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Visualizzazione post con etichetta Saoirse Ronan. Mostra tutti i post
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martedì 21 gennaio 2020

Piccole Donne, la nostra storia

Piccole Donne - Meg (Emma Whatson), Jo (Saoirse Ronan), Amy (Florence Pugh) e Beth (Eliza Scanlen)
Una storia di coraggio, evoluzione e legami. Una storia che è la nostra storia. Di tutti noi, femmine e maschi. Il grande schermo plaude Piccole Donne (2020, di Greta Gerwig).

di Luca Ferrari

Quattro sorelle. Una madre amorevole. Un papà ancora al fronte. Le sorelle March. Jo, la scrittrice ribelle. Amy, l'artista votata al matrimonio agiato. Meg, la maggiore pronta al debutto in società e già alle prese con la durezza della vita lavorativa. Beth, la più piccina con la passione della musica. La loro storia è stata immortalata nel libro Piccole Donne (1868, di Louisa May Alcott). Sua legittima erede artistica del terzo millennio, Greta Gerwig ha raccontato questa storia imprimendola sul grande schermo in modo originale e furiosamente poetico. Piccole Donne (2019, di Greta Gerwig) inizia da qui. Piccole Donne inizia dentro ciascuno di noi.

Josephine March (Saoirse Ronan) detta Jo è un'emancipata giovane donna del Massachusetts con la passione della scrittura. Da qualche tempo si è trasferita nella più moderna New York e si mantiene facendo l'insegnante. Non è interessata all'amore. Il suo cuore appartiene alla propria libertà e alla sua famiglia cui continua a provvedere inviando il denaro guadagnato con la vendita delle sue novelle alla casa editrice del sig. Dashwood (Tracy Letts). Sulla sua strada incontra spesso l'elegante e schietto Friedrich Bhaer (Louis Garrel), invaghito con moderazione della fanciulla ma senza troppe ambizioni nel fare il fatidico primo passo.

Ha inizio il viaggio. Inizia la storia. Le lancette temporali saltano da un tempo a un altro, da quando la famiglia viveva sotto lo stesso tetto a quando la vita le ha condotte verso i propri binari. Margaret (Emma Watson) detta Meg si fa strada con difficoltà. Come tutte le altre, patisce l'esuberanza di Jo ma non sembra interessarle più di tanto. Nel tepore del proprio sguardo si cela la convinzione/speranza di un happy end ma non intende svenderlo al miglior offerente. Vorrebbe fare l'attrice ma la vita la mette in una condizione di dover pensare ad altro. Fa le sue scelte, e sebbene patisca il confronto con le amiche più ricche, trova la forza di guardare il proprio amato facendosi ispirare dal loro stesso e autentico sentimento.

Elizabeth (Eliza Scanlen) detta Beth è un po' l'anima candida della famiglia. Sarà per la giovane età, sarà per il candore con cui si cimenta col pianoforte. Al contrario Amy (Florence Pugh) è la figlia perennemente in competizione con Joe. I suoi scontri con la suddetta hanno segnato intere generazioni di lettrici. E' un po' quella viziata di famiglia, e la cosa non è troppo gradita proprio alla sua dirimpettaia. Dentro di lei si nascondono inquietudini, nulla che l'amorevole mamma Marmee (Laura Dern) non sappia a tenere a freno, magari con la collaborazione della ricca e sola zia March (Meryl Streep).

Le mura domestiche familiari sono il trampolino per la vita, con tutte le sue sfaccettature. A fianco della loro casa, c'è la villa dei Laurence dove abitano il saggio capofamiglia (Chris Cooper) e lo svogliato nipote Theodore (Timothée Chalamet) detto Laurie, seguito nell'educazione dal più umile John Brooke (James Norton). Le due famiglie si legano in modi differenti, ma sempre nel segno del rispetto e dell'affetto sincero senza (quasi) mai andare oltre le righe, fatta eccezione per una certa irruenza giovanile. I March e i Laurence sono lì. A distanza di staccionata. Destini differenti li attendono, questa almeno dovrebbe essere la facile storia ma così non è. Soprattutto se sarà la volitiva Joe a scriverla e raccontarla.

"Sono andata a vederlo perché Piccole Donne è un libro che da sempre è molto discusso" racconta la giovane Emma, "Questo film è fatto con attori che ci hanno accompagnato fin dall'infanzia (Emma Watson in Harry Potter, Meryl Streep in Mamma mia, Timothy Chalamet che è il belloccio del momento....). In una delle quattro sorelle ti ritrovi per forza come carattere e pensi a come reagiresti tu in quelle situazioni e a come reagiresti in famiglia. Comunque nessuna di loro è una santa e hanno tutti i difetti che abbiamo anche noi. Anche se è un film in costume è sempre attuale. Anche adesso le persone si valutano per i soldi che hanno ma le sorelle si sposano con persone che amano (anche la mamma)."

Anche se è un film in costume è sempre attuale, sottolinea l'adolescente veneziana e non si può che darle ragione. Più attuale "Piccole Donne" di molte altre pellicole la cui ambientazione riguarda il XX o il XXI secolo. Più attuale per un messaggio che va ben oltre la lotta di classe spostando il discorso sull'identità personale e concedendosi incursioni nella solidarietà, che in questo caso si chiama sincero amore verso chi non ha la fortuna e la forza di avere una tavola imbandita. Piccole Donne è un mondo aperto dove un gesto di attenzione si può trasformare in un bagliore per un domani dalle fattezze del tutto diverse.

Minore (inevitabilmente) ma comunque significativa la presenza maschile, a cominciare dal drammaturgo Premio Pulitzer nonché attore Tracy Letts (La grande scommessa, The Post, Le Mans '66 - La grande sfida), papà di Saoirse Ronan in Lady Bird, vincitore quest'ultimo di due Golden Globe per il Miglior film e la Miglior attrice in un film commedia o musicale, e candidato a cinque premi Oscar. Volto arcinoto anche quello di papà March, interpretato da Bob Odenkirk, anch'esso nel cast "Postiano", ma sopratutto star del piccolo schermo nelle serie cult Breaking Bad prima e lo spin-off a lui dedicato poi, Better Call Saul.

Mattatore del cast maschile, ovviamente lui, il giovane newyorchese classe '95, Timothée Chalamet (Chiamami col tuo nome, Hostiles - Ostili, Un giorno di pioggia a New York). Faccia perfetta da bello e impossibile, eppure in questa vicenda sarà lui quello che insegue. "Paga" il fatto di avere la vita facile, ma le donne di casa March sapranno insegnargli, in modo differente e variegato, cosa significhi essere davvero un uomo. Già alla corte della regista nell'acclamato Lady Bird, una nuova e convincente prova a dispetto della mancata candidatura ai vari premi cinematografici.

Greta Gerwig è tornata. Regista dell'acclamato Lady Bird, in questa nuova prova cinematografica si è portata con sé gran parte di quella squadra (vincente) aggiungendo generazioni di strepitose attrici (Dern e Streep su tutte), da far impallidire anche quei registi di più lunga data che amano dirigere i propri film sempre con grandi nomi (Wes Anderson e Martin Scorsese, solo per citarne alcuni). Ancor più convincente la performance del suo "primo violino", quella Saoirse Ronan (Hanna, Grand Budapest Hotel, Maria Regina di Scozia), 26 anni ancora compiere e già arrivata alla 4° nomination agli Oscar dopo Espiazione (2008), Brooklyn (2016) e Lady Bird (2018).

Dopo la delusione per la mancata assegnazione dei Golden Globes nonostante le 5 nomination, ora Piccole Donne è atteso ai BAFTA (5 nomination il prossimo 2 febbraio a Londra) e gli Oscar (Los Angeles, 9 febbraio) dove la pellicola è candidata per il Miglior film, Attrice protagonista (Saoirse Ronan), Attrice non protagonista (Florence Pugh), Sceneggiatura non originale (Greta Gerwig), Colonna sonora (Alexandre Desplat) e Costumi (Jaqueline Durran). È raro trovare registi capaci di stare sia davanti alla telecamera sia con la penna in mano a scrivere testo e dialoghi. Greta Gerwig appartiene a questo ristretto club.

Piccole Donne, lo dice il titolo stesso, tenderebbe a essere una lettura (visione in questo caso) prettamente femminile. A dispetto di una nettissima predominanza di pubblico del gentil sesso alla proiezione in lingua originale del cinema Rossini di Venezia, non si capisce in che cosa i maschietti potrebbero peccare col cimentarsi in una simile opera, ritrovando nella vita delle protagoniste moltissimi di quei sentimenti ammirati lì dove domini il testosterone. Greta Gerwig consegna  a memoria imperitura una pellicola (per certi versi) senza sesso, riuscendo nel mostrare la donna non in perenne lotta per l'emancipazione ma incarnando la normalità di un'esistenza alla ricerca di ciò che la realizzi e la renda una persona in costante evoluzione verso la felicità, diventando così una creatura migliore per sé e per gli altri.

Il trailer di Piccole Donne

Piccole Donne - Marmee (Laura Dern), zia March (Meryl Streep) e Amy (Florence Pugh)
Piccole Donne - Jo (Saoirse Ronan) e Laurie (Timothée Chalamet)

venerdì 18 gennaio 2019

Saoirse Ronan regina di Scozia

Maria regina di Scozia - la monarca scozzese Maria Stuart (Saoirse Ronan)
Due donne. Due cugine. Due nazioni vicine. In un mondo dominato da uomini e sotterfugi, due regine provarono a riscrivere la Storia. Maria regina di Scozia (2018, di Josie Rourke).

di Luca Ferrari

Elisabetta Tudor d'Inghilterra e Maria Stuart di Scozia. Nel XVI secolo, dopo la riforma di Enrico VIII e lo strappo col Papato, l'antica terra di Albione ha due regine. Protestante la prima, cattolica la seconda. Entrambe hanno sangue reale nelle vene. Elisabetta e Maria sono cugine. Maria ed Elisabetta sono amiche. Rivali. Sorelle. Due donne al comando supremo di due nazioni in un'epoca dove l'uomo ordiva e tramava. Due donne protagoniste in un mondo che le vuole l'una contro l'altra. Tratto dal libro biografico "Queen of Scots: The True Life of Mary Stuart" di John Guy, è uscito sul grande schermo Maria regina di Scozia (2018, di Josie Rourke).

Maria Stuart (Saoirse Ronan) è la regina di Francia. Due anni dopo le nozze con Luigi XII di Francia, il suo consorte spira il suo ultimo respiri. Potrebbe rimanere lì, accettando la corte di principi di mezza Europa. Lei però ha deciso. Farà ritorno nella natia Scozia. L'Inghilterra però ha già la sua regina, Elisabetta Tudor (Margot Robbie). A complicare le cose, la religione. Una è cattolica e l'altra è protestante. Gli equilibri potrebbero saltare ma allo stesso tempo però, due donne e per di più parenti, potrebbero trovare la strada per un'insolita quanto anomala alleanza. Al contrario i consiglieri sembrano volere tutt'altro, in particolare il fidato William Cecil (Guy Pearce) che vede in Maria solo una minaccia per la monarca stessa e l'Inghilterra protestante.

La diplomazia fa il suo corso. Per Elisabetta c'è un problema di eredi e mariti che non ha né vuole avere. Maria appare più propensa e convola a nozze con Lord Darnley (Jack Lowden), inglese, come aveva richiesto la stessa regina Tudor. Alla corte della donna però, l'ambiguo fratellastro James Stewart (James McArdle) non sembra gradire troppo il panorama che si è andato a creare, cosa condivisa anche alla parte più estrema scozzese che vede nell'essere femminile la rovina della nazione. Fortuna che a fianco di Maria ci sia Lord James Hepburn (Martin Compston), sempre pronto a schierarsi in sua difesa, sommosse incluse, almeno fino a quanto non scoprirà di poter ottenere di più dal vicinanza reale.

C'è tanta sofferenza nella vita di queste due donne, nemiche loro malgrado, e forse più vicine di quello che le parti in causa vorrebbero far credere. In gran segreto arriva l'atteso e quanto mai audace momento di un faccia a faccia (non documentato storicamente, ndr). Le due regine sono vicine e separate. Metafora perfetta delle loro rapporto fino a quel momento fatto di lettere e bisbiglii. Ora sono l'una davanti all'altra. Ignari, i popoli aspettano. Una regina chiede un gesto coraggioso. Una regina risponde con un altro tipo di offerta. Troppo sangue è già stato versato ed è ancora in ballo, e alla fine com'è noto, una testa verrà fatta cadere e l'altra manterrà salda la corona. 

Maria regina di Scozia (2018, di Josie Rourke) è un film importante a cominciare dalla presenza di due delle migliori attici in circolazione. Reduce dalla formidabile performance in Tonya, la cui interpretazione avrebbe meritato qualcosa di più di semplici nomination, Margot Robbie (The Wolf of Wall Street, La grande scommessa, Suicide Squad) alterna passioni represse e la maschera di una Lady che deve anteporre lo Stato a qualsiasi emozione, anche la più elementare. Sempre più lanciata Saoirse Ronan. Fattasi conoscere al grande pubblico fin da giovanissima con Hannah (2011) e Grand Budapest Hotel (2014 di Wes Anderson), si è definitivamente consacrata con Brooklyn (2015), il recente e poetico Lady Bird (2017 di Greta Gerwig) e Chesil Beach - Il segreto di una notte (2018).

La monarca scozzese da lei incarnata è un trionfo di fermezza, passionalità e dolcezza, il tutto ben incarnato dalla lunga chioma rossa, alle volte rigida e impeccabile, e in altre morbida e libertina. E' una donna sola, e sa bene di esserlo, forse anche più della cugina che almeno qualche consigliere leale ce lo ha per davvero. Ha contro tutti, famiglie passata e presente incluse. Le sono fedeli sono le ancelle giunte con lei dalla Francia e l'effeminato cantastorie italiano, poi nominato anche segretario privato, Davide Rizzio (Ismael Cruz Córdova). Maria lotta per cambiare un copione che sembra già scritto, ma è sola. Metafora di un mondo femminile ancora oggi, nel XXI secolo, troppo chiuso dalle maglie di una cultura distorta e di stampo maschilista.

Distribuito da Universal Pictures e prodotto da Focus Features, la pellicola, in questi giorni in moltissime sale italiane, incluso il Multisala Rossini di Venezia, è ora attesa dalle sfide dei premi ufficiali. In attesa dell'annuncio delle cinquine agli Oscar, Margot Robbie è candidata come Migliore attrice non protagonista agli AACTA International Awards, i BAFTA - British Academy Film Awards, Satellite Award e Screen Actors Guild Award. Non poche perplessità sull'assenza di Saoirse Ronan. Ancor più che nel sopracitato Lady Bird, non a caso vincitrice del Golden Globe e candidata agli Academy come Miglior attrice protagonista, la giovane attrice newyorchese classe '94 ha dato ulteriore prova di essere una grandissima artista, regalando a Maria di Scozia una tale forza e incisività da far impallidire anche la l'Elizabeth guerriera Blanchettiana.

Fino a oggi poi, il grande schermo ci aveva  abituato a mostrarci Elisabetta come un po' quella dalla parte del giusto e sempre la più forte. Qui la prospettiva è differente, e la telecamera si sofferma sulla vicenda della monarca scozzese, mostrando una Elisabetta fragile e dubbiosa, non di meno gelosa della forza e dell'aspetto della cugina scozzese. Merito dell'ottima riuscita della pellicola va dato alla regista, la britannica Josie Rourke, alla sua prima incursione sul grande schermo ma con una lunga e solida carriera nel mondo teatrale. Al suo fianco, il navigato sceneggiatore Beau Willimon, esperto di intrighi del potere, vedi la sua mano dietro Le idi di marzo (2011, di George Clooney) e la serie House of Cards.

Maria regina di Scozia (2018, di Josie Rourke) va ben oltre la storia antica, uscito l'indomani della bocciatura della Brexit da parte del Parlamento e la momentanea conferma di Theresa May come Primo Ministro. Giorno dopo giorno il Regno Unito, di cui fanno parte Inghilterra e Scozia, si trova a un bivio cruciale della propria Storia. Come ai tempi delle vicende di Elisabetta e Maria, al timone di comando c'è una donna. Come allora, Inghilterra e Scozia hanno una visione in parte simile e in parte differente. Oggi come allora, ai tempi di Maria regina di Scozia, le decisioni da prendere potrebbero segnare (e segneranno) per sempre il destino di milioni di persone al di qua e aldilà della Manica.

Il trailer di Maria regina di Scozia

Maria regina di Scozia - Elisabetta Tudor d'Inghilterra (Margot Robbie)
Maria regina di Scozia - il consorte reale Lord Darnley (Jack Lowden),
Maria Stuart di Scozia (Saoirse Ronan) e il fratellastro James Stewart (James McArdle)

giovedì 8 marzo 2018

Lady Bird, merletti e ragnatele

Lady Bird - Christine "Lady Bird" McPherson (Saoirse Ronan)
Una giovane ragazza desidera ardentemente abbandonare il nido. Tra lei e la sua vita, una madre molto simile alla sua anima. Questa è la storia di Lady Bird (2017, di Greta Gerwig).

di Luca Ferrari

Un’adolescente combattuta e combattiva. Un’adolescente, un'anima sghemba e innamorata. La scuola. La sua stanza. La strada e le amiche. Christine McPherson si fa chiamare da tutti Lady Bird. La libertà di volare però bisogna conquistarsela, anche se si hanno solo 18 anni. Christine “Lady Bird” ha le idee chiare ma questo non è mai stato abbastanza nella vita di una teenager. Diretto dalla giovane Greta Gerwig (’83), è sbarcato sul grande schermo Lady Bird.

Christine McPherson (Saoirse Ronan) è all’ultimo anno di una High School cattolica alla periferia di Sacramento, città che detesta e da cui sogna di andarsene per approdare nella più stimolante East Coast. Le non troppo larghe finanze della famiglia però, impongono alla ragazza, ostile al proprio nome e per questo fattasi chiamare Lady Bird, a cercare vie alternative quali borse di studio e simili. Di questo progetto di college lontano però, la critica madre Marion (Laurie Metcalf) non è per niente entusiasta.

Insieme all’amica del cuore Julianne “Julie” (Beanie Feldstein), Lady Bird si iscrive a un corso di recitazione, ed è qui che fa la conoscenza dell’affascinante Danny O'Neill (Lucas Hedges). La fine dell’anno intanto si avvicina e così pure il ballo scolastico. La ragazza ha poi un nuovo impiego, in una caffetteria dove incontra il musicista Kyle Scheible (Timothée Chalamet). Lady Bird inizia ad allargare il giro delle amicizie, entrando nelle simpatie della ricca Jenna Walton (Odeya Rush).

I mondi di Lady Bird si sovrappongono e i bivi si accavallano. Le cose in famiglia intanto non funzionano troppo. Col fratello adottivo Miguel (Jordan Rodrigues) e la sua ragazza ci sono spesso scontri, la madre è sempre molto dura e non si apre mai alla dolcezza. L’unico angolo di respiro è rappresentato dal padre Larry (Tracy Letts), in difficoltà lavorative. Lady Bird prova a farsi scivolare tutto sopra pensando al suo domani, ma per quello c’è ancora tempo. E ciò che al momento è una gravosa spina nel fianco (cuore), un giorno chissà, potrebbe diventare una sua indistruttibile risorsa.

Segnatevi il nome di Greta Gerwig. Vista davanti alla telecamera in To Rome with Love e Jackie, la giovane regista classe '84 originaria proprio di Sacramento, si è fatta le ossa nel cinema indipendente americano collaborando sia come attrice che come sceneggiatrice con Noah Baumbach (Lo stravagante mondo di Greenberg, Frances Ha, Mistress America). Non sono tante le registe donne a emergere così presto, e ancor meno quelle in grado di cimentarsi anche con il testo di un lungometraggio.

Lady Bird cammina nel deserto metropolitano. Lady Bird è una storia realizzata a matita. Non cerca facili consensi né vuole sorprendere. La trama è un caleidoscopio di merletti e ragnatele. I protagonisti si spintonano rischiando di buttarsi fuori strada. Il lieto fine è un indovinello in apparenza di facile approdo. Non è così. Greta Gerwig ci tramanda una storia di consapevolezza ed errori. Greta Gerwig attraversa una palude trovando la strada per l'oceano. Se Lady Bird la seguirà, è tutto da vedere.

Prima donna indiscussa del film, Saoirse Ronan. A oggi deve ancora compiere 24 anni eppure la sua presenza sul grande schermo, e in Lady Bird in particolare, la fanno sembrare molto più matura e navigata. Lasciato il segno in Espiazione (2007, di Joe Wright), la giovane Saoirse è una delle creature Andersoniane del Grand Budapest Hotel, diventata poi la protagonista dell'ottimo Brooklyn (2015, di John Crowley), basato sull'omonimo romanzo di Colm Toibin.

Figura sempre più presente sul grande schermo, Tracy Letts. Dopo essere stato il cinico Lawrence Fields, capo di Christian Bale nel potente La grande scommessa (2015, di Adam McKay), film che andrebbe rivisto almeno una volta al mese, è “apparso” anche nell'intrigante Elvis & Nixon (2016, di Liza Johnson) con Kevin Spacey e Michael Shannon, e ha assunto le sembianze del comprensivo consulente finanziario di Meryl Streep nel politico-giornalistico The Post (2017, di Steve Spielberg).

Aldilà di qualche presenza di noti film (JFK, Se scappi ti sposo), a Laurie Metcalf è stato il piccolo schermo a regalare fama imperitura, prima nella serie Pappa & Ciccia nei panni della sorella della protagonista al fianco di Roseanne Barr e John Goodman, poi (ancor di più) nel cult Big Bang Theory dove interpreta la madre creazionista dell’insopportabile scienziato Sheldon Cooper (Jim Parsons).

Lady Bird dovrebbe essere un film adolescenziale. Non lo è. Lady Bird dovrebbe avere facile appeal tra i 16-20enni. Dopo tutto la protagonista sta vivendo una fase importante della propria vita, quella della scelta di abbandonare il nido e per di più non senza qualche scontro. Lady Bird sa arrivare al cuore di tutti. Mai banale nella sua semplicità. Mai desideroso di strafare o dare giudizi e condannare alcuno. La vita ha una sua trama e la maggior parte di noi ci metterà molto a capirla, anche se siamo certi di sapere cosa vogliamo fare.

Capitolo premi. Iniziata la stagione alla grande conquistando due Golden Globe come Miglior film o commedia musicale e Miglior attrice in un film o commedia musicale (a Saoirse Ronan), curiosamente Lady Bird è rimasto a bocca asciutta ai BAFTA (0/3) e ai premi Oscar dov’era in lizza per cinque statuette di primissimo livello: Miglior film, regia e sceneggiatura originale, entrambe a Greta Gerwig; miglior attrice non protagonista a Laurie Metcalf e ovviamente Miglior attrice a Saoirse Ronan, quest’ultima già alla terza nomination dopo Espiazione (2007) e Brooklyn (2015).

Lady Bird (2017, di Greta Gerwig) scorre dolcemente intenso, seguendo il ritmo della vita e delle incomprensioni familiari. Le convinzioni fanno capolinea a moli intasati e parcheggi dialettici. I dubbi aprono squarci dove il sole sosta perplesso in qualche sedile posteriore in attesa di abbandonare la tempesta. Lady Bird ci accompagna fino al nostro gate, non senza lacrime, e dove il domani spaventa più di quello che vorremmo ammettere a noi stessi. Lady Bird ci sussurra vicino qualcosa di unico e personale. Forse è solo un arrivederci. Forse una verità di cui un giorno parleremo insieme.

Il trailer di Lady Bird

Lady Bird - Julie (Beanie Feldstein) e Christine "Lady Bird" (Saoirse Ronan)
Lady Bird - figlia e madre, Christine "Lady Bird" (Saoirse Ronan) e Marion (Laurie Metcalf)
Venezia, al cinema Rossini a vedere e recensire Lady Bird © Luca Ferrari

giovedì 17 aprile 2014

Grand Anderson Hotel

Grand Budapest Hotel - Gustave (Ralph Fiennes)
Ripetitiva e sempre la medesima poetica stravaganza del vivere quotidiano. Il cinema di Wes Anderson è lì dov'è già stato, Grand Budapest Hotel (2014) incluso.

di Luca Ferrari

Una linea retta. Segmentata. Consapevole della propria reiterata calamita interiore. Alza la mano, abbassa la gamba. Sdoppiati. Animati. Guardami. Rimedia. Determina. “Bellissimo. Imperdibile”. I commenti appena fuori dalla sala si sprecano per Grand Budapest Hotel (2014, di Wes Anderson). Sarà vero? Non resta che vederlo.

Ma la domanda che mi attanaglia è sempre la stessa: riuscirà a superare per qualità l'impareggiabile I Tenenbaum (2001)? La risposta è no. Il regista texano è ancora schiavo del suo modo di fare cinema. Sempre con mille attori dai nomi altisonanti. Primi piani. Sequenze da cantastorie. Personaggi surreali e una storia più o meno intrigante.

Ispirato alle opere dello scrittore viennese Stefan Zweig (1881-1942), Grand Budapest Hotel vede al centro della scena il concierge Gustave H. (Ralph Fiennes), donnaiolo e focoso amante di anziane ospiti della prestigiosa struttura alberghiera in una non bene precisata località dell'Europa Orientale pre-I Guerra Mondiale.

Morta la sua più devota (e vetusta) innamorata, Madame D. (Tilda Swinton), ecco che insieme al fedele lobby boy Zero Mustafa (Tony Revolori) si reca a renderle omaggio, scoprendo di aver ereditato il suo quadro più prezioso. La cosa ovviamente fa andare su tutte le furie il figlio di lei, Dmitri (Adrien Brody), che farà di tutto perché l'intera eredità resi lì dov'è, incluso dare totale licenza di uccidere Gustave al perfido Jopling (Willem Dafoe).

Con la montata accusa di aver assassinato l'anziana donna, Gustave viene imprigionato dal ligio ispettore di polizia Henckels (Edward Norton). Qualche dolcetto “imbottito” dopo, riuscirà a fuggire con la complicità del galeotto Ludwig (Harvey Keitel) e da fuori le sbarre, di Zero e la sua giovanissima neo-sposa Agatha (Saoirse Ronan), pasticcera da Mendel's. Gustave ora punta deciso alla verità e al testamento di Madame D.

Preceduto da un intro dell'autore stesso (Tom Wilkinson), la storia viene scandita dal racconto dell'ormai adulto Mustafa (F. Murray Abraham) che, nel Budapest Hotel ancora attivo ma decaduto e di cui è oggi il ricco proprietario, racconta tutti i dettagli a un giovane e curioso scrittore (Jude Law).

Nella fiaba Andersoniana l'adulto e il bambino si scambiano i ruoli. "Tenembauamente" Raleigh St. Clair (Bill Murray) e Dudley Heinsbergen (Stephen Lea Sheppard), Zero e Gustave si avvicendano. Si sorpassano. C'è sempre qualcuno da proteggere. Qualcuno da salvare. La fisica è spesso un dettaglio, il piacere cui tendere, quasi mai. Gustave e Zero non sono eroi. Semmai i più improbabili curatori di un mondo circoscritto già votato all'auto-distruzione, e sempre all'affannata ricerca di coscienza e barlumi d'amore.

Nella carrellata di celebri attori che affollano il Grand Budapest Hotel, timbrano anche il cartellino Jeff Goldblum nei panni dell'avvocato Kovacs, quindi i concierge Bill Murray (M. Ivan, collega di Gustave), Bob Balaban (M. Martin, vedi precedente), Jason Schwartzman (l'attuale concierge svogliato dell'albergo ormai in declino), e ovviamente Owen Wilson (Chuck, il concierge che prende il posto di Gustave mentre è in prigione).

Curioso poi come, restando in tema di apici raggiunti nel passato dal regista, uno degli attori protagonisti sia proprio F. Murray Abraham, l'indimenticabile Salieri di Amadeus (1984, di Milos Forman) con cui vinse il premio Oscar come Miglior attore protagonista. Un film quest'ultimo capace di sbancare gli Academy (8 statuette conquistate e altre 3 nomination) e con altrettanta potenza, far svanire nell'oblio i due attori principali, Murray appunto e Tom Hulce nei panni del geniale compositore austriaco.

Intervallati dal più intrigante Il treno per Darjeeling (2007), le precedenti produzioni Andersoniane sono state al limite della sufficienza: Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2004) e Moonrise Kingdom - Una fuga d'amore (2012). Wes non sa osare. Si è costruito un guscio ad hoc e lì se ne sta. Sguazza beato. Tirando le trecce alla suo ruscello di  assurdo realismo. Grand Budapest Hotel farà la fortuna tra i suoi ammiratori, ammalierà chi lo scoprirà per la prima volta. Annoierà chi vorrebbe di più. Ma forse, curiosamente, non ne ha.

Grand Budapest Hotel - Zero (F. Murray Abraham) e lo scrittore (Jude Law)
Grand Budapest Hotel - Gustave (Ralph Fiennes) e Zero (Tony Revolori)
Grand Budapest Hotel - Zero (Tony Revolori) e Agatha (Saoirse Ronan)