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lunedì 16 novembre 2015

Amici miei, quarant'anni di zingarate

Amici miei – (da sx) il conte Mascetti (U. Tognazzi), il Perozzi (P. Noiret) e il Necchi (D. Del Prete)
Lunedì 16 e martedì 17 novembre tornano sul grande schermo le zingarate di cinque bischeri. Di cinque Amici... miei (1975, di Mario Monicelli).

di Luca Ferrari

La commedia italiana sono loro. Ironici. Sbruffoni. Canaglie. Malinconici. Ma soprattutto, amici. Amici miei. Il conte Mascetti (Ugo Tognazzi), l'architetto Melandri (Gastone Moschini), il giornalista "sior" Perozzi (Philippe Noiret), il barista Necchi (Duilio Del Prete) e l'ultimo ad aggiungersi, il professor Sassaroli (Adolfo Celi). A quarant'anni dall'uscita sul grande schermo, il film (1975) diretto da Mario Monicelli è di nuovo al cinema lunedì 16 e martedì 17 novembre.

La vita ti porta in paradiso e poi all'inferno. E per venire fuori dalle brutte 'adute da 'avallo ci vogliono dei grandi amici. Ancora meglio se ti portano alla stazione. Si si giusto, bella idea! direbbe subito qualcuno. E così sia. Istruzioni per l'uso: starsene disinteressati su di un binario, magari leggendo un giornale e al fischio del capotreno, quando i passeggeri se ne stanno al finestrino aperto, augurar loro buon viaggio con dei sani e sonori schiaffoni.

A dare il via a questa scena cult è il Necchi (interpretato nei successivi Amici miei vol. II e III dal comunque bravo Renzo Montagnani), e via via tutti gli altri. Epica pura di Amici miei. Una gag che si concluderà con il più candido dei rimpianti pronunziato dal Melandri, freschissimo di rottura con la bella e capricciosa Donatella (Olga Karlatos), che sulle scale del sottopassaggio verso un altro convoglio-preda dice: Ragazzi, ma come si sta bene fra noi, tra uomini, ma perché non siamo nati tutti finocchi!

Cinque amici. Un conte ridotto in miseria. Un architetto sempre alla ricerca del gentil sesso. Un capo-cronista non esattamente fedele alla moglie. Un barista e un chirurgo tediati dai rispettivi lavori. Quanto basta per creare un'irrefrenabile miscela esplosiva e mettere a soqquadro l'intera Toscana, artistica e umana. Un'unica regola non scritta: il sacrosanto diritti ad autosfottersi. 

Se la prima parte del film è pura anarchia e risate a non finire (epica la conversazione tra il Meladri e il Sassaroli quando gli confessa di essere innamorato della moglie così come la successiva cena), la seconda lascia più spazio all'amarezza. Stanchezza. Perché le zingarate, esattamente come gli amori improvvisi, vanno e vengono con la stessa velocità. E quando si spengono, bisogna lasciarli andare. Senza troppe domande. Magari con qualche lacrimuccia, anche se qualcuno (a ragione) non ne verserà proprio.

Già, perché un conto è l'ssere uno degli Amici miei e un discorso è stare dall'altra parte dell'altra barricata (familiare). Ma noi, tutti noi, almeno una volta, avremmo desiderato essere uno di loro. O ancora meglio avere una combriccola di scapestrati con cui sentirsi sempre un po' folli, a prescindere dall'età. In ognuno di noi c'è un po' di Perozzi, Necchi, Mascetti, Sassaroli e Melandri, e bisogna farli uscire di tanto in tanto. 

Una vita davvero vissuto non deve essere sempre serissima come una governante tedesca. In una vita davvero vissuta può anche capitare di far cadere la classica goccia di vino versandolo senza sottocoppe di peltro. In una vita davvero vissuta, anche di fronte alla morte, si può perfino riuscire a scherzare proprio in memoria di chi non c'è più. Una vita, cari cippalippa, ha bisogno di zingarate e Amici miei.

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