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Visualizzazione post con etichetta Matthew McConaughey. Mostra tutti i post
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sabato 20 maggio 2017

Gold, la truffa non è della Terra

Gold - Acosta (Édgar Ramírez), Wells (Matthew McConaughey) e Kay (Bryce Dallas Howard)
Dal sudore della terra  (scavata) indonesiana ai salotti trionfanti di Wall Street. Lì nel mezzo un'insaziabile fame d'oro. Gold – La grande truffa (2016, di Stephen Gaghan).

di Luca Ferrari

Wall Street offre, Wall Street toglie. Il sogno americano si presenta e ritrae. Si contorce. Sono gli anni del capitalismo più sfrenato. L'economia gira. La gente vuole accumulare e apparire. Per chi ha conosciuto una certa agiatezza, ritrovarsi a utilizzare il bar dove lavora la propria ragazza non è proprio il massimo ma la vita è anche questo. Cadute rovinose, ritorni da campioni. Ricevimenti negati, incontri in grande stile. Questa è l'America, baby. Questo è Gold – La grande truffa (2016, di Stephen Gaghan).

Kenny Wells (Matthew McConaughey) è un uomo d'affari specializzato nell'estrazione mineraria. La ruota della Terra però gira e Kenny non è uno che si accontenta. Lui vuole di più. Vuole sfondare. Ma invece dello champagne si ritroverà con la pancia gonfia e un incessante sbattere la testa. Poi un giorno ha un'idea. Una premonizione. Segue l'istinto e si getta a capofitto in una missione nel cuore dell'Indonesia coinvolgendo l'esperto Michael Acosta (Edgar Ramirez). Un'impresa che chiamarla azzardata è dire poco.

Kenny è determinato. O forse pazzo. O ancora forse è arrivato il giorno dell'ultima cartuccia da sparare e prima di alzare bandiera bianca dovrà davvero succedere di tutto. Kenny beve ma non si piega. Lì nella giungla si prende la malaria, poi qualcosa cambia. La terra si tinge di giallo. I carotaggi danno il risultato sperato fino a pochi giorni prima, a dir poco utopistico. Ha inizio una seconda vita. La riscossa. La miniera d'oro arriva fino a Wall Street.

Non tutto è oro però ciò che luccica e quando Wells rifiuta  di cedere l'attività al potente Mark Hancock (Bruce Greenwood), dai forti legami con la presidenza Suharto, qualcosa nella macchina vomita-milioni si inceppa e ha inizio il declino. Al suo fianco c'è ancora Kay (Bryce Dallas Howard) ma il calvario adesso ricomincia fino alla più improbabile delle conclusioni. Ispirato allo scandalo minerario Bre-X del 1993, è uscito sul grande schermo Gold – La grande truffa (2016, di Stephen Gaghan).

Più ancora degli anni Ottanta quando la middle class conduceva una vita relativamente tranquilla e gli squali della Borsa si spartivano (a loro insaputa) le ricchezze del Pianeta, nella giungla spietata del terzo millennio il dio denaro muove i suoi fili pescando con fin troppa facilità tra tutti coloro che ormai vivono sull'estenuante filo della miseria. Oggi ancor di più che in passato siamo disposti a tutto pur di avere una chance di ribaltare la nostra esistenza con una semplice mossa.

Kenny Wells non è Jordan Belfort Stephen Gaghan non è Martin Scorsese. Se quest'ultimo nel tanto decantato The Wolf of Wall Street (2013) arrivava a dare un'immagine quasi simpatica di uno dei peggiori squali dell'alta finanza, la misura registica di Stephen è di tutt'altro spessore, o meglio sensibilità. C'è una storia da raccontare. Una storia che Hollywood non ne voleva proprio sapere di portare sul grande schermo (era nella cosiddetta black list di quelle opere valide ma mai portate sul grande schermo). I protagonisti di Gold – La grande truffa hanno di sicuro più in comune con gli uomini de La grande scommessa (2015, di Adam McKay). Pensano al proprio tornaconto senza spacciarsi per chissà quali antieroi del Sistema.

In Gold – La grande truffa (2016, di Stephen Gaghan) ci sono esseri umani con le proprie debolezze. Matthew McConaughey (Dallas Buyers Club, Interstellar, La foresta dei sogni) aggiunge un'altra importante performance alla sua carriera. Sbuffa. Si perde. Brinda. Cede. Non si vergogna di ciò che è. Tanto alla ricerca della nobiltà del portafogli quanto fiero del sangue proletario che gli scorre tra le unghie.

In perfetta sintonia recitativa, Edgar Ramirez (Che - L'argentino, La furia dei titani, Zero Dark Thirty) e Bryce Dallas Howard (Spider-Man 3, The Help, Il drago invisibile). L'oro, come la ricchezza spropositata delle azioni, ha i connotati del grande inganno. Il mondo non se ne accorge. Il mondo è troppo impegnato a guardare lo sport o a informarsi di quale costume da bagno indosserà chissà quale "illustre personaggio". Il mondo va avanti così. Gold – La grande truffa (2016, di Stephen Gaghan)

Il trailer di Gold - La grande truffa


Gold - la febbre dell'oro travolge Kenny Wells (Matthew McConaughey

martedì 3 maggio 2016

La foresta dei sogni suicidi

La foresta dei sogni - Arthur Brennan (Matthew McConaughey)
Viaggio dantesco nel tortuoso percorso dell’uomo a tu per tu con la propria fine, sperduto ne La foresta dei sogni (2016, di Gus Van Sant) e, forse, alla ricerca di un'ultima speranza.

di Luca Ferrari

Il dolore ha avuto la meglio nella vita di Arthur ed è ora tempo di ammainare la sempre più flebile bandiera della propria esistenza. Lui ha pianificato ogni dettaglio. Il posto. Il modo. Il giorno. Se è davvero deciso ad andare fino in fondo, sarà il confronto tangibile col baratro a sancirlo. Presentato alla 68° edizione del Festival di Cannes, giovedì 28 aprile è uscito sul grande schermo La foresta dei sogni (2016, di Gus Van Sant).


Arthur Brennan (Matthew McConaughey) aveva una vita e una moglie, Joan (Naomi Watts). Qualcosa però non ha funzionato. L’imprevisto più tragico (e non solo) lo hanno portato a uno stato di abbandono senza ritorno e incapace di reagire. Per uscire dall’incubo non c’è che una soluzione. Arthur compera un biglietto per il Giappone, destinazione la famigerata foresta di Aokgigahara, chiamata anche la Foresta dei Sogni. Sogni già, quelli eterni. Qui infatti molta gente viene a suicidarsi.

Arthur è deciso a seguire la medesima via. Vi entra per non uscirne. Prende un sentiero inibito al personale non autorizzato. Cammina. Osserva. Si siede. Guarda il panorama. Ha con sé solo una boccetta di pillole e una bottiglietta d’acqua per ingurgitarle tutte, una dopo l’altra. Quando le prime sono già in circolo, qualcosa lo interrompe. Un rumore. Un passo strascicato. Un uomo dolorante. Il suo nome è Takumi Nakamura (Ken Watanabe).

Pur perfetti sconosciuti, tra i due s’instaura subito un legame intenso. Entrambi sono lì per la ragione più desolante, eppure qualcosa sembra ancora battere (dentro). Impressione o banale parentesi? Takumi si è perso e chiede aiuto. Vuole uscire. Dice di voler tornare dalla sua famiglia. Arthur non si tira indietro. Il cielo intanto promette tempesta, ed ecco la natura rivelarsi nel suo approccio più spietato a tu per tu con l’uomo in balia di se stesso. Due uomini abbandonati ma uniti possono mutare un destino già deciso?

La vita come l’Inferno. Il viaggio nella selva oscura come Purgatorio. La possibile uscita da essa come ambizione del Paradiso. Il regista Gus Van Sant (Will Hunting - Genio ribelle, Scoprendo Forrester, Promised Land) si è spesso ispirato alla più tragica realtà per mettere mano alla telecamera (Elephant, Milk, Last Days). In questa sua nuova opera, ispirata agli effettivi e numerosi suicidi consumati nella suddetta foresta nipponica, mette l’essere umano a contatto con il sé più profondo. La foresta fa da sfondo ed è protagonista. È letale e allo stesso tempo un ecosistema dove possono sbocciare nuovi germogli di vita.

Da belloccio sciupafemmine e indiscusso protagonista di commedie leggere (Prima o poi mi sposo, Come farsi lasciare in 10 giorni, A casa con i suoi), Matthew McConaughey è ormai da tempo passato sulla sponda del cinema impegnato, fin da quel Killer Joe (2011) di William Friedkin. Di lì poi è stata una sequela di volti drammatici, scelta che lo ha portato a vincere il più che meritato premio Oscar come Miglior attore protagonista in Dallas Buyers Club (2013, di Jean-Marc Vallée).

Arthur Brennan è un aspirante suicida. Arthur non sale su di un ponte vicino casa gettandosi di sotto. Arthur non compera una pistola e se la punta alla tempia. Arthur è alla ricerca di un finale a metà strada tra sofferenza e poesia. Lascia le chiavi dentro la macchina parcheggiata in aeroporto. Non vuole nemmeno consumare i pasti sul velivolo. Nonostante tutto ciò, una parte (inconscia) di sé crede ancora nella luce. La ricerca dello scenario perfetto forse nasconde una speranza cui la ragione non già fa più vedere.

“Then a deamon/come to me/ You must know/ I’m gonna win – Poi un demone venne da me, tu devi sapere che io vincerò” sibilava la corrosiva voce di Layne Staley (1967-2002) sulle note strazianti di Lifeless death (Mad Season). Chi vincerà: il male verso se stessi o è una dichiarazione di sfida alla vita? La canzone va interpretata, la vita pure, o forse meno. La vita non è teoria ma inappellabile pratica. Arthur intraprende un viaggio decisivo. Quale che sia l’esito, emergerà qualcosa di mai visto fino a ora.

Tutti nella vita arriveremo (o siamo già arrivati) al classico punto di rottura dove il domani è solo uno scantinato chiuso senza finestre né porta d’accesso. Vorremmo che la nostra caduta si arrestasse e invece va avanti. E quando finalmente delle viscide rocce nere ci riportano al contatto con la realtà più spietata, nulla ha più senso. Quel momento potrà segnare la definitiva fine o l’inizio di un tortuoso e nuovo cammino. Un momento che se superato ci farà cercare una nuova strada e dunque nuovi sogni, o nella peggiore delle ipotesi ci lascerà perduti per sempre nella foresta del sonno eterno.

Entra nel mondo de La foresta dei sogni

La foresta dei sogni - Takumi Nakamura (Ken Watanabe) e Arthur (Matthew McConaughey)
La foresta dei sogni - Joan (Naomi Watts) e Arthur (Matthew McConaughey)

giovedì 20 novembre 2014

Interstellar siamo noi

Interstellar - Murph (Jessica Chastain)
Christopher Nolan porta sul grande schermo il realismo della fantascienza teorizzata dal fisico Kip Thorne. Un’odissea Interstellar(e) con grandi protagonisti.

di Luca Ferrari

Devo ancora riprendermi. Faccio fatica a digerirlo. Insolitamente ai miei trend cinematografici che poco hanno a che sbavare con la fantascienza, mi sono infilato in una sala buia per assistere alla visione di Interstellar. Gusto momentaneo a parte, non era una scelta particolarmente entusiasmante per il sottoscritto. Del film se ne parlava troppo. Di Christopher Nolan si scrive a ripetizione, e in più le due 2,45 h. di visione non mi facevano impazzire di gioia. Risultato? Nemmeno un secondo di smarrimento o di occhi cadenti. Un viaggio interstellare tanto realistico quando inimmaginabile.

Dimenticatevi (per un po’) di Stanley Kubrick e la sua celeberrima Odissea. Cancellate dalla vostra memoria Gravity (2013, di Alfonso Cuarón)) e i tanti viaggi spaziali fin troppo improbabili. La Terra è in difficoltà, ma non siamo ai livelli cannibali di The Road (2009, di John Hillcoat). La sola speranza sarebbe abbandonarla trovando un altro mondo abitabile, ma tutti sanno che nella nostra Galassia non vi è un altro pianeta con le condizioni di vita terrestre. Come si fa allora? Qualcosa in effetti si potrebbe fare, ma è molto, molto lontano.

Senza che il resto del pianeta ne sia al corrente vi sono già state missioni verso nuovi mondi. A guidare l'ultima c'è Cooper (Matthew McConaughey), padre vedovo di due figli, oggi agricoltore per ragioni di sopravvivenza ma ex-pilota della NASA. Il caso (almeno così sembra) lo conduce a bussare alla porta dei suoi ex-datori di lavoro, scoprendo qualcosa di inimmaginabile. Dalle parti di Saturno c’è un buco nero attraverso il quale è possibile raggiungere mondi abitabili. Già altri valorosi astronauti si sono spinti fin laggiù. Realizzatore del progetto, il suo mentore, il professor Brand (Michael Caine).

Pur con le lacrime rabbiose della figlia Murph (Mackenzie Foy), vuole e deve partire. Qualcosa o qualcuno sembra averlo scelto per quest’ultima missione, anche se una strana forza di gravità scrive sul quaderno della piccola di restare. Lui però va. Al suo fianco, la figlia di Brand stesso, la biologa Amelia (Anne Hathaway), due scienziati e due robot. Ha inizio un viaggio a più dimensioni, dove un’ora vissuta in uno di quei pianeti equivale a sette anni terrestri.

Cooper non è un eroe. Accetta la missione poiché convinto che senza di lui la Terra non avrebbe nemmeno una possibilità. È preparato a stare solo e affrontare l'ignoto, ma quando si ritrova la figlia ormai cresciuta (Jessica Chastain) che gli lascia un video-messaggio, e praticamente sua coetanea, la tensione del suo viso si scioglie in lacrime più coinvolgenti di qualsiasi esasperato e futile 3D.

“Era da un bel po' di tempo che non andavo al cinema e in principio questo titolo mi era sfuggito. O meglio avevo deciso di non spendere 7,5 euro” commenta sincero il veneziano Andrea Venerando, “Poi però la polemica che si era sollevata sulla lunghezza del film, sulle inesattezze, etc. unita a una sana dose di curiosità (ammetto che adoro i film catastrofici-catastrofisti) mi hanno spinto a entrare in sala. Tre ore dopo di film senza interruzioni e con il collo che me le farà pagare tutte, posso dire di essere rimasto angosciosamente soddisfatto.

È stato impossibile non restare incollati alla poltroncina senza perdere nemmeno un secondo. Insomma, soldi ben spesi. Film ben fatto e finalmente realistico. Per la prima volta (non la seconda dopo Gravity) le esplosioni nello spazio sono state magnificamente silenziose. Le polemiche sulle, chiamiamole “licenze poetiche” del regista, sono del tutto immotivate. Signori, è un film e non un documentario di fisica quantistica. Una volta tanto è l'uomo la causa della sua rovina, non degli strani omini verdi ma allo stesso tempo è l'uomo (speriamo anche nella realtà) l'artefice del proprio destino”. 

Oltre a un grande cast nel quale figurano anche Matt Damon (Dr. Mann), Casey Affleck (Tom cresciuto) e John Lithgow (Donald, il suocero di Cooper), il grande merito di Nolan è aver tenuto una storia così lunga senza facili effetti suspense, mostrando uomini e donne privi di qualsiasi corazza cinico-Marvelliana, ma animati al contrario anche nel cosmo più lontano dagli stessi egoismi e legittimi sentimentalismi.

Interstellar colpisce. Fa riflettere in un modo diverso. Non ha morale. Non usa escamotage per farci credere che se ci sapremo prendere tutti per mano, qualcosa cambierà e non saremo risucchiati nel vortice dell'auto-distruzione. C'è qualcosa di più profondo. Di più possibile.C'è qualcosa di universalmente nostro che ci appartiene oltre ogni confine.

Guarda il trailer di Interstellar

Interstellar - Murph (Mackenzie Foy) e Cooper (Matthew McConaughey)
Interstellar - Cooper (Matthew McConaughey)
Interstellar - Amelia (Anne Hathaway)

martedì 11 febbraio 2014

Dallas HIVers Club

Dallas Buyers Club - Rayon (Jared Leto) e Ron (Matthew McConaughey)
Dai macho-pregiudizi contro i gay alla lotta comune per sopravvivere all’HIV. La vera storia di Ron Woodroof e di come fondò il Dallas Buyers Club (2013).
 
di Luca Ferrari

Io sto morendo e lei mi consiglia di farmi abbracciare da un branco di finocchi?!? Sbraita esplicito, allibito e arrabbiato il macho texano Ron Woodroof (Matthew McConaughey), con il totale disgusto e disprezzo per gli omosessuali. Ha appena scoperto di aver contratto l’HIV e non vuole sentir parlare di gruppi di sostegno dalla Dr. Eve Saks (Jennifer Garner). Vuole solo qualche pastiglia. Ma non funziona così, e non andrà “proprio” così.

Se Dead Man Walking (1995, di Tim Robbins) provò a far cambiare idea alle moltitudini di sostenitori della pena di morte, Dallas Buyers Club (2013, di Jean-Marc Vallée) potrebbe far rivedere le proprie convinzioni omofobe a tante persone, seguendo quel sentiero d’impegno cinematografico civile solcato da pellicole come Philadelphia (1993, di Jonathan Demme).

Dallas Buyers Club racconta la vera storia di Ron Woodroof, un uomo che d’improvviso scoprì di essere gravemente malato, con la tragica prospettiva di avere ancora 30 giorni di vita. Non potendo ottenere l’antivirale AZT, quasi allo stremo ripara in Messico dove scopre esserci medicine che inspiegabilmente il potentissimo ente governativo statunitense FDA – Food and Drug Administration (Agenzia per gli Alimenti e i Medicinali) non autorizza in patria.

Ron non ha più un posto dove stare. Ha perso il lavoro. I suoi vecchi amici di bar e del cantiere sono spariti. Lo evitano. Lo trattano come un appestato. Gli hanno scritto frocio davanti a casa. È probabile che lui avrebbe fatto lo stesso. I commenti omofobi si sprecano quando leggono della morte di Rock Hudson. Per tutti chi ha l’AIDS è uno "schifoso finocchio".

Rientrato dal Messico sotto mentite spoglie, Ron mette in piedi un business di medicinali. In principio da solo, poi si fa aiutare (non senza pensare ai clienti che gli potrebbe procurare), il transessuale tossicomane Rayon (Jared Leto), conosciuto sul letto d’ospedale e in principio per nulla apprezzato. Prima la vendita è diretta, poi per aggirare gl’inevitabili ostacoli governativi, fondano il Dallas Buyers Club: 400 dollari d’iscrizione mensile e si ottengono i medicinali gratuiti.

Scene anche esilaranti. Riacquistate le forze, Ron torna ai piaceri carnali, masturbazione inclusa. Divertentissima la scena mentre nel tentativo di eccitarsi davanti alle classiche foto di superdotate attaccate in ufficio, si blocca di brutto una volta incappato con lo sguardo nel poster della rockstar Mark Bolan (1947-1977), per cui Rayon aveva un debole.

Ma se qui si ride, di sapore ben diverso (vendetta, giustizia) è l’incontro al supermercato tra Ron e il vecchio amico T. J. (Kevin Rankin). Nel presentargli Rayon, completo di parrucca, trucco e minigonna, quest’ultimo gli tende la mano ma lui lo guarda con disprezzo e rifiuta. Ron allora lo afferra in malo modo e quasi strangolandolo intima a T. J. di ricambiare il gesto cortese del nuovo e vero amico.

Dallas Buyers Club non è solo una film per riportare all’attenzione una malattia entrata nel dimenticatio semplicemente perché qui nel sacro Occidente si muore di meno, ma è per parlare dell’omosessualità. E questo è attuale. Al giorno d’oggi adolescenti arrivano al suicidio perché emarginati. Nelle famiglie si vuole evitare l'argomento. Nel mondo dello sport si nega l'evidenza, vedi le patetiche parole dell'ex-ct della Nazionale, Marcello Lippi. E di questa realtà , politica, scuola e religione fanno ben poco. Fanno davvero poco. Non fanno nulla.

"Parliamone apertamente, usciamo allo scoperto. Mettiamo una bella luce negli angoli bui" ammoniva l’avvocato Miller (Denzel Washington) nel difendere Andrew Beckett (Ton Hanks) nel toccante Philadelphia, "Perché questa causa non è solo sull’AIDS, quindi cominciamo a parlare dei veri problemi di questo processo. L’odio della gente. La nostra ripugnanza. La nostra paura degli omosessuali

Se il più noto Martin Scorsese ha fallito miseramente col suo tanto declamato e contemporaneo The Wolf of Wall Street, presentando un delinquente dell’alta finanza senza la benchè minima critica e anzi, mostrandolo alla fine quasi come un modello da imitare, il regista canadese Jean-Marc Vallée (C.R.A.Z.Y., The Young Victoria) al contrario sa osare.

Leonardo DiCaprio ha vinto il Golden Globe come Miglior attore in un film commedia o musicale. Matthew McConaughey e Jared Leto rispettivamente come Miglior attore e Miglior attore non protagonista in un film drammatico. The Wolf of Wall Street e Dallas Buyers Club si ritroveranno l’un contro l’altro anche ai Premi Oscar in tre nomination: Miglior film, attore e attore non protagonista.

Dallas Buyers Club è un film educativo. Racconta una storia vera come il collega "scorsesiano", ma non si trincera dietro la mera cronaca. Inquadra le lacrime di un uomo disperato capace di abbattere le proprie chiusure mentali. In principio è politically scorrect nel parlare dei gay. È deciso nel voler far riflettere uno spettatore malato quasi-terminale di testosterone e comodi silenzi.

A volte mi sembra di lottare per una vita che non ho il tempo di vivere, dice Ron (Matthew McConaughey) mentre se ne va su e giù tra Stati Uniti e ovunque (Giappone, Israele, etc.) riesca a recuperare medicinali con cui prolungare la sua esistenza e quella di centinaia di persone nella sua stessa condizione. Ron Woodroof ha fatto di più. Non ha solo sfidato una malattia guadagnando sette anni di vita prima di morire. Ha combattuto contro i propri pregiudizi, e ha vinto. In eterno.

Guarda il trailer di Dallas Buyers Club

Dallas Buyers Club - Ron (Matthew McConaughey)
Dallas Buyers Club - la Dr. Eve Saks (Jennifer Garner)
Dallas Buyers Club - Rayon (Jared Leto) e la Dr. Eve Saks (Jennifer Garner)
Dallas Buyers Club (2013, di Jean-Marc Vallée)

giovedì 14 marzo 2013

Come farsi lasciare dai Tuoi

A casa con i suoi - Paula (Sara Jessica Parker) e Tripp (Matthew McConaughey)
Ci sono figli che a dispetto di un ottimo stipendio non se ne vogliono proprio andare di casa. Urge a questo punto qualcuno che lo spinga a lasciare il nido.

di Luca Ferrari

Bamboccioni che non ne vogliono sapere di lasciare il nido materno a dispetto di un lavoro e una vita sentimentale (sessuale) attiva? La commedia clonata è servita. A casa con i suoi (Failure to Launch – 2006, di Tom Dey) poteva benissimo essere chiamato "Come lasciare una donna dopo pochi" giorni" o "Come lasciare una donna quando dice – ti amo –".

Troppe le somiglianze con il più originale Come farsi lasciare in 10 giorni (2003, di Donald Petrie), a cominciare dal protagonista Matthew McConaughey. E se nella pellicola più datata risplende una solare Kate Hudson, nella più recente è Sarah Jessica Parker la femmina capace di far perdere la testa al belloccio.

Inganni di cuore sempre e comunque. In principio erano entrambi (uomo e donna) a fare il doppio gioco per motivi di lavoro, in tempi èiù recenti sono i genitori di lui (un buffissimo Terry Bradshaw e una sempre convincente Kathy Bates) a pagare Paula (Parker) per far sì che il trentenne Tripp (McConaughey) abbandoni il tetto familiare.

Le somigliane tra A casa con i suoi e Come farsi lasciare in 10 giorni emergono anche in dettagli. Gli amici di Tripp, l’allergia per le relazioni sentimentali sempre del protagonista maschile e una scena nella macchina con annesso litigio (una volta scoperta la verità) tra McConaughey e la Parker che ricorda terribilmente un analogo battibecco con la Hudson fuori dalla serata di gala, e che in entrambi i casi segna la teorica fine del coinvolgimento affettivo.

Un ulteriore particolare. Sempre nella scena della macchina, McConaughey sborsa 300 dollari alla Parker come pagamento simbolico per la serata nella quale è stata coinvolta, esattamente la stessa cifra che paga alla finta terapista di gruppo Michelle (Kathryn Hahn), in realtà collega di lavoro della Hudson, e che prima dell’inevitabile lieto fine, il buon Ben le ricorda dovergli restituire.

Parker sotto tono e con pellicole nel proprio curriculum decisamente superiori (inclusi i non eccezionali film di Sex and The City). Troppo classico McConaughey nel ruolo del romantico gigolò sempre affiancato da belle donne, per apprezzarlo veramente. Molto convincente e originale invece il personaggio della lunatica Kit, la simpatica e graziosa Zooey Deschanel.

Il trailer di A casa con i suoi

A casa con i suoi - Kit (Zooey Deschanel)
A casa con i suoi - mamm Sue (Kathy Bates) e papà Al (Terry Bradshaw)

sabato 10 settembre 2011

Cinepanettoni al rogo!

Con ancora addosso i brividi per Killer Joe (di William Friedkin, con Emile Hirsch e un bastardissimo Matthew McConaughey) e Texas Killing Fields (di Ami Canaan Mann, con Sam Worthington e Jessica Chastain), mi ritrovo faccia a faccia con la notizia sulle riprese a Cortina dell’ennesima pagliacciata della ditta De Sica & Vanzina. Il solito polpettone natalizio pieno zeppo di luoghi comuni, e con il peggio di quell’italiotta volgare che fa tanto breccia nella cultura yuppie da quattro soldi, evidentemente ancora imperante.