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Visualizzazione post con etichetta Frances McDormand. Mostra tutti i post
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mercoledì 5 maggio 2021

Nomadland, la banalità dell'orizzonte

Nomadland - Fern (Frances McDormand)
Spazi sconfinati. Esistenze su quattro ruote in fuga dalle tenaglie dell'economia. La poetica umana si è fatta struggente banalità dell'essere. Nomadland (2020, di Chloé Zhao).

di Luca Ferrari

Gli spazi sconfinati degli Stati Uniti. Vagabondi, ma non reietti. Senza una casa, ma non senza un tetto. Le carovane dei nomadi moderni hanno abbandonato le proprie abitazioni. Chi per scelta. Chi perché senza più un lavoro. Chi perché senza più l'amore. L'America e l'orizzonte sconfinato. Un mito che pulsa ancora forte nelle gambe e nei cuori provati degli americani. Il capitalismo colpisce. Gli esseri viventi cercano un'alternativa, un'altra strada. In queste case motrici i nomadi si portano dietro tutto il loro mondo. Si incontrano con altre anime. Le comunità si trovano e si perdono. Gli esseri umani si raccontano. E' tornato sul grande schermo il pluripremiato Nomadland (2020, di Chloé Zhao).

Fern (Frances McDormand) è una vedova. Perso il lavoro durante la grave crisi economica nel primo decennio degli Anni Duemila, ha deciso di mettersi in viaggio. La cittadina dove ha vissuto per anni insieme al marito si è ormai svuotata. Davanti a lei c'erano solo i ricordi, la solitudine e la fame. Non si è persa d'animo e ha iniziato a viaggiare. Un viaggio senza fine. Per lei i ricordi sono tutti dentro di sé e il proprio furgoncino, riadattato per cucinare e dormire. Una piccola casa mobile su quattro ruote. Le sue giornate dovrebbero essere l'antitesi della vita monotona tra le ormai solitarie quattro mura domestiche. Quelle portiere che dovrebbero raccontare una moderna storia di libertà, sono un'ancor più illusoria prigione. 

Così, quando cede all'invito del reietto nomade Dave (David Strathairn), diventato nonno e ben accolto da figlio e nuora, ecco Fern, banalmente non riuscire a dormire nel letto che le hanno preparato, finendo per rifugiarsi nel suo postribolo parcheggiato, e l'indomani alle prime luci dell'alba andarsene senza nemmeno un biglietto di amichevole ringraziamento. Fern se ne va. Anima inquieta alla ricerca di quella serenità perduta per sempre che con non troverà mai più. Fern preme l'acceleratore e il freno. Oggi si fermerà un paio di giorni. Domani chissà. Fern ormai ha rotto con i paradigmi della società. Forse il suo posto è solo on the road. Forse anche no, ma non sembra importarle molto.

Fern si sposta a seconda del lavoro da fare per campare, passando da impacchettare per Amazon a raccogliere barbabietole. Indipendenza e libertà estrema, è davvero questa la ricetta per affrontare le idre impazzite della macchina fabbrica-soldi? Ma per quanti anni ancora riuscirà a farlo? E se le dovesse succedere qualcosa? Una gomma bucata? Un improvviso malore? Potrebbe non esserci nessuno accanto a lei ad aiutarla. A molti di questi nomadi è andata esattamente così. Qualcuno è stato fortunato, altri meno. Fern guida. Fern pensa. Fern fa il bagno. Fern si fuga una sigaretta. Fern sta da sola. Fern sta insieme agli altri. Fern offre il caffè a sconosciuti. Fern resta in silenzio. Forse vorrebbe qualcosa di più e di diverso, ma oramai è fuori tempo massimo. 

Cosa si potrebbe aggiungere a un film che ha vinto il Leone d'oro al 77. Festival di Venezia, e sbancato i Golden Globe e gli Oscar? Nomadland gioca una partita molto facile, affidandosi in tutto e per tutto al viso segnato di una grandissima attrice, Frances McDormand (Mississipi Burning, Fargo, Tre manifesti a Ebbing - Missouri), e i libertini spazi americani. Nessuna analisi economica. Nessuna introspezione interiore se non quel minimo indispensabile per fare apparire la protagonista come una fiera voce fuori dal coro, controcorrente. Nomadland è l'usato sicuro che piace e tocca l'anima sofferente (chi non ce l'ha?, ndr) di un mondo sempre più alla ricerca della scialuppa di salvataggio,

La telecamera regala ossessiva allo spettatore costanti ed estenuanti primi piani della protagonista. Fern pacata ma interiormente, una bomba pronta a esplodere. Continua testarda in questo pattinare sulle strade americane, ma molto SexPistolsianamente sbanda sulla via del there is no future. Non c'è la poesia di una vita IntotheWildiana a contatto con Madre Natura, ma la triste caducità dei noodles precotti e riscaldati. Monta l'angoscia, deglutita come un grumo di sangue alla ricerca di una via (ferita) d'uscita ma al massimo potrà fare marcia indietro e ricominciare. Ancora, e ricominciare ancora in un monotono e dantesco girone.

Chloé Zhao, prima asiatica nella Storia a vincere un Oscar per la miglior regia e terza donna in assoluto, asseconda la poetica umana di un mondo allo sbando, ma invece di imprimere le proprie tonalità, lascia che sia la storia, scontata dall'inizio alla fine, a dirigere il percorso. Nomadland  denuncia, ma senza una forte presa di posizione. Potrebbe essere quasi un documentario, e forse avrebbe avuto più spessore. Nomadland è ispirazione. Una fiammata nella notte che si dissolve in bagliori inermi, coagulati al primo colpo di tosse di un sentimento duraturo. Nomadland è un cielo stellato dove la condivisione è gioia estemporanea senza più legami. Allora ti metti in marcia. Nessun domani.

Buona notte mondo. Ho capito che sarai ugualmente infelice anche senza di me. 

Il trailer di Nomadland

Nomadland - Fern (Frances McDormand)
Nomadland (2020, di Chloé Zhao)

mercoledì 31 gennaio 2018

Tre manifesti contro il silenzio

Tre manifesti a Ebbbing, Missouri - la combattiva Mildred Hayes (Frances McDormand) 
Tagliente. Deciso. Controcorrente. Nessuno si piange addosso. Tre manifesti per alzarsi e combattere. Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017, di Martin McDonagh).

di Luca Ferrari

Angela Hayes (Kathryn Newton) è stata violentata e uccisa. Stufa della sonnolenza della polizia locale, sua madre Mildred (Frances McDormand) è decisa a fare qualcosa. Ecco allora l'idea. Su una strada locale, quello che attraversa ogni giorno dalla propria abitazione al paese, affitta per un anno tre giganteschi cartelloni pubblicitari e vi fa scrivere tre messaggi rivolti allo sceriffo. Una scelta questa che l'autorità non gradirà troppo. Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017, di Martin McDonagh).

Stuprata mentre stava morendo. E ancora nessun arresto. Come mai, sceriffo Willoughby? Sono i tre manifesti voluti da Mildred Hayes. La notizia arriva come un boomerang all'ufficio della Legge. Se l'agente Jason Dixon (Sam Rockwell) dimostra di mal tollerare questa azione, comunque consentita legalmente parlando, e vorrebbe subito passare alle maniere forti, lo sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson) è più incline al dialogo, e va a trovare la donna per cercare di risolvere la situazione.

Mildred non ci sente. Parla diretta e non usa mezze parole. Non si fa intimidire da distintivi e non accetta consigli dalle tonache. Sua figlia è stata ammazzata in modo brutale e dinnanzi all'inerzia delle indagini, lei ha reagito. Se tutti non lo gradiscono, non è affar suo. A farne le spese invece, chi dalla polizia e chi tra i banchi di scuola, il titolare dell'agenzia pubblicitaria dove Mildred ha noleggiato i cartelloni, Red Welby (Caleb Landry Jones), e l'altro figlio di lei, Robbie (Lucas Hedges).

Artefice (carnefice) di un brutto episodio di abuso ai danni di un ragazzo di colore, l’agente Dixon è una mina vagante. Sempre pronto a menar le mani e il manganello. Non ha nessun legame sentimentale e vive ancora con l’anziana madre. Distintivo a parte, è mal visto da molti di Ebbing (località fittizia dello stato del Missouri, ndr). Parla quasi barcollando. Vuole essere rispettato ma i suoi modi lo portano a essere subdolo più che dalla parte della Legge.

I sentieri proseguono. I personaggi si guardano in cagnesco. C’è una sottile vena di rispetto ma perché venga davvero a galla, bisogna scavare dentro le persone. Lo sceriffo intanto non se la passa troppo bene. E' malato e ciò che sembra un destino segnato potrebbe fare saltare molti equilibri. Ad aggiungere benzina alla miscela, l’arrivo in città di un forestiero dai modi poco gentili che vuol far credere di sapere qualcosa dell’omicidio di Angela.

Già vincitore del Premio Osella per la Miglior sceneggiatura (Martin McDonagh) alla 74° Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia, dove è stato presentato in anteprima, e di quattro Golden Globe come Miglior film drammatico, per la Migliore attrice in un film drammatico a Frances McDormand, per il Miglior attore non protagonista a Sam Rockwell e la Migliore sceneggiatura a McDonagh, Tre manifesti a Ebbing, Missouri è ora atteso da nuove sfide

Si comincia il 18 febbraio con i BAFTA - British Academy Film Awards dove la pellicola è candidata a nove premi. Poche settimane dopo, 4 marzo, ecco l’appuntamento più atteso: la 90° edizione dei premi Oscar, dove le nomination sono sei. Miglior film, attrice protagonista (McDormand), miglior attore non protagonista (Woody Harrelson e Sam Rockwell), miglior sceneggiatura originale a Martin McDonagh, montaggio a Jon Gregory e  colonna sonora a Carter Burwell.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017, di Martin McDonagh) è un film potente, alla cui base vi è  una sceneggiatura solida e tre notevoli interpreti. Frances McDormand (Mississipi Burning - Le radici dell'odio, Fargo, Promised Land) è una donna combattiva. Il suo sguardo. Il suo modo di camminare. Ha subito una grave ingiustizia e perciò si alza in piedi. Non chiede l'aiuto di nessuno. Agisce, pronta a mettersi contro tutto e tutti se necessario.

Meno noto al grande pubblico, Sam Rockwell (Il genio della truffa, Frost/Nixon - Il duello, Iron Man 2) ha finalmente trovato il ruolo della carriera. Il suo sbirro Dixon sembra incarnare il peggio dell'America Trumpiana: ignoranza e razzismo. Questa però è solo la crosta superficiale. Il suo personaggio ha molto da dire, e quando si ritroverà pieno di ustioni e pestato a sangue, in molti forse cominceranno a rivalutarlo a cominciare da Mildred stessa.

Più sofferente e poetica la figura dello sceriffo, ben incarnata dall'ex-Natural Born Killer Woody Harrelson (Larry Flint - Oltre lo scandalo, Hunger Games, The War - Il pianeta delle scimmie). Nel cast anche il bravo Peter Dincklage (Funeral Party, Il trono di spade, Pixels) nei panni di James, amico di Mildred e non avvezzo a manifestarle la propria simpatia sentimentale, e John Hawkes (Dal tramonto all'alba, Lincoln, Everest), l'ex-marito di quest'ultima ora alle prese con la nuova fidanzatina ventenne.

Tre manifesti per far sentire la propria voce. Tre manifesti per rompere il silenzio a cui troppo spesso ci si abitua, dentro e fuori di sé. Tre manifesti per provocare senza offendere. Tre manifesti per far vedere i nostri muscoli. Tre manifesti perché a un certo punto il troppo è troppo, e se qualcuno crede che tutto quello che passa ci vada bene, non ha capito niente. Tre manifesti per cominciare ad alzare i toni e affrontare il mondo.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017, di Martin McDonagh) è l'antitesi dei tempi moderni. I suoi protagonisti non cercano scorciatoie per sfuggire al proprio destino cui si trovano loro magrado. Lo affrontano senza lamentarsi e ne pagano le conseguenze. Non si preoccupano delle cicatrici. Se le tengono senza nasconderle. Non si curano di ciò che pensa il prossimo. I protagonisti di Tre manifesti a Ebbing, Missouri non hanno tempo né voglia di andare d'accordo con tutti e se questo non sta bene loro, fanculo!

Il trailer di Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Tre manifesti a Ebbbing, Missouri - lo sceriffo Willoughby (Woody Harrelson) e l'agente Dixon (Sam Rockwell) durante l'interrogatorio a Mildred (Frances McDormand) 
Cinema Rossini di Venezia, una lettura "a tema" di Ciak e poi si comincia! © Luca Ferrari

giovedì 21 febbraio 2013

Promised Land, dancing in the dark

Promised Land (2012, di Gus Van Sant)
La ricchezza stritola la classe media fino all'ultimo. Uccide il presente e segna inersorabile il suo futuro. Promised Land (2012, di Gus Van Sant).


È quello che ha sempre fatto. Il capitalismo. Il ricco va dal povero per convincerlo a fidarsi di lui. Se non lo farà, sarà l’oblio. Se accetterà la proposta, qualche avanzo di carne della tavola imbandita ci sarà anche per loro. Il regista Gus Van Sant irrompe negli spazi infiniti della provincia americana dove le fattorie sono stritolate dalle banche che sentenziano, prim’ancora che nascano, il destino dei figli di onesti lavoratori.

Promised Land (2012) ci pone davanti una realtà che dovrebbe essere raccontata più spesso. Un mondo che abbiamo tutti nelle nostre case. Una fotografia che non cambia colore e prima o poi chiede il conto alla nostra indifferenza. O se qualcuno sarà più fortunato, come dice l’ormai anziano ex-dipendente della Boeing, Frank Yates (Hal Holbrook), arriverà a essere abbastanza vecchio per poter rischiare di andarsene con dignità.

E come sempre nelle lotte impari c’è chi abbocca e chi come Jeff (Scoot McNairy) reagisce con orgoglio. Ma quando anche questo non basterà più? Resterà da solo. Con le mani sporche di grasso, una famiglia da mantenere e la disperazione per un infausto futuro che non si ha il potere di mandare affanculo.

Steve Butler (Matt Damon) è in rampa di lancio. Nel campo energetico vende come nessuno. Il suo segreto? Conosce il mondo dove conclude gli affari. Non si presenta in giacca e cravatta ma con gli scarponi di quel nonno che un tempo aveva una fattoria. Una di quelle che sono fallite perché non c'erano i soldi. La sua convinzione da amico della porta accanto nasce dalla propria esperienza. Superfiiciale a tratti. Come le trivelle cui spiana la strada, scava senza badare agli effetti collaterali. Al suo fianco, c’è l’ancor più cinica Sue Thomason (Frances McDormand).

L’inizio è sul velluto ma è sufficiente che il navigato e per niente ingenuo Frank racconti qualche fatto che il castello di menzogne inizia a vacillare. Il dubbio s’insinua. Tra la gente così come nel più vulnerabile Steve. Tutta la sua sicurezza vacilla. Conteso tra le storie di campagna della bella Alice (Rosemarie DeWitt) e arrabbiato con un strano ecologista sbucato dal nulla. 

Il suo nome è Dustin Noble (John Krasinski) e la lezione che gli sta per servire, gli darà una certezza. Le partite si possono già perdere anche quando sono ancora in corso e non tutti siamo nati per sederci dietro grandi tavoli senza poter fare alcuna domanda.

Oggi ci sono giorni sempre peggiori e Gus Van Sant lo sa bene. Si congeda dal grande schermo con la vita privata (e cambiata) di un uomo, lasciando di proposito l’onere (e mai come adesso anche l’onore) di domandarci che cosa sia erinbrochovichanamente giusto fare. Se distruggere per sempre la propria casa cedendo al ricatto della “ricchezza” oppure cambiando il mondo dalle fondamenta. Da soli potremo al massimo assistere alla deriva del nostro latte diventare fertilizzante per paludi. Insieme faremo comunuque la nostra felicità più delicatamente selvaggia.
 
Il trailer di Promised Land


Promised Land - Frank (Hal Holbrook)
Promised Land - Steve Butler (Matt Damon) e Dustin Noble (John Krasinski)
Promised Land - Jeff (Scott McNairy)
Promised Land - Steve Butler (Matt Damon)

giovedì 23 agosto 2012

Madagascar 3 - Ricercati a Venezia

Madagascar 3 – Ricercati in Europa (2012)
La nuova avventura di Alex il leone, Gloria l’ippopotamo, Marty la zebra e Melman la giraffa, sbarca al cinema all'aperto di Venezia.

di Luca Ferrari

Storie di valori, amicizia e verità. L’animale non è chi cammina a quattro zampe, ma chi si comporta in modo crudele con chiunque. E se a insegnarlo è la simpatia contagiosa di una zebra, un leone, un ippopotamo, una giraffa e tanti nuovi amici, allora si può solo che prendere appunti. Nell’anima e nel cuore.

Venezia, 22 agosto 2012. Mancano ancora tre quarti d’ora all’inizio dell’anteprima di Madagascar 3 – Ricercati in Europa (2012, di Conrad Vernon, Eric Darnell e Tom McGrath), e l’arena di campo San Polo, sede della rassegna “Estate al Cinema”, è già traboccante di spettatori e voci. Non c’è un filo d’aria. L’umidità non allenta la morsa. Ma è solo un dettaglio.

La gente sta già entrando, e la coda è un’ordinata striscia verticale e orizzontale che arriva fin quasi sotto i portici. Un flusso costante. Il pubblico è quanto di più eterogeneo si possa immaginare. Si vai dai classici piccini accompagnati dai genitori, agli adolescenti, passando per quella fascia di età intermedia cresciuta con Steven Spielberg e “trafitta” dalla rivoluzione animata made in Pixar & DreamWorks, fino agli over 50, che nipotino o non nipotino, questa pellicola non se la vogliono proprio perdere.

Arrivano le 9, ma le luci sono ancora accese e nessun trailer viene proiettato. Ci sono ancora posti (pochi) disponibili. Si continua a entrare, e nell'attesa c'è chi mangia una pizza, e chi qualche biscotto bucaneve. Una giovane invece è immersa nella lettura di Hunger Games (2008, di Suzanne Collins). Dallo staff chiedono di avere pazienza ancora per qualche minuto. La risposta, scherzosamente (e prevedibilmente) è un buuuu divertito, presto spodestato da un incitamento di tutta la platea con un “COMINCIA, COMINCIA, COMINCIA!!!” fino a che i riflettori si spengono, e modello concerto rock, la risposta del pubblico è un sonoro boato di gradimento.

Così, dalle acque lagunari, si passa agli scenari africani dove avevamo lasciato Alex il Leone (Ben Stiller), Gloria l’ippopotamo (Jada Pinkett Smith), Marty la zebra (Chris Rock) e Melman la giraffa (David Schwimmer), nel precedente Madagascar 2 (2008).

Nostalgia di casa per il leone buono. Sogna New York City. Sogna ancora la bella vita nello zoo della Grande Mela dove era la star. Inutile aspettare che i Pinguini tornino a prenderli. Bisogna agire. E allora, maschera e boccaglio in bocca, i quattro amici per la pelle si mettono in marcia per raggiungere i pennuti in smoking, nel Principato di Monaco, e prendere insieme il loro aereo. Un piano perfetto? Assolutamente, sì. Se non fosse che crollando sui tavoli da gioco di un casinò, fanno scoppiare il panico e l’intervento della gendarmeria locale con a capo la Crudelia De Mon del terzo millennio, il Capitano Chantel DuBois (la cui voce è data nell’originale dal Premio Oscar, Frances McDormand).

Non solo un poliziotto implacabile e segugio infallibile, ma una vera collezionista di teste di animali. E tra i suoi trofei manca solo il re della foresta: Melman dunque è avvisato. Scampato provvisoriamente il pericolo, la combriccola scapestrata riesce a nascondersi all’interno di un treno di animali da circo, facendo così la conoscenza della tigre Vitaly (Bryan Cranston), il giaguaro femmina Gia (Jessica Chastain) e il leone marino Stefano (Martin Short), la cui goffaggine e ingenuità di quest’ultimo ricorda non poco il bradipo Sid della saga dell’Era Glaciale, il cui quarto capitolo, “Continenti alla deriva” sta per sbarcare nelle sale cinematografiche.

Per non rischiare di ritrovarsi sbattuti giù in corsa, il Re di Varsavia (una figura umanoide sotto le cui vesti ci nascondono le scimmie) acquista il treno circense, confidando che lo spettacolo londinese vada a gonfie vele e un impresario americano li porti finalmente a New York. Ma le cose non vanno così, e la prima apparizione della nuova dirigenza a Roma si rivela un fiasco clamoroso.

L’idea allora è quella di ridare un nuovo smalto e veste al circo. Al diavolo le vecchie tradizioni, è tempo di fare di più. A dispetto della reticenza iniziale di Vitaly, l’entusiasmo dei newyorkesi è contagioso e lo show in Inghilterra stupisce. Ma quando tutto sembra andare a gonfie vele, la verità dei fuggiaschi americani viene a galla. Gli animali del circo si sentono usati. Non c’è cosa peggiore per chi ha l’animo puro di sentirsi manipolato.

I quattro tornano finalmente nello zoo, ma nulla è più come prima. Ormai hanno visto realmente gli spazi sconfinati dell’Africa. Ormai hanno conosciuto la libertà della vita vera, con rischi e pericoli. Non si può passare la propria esistenza sotto una campana di vetro. Se ne rendono conto quando ormai è troppo tardi, e le sbarre sono già davanti a loro. Ma la vera amicizia sa andare oltre, e trionfare sopra ogni cosa. Dal circo allo zoo di Central Park, il passo è breve, e la riscossa è cominciata, chiudendo anche i conti una volta per tutte con la crudele Chantel. Nel più classico e delicato happy end, il pubblico veneziano tributa la pellicola con un fragoroso applauso finale. E oggi si fa il bis. 

Madagascar 3 – Ricercati in Europa (2012), il giaguaro Gia
Madagascar 3 – Ricercati in Europa (2012), il capitano Chantel DuBois
Madagascar 3 - l'arrivo a Montecarlo di Melman, Alex, Marty e Gloria

martedì 24 luglio 2012

Mississippi Burning (1988), chi di odio ferisce...

Mississipi Burning - gli agenti Ward (Willem Defoe) e Anderson (Gene Hackman)
Ma cos’ha in corpo questa gente? domanda esausto l'Agente speciale Ward (Willem Dafoe) in soccorso di una vittima del Ku Klux Klan in Mississippi burning.


La settima arte come denuncia di un mondo spietato. La settima arte in soccorso di una vergognosa pagina mai troppo raccontata e ammessa. Dalla tragica realtà dell’assassinio di tre attivisti per i diritti civili (due ebrei e un afroamericano) nella contea di Neshoba nel 1964 al film di Alan Parker, Mississippi Burning - Le radici dell'odio (1988) con Gene Hackhman, Frances McDormand e Willem Dafoe. 

Sono passati quasi cinquant’anni da quel feroce fatto di cronaca e cosa è cambiato da allora? Sono aumentate le organizzazioni umanitarie, è indubbio. Si parla di diritti umani, è indubbio. La gente scende molto più in piazza per protestare contro abusi dell’autorità, è indubbio. Ma è altrettanto vero che l’odio razziale non si è piegato. Sfruttando l’ipocrita guerra al terrorismo, ha tratto nuova linfa per sputare contro il diverso, in particolare ai giorni nostri di provenienza mediorientale.

E oggi è lì, tronfio e acclamato dalle folle. Si siede o si è seduta nei posti di governo di varie nazioni, Italia inclusa. Ostenta disprezzo verso chi non appartiene al proprio ristretto e patetico circoletto. Vengono appoggiate logiche discriminatorie in tutte le latitudini, inclusa la tanto decantata patria dei diritti umani (Francia).

Oggi la gente di colore non è frustata nei campi di cotone ma la schiavitù e l’odio razziale sono piaghe abilmente mascherate da mercenari del pensiero. In Mississippi Burning, in mezzo a rigidi protocolli da seguire, c’è chi vuole fare (e farà) il proprio lavoro senza badare alla forma: lui è l’agente Rupert Anderson (Gene Hackman). Vuole scovare gli assassini. Vuole spedirli in galera. Punto e basta. A costo anche di estorcere confessioni con la forza e l’inganno.

Nel suo furore di Essere Umano non si può non vedere una speranza arrabbiata di provare a cambiare le cose. Anderson è visto come una scheggia impazzita dal suo capo, il più giovane Alan Ward (Willem Dafoe). Ma dopo il brutale pestaggio patito dalla signora Pell (Frances Louise McDormand) per mano del marito vice-sceriffo Clinton (Brad Dourif), colpevole di aver indicato ai due agenti dell’FBI il luogo dove erano nascosti i cadaveri dei tre ragazzi, cederà a tutte le sue richieste.
 
Una squadra speciale viene allora inviata nella contea, e mentre Clinton è a farsi la barba, la lametta del barbiere passa in mano ad Anderson che un po’ impacciatamente si mette a finire il lavoro. Il suo, però!

Gli equilibri saltano. L'urlo di vendicativa giustizia è quasi un toccasana per lo spettatore sfiancato dal troppo sangue innocente versato. Una violenza, quella scateneta dal clan razzista, capace di accecare anche i "buoni". Il vice-sceriffo viene allora scaraventato su e giù per il locale mentre Anderson lo tiene per il bavero gridandogli con tutto il disprezzo possibile: Sorridevi quando il bulldozer passò sopra il corpo del ragazzo nero?!?! Dillo! Sorridevi quando coprivano i corpi di terra? Sorridevi, Pell?! Sorridevi?!?!

Mississippi burning - la scena del barbiere (in lingua originale)


Mississipi Burning - bianchi da una parte, neri dall'altra
Mississipi Burning - Anderson (Gene Hackman) si scaglia contro il vice-sceriffo Clinton (Brad Dourif)