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giovedì 24 luglio 2014

I soliti umani, le nuove scimmie

L'alba del pianeta delle scimmie - Cesare (Andy Serkis)
Possono coesistere due specie dominanti nello stesso piccolo mondo? Rupert Wyatt dirige L’alba del pianeta delle scimmie (2011).

di Luca Ferrari

Non sono una minaccia, le hanno rese tali. L'interesse ha sodomizzato ogni forma di rispetto e ora la natura presenta il proprio conto. Non sotto forma di catastrofi naturali, ma con pelle, peli e sentimenti di quei primati così simili a noi razza umana, le scimmie. Ha inizio una nuova epoca di sopravvivenza. L’alba del pianeta delle scimmie (2011 di Rupert Wyatt).

Ci sono persone destinate a cambiare il corso della storia. Forse un insieme di coincidenze. Forse qualcosa che non si può ignorare dentro di sé. Forse la spinta entusiasta di salvare il mondo porta a crearne un altro, anche a proprio discapito. È quanto accade al geniale scienziato Will Rodman (James Franco), al servizio di una potente ditta farmaceutica che cercando una cura per l’Alzheimer, malattia di cui è affetto il padre Charles (John Lithgow), dà involontariamente il via a una nuova generazione di scimmie intelligenti, potenzialmente capaci di sottomettere la razza umana.

L’alba del pianeta delle Scimmie (2011, di Rupert Wyatt) è molto più di un ipotetico prequel del celebre Il pianeta delle scimmie (1968, di Franklin J. Schaffner con Charlton Heston) poi rifatto senza troppa fortuna commerciale da Tim Burton nel 2001 (Planet of the Apes). Questa nuova pellicola parla di un legame tra lo stesso Charles e un piccolo scimpanzé che decide di allevare in casa propria invece di sopprimerlo come gli altri e più grandi colleghi a causa di un’esposizione al farmaco su cui stava lavorando.

C’è di più. Cesare (Andy Serkis), così viene chiamato il mammifero, diventa uno di famiglia. Cresce tra attenzioni e coccole, ricevute in abbondanza anche dall’ultima arrivata in casa Rodman, la bella fidanzata di Will, il veterinario Caroline Aranha (Freida Pinto). Il farmaco però, passato a Cesare dalla madre che lo ha partorito di nascosto nel laboratorio dove faceva la cavia, lo rende straordinariamente intelligente.

Impara a comunicare con il linguaggio dei segni. Somministrato anche al padre, in un primo momento gli effetti sono di guarigione totale, poi però il fisico umano e i suoi anticorpi hanno il sopravvento. Nella scimmia no. Mentre Will è al lavoro, Cesare difende il vecchio Charles dal vicino scontroso, colpendo ripetutamente e per questo viene rinchiuso in gabbia. In una sorta di zoo privato, sotto le grinfie del giovane e malvagio guardiano Dodge (Tom Felton).

Will gli promette che tornerà a prenderlo ma non succederà. L’animale rimane solo. Nei suoi occhi c’è tutta la sofferenza dell’abbandono. Nei suoi occhi ci sono lacrime che sembrano gridare “Mi avevi detto che saresti tornato. Mi avevi detto che sarei tornato a casa con te. Mi avevi giurato che non mi avresti mai abbandonato. Non è accaduto nulla di tutto ciò. Non stupirti se presto la mia vita sarà altrove”.

Cesare è uno scimpanzé ma quando si trova per la prima volta dinnanzi ai suoi simili, le dinamiche sono le stesse di una prigione umana. Di un ufficio umano. Di una società umana. C’è il capo prepotente che deve marchiare il territorio umiliandoti e colpendoti. C’è l’amico buono. C’è la folla dei vigliacchi che seguono il più forte. C’è il sacrificio dell’amico per salvarti.

Cesare lotta. Non uccide. Vuole solo il suo spazio. Vuole il proprio posto nel mondo. Perché ci sono momenti dove la conquista della propria libertà vuol dire “a qualunque costo, e con ogni mezzo”. Senza eccezioni. È l’inizio di una nuova era. Cesare guida la rivolta. Sarà salvato e salverà a sua volta l’amico/padre di un tempo.

Forse a questo mondo non c’è spazio per due civiltà dominanti (religioni o superpotenze economiche che siano), ma se guidate da uomini intelligenti che sanno guardare anche al proprio cuore, c’è posto per tutti su questo Pianeta.

Il trailer di L'alba del pianeta delle scimmie

L'alba del pianeta delle scimmie - Cesare (Andy Serkis)
L'alba del pianeta delle scimmie - Caroline (Freida Pinto) e Will (James Franco)
L'alba del pianeta delle scimmie - Cesare (Andy Serkis) guida la rivolta

giovedì 17 luglio 2014

Il diavolo veste Prada, NO carboidrati

Il diavolo veste Prada - Emily Charton (Emily Blunt)
In un mondo dove Il diavolo veste Prada non c'è spazio per l'happy end nè per i carboidrati. Lo imparerà a sue spese anche Emily Charton (Emily Blunt).

Ama il suo lavoro. E in caso di dubbi, se lo ripete all'infinito anche quando è a pezzi. Pronta a soddisfare ogni capriccio di Miranda Priestly (una delle più incredibili interpretazioni di Meryl Streep), direttrice del magazine guru del settore moda, Runaway. Lei è Emily Charton (Emily Blunt). Chioma rossa. Occhioni azzurri. Puzza sotto il naso verso chiunque non indossi capi firmati, inclusa la neo-assunta giornalista Andy Sachs (Anne Hathaway), poco dedita a sposare la sua nuova realtà lavorativa

Emily basa tutta la sua vita in funzione di Parigi dove si terrà l’appuntamento più glamour della moda. Arrivare lì significa svoltare nella propria carriera. Ma anche il fisico vuole la sua parte, e pure su questo aspetto Emily ha le idee chiare per raggiungere il proprio obbiettivo: "Sto facendo una nuova dieta. È molto efficace. Praticamente non mangio niente. Quando sento che sto per svenire butto giù un cubetto di formaggio. Ora mi serve solo una colite e arrivo al peso ideale!".

Non ci sono principesse in questa storia, Il diavolo veste Prada (2006, di David Frankerl). Non c'è alcun happy end. Per lo meno per Emily. Come se questo training massacrante non fosse già abbastanza, beffa delle beffe, complice un fastidioso raffreddore, la collega ormai diventata brava (quasi) quanto lei e un incidente lungo la strada per l'ufficio ed ecco che il sogno parigino svanisce in un letto d’ospedale con gamba ingessata e la rampante Andy che le soffia il viaggio.

Ancora piena di lividi, Emily è soprattutto gonfia di rabbia e sentenzia senza appello contro la collega: "Tu ti sei venduta l’anima il giorno che ti sei messa il primo paio di Jimmy Choo. Ti ho vista! E lo sai cosa mi uccide di tutta questa storia? Tutti i vestiti che ti daranno, cioè… tu non te li meriti. Tu mangi i carboidrati, Cristo santo!".

Il diavolo veste Prada, la dieta di Emily

Il Diavolo veste Prada - Emily (Emily Blunt)

giovedì 10 luglio 2014

Birdman, la prima virtù della 71. Mostra del Cinema

Birdman - l'attore Michael Keaton sul set del film
Birdman - Le imprevedibili virtù dell’ignoranza (2014, di Alejandro G. Iñárritu) è il fim di apertura della 71. Mostra del Cinema di Venezia.

Luca Ferrari
, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer  


Opening act col botto per la 71. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (27 agosto – 6 settembre 2014). L'ex-Batman "burtoniano" Michael Keaton
, Zach Galifianakis, Edward Norton, Andrea Riseborough, Amy Ryan, Emma Stone e Naomi Watts, tutti davanti alla telecamera di AlejandroG. Iñárritu in Birdman - Le imprevedibili virtù dell’ignoranza (2014), film distribuito da Fox Searchlight Pictures / New Regency. 

La pellicola sarà proiettata in anteprima mondiale, sez. Concorso, la sera di mercoledì 27 agosto nella Sala Grande del Palazzo del Cinema al Lido, a cui seguirà la cerimonia di apertura condotta dalla madrina della rassegna lagunare, l'attrice napoletana Luisa Ranieri.

Black comedy, Birdman racconta la storia di  Riggan Thomson (
Keaton), attore in declino e  famoso per aver interpretato un mitico supereroe, e oggi alle prese con le difficoltà e gli imprevisti della messa in scena di uno spettacolo a Broadway che dovrebbe rilanciarne il successo. Nei giorni che precedono la sera della prima però, deve fare i conti però con il suo irriducibile ego e gli sforzi per salvare la propria famiglia, la carriera e soprattutto se stesso.

Per il presidente di giuria, il compositore francese Alexandre Desplat, ecco dunque il primo film tra dovrà visionare. E da un regista come Alejandro G. Iñárritu, Premio alla miglior regia al Festival di Cannes 2006 per Babel, di certo c'è da aspettarsi qualcosa di notevole. Dopo i flash di Venezia, Birdman uscirà prima nel Nord America il 17 ottobre quindi nel resto del mondo lo sbarco sul grande schermo è previsto per l'inizio del 2015.

Il trailer in lingua originale di Birdman

Birdman - (da sx) gli attori Michael Keaton e Edward Norton

martedì 8 luglio 2014

Per qualche anno e dollaro in più

Per qualche dollaro in più - il duello finale
“Quando la musica è finita, raccogli la pistola e cerca di sparare. Cerca”. L'apoteosi western di Sergio Leone, Per qualche dollaro in più (1965).

Il regista perfetto. Il compositore di colonne sonore perfetto (Ennio Morricone). Gli attori perfetti. Indiscusse icone del genere. La trilogia western del regista romano Sergio Leone sono pagine indelebili di grande cinema. Un punto di riferimento per chiunque voglia dirigere un attore con cappello da cowboy, pistola e sigaro. Dopo il ritorno sul grande schermo del primo Per un pugno di dollari (1964), sta per ritornare Per qualche dollaro in più (1965).

Il mondo Leoniano non stordisce lo spettatore con mezze figure. Il buono difende i deboli. Il cattivo uccide senza pietà. Era il selvaggio West dove la velocità a sparare era la sola abilità che faceva la differenza tra un uomo vivo e uno sepolto. Così capita che due cacciatori di taglie, il colonnello Douglas Mortimer (Lee Van Cleef) e il Monco (Clint Eastwood) decidano di unire le forze per fare fuori la banda dell'Indio (Gian Maria Volontè), anche se per ragioni differenti.

“Agguanto l’Indio, mi compro un buon ranch e mi sistemo” dice rilassato il Monco. Al contrario c’è chi agisce per vendetta cercando una pace nella propria interiorità forse perduta per sempre. La lezione del Colonnello però non è quella del voler seppellire chi uccise a sangue freddo il proprio cognato e l’amata sorella, suicidatasi mentre veniva stuprata.

Tra le mani tiene sempre un carillon di cui un gemello era proprio di lei, e che ora l’Indio usa prima di sparare a morte. Nel parlare con il più giovane pistolero, si lascia andare a una piccola confessione, sottolineando analoghi comportamenti incoscienti “fino a quando mi accadde un fatto che mi rese la vita estremamente preziosa”. Quale?, domanda subito il Monco. La risposta è uno sguardo fulmineo del più anziano, e allora, cercando di rimediare alla gaffe, si giustifica dicendo che forse è stata indiscreto. 

“No” dice il saggio e malinconico Colonnello, “le domande non sono mai indiscrete, le risposte lo sono a volte”. La telecamera a quel punto indugia qualche secondo sulla mano destra che chiude il carillon e in quei pochi attimi si sente tutta la profonda tristezza e rabbia che attanagliano il cuore di un uomo sofferente, che giorno dopo giorno si porta il peso di chi non c’è più. Barbaramente falciata via.

Chiedere qualcosa è spesso un atto di coraggio. Domandare è il primo passo per ottenere. La parola come baluardo di schietta sincerità. Un valore universale che a dispetto delle epoche viene raramente avvallato. Non si chiede. Si abbassa la testa, assecondando il volere di qualcosa o qualcun’altro.

Nel selvaggio West non c’è tempo per i sentimentalismi. Una confidenza non è una spiegazione. È una ragione che brucia e consuma. Eppure, quando la vendetta è compiuta, l’uomo sembra perfino capace di trovare una nuova strada per ricominciare. Incamminandosi più sereno verso l’orizzonte senza farsi segnare dal peso del passato più doloroso.

Quel carillon risuona ancor per tutti noi. Nelle sfide di tutti i giorni. Un gingillo materiale che nel terzo capitolo della saga di Jack Sparrow, Pirati dei Caraibi - Ai confini del mondo (2007, di Gore Verbinski), Tia Dalma e Davy Jones posseggono uno ciascuno. Un tributo dichiarato del regista a Sergio Leone e al film Per qualche dollaro in più, oggi di nuovo al cinema.

Un genere quello western che esercita ancora un fascino insuperabile nella storia contemporanea. Passione indiscussa di Kevin Costner, nel 2007 James Mangold diresse Russel Crowe e Christian Bale nel remake di Quel treno per Yuma (1957). Tre anni dopo toccò a un’altra pietra miliare del genere, Il Grinta (1969), essere aggiornata attraverso la regia dei premi Oscar Ethan e Joel Cohen, con Jeff Bridges a raccogliere l’eredità di John Wayne nelle vesti del burbero e guercio Reuben J. “Rooster” Cogburn.

Non poteva mancare lui, da sempre amante del genere. Mr Quentin Tarantino con il proprio omaggio al Django (1966) di Sergio Corbucci con Franco Nero, quest'ultimo presente con un cameo nel proprio Django Unchained (2012) con protagonisti Jamie Foxx, Christoph Waltz e Leonardo DiCaprio.

Ma se oggi il cinema è qualcosa d’immediato e ci sono proiezioni tutti i giorni della settimana, non era proprio così ai tempi dell'uscita delle pellicole di Sergio Leone. Chissà cosa doveva significare per un allora ventenne immergersi nell’atmosfera di Per qualche dollaro in più davanti al grande schermo.

Magari sarebbe finita lì, con un aperitivo e una sigaretta durante la proiezione. Qualcuno però, sono sicuro, non avrebbe mai dimenticato quella pellicola. Avrebbe aspettato di rivederla in televisione. Se la sarebbe videoregistrata alla prima occasione. E molti anni dopo, magari insieme alla sua famiglia e a certi suoi (magnifici) amici, se lo sarebbe riguardato ogni mattina durante una serie di rustiche colazioni pasquali.

Troppa fantasia, eh? Siamo alla resa dei conti. "Quando la musica è finita, raccogli la pistola e cerca di sparare. Cerca” dice l'Indio beffardo al Colonnello, disarmato, aprendo l’orologio a carillon che tempo prima aveva strappato alla sorella di lui. La scena più memorabile di Per qualche dollaro in più (1965, di Sergio Leone), scandita dalla delicata e dolorosa nenia registrata. E quando il malvagio è lì che sta per estrarre e colpire, il suono improvvisamente riprende vigore e ... 
 
Il duello finale di Per qualche dollaro in più

Per qualche dollaro in più (1965, di Sergio Leone)
Per qualche dollaro in più - il Monco (Clint Eastwood)
Per qualche dollaro in più - l'Indio (Gian Maria Volontè)
Per qualche dollaro in più - la mano del Monco tra il colonnello (sx) e l'Indio (dx)
Per qualche dollaro in più - il colonnello Mortimer (Lee Van Cleef) e il Monco (Clint Eastwood)

giovedì 19 giugno 2014

A Hard Beatles Night

A Hard Day's Night - Paul McCartney e John Lennon
A 50 anni dal debutto sul grande schermo, è tornato al cinema in lingua originale A Hard Day's Night (1964, di Richard Lester) con protagonisti i Beatles.

di Luca Ferrari

John combinaguai. George acuto. Ringo straluanto. Paul serio. Per il cinquantesimo anniversario del film A Hard Day's Night (1964, di Richard Lester), titolo tradotto con un aberrante "Tutti per uno", la pellicola è tornata sul grande schermo in lingua originale con sottotitoli in italiano. Protagonisti i Fab Four all'inizio del loro mito, quando i fan li inseguivano e nei concerti piangevano disperati per l'emozione. Erano i grandiosi anni Sessanta e i Beatles stavano costruendo la propria leggenda.

Un salto nel passato in bianco e nero. In viaggio sui treni dove la gente poteva fumare negli scompartimenti, i sedili non erano così comodi (...) e il rumore sembrava una sinfonia. Nel 2014 del sempre più onnipresente 3D è arrivato per pochissimi giorni qualcosa di nuovo, dal passato. Nessun remake per fortuna ma un grandioso materiale d'archivio. Per il cinquantesimo anniversario dello sbarco sul cinema del loro primo film, sono tornati John Lennon, George Harrison, Ringo Starr e Paul McCartney.

Sono giovani, e si vede. Non solo dalla pelle sbarbata, ma dagli atteggiamenti. Giocano, scherzano. Prendono in giro i "grandi". Hanno poco più di vent'anni. I più vecchi sono John e Ringo (24), il più giovane George (21). Appena due album all'attivo (Please Please Me e With the Beatles, entrambi del 1963) con il terzo in arrivo, omonimo A Hard Day's Night, uscito proprio per anticipare il nuovo prodotto musicale.

Sono giovani i Beatles eppure danno l'idea di rendersi contro fin troppo bene di cosa rappresentino e cosa diventeranno. La loro ascesa sarà inenarrabile ma al pubblico del terzo millennio questo interessa poco. La storia la conoscono. Chi è entrato in sala come il sottoscritto aveva un solo desiderio, cantare quelle epiche canzoni. Lontane se vuoi anni luce dalla mia generazione cinematografico-musicale (Pearl Jam Twenty, 2011, di Cameron  Crowe), ma comunque parte della colonna sonora della vita di ciascuno.

A tratti diario di bordo di un mini tour della band di Liverpool, a tratti storia surreale con in mezzo ai quattro musicisti il presunto nonno (Wilfrid Brambell) di Paul, specializzato in matrimoni immediati e cacciarsi nei guai. Un personaggio questo che potrebbe avere ispirato il nonno pasticcione interpretato dal comico italiano Fabio De Luigi nel regno “gialappiano” di Mai dire.

Isterismi dei fan a parte, i quattro Beatles non sono poi tanto diversi dai loro coetanei dell'epoca. Poco gradiscono l'autorità del manager (genitore) e appena possono, lasciano da parte gli impegni noiosi (risposta alle lettere dei fan) e se ne vanno a ballare spensierati. Poi, nel mezzo, ci mettono anche performance live di A Hard Day's Night, Can't Buy Me Love, She Loves You e altre ancora.

A Hard Day's Night (1964, di Richard Lester) è stata un'irripetibile occasione per vedere (e cantare) nella comodità del grande schermo non solo uno dei gruppi più importanti della Storia, ma poter ammirare un esempio di cinema a metà strada tra documentario, surrealismo e rock and roll.

Il trailer di A Hard Day's Night

A Hard Day's Night - (dall'alto)  Paul, John, George e Ringo
A Hard Day's Night - il nonno Paul e Ringo Star
A Hard Day's Night - (da sx) Paul, George, Ringo e John
A Hard Day's Night (1964, di Richard Lester)

mercoledì 11 giugno 2014

Maleficent, quale meraviglia

Maleficent - la giovane Aurora (Elle Fanning)
Raggirata e privata delle sue ali, la fata Malefica giura vendetta. A trionfare però sarà la meraviglia dell'amore. Maleficent (2014, di Robert Stromberg).

di Luca Ferrari

Un'angelica creatura si aggira nel regno fatato della Brughiera. Ha due grandi ali, due occhi dolcissimi e due corna che non farebbero male a una mosca. È la piccola Malefica (Ella Purnell). Amata da tutti gli esseri viventi. Dall’attiguo regno degli umani un giorno arriva un ragazzo che ha rubato una pietra. Il suo nome è Stefano (Jackson Bews). Ne nascerà una grande amicizia, e poi un amore non corrisposto. Nulla cambierà fino al più laido degli inganni.

Rivisitazione del classico disneyano La bella addormentata nel bosco (1959), Robert Stromberg dirige Maleficent (2014), film prodotto e distribuito proprio dalla Walt Disney Pictures. Come nella vita anche nelle favole c’è chi si fida e vuole amare, salvo poi essere ripagato nel peggiore dei modi. Succede a Malefica (Angelina Jolie), i cui sinceri sentimenti vengono divorati dalla bramosia di potere di Stefano.

Chi da bambino non ha letto la favola della Bella addormentata temendo la cattiva Malefica e schierandosi a spada tratta a favore di Stefano? Il regista invece ci rivela un volto inedito della fiaba dove il regnante non è che uno squallido arrivista, capace perfino di segare le ali alla sua amica del cuore pur di conquistare la corona e sposarne la figlia.

Diventato adulto, Stefano (Sharlto Copley) incarna quel mondo che andrebbe superato. È viscido e doppiogiochista. Pronto a inchinarsi di fronte a un’entità superiore, senza remore nel tradire la fiducia di chi gli è stato più vicino per i suoi biechi e materialistici interessi. Da una parte c’è un mondo che vuole distruggere e conquistare, dall’altra un regno votato all'unione.

Dalle nozze reali nasce una bambina, Aurora, cui la neo-strega infliggerà la celebre maledizione del sonno eterno entro il 16° compleanno per colpa di un fatale arcolaio. O almeno così sembra. Malefica non la perde mai d’occhio. Se deve morire, dovrà essere per mano del suo incantesimo. Giorno dopo giorno Malefica si scopre sempre più materna e protettiva nei confronti di Angelica (Vivienne Jolie-Pitt), fin da quando è un'innocente bambina e viene affidata alle tre fate pasticcione Giuggiola (Imelda Staunton), Fiorina (Lesley Manville) e Verdelia (Juno Temple) perché la maledizione non si trasformi in realtà.

Nel corso dei primi anni di vita la osserva a debita distanza insieme al fidato servitore Fosco (Sam Riley), corvo-uomo, le sue “nuove ali” per conoscere e vedere. Malefica sbeffeggia la piccola. La fa quasi cadere in un precipizio salvo poi far sì che qualche ramo si animi, la prenda e la rimetta in sicurezza. Malefica disprezza Aurora. Ti odio bestiolina, le dice quasi ghignando. E già s’intravede qualcosa che ancora le batte dentro. Quel qualcosa che la porterà a entrare nella tana del lupo pur di tornare a casa con lei.

Angelina Jolie è meravigliosamente demoniaca nei panni della strega fatata. Io non ho paura, tu dovresti avere paura, sibila dalla sua immagine pallido-oscura al primo contatto comunicativo con Aurora (Elle Fanning), ora adolescente. Le si è avvicinata con l'inganno ma la sua Malefica è una essere capace di ammettere i propri errori senza cercare alibi (tipicamente umani), portandosi dentro il peso di tutto ciò.

“Non chiederò il tuo perdono perché ciò che ti ho fatto è imperdonabile ma ero smarrita nell'odio e nella vendetta” le dice, “dolce Aurora, hai sottratto ciò che restava del mio cuore e ora ti ho perduta per sempre. Te lo giuro, impedirò che ti venga fatto del male finché io avrò vita e non un giorno passerà senza che mi manchi il tuo sorriso”. Allo stesso tempo è una madre protettiva con il suo mondo. All’ennesimo attacco del regno confinante, così risponde al regnante umano: “Tu non sei un re per me!” ed ecco implacabile scatenare la sua magia.

Dopo Somewhere (2010 di Sofia Coppola), Super 8 (2011, di J. J. Abrams), La mia vita è uno zoo (2011, di Cameron Crowe) e Twixt (2012, di Francis Ford Coppola), la giovanissima Elle Fanning (classe '98) è dolcemente contagiosa nel suo camminare innocente. Un altro livello rispetto alle improbabili Biancaneve bambino-guerriere di Kristen Stewart e Lily Collins. La sua Aurora dialoga con le creature fatate. Si tirano il fango addosso. Subisce l’ira di colei che chiama la sua Fata madrina (Malefica), ma allo stesso tempo è capace di perdonarla andando oltre il mero torto subito.

Malefica non è cattiva, è arrabbiata. Una creatura colpita nel sonno dall’atto più ignobile. La vendetta è sacrosanta. Ma gli esseri nati col dono dell’amore potranno piangere, sbandare, avere una reazione oscura ma non potranno mai votare la propria esistenza all’odio e alla guerra. E così non sarà. Parola di Maleficent. Parola di quella stessa ragazza che noi tutti conosciamo come La bella addormentata nel bosco.

Il trailer di Maleficent

Maleficent - Malefica (Angelina Jolie)
Maleficent - Fosco (Sam Riley) e Malefica (Angelina Jolie)
Maleficent - Malefica (Angelina Jolie)
e la piccola Aurora (Vivienne Jolie-Pitt) © Disney Enterprise - Frank Connor
Maleficent - re Stefano (Sharlto Copley)
Maleficent - la giovane Aurora (Elle Fanning) si punge fatale sull'arcolaio
Maleficent - Malefica (Angelina Jolie)

giovedì 5 giugno 2014

X-Men, giorni di un nuovo futuro

X-Men, giorni di un futuro passato - Charles (J. McAvoy)... e Charles (P. Stewart)
Affrontare il dolore per cambiare. Alcuni X-Men hanno deciso di provarci nel mezzo di tumultuosi Giorni di un futuro passato (2014, di Bryan Singer).

di Luca Ferrari

Tempi duri per i mutanti, per non dire impossibili, sempre più prossimi all'estinzione per mano di letali robot sentinelle creati anni or sono dallo scienziato Bolivar Trask (Peter Dinklage) con l'involontaria complicità di Mystica (Jennifer Lawrence). Gli ormai vecchi e oggi alleati Charles-Professor X (Patrick Stewart) ed Eric-Magneto (Ian McKellen) tentano l'ultima disperata carta. Rimandare indietro nel tempo Logan-Wolverine (Hugh Jackman) per scrivere un nuovo futuro.

La poca paziente creatura "artigliuta" dunque dovrà convincere i giovani e all'epoca nemici Charles (James McAvoy) ed Eric (Michael Fassbender), i futuri Professor X e Magneto, intanto a credere alla sua storia, quindi riunire le forze e impedire a Mystica di uccidere Trask che nel frattempo faceva già esperimenti con i loro simili. Dopo l'uccisione di questi infatti, la giovane mutante dalle squame blu sarebbe stata catturata e dal suo sangue sarebbero nate le micidiali sentinelle.

Introspettivo e poco action. 3D superfluo. Magneto potrà anche volare portandosi dietro lo stadio per circondare la Casa Bianca, ma è solo un gonfiare i muscoli. La vera impresa è quella di cambiare il proprio io e un futuro tragico già scritto. Dopo i due capitoli iniziali (X-Men e X-Men 2), a distanza di più di dieci anni, Bryan Singer si risistema dietro la telecamera per raccontare l'avventura più interiore dei suoi amati supereroi, X-Men – Giorni di un futuro passato (2014).

La grande sfida è quella che deve affrontare un non più handicappato Charles Xavier, passato a farsi fare iniezioni pur di riavere indietro l'utilizzo delle gambe, rinunciando però al suo potere, quello del leggere la mente (& affini). L'accademia dei mutanti è chiusa e lui non si fa più chiamare professore. Al suo fianco è rimasto solo il buon Hank/Bestia (Nicholas Hoult).

Wolverine prova a scuoterlo, ma è difficile credergli. C'è tempo anche per l'iniziale ironia, quando Chalkes mezzo fatto si rivolge a Logan dicendogli: "Si, mi ricordo di te. Anche noi eravamo venuti a chiederti aiuto ma tu ci hai detto di andare a farci fottere (X-Men  - L'inizio, 2011). Comincia allora una corsa contro il tempo e allo stesso tempo una battaglia interiore. Mystica è in grado di prendere le sembianze di chiunque. Solo Charles con i suoi poteri telepatici è in grado di scovarla e fermarla.

C'è di più. Sepolto sotto la Casa Bianca, Eric-Magneto viene liberato senza particolare entusiasmo di Xavier. I due ex-amici si erano divisi e la piccola Raven aveva fatto la sua scelta, diventando poi Mystica e volendo annientare gli umani difesi al contrario dagli altri X-Men. Xavier si ritrova così a dover affrontare una doppia battaglia interiore dentro di sé. Uno scontro che solo il suo io del futuro potrà spiegargli come superare.

Charles, come molti noi, arrivano a un punto dove non vogliono più saperne di soffrire. Una condizione spesso necessaria per poter riemergere dall'oblio. Lottando. Lasciandosi condurre da amici fidati. Alimentando il sacro fuoco della speranza e della vita. Allora sì, il futuro potrà essere differente. Forse ancora combattuto, ma di certo non una resa incondizionata. Il patibolo è stato abdicato. Oggi e per ogni giorno del futuro prossimo gli X-Men sono pronti a lottare.

 
X-Men – Giorni di un futuro passato, il trailer

X-Men, giorni di un futuro passato - Hank/Bestia (Nicholas Hoult),
Charles/Professor X (James McAvoy) e Logan/Wolverine (Hugh Jackman)
X-Men, giorni di un futuro passato - Magneto (Michael Fassbender)
X-Men, giorni di un futuro passato (2014, di Bryan Singer)

martedì 3 giugno 2014

Ana Arabia, Amos Gitai a Venezia

Ana Arabia (2013, di Amos Gitai) - Yael (Yuval Scharf)
Dopo l'anteprima alla Mostra del Cinema, giovedì 5 giugno il regista Amos Gitai presenta alla Multisala Giorgione di Venezia il suo ultimo film Ana Arabia.

di Luca Ferrari


Convivenza e pregiudizi. Stupore e saggezza. Umanità e ancora umanità. L'attenta e sensibile telecamera del regista israeliano Amos Gitai si apre a un piccolo angolo di mondo dove l'essere umano è ancora capace di credere a un mondo fatto di sentimenti e non ideologie. Ana Arabia (2013). 

Ospite dell’Università di Ca’ Foscari per un incontro con gli studenti, Amos Gitai (Berlin – Jerusalem, Kippur, Free Zone) sarà presente alla prima veneziana del suo nuovo film Ana Arabia (2013), già in concorso alla 70° Mostra del Cinema e ora sugli schermi delle sale d’essai per iniziativa della casa di distribuzione Boudu.

Tre le proiezioni previste nella sala A del Giorgione di Venezia, alle h. 17, 19 e 21. Presentato dal critico Michele Gottardi e dal direttore del Circuito Cinema Roberto Ellero, l’incontro con il regista si terrà alle 20.30, tra la seconda e la terza proiezione.

Realizzato con un unico piano sequenza in tempo reale, Ana Arabia fotografa momenti di vita di una piccola comunità di marginali, ebrei e arabi, che vivono insieme in una enclave dimenticata al "confine" tra Jaffa e Bat Yam in Israele.

Un giorno, Yael (Yuval Scharf), una giovane giornalista decide di visitare il luogo. In quelle baracche fatiscenti tra i frutteti carichi di limoni, circondate da gigantesche abitazioni popolari, scopre una serie di personaggi distanti dai cliché con i quali viene descritta la regione.

Yael ha la sensazione di aver scoperto una miniera di umanità. Non pensa più al suo lavoro. Le facce e le parole di Youssef e Miriam, Sarah e Walid, e dei loro vicini e amici la introducono alla vita, ai sogni e alle speranze, agli amori, ai desideri e alle illusioni che contraddistinguono la vita di ciascuno e di tutti. La loro relazione con il tempo è diversa da quella della città che li circonda.


Ana Arabia, il trailer

Ana Arabia (2013, di Amos Gitai)
70° Mostra del Cinema – l'attrice Yuval Scharf e il regista Amos Gitai © Biennale foto Asac
70° Mostra del Cinema – (da sx) l'attrice Yuval Scharf, il regista Amos Gitai
e il presidente del Festival, Alberto Barbera © Biennale foto Asac

giovedì 29 maggio 2014

Roma d'Oriente, Across Asia Film Festival

Mondomanila (2012, di Khavn De La Cruz)
Roma non è solo cinema da mega produzioni. Al Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo sbarca la I edizione dell'Across Asia Film Festival.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Cultura, scoperta e conoscenza. Dalle lontane realtà insulari delle Isole Filippine irrompono storie. Fraseggi. Sconfinati sentieri di narrazione. Circondate dall'Oceano Pacifico e con l'orizzonte a portata d'Indonesia, Taiwan e Vietnam, il grande schermo assorbe e poi riversa a migliaia di chilometri di distanza. Qui, a Roma. Alla I edizione dell'Across Asia Film Festival (31 maggio – 1 giugno).

Asia sempre più protagonista nella cinematografia mondiale. Basterebbe citare il Far East Film Festival di Udine o la Mostra del Cinema di Venezia. Nelle ultime dieci edizioni della rassegna lagunare, per quattro volte il Leone d'Oro del miglior film si è  spinto a Oriente (I segreti di Brokeback Mountain, Still Life, Lussuria e Pietà). Nel 2012 inoltre il regista cinese Wang Bing si è aggiudicato il Premio Orizzonti con San Zimei e nello stesso anno la collega sudcoreana Yoo Min-young si è portata casa il Premio Orizzonti YouTube per il miglior cortometraggio (Cho-de).

Per gli appassionati di questa millenaria cultura, da sabato 31 maggio a domenica 1 giugno al MAXXI di Roma è di scena la prima edizione dell'Across Asia Film Festival - Perfumed Nightmares, rassegna sul nuovo cinema indipendente asiatico che ogni anno approfondisce una singola cinematografia, mostrando il grande apporto del continente in termini di sperimentazione, ricerca estetica e innovazione linguistica.

Sotto i riflettori romani, il cinema e la cultura indipendente filippina, in particolare la Philippines New Wave, movimento di filmmakers e artisti nato nell’area di Metromanila nei primi anni 2000 e riconosciuto nel panorama internazionale per la grande vitalità e innovazione del suo cinema (Festival del Cinema di Rotterdam,  Festival di Cannes, TIFF, Berlinale, etc.).

Con la direzione artistica curata da Stefano Galanti e Maria Paola Zedda, Across Asia Film Festival è stato organizzato dall’Associazione Culturale ZEI e realizzato con la collaborazione sinergica della Fondazione Roma Solidale, il Film Development Council of the Philippines, la Fondazione Sardegna Film Commission, il MAXXI e la stessa l'Ambasciata della Repubblica delle Filippine.

Film, masterclass sulla produzione indipendente, musica contemporanea, danze tradizionali, rap e street dance sono i protagonisti di un fitto programma che vede  il coinvolgimento diretto e attivo della comunità filippina di Roma. Tra gli ospiti, il regista Khavn De La Cruz, l’enfant terrible del cinema filippino, e il musicista inglese Mike Cooper. Ingresso libero.

Il grande schermo asiatico tornerà in Italia in autunno a Cagliari, con una programmazione di cinque giorni incentrata questa volta sulla new wave di Cina, Hong Kong e Taiwan. Lungometraggi, cortometraggi, laboratori e talk con registi si susseguiranno insieme a numerosi eventi collaterali che vedranno protagoniste le comunità di immigrati creando così un ricco momento di scambio culturale e sociale, consolidando l'amicizia tra i paesi.

Edsa XXX (2012, di Khavn De La Cruz)
Mondomanila (2012, di Khavn De La Cruz)

martedì 27 maggio 2014

Grace di Monaco, Hollywood affonda de Gaulle

Grace di Monaco - la principessa Grace (Nicole Kidman)
Charles de Gaulle vinse molte battaglie ma quando cercò di prendersi il Principato, la principessa Grace (Kelly) di Monaco gli rispose in Hollywood style.

di Luca Ferrari

Sofferente. Irrequieta. Non più diva del grande schermo. Solo mamma, moglie e Principessa (di Monaco). La nuova fiabesca vita di Grace Kelly non fu come la sognava. A complicare il quotidiano ci si mise di mezzo anche la politica, con la Francia del presidente Charles de Gaulle a minacciare invasione o sottomissione. Il generale però non aveva fatto i conti con il moderno star system. Un fatale errore di valutazione.

Il regista transalpino Olivier Dahan (I fiumi di porpora 2, Le vie en rose) porta sul grande schermo il mito di Grace di Monaco (2014).

Europa occidentale, anni '60. Sempre più aziende francesi spostano la propria sede legale nel Principato di Monaco dove non si pagano tasse. Con in corso l'azione militare in Algeria, il Presidente Charles de Gaulle (André Penvern) non ha tempo da perdere con il Principe Ranieri III (Tim Roth) e dalla iniziale via diplomatica per chiarire la situazione, si passa rapidamente alla minaccia di un'invasione se la piccola casa reale non farà come paventato dall'Eliseo.

Moglie di Ranieri, è la diva del cinema americana Grace Kelly (Nicole Kidman). Nel Principato l'attrice è un pesce fuor d'acqua. Regina poco riconosciuta dal popolo (parla male il francese). A disagio con la superficialità delle altezzose donne monegasche, in prima linea tra le conversazioni politiche degli uomini. L'armatore greco Onassis (Robert Lindsay), amico di Ranieri, gradisce molto poco le sue intromissioni e auspica il pugno duro del marito. Ancora desiderosa di recitare, quando Alfred Hitchcock (Roger Ashton-Griffiths) le propone un nuovo copione, il richiamo di Hollywood senza più le maglie del formalismo monarchico, sono ben più di un capriccio da star.

Ranieri, inizialmente benevolo ma esasperato dalla difficile situazione politica, non ha più pazienza con Grace, la quale giorno dopo giorno è sempre più isolata. Figli a parte, il solo conforto le viene dall'amicizia di Padre Francis Tucker (Frank Langella) e la cantante Maria Callas (Paz Vega), moglie di Onassis. Troppo poco comunque. Dentro di lei c'è ancora molta Grace Kelly e assai meno Grace di Monaco. Deve fare una scelta.

Tutto sembra precipitare a livello personale e politico, ma certe favole hanno davvero la forza di durare per sempre così Grace accetta di recitare la parte più difficile della propria carriera. Consigliata dall'amichevole Conte Fernando D'Aillieres (Derek Jacobi), scatta la rivoluzione. Entra in campo la Principessa, e con sé ha un formidabile asso nella manica per salvare (la sua) Monaco, mettere KO de Gaulle, che erroneamente sottovaluta la donna, e diventare attrice protagonista della sua nuova vita.

“Nessuno è più con Ranieri, ma sono tutti con Grace” dice preoccupato un ministro al Presidente francese. E così è. L'attrice premio Oscar 1954 per La ragazza di campagna (di George Seaton) mostra al valoroso eroe della II Guerra Mondiale che gli anni Sessanta non sono i Quaranta e oggi, a dettare legge in Occidente, non sono più gli eserciti. C'è una forza nuova sempre più dirompente capace di spostare l'opinione pubblica e incidere nelle decisioni dei loro leader. È lo show business.

Ma dove ti eri nascosta Nicole? Dal non certo memorabile Ritorno a Cold Mountain (2003, di Anthony Minghella) in poi, l'attrice australiana premio Oscar per The Hours (2002, di Stephen Daldry) non ha fatto che collezionare prove sbiadite e/o pellicole appena degne di un minimo di spessore. Ci voleva una grandissima attrice da interpretare per farla tornare davvero sotto i riflettori. E così è stato. La magia della regina monegasca ha “fenicizzato” Nicole Kidman.

In Grace di Monaco, film di apertura del 67° Festival di Cannes, Nicole Kidman è a dir poco sontuosa, con al suo fianco un Tim Roth nobile co-protagonista. Qualche (sconsolato) tratto di “satiniana” memoria (Moulin Rouge!) nella sua Grace, prima di lasciar esplodere tutta la propria fibra di prima donna. Grace di Monaco. Attrice. Compagna di vita. La scena è sua. L'emozione è sua. Lo charme è suo. Il destino è il suo. Il Principato non è più stato lo stesso con l'arrivo di Grace di Monaco.

Il trailer di Grace di Monaco

Grace di Monaco - Padre Francis Tucker (Frank Langella) e la principessa Grace (Nicole Kidman)
Grace di Monaco - la principessa Grace (Nicole Kidman)
Grace di Monaco - la principessa Grace (Nicole Kidman) e il principe Ranieri (Tim Roth)

venerdì 23 maggio 2014

Alabama Monroe, una storia di dolore

Alabama Monroe, Una storia d'amore - la piccola Maybelle tra le cure dei genitori
Delicata e dolorosa storia d'amore. Per Alabama e Monroe la favola presto sfiorisce diventando insostenibile stato di abbandono e rabbia.

di Luca Ferrari

Il contagioso vortice dell'amore e della musica. Un nucleo umano tra gli alti e bassi della vita. Poi qualcosa accade. Il sorriso si fa cicatrice. Una promessa si ritrae in monologo. Il mondo appare cannibale lasciando campo aperto ai troppi sbagli della civiltà umana. Ci vuole una dedica, allora. Una speranza. O almeno, nella migliore delle ipotesi, anche solo una nuova strada. Alabama Monroe – Una storia d'amore (2012, di Felix Van Groeningen).

Belgio, anni Duemila. Il fattore-musicista di bluegrass Didier Bontnick (Johan Heldenbergh) e la tatuatrice Elise Vandevelde (Veerle Baetens) s'incontrano. Scoppia la passione e l'amore. Nasce una figlia, Maybelle (Nell Cattrysse). Ancora bimba si ammala di cancro. Dopo cicli di chemioterapia, la piccolina muore. È la fine della coppia. Rancori sopiti sgorgano fuori in modo dirompente. Maybelle è solo la prima delle vittime.

Didier è pragmatico. Ateo. Arrabbiato. Eccede di “gomito”. Elise è un'artista. Più spirituale. Senza più la figlia vuole continuare a sentire/vedere la sua presenza. In una stella. In un uccello. Non può accettare che sia solo cenere come invece le replica il marito. La coppia deraglia. Inizia l'iter di parole non pensate realmente. Si disprezzano. Si feriscono. Si annullano. Perfino nel nome. Elise diventa Alabama, Didier lo chiama Monroe.

Sul palco di quello che sarà il loro ultimo concerto insieme, Didier esce dai confini della musica. Irrompe il dolore più lancinante. Predica. Attacca la religione. Attacca l'allora presidente americano George W. Bush, colpevole di aver bloccato gli esperimenti sulle cellule staminali che avrebbero potuto salvare la vita alla figlia e a tante altre migliaia di persone. Grida tutto il suo odio contro le divinità che annebbiano la mente degli uomini. È la fine. Di tanto. Di tutto. Di troppo. Il cerchio si è spezzato.

Alabama Monroe
non è solo una storia d'amore ferita dalla più atroce delle sofferenze e perdite umane. Entra nel merito di una questione ancora di pesante attualità. Una dimensione dove ancora oggi alcune malattie non vengono trattate a causa di ottusità religiose o figlie di moralismi bigotti e ignoranti. E ancora una volta la vita soccombe a precetti. S'inginocchia. Si ustiona nella pelle sfigurata dal veleno delle dittature ideologiche. L'osso sbatte sull'indifferenza del gelo della morte. Le persone si prostrano a proclami tramandati solo per consolidare potere e schiavitù.

Alla cerimonia degli 86° Premi Oscar, al Dolby Theatre di Los Angeles il 2 marzo scorso, nella cinquina delle nomination per il Miglior film straniero, insieme al danese Il sospetto (di Thomas Vinterberg), il cambogiano The Missing Picture (di Rithy Panh), l'italiano La grande bellezza (di Paolo Sorrentino) e il palestinese Omar (di Hany Abu-Assad), c'era anche lui, The Broken Circle Breakdown (di Felix Van Groeningen), diventato in italiano Alabama Monroe – Una storia d'amore.

A chi sia andata la statuetta, è storia nota a tutti (e dibattuta assai). Eppure, senza neanche dover arrivare a metà proiezione di Alabama Monroe, mi assillava già una domanda. Come e perché La grande bellezza avesse vinto a dispetto del suddetto film belga (o dello stesso danese), anch'esso di gran lunga più meritevole. Entrambe le pellicole toccano temi delicati (pedofilia, cure del cancro) a dispetto di una inflazionata e superficiale decadenza di una certa società italiana.

Alabama Monroe – Una storia d'amore. Due genitori perdono la loro bambina. La regia si sofferma con sguardo tragico-amorevole sulle calvizie sempre più incombenti della bambina. Il coinvolgimento è totale. Estremo. Pulsante. Ma quando nessuna cura è più in grado di fare alcunché, il pianto della madre abbracciata alla figlia ormai morta è un tuffo nell'abisso più disarmante. Domani il sole tramonterà. Dopodomani il leone ruggirà. Oggi i computer resteranno riaccesi. Maybelle però non c'è più.

La pioggia gelida del nord Europa investe con tutta la sua inesorabile veemenza il lutto insostenibile. Gli occhi vagano sulla terra ma non c'è riparo né veranda dove nascondersi. Non c'è respiro. Rimane la musica. La purezza del country originale americano (il bluegrass, appunto) si fa catino e rimbombo per tutta la disperazione. Prova a carezzare l'uomo nel proseguo del suo viaggio. Ci prova. Gli sta vicino. Senza chiedere nessun sacrificio. Dona solo amore e passione.

Il trailer di Alabama Monroe - Una storia d'amore

Alabama Monroe, Una storia d'amore - Elise (Veerle Baetens) e Didier (Johan Heldenbergh
Alabama Monroe, Una storia d'amore - a tutta musica bluegrass
Alabama Monroe, Una storia d'amore - la piccola Maybelle (Nell Cattrysse)
Alabama Monroe, Una storia d'amore - Elise (Veerle Baetens) e Maybelle (Nell Cattrysse)