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mercoledì 21 maggio 2014

Gli amanti sopravvivono, il mondo no

Solo gli amanti sopravvivono - Eve (Tilda Swinton) e Adam (Tom Hiddleston)
Colti. Dandy. Bevitori di sangue senza colpo ferire. Chiamano gli umani "zombie". I vampiri di Jim Jarmusch sono amanti che vogliono solo sopravvivere.

di Luca Ferrari

Dimenticate l'epoca gotica dove sono sempre stati ambientati. Dimenticate gli amori adolescenziali tra creature differenti. Dimenticate l'oscurità da cui provengono. Anzi, no. Quella tenetela bene a mente. I vampiri di Jim Jarmusch ci vivono ancora oggi e il merito è tutto nostro. Di noi zombie umani capaci di sbranare il presente, gettando le basi per un futuro sempre più incerto e difficoltoso. E in un mondo così, Solo gli amanti sopravvivono. Forse.

Il vampiro Adam (Tom Hiddleston) se ne sta rintanato in una casa nei quartieri deserti di Detroit, un tempo terra di florido business e oggi lugubre e desolata. Fa il musicista, ma non si esibisce mai. Ha chitarre di tutte le epoche. Possiede un'invidiabile collezione di vinili. Esce solo la notte, di tanto in tanto travestito da chirurgo per procurarsi sangue fresco. Senza uccidere nessuno, comprandolo direttamente in ospedale.

Dall'altra parte del mondo, a Tangeri, vive un'analoga esistenza la moglie Eve (Tilda Swinton), meno asociale però del marito. Poco distante da lei c'è l'amico Marlowe (John Hurt). Anch'essi si cibano di sangue senza utilizzare alcun letale canino. Adam è inquieto. E in questi ultimi tempi sente oltre modo la presenza umana sempre più minacciosa all'intera sopravvivenza del pianeta. Eve allora lo raggiunge. Volo notturno con arrivo sempre di notte, s'intende.

Jim Jarmusch (Daunbailò, Dead Man, Coffee and Cigarettes, Broken Flowers) non è certo un regista convenzionale. A quattro anni dall'ultimo The Limits of Control (2009), torna sul grande schermo con una storia decadente, Solo gli amanti sopravvivono (Only lovers left alive). Lenta nell'evoluzione. Ironica e salace. Dove sul banco degli imputati ci finisce l'intero Pianeta, colpevole di distruggere tutto ciò che di buono la Natura ci ha fornito.

Stanno ancora combattendo per il petrolio o stanno già facendo le guerre per l'acqua? Domanda un esausto e tormentato Adam. Hanno già cominciato le seconde, risponde la dolce compagna. Un'esistenza, la loro, che sarà movimentata dall'improvvisata della sorella di lei, Ava (Mia Wasikovska), molto poco tollerata da Adam per comportamenti ancora troppo sanguinari.

A parte quando deve procurarsi il sangue, Adam esce di casa solo per sporadici giri in macchina con la sua dolce metà. Il fidato collaboratore umano Ian (Anton Yelchin) è l'unico ammesso in casa. La telecamera si sofferma con logorante poetica sulle case abbandonate a Detroit. Nessuna presenza di vita. Il teatro diventato parcheggio ben cattura una certa linea che trasforma sempre di più la cultura in business catodico.

È davvero l'amore il solo antidoto per salvarsi? Dall'amore in effetti nasce il rispetto, dal rispetto l'interesse di preservare la propria realtà e condividerla. Una strada questa abbandonata dall'umanità da tempo immemore. Forse non l'ha mai intrapresa. Chi ha i comandi, sfrutta e distrugge. Le conseguenze tanto, loro non le pagheranno. Quelle toccheranno ai loro “amati” nipoti-bis nipoti.

Eve e Adam, occhiali neri quasi sempre indosso quando non sono a casa. Hanno visto il mondo attraversare le epoche più oscure, ma forse nulla in confronto al presente. In questi giorni c'è la consapevolezza di ciò che sta accadendo e cosa accadrà, eppure si preme comunque l'acceleratore dell'autodistruzione. E quando non ci sarà più nulla da fare, si ucciderà ancora di più. Magari non tutti. A qualcuno basta un bicchiere di sangue ogni tanto per sopravvivere ancora. 

Guarda il trailer di Solo gli amanti sopravvivono

Solo gli amanti sopravvivono - Adam (Tom Hiddleston) e Eve (Tilda Swinton)
Solo gli amanti sopravvivono - Ava (Mia Wasikovska)
Solo gli amanti sopravvivono - Eve (Tilda Swinton) e Adam (Tom Hiddleston)

lunedì 19 maggio 2014

Cinema, cultura e internet

CICAE d'essai
Il cinema d'essai protagonista al 67° Festival di Cannes. Nuove cariche e un dibattito sull'asse del terzo millennio, cultura-internet.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

Web, minaccia alle presenze in sala o prezioso alleato per avvicinare sempre di più il pubblico al grande schermo? Il dibattito è aperto. Se n'è discusso a Cannes, in occasione della 67° edizione del Festival Internazionale del Cinema (14-25 maggio) durante l'assemblea generale e internazionale dei Cinema d’Essai (CICAE).

In una sala gremita, il Presidente Detlef Rossmann è stato rieletto all’unanimità. Il presidente dell’associazione tedesca di cinema d’essai (AG Kino – Gilde e.V) Christian Bräuer invece, affiancherà come vice presidente della CICAE Domenico Dinoia, presidente della FICE (Federazione Italiana Cinema d’Essai) e Alain Bouffartigue (vice presidente della AFCAE, Francia).

Non solo cariche istituzionali. Come anticipato, nel corso dell'incontro è stato lanciato il dibattito sul tema “Il cinema, la cultura e internet”, moderato da Laurent Creton, professore all’università Sorbona di Parigi e direttore del Centro di Ricerca sul Cinema e l’Audiovisivo (IRCAV) dello stesso ateneo.

I rappresentanti dell’associazione hanno voluto porre l’accento sul ruolo essenziale di internet come mezzo di comunicazione e di servizio tra le sale e il pubblico. I dibattiti attuali sulla riduzione delle finestre di sfruttamento del prodotto cinematografico e sulle uscite simultanee in sala e in VoD (Video on Demand) sono stati invece accolti con riserva.

Gli esercenti e direttori dei festival membri della CICAE hanno ribadito poi il ruolo  insostituibile delle sale come luogo d’incontro e diffusione della cultura cinematografica, "la quale funzione non potrà venir sostituita dal VoD". La diversità dell’offerta delle sale d’essai e dei festival europei e il loro ruolo di intermediari con il pubblico garantisce ai film europei una diffusione efficace e ottimale.

"Le nuove forme di diffusione on-line non possono che essere concepite e testate in stretta collaborazione con i festival, le sale e le loro associazioni" ha sottolineato la CICAE - Federazione Internazionale dei Cinema d'Essai, "i risultati presentati a Cannes dalla Commissione Europea in merito ai progetti di azione preparatoria sulle uscite simultanee dei piccoli film europei non hanno per ora portato a un modello commerciale convincente".

Il dibattito è senza dubbio più attuale e aperto come non mai. La rete è un compagno insostituibile della vita quotidiana. La crisi economica e la facilità del download selvaggio possono di certo essere un elemento a favore della comodità casalinga rispetto al piacere di una sala. Questa è una realtà insindacabile. Ma da qui si può e si deve ripartire.

Il cinema è cultura. Un'offerta intelligente e mirata a seconda del territorio, unita a una politica di biglietti sempre più attenta al contesto specifico, potranno rendere il circuito d'Essai un valore aggiunto non solo per la filmografia specifica ma anche per la stessa città. Ancor di più se presentati film in lingua originale lì dove vi sia alta concentrazione turistica ma ancor di più universitaria.

Cannes - (da sx) Christian Bräuer (Vice-presidente CICAE), XavierTroussard 
(Head of Unit Europe Creative - MEDIA) e Detlef Rossmann (Presidente CICAE)

mercoledì 14 maggio 2014

Principessa Mononoke, condividiamo la vita

Principessa Mononoke - San e Ashitaka
Fiaba ecologista nel nome di un mondo aperto al dialogo. Dai delicati disegni di Hayao Miyazaki, Principessa Mononoke.

di Luca Ferrari

Spiritualità. Vendetta. Possesso. Sacrificio. Romanticismo. Mitologia. Futuro. Il grande cinema animato di Hayao Miyazaki ha qualcosa da dire, e lo fa con metafore, colori e poesia. A distanza di quasi vent'anni dalla sua uscita, in occasione della Festa del Cinema, è tornato sul grande schermo Principessa Mononoke (1997), uno degli indiscussi capolavori del regista nipponico, Premio Oscar 2005 nonché Leone d'Oro alla carriera alla 62° edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

Una maledizione dalle fattezze animali (cinghiali) si avvicina minacciosa a un villaggio. L'eroico Ashitaka, capo della tribù degli Emishi, ben conscio di cosa potrebbe comportare il suo gesto, si sacrifica e uccide la bestia. Le conseguenze si fanno subito sentire, e vedere. Una grossa macchia violacea compare sul braccio destro del giovane, equivalente a prossima morte. Come spiegatogli però dalla saggia del posto, la sola possibilità di tentare di cambiare un destino segnato è quello di recarsi verso le foreste proibite dell'Ovest, da dove ha avuto origine l'anatema.

A dorso del fido stambecco, ha inizio un viaggio che culminerà con l'incontro/scontro con due mondi opposti e fatali nemici. Da una parte la Natura, rappresentata dalla Principessa Spettro (Mononoke) San e lo Spirito della Foresta, dall'altra la comunità della Città di Ferro che distrugge i boschi e la montagna per produrre il prezioso materiale, guidata da Lady Eboshi e l'avido gruppo dei cacciatori capitanati dal finto monaco, Jigo. Ashitaka si trova nel mezzo di una guerra, e in ballo c'è la sua stessa vita.

Oltre due ore di film senza nessun effetto tridimensionale. Ancor più di allora, oggi nel terzo millennio inoltrato la storia della Principessa Mononoke è quanto di più attuale si possa immaginare. Senza nessun costoso effetto 3D, Miyazaki sorprende. La forma umana della divinità che si aggira nella notte è stupefacente. I piccoli candidi kodama, creaturine fatate del bosco, sono sogni senza età.

Miyazaki (La città incantata, Il castello errante di Howl, Si alza il vento) sposa la causa ambientalista ponendo l'annoso dilemma della coesistenza tra ecosistema e sviluppo. Sono davvero due facce (inconciliabili) della stessa medaglia? La natura è il prezzo che bisogna pagare per produrre energia e garantire sempre maggior agi alla razza umana?

Emblema e fulcro della storia miyazakiana, lei. San, la principessa Mononoke. È un'umana abbandonata e allevata dai lupi bianchi. Odia l'uomo e vuole difendere la Natura. Ashitaka però è diverso. Non è un assassino incapace di guardare oltre la sete di potere e ricchezza. I due si scontrano. Si feriscono. Si parlano. Si lasciano, ma non si odiano. Si incontreranno ancora. Anche se forse si amano, appartengono a due mondi diversi. Resteranno separati ma ci sarà sempre la possibilità di fermarsi e parlare. Un piccolo germoglio da cui far sbocciare un nuovo mondo.

Il trailer di Principessa Mononoke

Principessa Mononoke - i Kodama
Principessa Mononoke - il dio bestia
Principessa Mononoke - Lady Eboshi
Principessa Mononoke - San, la Principessa Spettro 

sabato 10 maggio 2014

Diversi fino a prova contraria

Fino a prova contraria - l'investigatore Ron Lax (Colin Firth)
Un crimine atroce. Tre bambini uccisi. I capri espiatori sono tre adolescenti emarginati. Devil’s knot – Fino a prova contraria (2014, di Atom Egoyan).

di Luca  Ferrari

Simpatizzanti delle atmosfere gotiche e occulto. Adolescenti alle prese con esistenze complicate e gusti non conformi alla massa. Quanto basta per venire accusati, incriminati e condannati per il triplice omicidio di tre bambini. Sono i bersagli più facili e la massa non perdona. Sempre pronta a colpire il diverso senza scomodarsi a cercare il male nei posti più impensabili. Dentro casa. Devil’s knot – Fino a prova contraria (2014, di Atom Egoyan).

È un tranquillo pomeriggio come altri nella cittadina di West Memphis. Christopher Byers, Stevie Branch e Michael Moore, tutti di otto anni, vanno a fare un giro in bicicletta. È pomeriggio. Non torneranno mai più a casa. Verso sera intanto un uomo sporco di sangue (e di fango) entra in un locale. Non sarà mai trovato né cercato. Le indagini si concentrano subito su tre adolescenti: Damien Echols, Jessie Misskelley Jr. e Jason Baldwin, inchiodati da un bambino scampato all’eccidio che li indica tutti quanti raccontando anche dettagli. Un bambino che poi ritratterà tutto, inclusa la fantasiosa storia della madre. 

Il bigottismo imperante chiede degli assassini, possibilmente diversi. Così è. Tutti sono contro di loro. Tutti meno uno. L’investigatore privato Ron Lax (Colin Firth). Offre la propria disponibilità a supportare gli avvocati difensori. Per lui è una questione morale. È fermamente contrario alla pena di morte. E poi non crede nemmeno alla colpevolezza dei tre imputati.

Tra le famiglie colpite da questa immane disgrazia, il patrigno di Chris, John Byers (Kevin Durand) ha un coltello sporco di sangue di cervo, di cui però non sa spiegare come ci sia finito sangue umano (non suo). Dell’altra, la mamma di Stevie, Pamela Hobbs (Reese Whiterspoon) in principio punta il dito contro i tre presunti satanisti. Si comporta come una tipica WASP. Arriva perfino a farsi battezzare per affrontare il Demonio, poi però lei stessa comincia a guardare oltre. Osserva impotente le falle del processo. Guarda suo marito con sospetto. Comincia a pensare che quei tre magari saranno un po’ strani, però non fa di loro degli spietati assassini.

Fatti realmente accaduti. Il regista canadese Atom Egoyan porta sul grande schermo l'incredibile storia dell'incarcerazione per 18 anni dei cosiddetti Tre di West Memphis. Devil’s knot – Fino a prova contraria non racconta solo un fatto di cronaca americano gestito in modo allucinante dalle istituzioni giudiziarie e dalla polizia. Allarga la prospettiva dentro un mondo che non è per niente cambiato e che ancora oggi (af)fonda le sue radici sull’emarginazione e l’abuso dei più deboli.

Nel Medioevo bastava avere i capelli rossi per essere accusati di stregoneria e bruciati, oggi basta credere in una religione per essere etichettati come terroristi e torturati. Quello che non segue la massa è ancora visto male. Un ostacolo che deve essere spazzato via per non intaccare lo status quo. Il diverso fa porre delle domande. Sforzi che il gregge non vuole affrontare. Il diverso deve essere allontanato. In un modo o nell’altro. Punto e basta.

Succede durante l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta e nel mondo del lavoro. È sempre successo e continuerà. Un capello un po’ più lungo. Un gusto artistico più estremo. Un abbigliamento che non rispecchia il piattume della società locale. Un’ideologia che non si conosce se non per sentito dire (spesso) da organi d’informazione ignoranti e di parte. Il mondo è pieno di innocenti. E prima che nuovi Christopher, Stevie e Michael vengano uccisi e altri Damien, Jessie e Jason vengano etichettati e sfregiati per sempre, bisogna elevarsi. Tutti.

Fino a prova contraria - Stevie e sua madre Pamela Hobbs (Reese Whiterspoon)
Fino a prova contraria - i tre bambini
Fino a prova contraria - al centro gli imputati:
Jason Baldwin (Seth Meriwether) e Damien Echols (James Hamrick)

venerdì 9 maggio 2014

Luisa Ranieri, la madrina di 71. Venezia

Luisa Ranieri
L’attrice napoletana Luisa Ranieri sarà la madrina delle serate di apertura e chiusura della 71. Mostra del Cinema di Venezia (27 agosto – 6 settembre).

di Luca Ferrari

Da Leonardo Pieraccioni al premio Oscar onorario Michelangelo Antonioni, passando per Vincenzo Salemme, Pupi Avati, Edoardo De Angelis, Paolo Genovese, Neri Parenti fino a Ferzan Özpetek. Dopo essere stata diretta da celebri registi in Italia e all'estero, l'attrice napoletana Luisa Ranieri sta per passare dall'altra parte del grande schermo. Sarà lei infatti la madrina delle serate di apertura e chiusura della 71. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Charme, eleganza e professionalità. Luisa Ranieri sarà a suo perfetto agio sul palco della Sala Grande del Palazzo del Cinema al Lido. Due le grandi occasioni in cui sarà presente. La cerimonia d'inaugurazione mercoledì 27 agosto e nel corso della giornata finale,  sabato 6 settembre, quando saranno annunciati i Leoni e gli altri premi ufficiali del festival.

Dopo il debutto cinematografico nel divertente Il principe e il pirata (2001, di Leonardo Pieraccioni), appena tre anni dopo Luisa Ranieri fa il suo ingresso nel cinema d’autore diretta da Michelangelo Antonioni nell’episodio “Il filo pericoloso delle cose” del film Eros (2004), presentato alla 61. Mostra di Venezia.

Molte presenza anche nella televisione. Tra le varie partecipazioni ha interpreta il ruolo di Assunta Goretti nella miniserie di Rai 1, Maria Goretti (2003, di Giulio Base). È stata la cantante Maria Callas nella fiction di Canale 5, Callas e Onassis (2005, di Giorgio Capitani). È la protagonista femminile di La omicidi (2004) e Cefalonia (2005), diretti entrambi da Riccardo Milani. Nel 2005 affianca Adriano Celentano nel programma tv-evento Rockpolitik.

Alternatasi sempre con successo tra piccolo e grande schermo, nel 2009 è tra i protagonisti del film corale Gli amici del bar Margherita (2009, di Pupi Avati). Spazio anche al teatro. Tra il 2009 e il 2010 recita ne L'oro di Napoli di Gianfelice Imparato e Armando Pugliese, trasposizione teatrale dei racconti di Giuseppe Marotta divenuti celebri grazie all'omonimo film di Vittorio De Sica dove interpreta sia il ruolo che fu di Sofia Loren, sia quello di Silvana Mangano.

Nel corso degli anni lavora anche con produzioni americane e francesi: Letters to Juliet (2011, di Gary Winick), Le marquis (2011, di Dominique Ferrugia) e Bienvenue à bord (2011, di Éric Lavaine). Sempre nel 2011 prende parte al pluripremiato Mozzarella Stories di Edoardo De Angelis. Quest'anno infine era tra i protagonisti di Allacciate le cinture (2014, di Ferzan Ozpetek).

l'attrice napoletana Luisa Ranieri

mercoledì 7 maggio 2014

Gran Torino, Clint Eastwood ruggisce ancora

Gran Torino - Walt Kovalski (Clint Eastwood)
Pistolero, ispettore di polizia o pensionato razzista, il vecchio Clint Eastwood è sempre dalla parte dei più deboli, anche al volante di una Gran Torino.

di Luca Ferrari

“Avete mai fatto caso che ogni tanto s’incrocia qualcuno che non va provocato? Quello sono io”. A pronunziare queste ringhiose parole contro i classici teppisti moderni, è il burbero pensionato Walt Kowaslki, interpretato da Clint Eastwood nel film diretto da se medesimo, Gran Torino (2009). Una storia malinconica ma ricca di quella forza di chi ha deciso di combattere e lottare fino alla fine. A qualunque costo.

Ex-operaio della Ford, poco amante degli stranieri, della religione e alle prese con un nuovo vicinato orientale, Kowaslki è un uomo solo nei suoi pensieri. Ha appena perduto la moglie. Ha due figli con prole con cui non ha niente in comune. Walt è solo nella sua guerra personale. È un uomo però che ha il coraggio di alzare la testa. Si sente ancora le mani sporche di sangue per la guerra combattuta in Corea. Il suo cane Daisy e la sua macchina d'epoca Gran Torino sono la sola famiglia che ha.

Superando i suoi stessi pregiudizi (altro fatale nemico) dei vicini, prima li difende, poi inizia ad instaurare rapporti umani e infine, di fronte allo stupro della giovane Sue (Ahney Her), arriverà a sacrificarsi nel nome di una generazione migliore, regalando così al fratello di lei, Thao (Bee Wang), un'alternativa alla vendetta e forse un avvenire.

Come anche nel precedente Million Dollar Baby (2004) diretto da Eastwood, il riluttante protagonista si confronta con la fede. In Gran Torino c'è padre Janovich (Christopher Carley). Un incontro/scorso tra lui e Kovalski con quest'ultimo che comincia dalla strada dell'indifferenza, passa a battute al vetriolo e infine plana sul rispetto.

Walt Kowaslki non è di questa epoca. Lui non chiude la serranda dinnanzi ai problemi. Agisce. Minaccia. Colpisce, anche a costo della propria vita. Un veterano contro stupidi adolescenti. Guai a chi osa minare la libertà altrui. Gli anni accumulati non frenano la sua rabbia contro le gang. Il branco sbrana e decide. Walt lo sa. Ma agisce lo stesso.

Gran Torino è una storia umana dove il lieto fine non fa rima con i titoli di coda. Gli ultimi fotogrammi vedono il giovane Thao (ribattezzato ironicamente dal Walt, “Tardo”) sfrecciare sulla sua macchina lasciatagli in eredità, e non alla menefreghista nipote Ashley (Dreama Walker). E forse dovremmo chiederci tutti quanti: dove andrà Thao? Cosa farà? Chi diventerà?

Il trailer di Gran Torino

Gran Torino - Sue (Ahney Her)
Gran Torino - Thao (Bee Vang) e Walt Kovalski (Clint Eastwood)

mercoledì 30 aprile 2014

Il potere di Spider-Man

The Amazing Spider-Man 2 - Peter Parker/Spider-Man (Andrew Garfield)
Solo contro tutti. Ma se il potere di Spider-Man potrà bastare per salvare New York City, quello di ciascuno di noi non lo è nemmeno per la propria vita.

di Luca Ferrari

Tutti i giorni mi sveglio ed è solo questione di tempo prima che mi scontri con chi ha più potere di me, dice un preoccupato ma deciso Peter Parker (Andrew Garfield). Ha inizio una nuova avventura dell'Uomo Ragno, The Amazing Spider-Man 2 - il potere di Electro (2014, di Marc Webb). Peter è sempre più deciso e convinto della propria missione super-eroica. La sua scelta. La sua strada. La sua forza deve servire il Bene e combattere contro il Male.

Tre i grandi cattivi di questo secondo capitolo: Harry Osborn/Green Goblin (Dane DeHaan), Aleksei Sytsevich/Rhino (Paul Giamatti) e Max Dillon/Electro (Jamie Foxx). Forse un po' troppi per un solo film, ma non abbastanza per la vita reale. Quelli non hanno effetti speciali e non servono occhiali in 3D per vederli. Molti usano carta e carne, altri covano ed esplodono dentro di noi.

Senza ragnatele speciali la battaglia di ciascun essere umano sarà sempre impari e continua imperterrita. La sopravvivenza sembra diventata la sola aspirazione a cui la maggior parte del mondo possa tendere. Una schiavitù sempre più sottile e infima penetra e sgorga senza una vera identità.

Il problema per noi razza umana è proprio questo. Spider-Man conosce i suoi nemici. Di volta in volta si presentano e sanno che lui per primo è l'ostacolo alla loro realizzazione. Presto tutti in questa città sapranno cosa si prova a vivere in un mondo senza potere, senza pietà... senza Spider-Man, sentenza il temibile Electro.

Anche Spider-Man è solo nella sua battaglia. Nessuno ha le sue capacità. Però è anche conscio di quello che è in grado di fare. Lotta per il Bene e la Giustizia. Lotta sapendo che può lottare e vincere. Noi lottiamo, ma sappiamo che nella maggior parte dei casi ci dovremo accontentare di aver partecipato. Loro: i politici corrotti, la non-democrazia, l'ingiustizia  la xenofobia invece, quelli vinceranno sempre.

Guarda il trailer di Spider-Man 

The Amazing Spider-Man 2 - Electro (Jamie Foxx)
The Amazing Spider-Man 2 - il potere di Electro (2014, di Marc Webb)

giovedì 24 aprile 2014

La passione del gigolò John Turturro

67. Mostra del Cinema, John Turturro © Federico Roiter
In sala con Gigolò per caso, alla 67° Mostra del Cinema di Venezia l'attore-regista John Turturro presentò il documentario musicale Passione (2010).

di Luca Ferrari

John Turturro e Woody Allen, Woody Allen e John Turturro. Sembrano una di quelle coppie datate con chilometri di pellicola alle spalle e invece Gigolò per caso (2014), quinta prova di regia del cineasta di origini italiane John Turturro, è la prima volta per l'inedita coppia che li vede catapultati in una dimensione di pappone e stallone per soddisfare bisogni di altolocate donne newyorchesi.

Ma questa è una storia che devo ancora ammirare sul grande schermo, l'occasione di scrivere mi è venuta da Orfeo. Questa notte infatti ho sognato di essere al primo spettacolo del primo giorno di una imprecisata Mostra del Cinema di Venezia, il che non mi sorprende vista la "passione" per la settima arte. Una parola interessante quest'ultima.

Deve averlo pensato anche lo stesso Turturro visto che così chiamò il suo quarto film da regista, Passione. Un documentario musicale dedicato alle canzoni napoletane, e girato interamente nella città partenopea, nonché presentato in anteprima nella sezione Fuori concorso alla 67° Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (1-11 settembre 2010).

Guarda il trailer di Gigolò per caso

67. Mostra del Cinema, John Turturro © Federico Roiter
67. Mostra del Cinema, John Turturro © Federico Roiter
67. Mostra del Cinema, John Turturro © Federico Roiter
Gigolò per caso (2014, di John Turturro)

giovedì 17 aprile 2014

Grand Anderson Hotel

Grand Budapest Hotel - Gustave (Ralph Fiennes)
Ripetitiva e sempre la medesima poetica stravaganza del vivere quotidiano. Il cinema di Wes Anderson è lì dov'è già stato, Grand Budapest Hotel (2014) incluso.

di Luca Ferrari

Una linea retta. Segmentata. Consapevole della propria reiterata calamita interiore. Alza la mano, abbassa la gamba. Sdoppiati. Animati. Guardami. Rimedia. Determina. “Bellissimo. Imperdibile”. I commenti appena fuori dalla sala si sprecano per Grand Budapest Hotel (2014, di Wes Anderson). Sarà vero? Non resta che vederlo.

Ma la domanda che mi attanaglia è sempre la stessa: riuscirà a superare per qualità l'impareggiabile I Tenenbaum (2001)? La risposta è no. Il regista texano è ancora schiavo del suo modo di fare cinema. Sempre con mille attori dai nomi altisonanti. Primi piani. Sequenze da cantastorie. Personaggi surreali e una storia più o meno intrigante.

Ispirato alle opere dello scrittore viennese Stefan Zweig (1881-1942), Grand Budapest Hotel vede al centro della scena il concierge Gustave H. (Ralph Fiennes), donnaiolo e focoso amante di anziane ospiti della prestigiosa struttura alberghiera in una non bene precisata località dell'Europa Orientale pre-I Guerra Mondiale.

Morta la sua più devota (e vetusta) innamorata, Madame D. (Tilda Swinton), ecco che insieme al fedele lobby boy Zero Mustafa (Tony Revolori) si reca a renderle omaggio, scoprendo di aver ereditato il suo quadro più prezioso. La cosa ovviamente fa andare su tutte le furie il figlio di lei, Dmitri (Adrien Brody), che farà di tutto perché l'intera eredità resi lì dov'è, incluso dare totale licenza di uccidere Gustave al perfido Jopling (Willem Dafoe).

Con la montata accusa di aver assassinato l'anziana donna, Gustave viene imprigionato dal ligio ispettore di polizia Henckels (Edward Norton). Qualche dolcetto “imbottito” dopo, riuscirà a fuggire con la complicità del galeotto Ludwig (Harvey Keitel) e da fuori le sbarre, di Zero e la sua giovanissima neo-sposa Agatha (Saoirse Ronan), pasticcera da Mendel's. Gustave ora punta deciso alla verità e al testamento di Madame D.

Preceduto da un intro dell'autore stesso (Tom Wilkinson), la storia viene scandita dal racconto dell'ormai adulto Mustafa (F. Murray Abraham) che, nel Budapest Hotel ancora attivo ma decaduto e di cui è oggi il ricco proprietario, racconta tutti i dettagli a un giovane e curioso scrittore (Jude Law).

Nella fiaba Andersoniana l'adulto e il bambino si scambiano i ruoli. "Tenembauamente" Raleigh St. Clair (Bill Murray) e Dudley Heinsbergen (Stephen Lea Sheppard), Zero e Gustave si avvicendano. Si sorpassano. C'è sempre qualcuno da proteggere. Qualcuno da salvare. La fisica è spesso un dettaglio, il piacere cui tendere, quasi mai. Gustave e Zero non sono eroi. Semmai i più improbabili curatori di un mondo circoscritto già votato all'auto-distruzione, e sempre all'affannata ricerca di coscienza e barlumi d'amore.

Nella carrellata di celebri attori che affollano il Grand Budapest Hotel, timbrano anche il cartellino Jeff Goldblum nei panni dell'avvocato Kovacs, quindi i concierge Bill Murray (M. Ivan, collega di Gustave), Bob Balaban (M. Martin, vedi precedente), Jason Schwartzman (l'attuale concierge svogliato dell'albergo ormai in declino), e ovviamente Owen Wilson (Chuck, il concierge che prende il posto di Gustave mentre è in prigione).

Curioso poi come, restando in tema di apici raggiunti nel passato dal regista, uno degli attori protagonisti sia proprio F. Murray Abraham, l'indimenticabile Salieri di Amadeus (1984, di Milos Forman) con cui vinse il premio Oscar come Miglior attore protagonista. Un film quest'ultimo capace di sbancare gli Academy (8 statuette conquistate e altre 3 nomination) e con altrettanta potenza, far svanire nell'oblio i due attori principali, Murray appunto e Tom Hulce nei panni del geniale compositore austriaco.

Intervallati dal più intrigante Il treno per Darjeeling (2007), le precedenti produzioni Andersoniane sono state al limite della sufficienza: Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004) e Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore (2012). Wes non sa osare. Si è costruito un guscio ad hoc e lì se ne sta. Sguazza beato. Tirando le trecce alla suo ruscello di  assurdo realismo. Grand Budapest Hotel farà la fortuna tra i suoi ammiratori, ammalierà chi lo scoprirà per la prima volta. Annoierà chi vorrebbe di più. Ma forse, curiosamente, non ne ha.

Grand Budapest Hotel - Zero (F. Murray Abraham) e lo scrittore (Jude Law)
Grand Budapest Hotel - Gustave (Ralph Fiennes) e Zero (Tony Revolori)
Grand Budapest Hotel - Zero (Tony Revolori) e Agatha (Saoirse Ronan

lunedì 14 aprile 2014

Il soldato umano Captain Amicizia

Captain America: The Winter Soldier (2014, di Anthony e Joe Russo)
Steve Rogers contro la Massoneria assassina. Captain America contro il Soldato d'Inverno. La sua indistruttibile arma è lo scudo dell'amicizia.

di Luca Ferrari

Captain America è tornato. Rispedite al mittente (insieme ai compagni vendicatori Thor, Iron Man e Hulk) le mire espansionistico-distruttive dell'asgardiano Loki, riprende la sua vita, diciamo così, "normale". Parola grossa quest'ultima, visto che da militare della II Guerra Mondiale è passato in un amen alla frenesia del Terzo Millennio. E se nella sua epoca i confini tra amici e nemici erano più marcati, oggi i “cattivi” sono quelli che ti sparano addosso, anche se in principio capita siano perfino dalla tua stessa parte. 

Captain America: The Winter Soldier (2014, di Anthony e Joe Russo), più che il sequel di Captain America – Il primo Vendicatore (2011, di Joe Johnston), riprende il percorso "marvelliano" da dopo The Avengers (2012, di Joss Whedin), con Steve Rogers a bordo della sua moto destinazione ignota (la comprensione del mondo?).

Steve Rogers/Captain America (Chris Evans) partecipa all'ennesima missione in compagnia di agenti dello SHIELD e l'ormai nota Natasha Romanoff/Vedova Nera (Scarlett Johansson). Qualcosa però non va proprio secondo i piani, e il guerriero delle due epoche lo comprende, non gradendo. Ancor più strano quando Nick Fury (Samuel L. Jackson) viene quasi ammazzato da misteriosi sicari e si nasconde proprio in casa di Rogers, consegnandogli una misteriosa chiave USB. Perché proprio a lui?

È in atto una cospirazione. O meglio, all'interno dello SHIELD c'è qualcosa di tragicamente segreto e micidiale. L'organizzazione criminale HYDRA che Rogers sconfisse prima di finire ibernato, è più viva che mai. Inizia una nuova battaglia dove a fianco di Captain America si schierano il veterano di guerra Sam Wilson/Falcon (Anthony Mackie), Natasha e la fedele “shieldiana” Maria Hill (Cobie Smulders).

Dall'altra parte, una misteriosa forza che ha la sua punta di diamante in quello che viene chiamato il Soldato d'Inverno, Winter Soldier. Un tempo però si chiamava Bucky Barnes (Sebastian Stan), il migliore amico di Steve. Oggi è una marionetta distruttiva controllata dal segretario dello SHIELD stesso, Alexander Pierce (Robert Redford).

Poco fantasy, molto action. Ancor di più realtà. C'è un potere di memoria nixoniana che si mette al di sopra tutti. C'è una forza indistruttibile che si arroga il diritto di decidere chi può vivere e chi no. Decidono e uccidono in modo diretto nel nome del Bene (…) supremo. Tutto avviene così anche nel mondo al di qua dello schermo, con la sola differenza che qui di misteri ce ne sono meno. Si fa (quasi) tutto alla luce del sole, lasciando all'oscurità solo ciò che proprio non può essere rivelato.

Chi sono i nostri Captain America e Falcon? Uomini come l'informatico Julian Assange e l'ex dipendente dell'NSA Edward Snowden che rivelano al mondo ciò che i Servizi Segreti si tengono per sé? Perché ogni nazione ha i propri Segreti di Stato? La risposta più semplice è, per scatenare altre guerre visto e considerato cosa è accaduto in queste migliaia d'anni. E non c'è ragione di credere che qualcosa possa cambiare.

Magari un giorno scopriremo che la Marvel stessa è pagata per drogarci con questi supereroi, lasciandoci l'illusione che solo la fantasia sia davvero capace di cambiare lo status quo. O magari è il contrario. È una multinazionale che vuole ispirare il mondo intero a ribellarsi contro ogni forma di dittatura. Vale tutto e il contrario di tutto. Come capiamo di chi fidarci? Come si capisce chi sta dalla nostra parte?

Giorno dopo giorno la tecnologia si sta sempre più sostituendo all'essere umano, mettendogli a disposizione ogni cosa. Tutto fuorché l'umanità. Captain America è diverso. Anche di fronte a un nemico pericoloso sa usare le parole oltre che i pugni, sfidandolo a confrontarsi con il legame d'amicizia che un tempo li univa. E se deve morire, così sia. Almeno morirà nel nome di un vero ideale. Un ideale umano.

Captain America: The Winter Soldier - Natascia Romanoff (Scarlett Johansson)
Captain America: The Winter Soldier -
Alexander Pierce (Robert Redford) e Nick Fury (Samuel L. Jackson)
Captain America: The Winter Soldier -
Steve Rogers (Chris Evans) e il Soldato d'Inverno (Sebastian Stan)
Captain America: The Winter Soldier - Bucky, il Soldato d'Inverno (Sebastian Stan)
Captain America: The Winter Soldier (2014, di Anthony e Joe Russo)

mercoledì 9 aprile 2014

Il grande cinema del Middle East Now

Omar (2013, di Hany Abu-Assad)
Cinema, documentari, fotografia, incontri ed eventi culinari. Dal 9 al 14 aprile è di scena a Firenze la V edizione del festival Middle East Now.

di Luca Ferrari, ferrariluca@hotmail.it
giornalista/fotoreporter – web writer

È l’unico festival italiano interamente dedicato al Medio Oriente contemporaneo. È un festival capace di raccontare una delle zone più calde del mondo attraverso cinema, documentari, arte contemporanea, fotografia, incontri ed eventi culinari. È il Middle East Now (Firenze, 9-14 aprile), un evento ideato e organizzato dall’associazione culturale Map of Creation che si svolgerà tra Cinema Odeon, Cinema Stensen e altre location del capoluogo toscano.

Middle East Now. Le storie. I personaggi. I temi forti e l’attualità nelle produzioni più recenti da Iran, Iraq, Kurdistan, Libano, Israele, Palestina, Egitto, Giordania, Emirati Arabi, Afghanistan, Siria, Bahrein, Algeria e Marocco. 52 film suddivisi tra lungometraggi, documentari, film d'animazione e cortometraggi (23) per un totale di 45 anteprime italiane e anche qualche europea. Un viaggio mediorientale completo per far conoscere la cultura e la società di questi paesi oltre i pregiudizi e i luoghi comuni con cui spesso sono rappresentati.

Tra le tante le novità e i progetti speciali di questa quinta edizione, la prima retrospettiva in Italia dedicata all’acclamato regista palestinese Hany Abu-Assad. Già nomination all'Oscar come Miglior film straniero nel 2006 per Paradise Now, il suo ultimo lungometraggio, Omar (2013), dopo a aver vinto il premio della giuria nella sezione "Un Certain Regard" del Festival di Cannes 2013, ha avuto anche la nomination ai recenti Premi Oscar sempre come Miglior Film Straniero.

Tra gli altri eventi di notevole spessore, è pronta a sbarcare al Middle East Now la mostra-reportage “Persia Mon Amour”, un omaggio alla più grande comunità di Iraniani in Italia. E sempre in tema visivo, un altro evento di notevole interesse è la mostra “Occupied Pleasures” della fotografa palestinese Tanya Habjouqa. Cambiando infine del tutto genere, l'anima si gonfia con le note del primo concerto in Italia dei Mashrou’ Leila, la controversa band indie-rock libanese che sta cambiando la faccia della musica mediorientale.

Tra la novità cinematografiche della V edizione del Middle East Now, la prima italiana del documentario Return to Homs del regista siriano Talal Derki, vincitore del “World Cinema Grand Jury Prize” all’ultimo Sundance Film Festival. Iraq Now è invece una selezione di film, cortometraggi e opere prime di giovani aspiranti registi, mentre con Window on Qatar si entra nella cinematografia dell'emirato monarchico con 10 lavori tra le produzioni più recenti di giovani filmmaker.

Marocco on the Wave è un ampio e variegato racconto delle diverse sfaccettature della società contemporanea dello stato nordafricano, quindi spazio anche all'Iran con alcuni dei titoli più interessanti del cinema contemporaneo. Spazio poi anche alla cinematografia egiziana, dall'Afghanistan (dove spicca il documentario No Burqa Behind the Bars, che per la prima volta dà voce, senza filtri, a 40 donne rinchiuse nella prigione di Takhar) e Israele, dove in quest'ultimo c'è molta attesa per l’incredibile documentario Before the Revolution (di Dan Shadur & Barak Heymann), che racconta della comunità di israeliani che negli anni ’60 e ’70 viveva a Tehran nel lusso, facendo affari con lo Scià di Persia.

In virtù di una collaborazione con il World Cinema Project inoltre, presieduto da Martin Scorsese, che assieme alla Cineteca di Bologna restaura grandi capolavori del cinema dimenticati soprattutto in paesi che mancano dei supporti economici e tecnici per farlo, al Middle East Now verranno proiettati i classici del Medio Oriente.

In programma il cult movie del cinema marocchino Trances (1981, di Ahmed Al Maanouni), primo film restaurato dalla Fondazione nel 2007; dall’Egitto il cortometraggio The Eloquent Peasant (1970, di Chadi Abdel Salam) e il lungometraggio dello stesso regista The Mummy - The Night of Counting the Years (1970), considerato uno dei film culto del cinema egiziano; e per il cinema iraniano il classico Downpour (1972, di Bahram Beyza’i), restaurato nel 2011.

Importante novità dell’edizione infine 2014, un progetto di programmazione streaming in partnership con MYmovies.it, la più accreditata testata di cinema online a livello nazionale che offre l’opportunità di estendere i confini di fruizione dei film anche a internet. Gli utenti potranno assistere gratuitamente in streaming sulla piattaforma MYMOVIESLIVE! ai già citati No Burqa Behind the Bars e Before the Revolution, trasmessi rispettivamente giovedì 10 e venerdì 11 alle h. 21.30. Per accedere ai film, basta collegarsi alla pagina web di Mymovie, registrarsi e attivare un profilo FREE oppure UNLIMITED.

Per scoprire l'intero programma, scopri il Middle East Now.

il Middle East Now 2014

martedì 8 aprile 2014

Venezia, il cinema di Balkania


Il sentiero (di Jasmila Zbanić)
Viaggio nel cinema dei paesi dell'ex-Jugoslavia. Alla Videoteca Pasinetti di Venezia è sbarcato Balkania, rassegna di 8 film ed eventi collaterali a tema.

di Luca Ferrari

Balcani alla "periferia dell'Impero UE". Balcani ancora troppo ignorati. In Italia come altrove. A riportare negli ultimi tempi il mondo balcanico sul grande schermo era arrivato il drammatico Venuto al mondo (2012), quarta (sontuosa) opera del regista italiano Sergio Castellitto. Non è mai arrivato in Italia invece il primo film diretto da Angelina Jolie, ambientato anch'esso ai tempi della guerra jugoslava, Nella terra del sangue e del miele (In the Land of Blood and Honey).

Così vicini, così lontani. Italia e Balcani. Passate memorie di guerra ancora svolazzanti a inaridire qualche dialogo di troppo. Italia e Balcani sono lì. Unite dalla terra. Oggi, in un pseudo-pacifico 2014 il Circuito Cinema comunale di Venezia in collaborazione con il Centro Pace della città lagunare e  l’Associazione Buongiorno Bosnia ha dato vita a Balkania, rassegna cinematografica di otto film in gran parte inediti nel Belpaese, selezionati dal critico e specialista di cinema balcanico Nicola Falcinella.

“Nel corso delle guerre degli anni Novanta i Balcani sono stati sotto l’attenzione dell’opinione pubblica italiana, ritornandovi in occasione di anniversari, cadute di regimi, arresti illustri, processi o nuove crisi” scrive Falcinella, “sempre con un’attenzione di breve durata e distratta. La stessa cosa è accaduta al cinema di quei Paesi, che pure ha vinto premi, ha prodotto opere di grande livello, è diventato uno dei biglietti da visita di stati nuovi o in difficile transizione. Pochi di questi film hanno circolato in Italia. La rassegna Balkania ne raccoglie otto, realizzati nell’ultimo decennio da registi per lo più alle prime opere in rappresentanza di quasi tutte le repubbliche della ex-Jugoslavia”.

Dopo i primi due appuntamenti, Cinema Komunisto (Serbia, di Mila Turajlič) e Benvenuto Presidente (Bosnia, di Pjer Zalica), la rassegna prosegue con altri sei lungometraggi:
  • martedì 8 aprile, Jagoda – Fragole al supermercato (Serbia, di Dušan Milič): satira intorno ai temi della democrazia  frettolosa e illusoria
  • giovedì 10 aprile, Das Fräulein (di Andra Staka): ambientato a Zurigo tra rifugiati ed esuli, viaggio nei percorsi di una possibile riconciliazione
  • martedì 15 aprile, Silent Sonata – Circus Fantasticus: magia del circo sullo sfondo della guerra
  • giovedì 17 aprile, Cirkus Columbia (di Denis Tanović): riflessione dolente e pacata nell’Erzegovina prebellica
  • martedì 22 aprile, Il sentiero (di Jasmila Zbanić): il tema del crescente fondamentalismo islamico in Bosnia
  • giovedì 24 aprile Izlet – A Trip (Slovenia, di Nejc Gazvoda): opera d’esordio di uno dei giovani registi più promettenti dell’area balcanica. Storia del “dopo”, fra antiche amicizie e nuove rivalità.
Per tutti i film, doppia proiezione alle h. 17.30 e 20.30: Ingresso Soci CinemaPiù, prenotazione consigliata. Balkania sarà accompagnata da due eventi collaterali in tema (sempre tenuti  prima della proiezione pomeridiana): martedì 8 aprile presentazione del libro "Buongiorno Bosnia, Dobardan Venecjia" e giovedì 10 aprile, presentazione di "Seminando il ritorno", progetto di cooperazione e sviluppo rurale sostenuto dall'associazione Buongiorno Bosnia, Agronomi senza frontiere, ACS e la cooperativa "El Tamiso" a cui di recente è stato conferito il premio Carlo Scarpa per il giardino dalla Fondazione Benetton.


Jagoda – Fragole al supermercato (di Dušan Milič)
Venezia (1-24 aprile), la rassegna cinematografica Balkania

giovedì 3 aprile 2014

C'era una volta Enrico Berlinguer

Il segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer (1922-1984)
Quando c'era Enrico Berlinguer la politica sapeva ancora ispirare, unire e commuovere. Quando c'era Berlinguer (2014), un documentario di Walter Veltroni.

di Luca Ferrari

“Il film non è un’esaltazione di Enrico Berlinguer” spiega il giovane veneziano Danny Carella, consigliere PD di municipalità di Lido-Pellestrina, “Ne mette in mostra i suoi lati più umani. L’allegria nascosta di una persona che per anni ha portato sulle spalle il peso di milioni di italiani, quelli più bisognosi di aiuto. La sua grinta nello sfidare l’apparato sovietico a Mosca, da solo, rivendicando come la democrazia fosse un valore fondamentale e irrinunciabile”.

A trent'anni dalla sua morte, la settima arte ci (ri)presenta il segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer. Dopo il breve documentario La voce di Berlinguer (2013, di Mario Sesti e Teho Teardo), presentato in anteprima nella sez. Fuori Concorso/Proiezioni Speciali della 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia, l'ex-segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni, porta sul grande schermo Quando c'era Berlinguer (2014).

Un giro iniziale fuori dalle università per chiedere ai giovani se conoscano Berlinguer (con alcune risposte ricevute a dir poco imbarazzanti) e poi il viaggio dell'ex-sindaco di Roma prende subito quota tra filmati d'epoca e commenti contemporanei. “Veltroni ha fatto un ottimo lavoro” analizza Carella, “Ha saputo coniugare al meglio immagini, interviste e sentimenti. Tra le scene più toccanti, le parole commosse di Silvio Finesso, operaio della Galileo a Battaglia Terme, e quelle del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano”.

Enrico Berlinguer è stato per più di dodici anni (1972-1984) il segretario del Partito Comunista Italiano, fino al giorno della sua tragica morte a Padova. Non lo si potrebbe nemmeno chiamare un precursore dei tempi perché quel futuro da lui provato a creare insieme all'omologo DC, Aldo Moro (rapito e ucciso dalle Brigate Rosse), nessuno lo ha più voluto. Un futuro dove la coesione del popolo italiano valeva  più di qualsiasi ordine impartito dalle rispettive navette madri.

Già le Brigate Rosse. Si parla anche di loro nel documentario. Parlano anche loro. Non solo dal basso delle loro violente azioni assassine, ma sedute e rilassate. “Non mi è piaciuta la presenza di Alberto Franceschini (fondatore della suddetta organizzazione terroristica di estrema sinistra, ndr) chiarisce Danny, laureato in Storia contemporanea con tesi su Berlinguer, “lo trovo l’unico neo del documentario. Persone di quella risma dovrebbero essere colpite da damnatio memoriae, non intervistate e tanto meno in un contesto simile”.

Socialismo della libertà. Fermezza e serenità di spirito. Democrazia universale. Missione della politica. Parole e concetti che in Enrico Berlinguer trovarono realismo e concretezza, facendolo sembrare, a tratti, quasi un personaggio "guareschiano" tanto era genuino. Non è un caso che Veltroni abbia inserito nel documentario uno spezzone del film Don Camillo (1952, di Julien Duvivier), teatro di scontri epocali catto-comunisti tra l'omonimo prete reazionario (Fernandel) e il sindaco rosso Giovanni Bottazzi detto Peppone (Gino Cervi).

Nelle parole dei molti personaggi intervistati tra cui anche la figlia Bianca, si scopre qualcosa di più di Enrico Berlinguer. La sua fermezza. La sua fragilità. Il suo amore per le genti. Tutte quelle lacrime di vero dolore delle milioni di persone accorse al suo funerale danno una chiara idea di cosa quell'uomo significò per una nazione che di lì in poi sarebbe scivolata in una crisi politica e di valori, in cui ancora sguazza e annaspa.

“Un viaggio nel tempo. Io non c’ero in quegli anni però a vedere le immagini di quel palco a Padova provo sempre una strana sensazione. Un qualcosa d'incompleto. È come se sperassi ogni volta che guardando quelle scene, il finale fosse diverso” prosegue Danny subito dopo la proiezione di Quando c'era Berlinguer, “Chiudo gli occhi e vedo Enrico che finisce il suo discorso in maniera ferma ma pacata. Beve un bicchiere d’acqua. Regala un timido sorriso per ringraziare i presenti. Poi si gira, abbraccia un giovane Flavio Zanonato (ex-Ministro dello Sviluppo Economico del Governo Letta, ndr) alla sua sinistra, risaluta il pubblico e scende. Chissà come sarebbe ora l’Italia se la storia non fosse andata così. Ci penso spesso ma non riesco mai a darmi la stessa risposta”.

Berlinguer dal palco ne ha per tutti. Per sé e per gli altri. Se il Partito Comunista dovrà fare i conti con la Democrazia Cristiana, anche quest'ultima "prima o poi si dovrà decidere a fare i conti con il Partito Comunista e l'insieme delle forze della Sinistra". Parole a dir poco rivoluzionarie. Berlinguer voleva una collaborazione che legittimasse tutti (il Compromesso Storico). Berlinguer non voleva un'Italia spaccata in due (…).

Chi era allora Enrico Berlinguer? Uno troppo filo-sovietico per gli americani e uno troppo filo-americano per i sovietici. “Era una persona integerrima. Timida, ma con il martello. Non fu mai incudine. Era il massimo di quello che un democratico poteva desiderare” dice di lui il giornalista Eugenio Scalfari. “Comunista è un termine che non mi ha mai fatto paura perché l'associo con quella faccia, con quelle parole, con quell'onestà” dice il musicista Lorenzo Cherubini.

Quando c'era Berlinguer io non ero ancora nato. Quando c'era Berlinguer io ero solo un bambino che andava all'asilo e frequentava i primi anni della scuola elementare. Quando c'era Berlinguer mi hanno raccontato esisteva un'Italia ancora capace di credere in un ideale, in un'etica e nella politica. Un'Italia con un futuro. Quando c'era Berlinguer si poteva ancora fare il segno della croce e alzare il pugno della mano sinistra nello stesso istante. 

Guarda il trailer di Quando c'era Berlinguer

Quando c'era Berlinguer (2014, di Walter Veltroni)
Quando c'era Berlinguer - il giornalista Eugenio Scalfari
Quando c'era Berlinguer - il comico Roberto Benigni con Enrico Berlinguer
Quando c'era Berlinguer (2014, di Walter Veltroni)
Quando c'era Berlinguer (2014, di Walter Veltroni)