensare, senza fare null'altro. Senza guadagnarci né mostrarlo agli altri. Paterson è un viaggio che tutti dovremmo ricominciare a prendere in considerazione.
Il trailer di Paterson
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| Paterson - teneramente abbracciati, Paterson (Adam Driver) e Laura (Golshfifteh Farahani) |
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