Sereni, professionali e simpatici. In conferenza stampa come lì fuori, camminando in mezzo ai comuni mortali. Sono i protagonisti di Bella Addormentata.
Distribuito da 01 Distribution di Rai Cinema, il film Bella addormentata, presentato in anteprima alla 69. Mostra del Cinema, sarà nelle sale italiane a partire da giovedì 6 settembre. Dirige il regista Marco Bellocchio. Interpretano Toni Servillo, Maya Sansa, Alba Rohrwacher, Gianmarco Tognazzi, Michele Riondino e Pier Giorgio Bellocchio.
Parlare della Fine non è facile per nessuno. Con una prova da libero artista invece, il regista romagnolo ci riesce. Per di più avventurandosi tra le anarchiche forche caudine dell’eutanasia. Bella Addormentata è un’introspezione corale che ruota attorno agli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro.
Lo spessore culturale e umano del regista fa sì che il film non scada mai in quei salottini "Vespaioli", dove parlano solo gli interessi. Marco Bellocchio parla di morte, sì. Ma lo fa con i delicati sentimenti rabbiosi delle persone, e le contraddizioni delle rispettive vulnerabilità.
“Il film svela quello che io penso sull’argomento in modo complesso. Bella addormentata è fatto di risvegli e non risvegli. È un film semplice ed essenziale” ha spiegato il regista in conferenza stampa, insolitamente iniziata con una standing ovation dei giornalisti ai protagonisti, “All’origine della pellicola non c’è stato niente di voluto. Quello che vedevo e sentivo su Eluana mi è rimasto dentro. Ho cominciato ad avere delle immagini, personaggi e storie. Le ho lasciate depositare per un po’. Fino a quando, insieme agli sceneggiatori Veronica Raimo e Stefano Rulli, abbiamo iniziato la sceneggiatura”.
Se Isabelle Huppert è un’attrice di cinema ormai votata alla sofferenza più totale per la figlia ridotta in stato vegetativo e prega tutto il giorno, Toni Servillo è il politico Uliano Beffardi, iscritto al Pdl ma stufo di sottostare a ideali in cui non crede. O meglio, non crede più. Ma il personaggio più controverso, è sua figlia Maria (Alba Rohrwacher).
Orfana di madre. Ignora (…) che sia stata lei stessa a chiedere al marito di farla finita. Manifesta per la sopravvivenza di Eluana Englaro, però s’innamora di chi è lì per la ragione opposta, ossia Roberto (Michele Riondino). Tra loro è colpo di fulmine. E tutto il resto passa quasi in secondo piano. Il cuore è dolcemente egoista. Ed è giusto che sia così.
Dopo Buongiorno Notte (2003), Maya Sansa torna a farsi dirigere da Bellocchio. Buchi da tossica. Sfregi sulle braccia. Una bellezza meno mediterranea e più Tomeiana (Marisa, ndr) formato The Wrestler (2008, Darren Aronofsky).
È il suo personaggio a regalare un’impensabile speranza, e far virare il film verso un’atmosfera alla The Burning Plain (2007, di Guillermo Arriaga) inveceo del classico naufragio sugli anfratti di un'Italia perennemente e inconsolabilmente depressa. La pioggia della veglia lascia spazio a un sole leggero. C’è voglia di vivere. La finestra aperto è un passaggio verso il mondo da cui non si vuole più fuggire.
E come nello struggente Million Dollar Baby (2004), dove Frankie Dunn (Clint Eastwood) acconsentiva a spegnere Maggie Fitzgerald (Hilary Swank), così Uliano compie la medesima azione con la sua dolce metà. Ormai esangue e stufa di cure invasive, è costretta a ripetersi tre volte. Quasi che lui non volesse veramente sentire quella richiesta finale.
Ma non è forse il più grande e doloroso atto d’amore rinunciare a qualcuno che sta soffrendo, e che ti sta chiedendo di lasciarla andare? Chi lo nega, o non sa cos’è l’amore o è talmente egoista da mettere un’idea astratta davanti all’essere umano.
Bella addormentata - Divina Madre (Isabelle Huppert)
Italia bigotta. Ancora e morbosamente legata ai capricci ideologici del Vaticano & co. Incapace di vivere la spiritualità senza doversi prostrare a logiche istituzionali di chi detiene un mero potere temporale. E come una facinorosa massa obbediente, il fido annuisce. Lo ha sempre fatto. E nel tuo prostrarti a una qualsiasi ideaologia che ti sta negando il libero arbitrio, evita di fare due cose se mai m’incontrassi sul tuo cammino: dirmi come devo vivere o peggio, provare a impedirmi di farlo. Mi diventeresti antipatico.
Adesso poi siamo già in clima elettorale, e la fetta della silente democrazia cristiana fa gola ai due maggiori partiti (…) d’Italia. E immagino già i cronisti e la stampa di parte. Pronta a crocifiggere Marco Bellocchio, regista di Bella Addormentata (2012), film la cui vicenda si snoda attorno i sei giorni che precedettero la morte per eutanasia di Eluana Englaro (1970-2009), e che vede protagonisti Toni Servillo, Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Isabelle Huppert e Maya Sansa. La pellicola sarà presentata in anteprima mercoledì 5 settembre alla Mostra del Cinema di Venezia.
Suicidio assistito e omicidio da una parte, accanimento terapeutico dall’altra. Un turbine di parole che ha già riempito colonne di giornali dove moralizzatori da quattro soldi si lanciano in Savonarolesche crociate, mostrandoci inesorabilmente, e tragicamente, come nel 2012 l’essere umano non venga ancora ritenuto abbastanza cresciuto per decidere per se stesso. Secondo “qualcuno” la sola strada per il Paradiso è nella sofferenza. Un sentimento che altri, ipoteticamente diversi, galantuomini trovano perfino il modo di realizzare lasciandosi scie di zolfo alle spalle.
La Storia dimostra che sono sempre stati (troppo) pochi gli episodi ribellione alla morale dominante: meglio dunque accontentarsi di quello che c’è già piuttosto che mettere in discussione uno status quo che sia macro, istituzionale e religioso, o micro, familiare e lavorativo.
Un po' di rock d'Irlanda per chiudere questa pagina: “It's not worth anything/ More than this at all/ I'll live as I choose/, Or I will not live at all … Libera di decidere/ Non c'è proprio nulla che valga più di questo/ Vivrò come scelgo/ O non vivrò affatto” Free to Decide (1996), The Cranberries.
Provi perché non hai un’altra scelta, tutto qua! Si riassume così la molla disperata che anima migliaia di uomini e donne in fuga dalla guerra e da soprusi. Pronti a iniziare viaggi disumani che spesso si concludono nel modo peggiore. Tornando da dove sono fuggiti. Rinchiusi in carceri e in mano a crudeli aguzzini. Alla 69° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Eventi Collaterali, è stato presentato il documentario Mare Chiuso (2012), di Andrea Segre e Stefano Liberti.
La telecamera racconta le loro storie. Entra nelle tende dei campi profughi allestiti dall’ONU e nelle sale giuridiche della Corte Europea. In ballo ci sono vite umane. Esistenze ignorate, e cosa peggiore, svilite.
Meta iniziale/finale di molti esuli africani è l’Italia. Quella stessa nazione dove l’87 per cento del suo Parlamento votò a favore della (squallida) legge sui respingimenti. Non c’è da stupirsi. Viviamo in uno stato dove alte cariche dello stato (Luca Zaia, attuale presidente Regione Veneto) possono liberamente affermare che gli sbarcati a Lampedusa non sono altro che benestanti vestiti in abiti firmati. Perché sorprendersi dunque nell’apprendere che un barcone con 72 persone lanciò un SOS, venne avvistato e poi lasciato al suo tragico destino?
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani è solo carta straccia. I trattati sul rispetto dei diritti umani vengono costantemente ignorati. Le firme della Convenzione di Ginevra sono un abito da far risplendere solo nei cerimoniali domenicali.
Tende nel deserto. Tende nel nulla. “Se quella volta l’Italia non ci avesse respinto, tutto questo non sarebbe successo” raccontano sconsolati da un campo profughi nel documentario. “Il cinema deve fornire una base di costruzione culturale storica. Vogliamo consegnare alla memoria di questo paese quello che è successo” ha sottolineato Andrea Segre, uno dei registi durante il dibattito tenutosi subito dopo l’anteprima della proiezione.
Dal 1998 a oggi sono quasi 14.000 (quattordicimila) i morti accertati nel Mediterraneo. “Non basta piangere. Episodi del genere continuano ad avvenire in molti paesi europei” ha ammonito Maud de Boer, vice-presidente del Consiglio d’Europa nell’incontro coordinato dal giornalista Gian Antonio Stella, “adesso poi, sempre più gente in fuga dalla Siria userà il Mediterraneo, ma col rischio di perdersi. Il Mediterraneo è il Mare di tutti, di tutte le coste”.
Qual è il destino di Mare Chiuso? Sarà distribuito? Verrà portata nelle scuole o resterà un evento collaterale della Mostra del Cinema 2012? Per quanto si sforzeranno UNHCR e Amnesty International, entrambi patrocinatori, il dramma resterà inascoltato.
“Dalla caduta di Gheddafi è cambiato poco” ha sottolineato Christopher Hein, direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati, “Tutt’ora ci sono centri di detenzione, con eritrei e somali. Come CIR abbiamo una presenza in Libia. Tutt’ora le persone vengono imprigionate senza assistenza medica, con poca acqua e cibo. Il 23 febbraio scorso la Corte di Strasburgo, in merito a vicende di respingimento, ha condannato l’Italia per violazione dei diritti umani per 15mila euro da versare ai sopravvissuti entro tre mesi: oggi ne sono passati quasi sei e non è stato pagato nulla”.
Momento toccante quando durante l’incontro la parola è passata a chi su quei barconi c’era. “Dopo 18 ore di viaggio, il mare era grosso e scarseggiava benzina, acqua e cibo. Sono stati chiamati soccorsi. Dopo ore di attesa è arrivato un elicottero che si è limitato ad avvistarci. Poi ne è venuto un altro che ci ha lanciato biscotti e acqua, facendo segno che dovevamo aspettare. E così abbiamo fatto per ore ma nessuno è tornato a aiutarci. Dopo la vista dell’elicottero, siamo rimasti in mare per altri 15 giorni. La gente ha cominciato a morire, in primis donne e bambini. Il vento ha cominciato a spingere e ci siamo ritrovati di nuovo in Libia”.
Proprio lì dove è fortissima la discriminazione verso i popoli subsahariani. Gli 11 superstiti sono stati portati in carcere dove due sono morti, mentre gli altri, una volta arrivati a Tripoli, sono stati curati grazie all’aiuto del vescovo. “Nessuno sa di che nazionalità fosse l’elicottero che li ha avvistati” ha poi aggiunto padre Zerai, “Nessuno sta cooperando. Il clandestino viene spogliato di diritti e dignità. Se fossero stati turisti, il mondo non avrebbe taciuto. Clandestino non significa animale”.
Venezia è stata scelta per la presentazione di questo documentario. Venezia è uno dei porti dell’Adriatico dove vengono respinti iracheni, afgani, kurdi. Nel dopo Berlusconi non è cambiato nulla in Italia sotto questo aspetto. In materia di respingimenti si stanno seguendo le medesime politiche. Non solo non si sta facendo nulla a livello istituzionale, ma l’Italia continua a essere insozzata da ideologie razziste. E che dire delle associazioni umanitarie? Dovrebbero essere una risorsa, e invece si perdono dietro egoismi da prime donne, buttando a mare la possibilità di fare squadra.
Così i Diritti Umani proseguono per l’ennesima sconfitta. Ognuno è mosso dai propri interessi. Nel guardare il documentario, mentre alcuni superstiti che si trovano nel campo allestito dall’UNHCR sul confine libico-tunisino, raccontavano delle torture modello Guantanamo subite nelle prigioni libiche più volte denunciate da Amnesty International ma evidentemente di poca tendenza, mi domandavo che cosa hanno provato a osservare tutto ciò quei “pacifisti” che sono scesi in piazza per manifestare contro l’attacco NATO in Libia, ma che se ne sono fregati per 40 anni di dittatura Gheddafiana.
Africa ignorata. Qualcosa di arci-noto. Etiopi, eritrei o ruandesi. Nel 2004 il regista Terry George portò sul grande schermo il dramma del genocidio in Hotel Rwanda. Allora (1994) come oggi il sangue africano non interessa a nessuno. Le parole del Colonnello Peter Oliver (Nick Nolte) delle Nazioni Unite rivolte a Paul Rusesabagina (Don Cheadle), direttore dell’Hotel des milles collines di Kigali, capitale del Ruanda, risuonano ancora tragiche nella drammatica attualità: “Per loro (l’Occidente, ndr) siete immondizia, siete sterco. Non avete valore. Potrebbe essere il tuo di hotel, se non fosse per una cosa: sei nero. Non sei neanche un negro. Sei un africano”.
Oggi non viviamo in un mondo dove i Diritti Umani sono rispettati. Se volete/vogliamo davvero trovare una soluzione, questo è la realtà con cui abbiamo a che fare. Ma come nel regno di Fantasia della Storia Infinita rimase solo un granello di sabbia da cui Bastian, grazie alla magia dell’Imperatrice, iniziò a ripopolare il mondo dei sogni, così le parole di una giovane “mi spiace non aver potuto partecipare all’incontro” hanno il sapore di un nuovo inizio. Un risveglio Culturale e Umano. Quella forza e praticità che aiuterà una bambina a rivedere il proprio padre. Oggi però, è ancora lontano.
Guarda il trailer di Mare Chiuso
Mare Chiuso (2012, di Andrea Segre e Stefano Liberti)
Mare Chiuso (2012, di Andrea Segre e Stefano Liberti)
Mare Chiuso (2012, di Andrea Segre e Stefano Liberti)
Forse non vinceranno la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile e maschile, né i rispettivi film si aggiudicheranno il Leone d’Oro, ma una cosa è certa, l’incantevole Olga Kurylenko e l’ex-007 Pierce Brosnan hanno fatto impazzire i fotografi della Mostra del Cinema.
Lei, classe ’79, attrice e modella ucraina naturalizzata francese, sbarcata a Venezia per il nuovo film di Terrence Malick, To the Wonder, ma già nota al grande pubblico per ruoli di primo piano in Hitman (2007, di Xavier Gens) e soprattutto Quantum of Solace (2008, di Marc Foster). E da un film su James Bond, a uno che lo ha interpretato davvero l’Agente Segreto più celebre al mondo. Qui, il simpatico Brosnan, è arrivato come protagonista principale di Love is All You Need, di Susanne Bier.
2012, Eterea odissea nella meraviglia (…). Di chissà quale dove. Di chissà quale quando. Esasperata ricerca fotografica. Sguardi umanamente compassati. Spettrale elegia Morrisoniana(Jim, ndr) sull’astratto incombente. “Non mi aspetto niente, solo di fare un pezzetto di strada insieme”. I protagonisti hanno a stento qualche nome. Vigorosi tronchi di vita continuamente abbattuti. Spezzati. Scusanti. Silenziosi. To the Wonder (2012, di Terrence Malick.
Nella sezione “Venezia 69” della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica è di scena il melodramma più formidabilmente fluttuante. To the Wonder (Usa, 112’), di Terrence Malick. La telecamera non approfondisce l’imbronciato Ben Affleck. Volge con elastica compassione sul pallore di Rachel McAdams. Gesticola sull’infelice barba incolta di Javier Bardem.
Si fa sedurre, possedere, carezzare e abbandonare da tutto il corpo di Olga Kurylenko; il suo ventre mosso ripreso da dentro l’acqua della piscina, ingigantisce la non annessione a una vera esistenza. Ci sono anche i bambini, ma i loro schiamazzi non arrivano mai nella casa. C’è solo una figlia (di lei) che alla fine riesce ad andarsene da quella acidula convivenza a tre e si tiene a distanza, proteggendosi con skype e comunicado con la madre nella casa lontana del padre e la sua nuova compagna.
C’è poesia nelle pellicole del regista texano Terrence Malick. Ce n’è troppa. Esageratamente per un qualcosa che si chiama film. “Scrivo nell’acqua ciò che non oso dire” dice la donna. To the Wonder non è poi così diverso da The Tree of Life (2011),anzi.
La precedente pellicola però, aveva il merito di regalare dialoghi e tramandare un fantastico Brad Pitt nei panni di un impensabile e odioso padre severo. Frasi che sembrano rubate ai cioccolatini Baci Perugina, vedi “Mostrami come posso amarti”. Al piano terra Mr Affleck passa vicino alla scala. Cammina lento. Miss Kurylenko ferma in alto, fissa uno spazio azzerata nell'insieme di rette convergenti: digressione post-apocalittica senza trattati di resa, di pace o nuova guerra. Si amano. Non provano nulla. Si mettono le mani addosso. Baciano le rispettive cattiverie in chiave confessionale.
Dalla Francia all’America. Dall’arte parigina, passando per Mont Saint-Michel fino alle pianure ventose dell’Oklahoma. Un round incessante dove la luce ha la stessa caducità dell’oscuro.
Non c’è durezza di cuore nei personaggi di Malick. Incolumi senza motivo. Andando a caccia di raggi lunari, seppelliscono valanghe. L’alba non dà sollievo. Il tramonto è una passerella crollata sotto un imprecisato richiamo. Nelle bottiglie di Terrence Malick portate con candore dai ruscelli, l’acqua si è mangiata l’inchiostro del messaggio. Tu, cosa vuoi?
Il trailer di To the Wonder
To the Wonder - Jane (Rachel McAdams)
To the Wonder - padre Quintana (Javier Bardem)
To the Wonder - Neil (Ben Affleck) e Jane (Rachel McAdams)
Mostra del Cinema - giornalisti in coda per entrare in sala stampa
Ogni persona che lavora va trattata con rispetto. Nessuno vale più degli altri. Vale anche per quei "colleghi" cafoni che lasciano a casa le buone maniere.
Correva l’anno 1997 e per la prima volta mi apprestavo a lavorare come “maschera” alla Mostra del Cinema di Venezia. Un’esperienza che non dimenticherò mai soprattutto per la cafonaggine talvolta ostentata dai giornalisti, arrivata perfino a cercare di sfondare l’ingresso con conseguente intervento delle Forze dell’Ordine.
La ragione di un simile comportamento? Per quella specifica proiezione veniva data la priorità al pubblico, e solo una volta entrati tutti questi, si lasciava passare i suddetti press-accrediti ma la cosa evidentemente non piacque e di conseguenza scattò l’ira della pelide stampa di cui qualche nobile esponente si distinse dalla massa arrivando a etichettare una mia collega come "donna dai facili costumi" e dimostrando così tutta la propria volgarità.
Sono passati 15 anni da allora e ora mi ritrovo dall’altra parte della barricata. La giornata odierna è iniziata con la visione della nuova opera di Terrence Malick, To the Wonder (2012, con Ben Affleck, Rachel McAdams, Olga Kurylenko e Javier Bardem). Terminata la proiezione in Sala Darsena, non c’è stato tempo per il personale di spiegare che bisognava pazientare un attimo prima di poter aprire le porte che subito sono cominciati a volare paroloni, come se tutto ciò fosse un fatale disegno ordito nei confronti della libera informazione.
Ma evidentemente certe persone si credono chissà chi solo perché possono ostentare un pass, quando nei fatti sono solo dei gran maleducati. “La stessa persona che oggi ha protestato mi ha spintonata ieri per uscire”, racconta ancora un po’ scossa una ragazza impiegata come maschera all'interno della sala. Il personale incaricato non può certo iniziare una lite e questo i giornalisti lo sanno bene, quindi si permettono di dire e avere atteggiamenti alquanto antipatici. Personalmente ho sempre mal sopportato i prepotenti. Facciamo allora una partita ad armi pari?
Mi chiamo Luca Ferrari e sono un giornalista regolarmente iscritto all’Ordine dei Giornalisti/Pubblicisti del Veneto. Ho fatto reportage internazionali in Europa, Stati Uniti e Asia. Ho scritto su quotidiani e riviste online. Sono fondatore autore di cinque blog magazine tematici (il suddetto, Back in Net, Belly Roads e The Way of the Miles). Ho vinto un premio sul giornalismo per i diritti umani. E allora? Avere esperienza nel proprio campo equivale a essere accreditati per essere bifolchi?
Nessuno mi autorizza a trattare male il resto dell'umanità solo perché non è un eletto come evidentemente qualcuno si crede. Non lavora solo chi va a vedersi un film pagato/spesato per poi scrivere un articolo. Lavora ed è meritevole di rispetto anche chi deve stare in piedi ore e ore perché altri possano svolgere al meglio i propri compiti.
Il faccione barbuto del premio Oscar, Philip Seymour Hoffman. La compostezza di uno dei più grandi villain del terzo millennio, Joaquin Phoenix, indimenticabile nella parte del feroce Imperatore Commodo(Il Gladiatore, 2000di Ridley Scott). Insieme. Nessuna antica Roma alla 69° Mostra Internazionale d’ArteCinematografica di Venezia. I due attori sono protagonisti del nuovo lungometraggio di ThomasAnderson, The Master.
Il primo sabato del Festival ha visto la temperatura abbassarsi di brutto con l’immancabile pioggia evidentemente anche lei fan della kemesse lagunare. Ma tra un’attesa e una proiezione, mentre il popolo cinefilo passa da una sala a un’altra scrivendo su laptop/iPad che sia, c’è anche chi, romanticamente sotto l’ombrello, aspetta che il sereno torni e nel frattempo i loro sguardi si perdono in delicati sentimenti.
I fan della Mostra del Cinema meritano la stessa attenzione delle star. Caldo, umido o pioggia, loro resistono e aspettando in attesa dei loro beneamini.
Da quando nel lontano 2008 lanciai la rubrica - In Mostra siamo Noi - sulle pagine web del quotidiano online Granviale.it, ho sempre sostenuto l’importanza di dare uno spazio, e magari anche un premio, ai fan. Perché sono loro quelli che aspettano ore e ore sotto il sole, talvolta senza essere degnati nemmeno di uno sguardo da altezzosi attori/attrici che si credono chissà chi.
E anche oggi, nel quarto giorno della 69° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, fin dalle prime ore del mattino c’è già chi si è appostato davanti al red carpet. Oggi sono attesi pesi massimi del Grande Schermo: Kristin Scott Thomas, Philip Seymour Hoffman e Toni Servillo. Una giornata autunnale. La bora soffia fredda. La pioggia è in agguato.
Ma c’è chi se la prende con filosofia. Asciugamano per terra. Cappello in testa. Distesa a leggersi una rivista. Lì, a ridosso della passerella non possono mancare le classiche scritte. Oltre a un eloquente “Vogliamo James Franco”, c’è chi è andato oltre, e citando Jo Squillo, ecco l’invito “Violentami sul Metrò” rivolto a Matt Bellamy, Michael Fassbender, Naomi Watts, Evan Rachel Wood, Kate Hudson e James Franco.
Kate Hudson in compagnia del fidanzato Matthew Bellamy, cantante/chitarrista della rock band inglese Muse. L’eleganza di Isabella Ferrari. La madrina della rassegna, Kasia Smutniak. Naomi Watts e Liev Schreiber firmano autografi. Il sorriso di Laetitia Casta. Mira Nair sul red carpet. La consegna del Leone d’Oro alla carriera a Francesco Rosi. La Bad t-shirt del regista Spike Lee.
Fu l'ultimo album prodotto insieme a Quincy Jones. L'album Bad proiettò Michael Jackson verso una notorietà ancor più incredibile. L'omonima canzone insieme a The Way You Make Me Feel, Dirty Diana e Leave Me Alone ne rappresentavano il massimo splendore musicale.Canzoni che appartengono alla tradizione di chiunque. Alla 69° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (29 agosto – 8 settembre) è stato presentato il documentario Bad 25 (sez. Fuori Concorso), di Spike Lee, per celebrare il venticinquennale di quell'immortale disco.
Nel suo lavoro, il regista di Malcolm X (1992), La 25° ora (2002) e Inside Man (2006), porta sul grande schermo l'approccio musicale di Jacko verso un lavoro che dopo Thriller (1982), voleva essere ancora di più, e mostrandone così l’ambizione ma anche il purissimo talento, e dichiarandosi un suo grande fan fin da bambino. Adesso vogliate scusarmi ma devo aggiornare la mia playlist.