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Visualizzazione post con etichetta Helena Bonham Carter. Mostra tutti i post
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venerdì 10 agosto 2018

Ocean’s 8, le donne affogano

Ocean's 8 - Debbie (Sandra Bullock), Tammy (Sara Poulson), 9 buche (Rihanna),
Lou (Cate Blanchett) e Constance (Awkwafina
Se Ocean’s 8 (di Gary Ross) doveva essere il manifesto del movimento #MeToo, siamo messi male. Una scopiazzata del genere maschile inutile e salvo qualche rara eccezione, anche mal recitato.

di Luca Ferrari

Le donne dovrebbero smetterla di alzare la voce e poi scimmiottare il mondo maschile. Fate film originali. Scriveteli. Greta Gerwig e il suo Lady Bird (20187) ne sono un ottimo esempio. Il tanto pubblicizzato Ocean’s 8 (di Gary Ross) invece, sequel tutto al femminile della nota trilogia Soderberghiana, è un vero e proprio mare (profondo) di noia, schemi collaudati e interpretazioni che non si discostano di un millimetro dai binari già percorsi dai maschietti.

Seriamente, ma davvero Ocean’s 8 doveva/voleva essere un portabandiera della causa femminile per una maggiore considerazione nel mondo della settima arte? Sandra Bullock e Cate Blanchett, entrambe premio Oscar, paiono George Clooney e Brad Pitt nei modi e perfino nei rispettivi ruoli. Non si salva dal naufragio nemmeno Helena Bonham Carter, ormai abbonata a ruoli dove la sua vita è allo sfacelo più totale. Unica nota piacevole, il ruolo e l’interpretazione di un’altra premio Oscar, Anne Hathaway.

Sono andato a vedere Ocean’s 8 per il solo gusto di trascorrere una serata al frescolino e godermi un frizzante filmetto Hollywoodiano. Sarebbe stato meglio rimanere a casa e dedicarmi ad altro. Un gruppo di ladre decidono di fare un colpo a cui nessuno aveva pensato. C’è la capa. Ci sono le cape, il geniaccio dell’informatica, la donna che ci mette la faccia, etc. Nulla che Ocean’s Eleven o Twelve non avessero già mostrato. E allora perché tutto questo fracasso per un film che più che un sequel pare un remake?

Le donne ambiscono ad avere più spazio, più diritti e più parità di genere. Più che giusto e sacrosanto. Ma non è certo rifacendo film maschili che otterranno tutto questo, vedi anche il penoso remake di Ghostbuster (2016, di Paul Feig). Che raccontino le loro storie, e gli diano vita. I maschi hanno una visione del mondo, le donne hanno la propria anche se poi ogni essere vivente è un oceano a se stante. Dimentichiamoci di Ocean’s 8 e un consiglio spassionato alle protagoniste, evitate ulteriori lungometraggi di questo filone

Il trailer di Ocean's 8

Ocean's 8 - Daphne Kluger (Anne Hathaway) e Rose Weil (Helena Bonhamn Carter)

venerdì 27 maggio 2016

Il tempo di Alice attraverso lo specchio

Alice attraverso lo specchio - Alice Kingsleigh (Mia Wasikowska)
L'amico Cappellaio è malato. Basta avventure marinaresche allora, Alice è pronta per tornare in Wonderland attraverso lo specchio (2016 diretto da James Bobin).

di Luca Ferrari

Amicizia. Destino. Coraggio. Mondi paralleli. Esseri umani o creature fatate, siamo tutti fatti di sentimenti e paure. Tutti desideriamo essere amati e stare insieme ai nostri cari, e quando qualcosa non va come dovrebbe, le reazioni non sempre sono le stesse. Basato sul romanzo Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò (di Lewis Carroll), a distanza di sei anni dal primo Burtoniano Alice in Wonderland, James Bobin dirige Alice attraverso lo specchio (2016).

Rientrata dal paese delle Meraviglie, Alice Kingsleigh (Mia Wasikowska) è da anni una coraggiosa donna di mare. Capitano del vascello Wonder, degna erede dell'amato padre passatto a miglior vita. Al suo rientro a Londra però ad attenderla, oltre a mamma Margareth (Jemma Powell) c'è una gran brutta sorpresa per mano e potere del suo ex-spasimante Hamish (Leo Bill), oggi maritato con Lady Ascot (Geraldine James).

Qualcosa però nell'altra dimensione sta accadendo. L'amico Cappellaio Matto (Johnny Depp) è in pericolo, e il Brucaliffo (la cui voce originale fu l'ultima interpretazione di Alan Rickman), è nella City alla ricerca di Alice per indicarle la strada. Al suo arrivo, gli amici di sempre: lo Stregatto, il Bianconiglio, Humpty Dumpty, Mirana la Regina Bianca (Anne Hathaway). Nel vero senso della parola, sarà una corsa contro il tempo per salvare l'amico. Esattamente, il tempo qui è una persona (Sacha Baron Cohen).

Il Cappellaio è triste perché nessuno gli crede. Sostiene che la sua famiglia sia viva quando lui stesso ha sempre detto ad Alice che era morta. Per la ragazza umana dunque si spalancano le porte di una nuova grandiosa avventura che la farà viaggiare indietro nel tempo, scoprendo così anche certe impensabili verità come la ragione del perché la Regina Rossa (Helena Bonham Carter) sia così perfida, perché abbia la testa così grossa e perché ce l'avesse tanto con il Cappellaio.

Quando la Disney fa la Disney senza mettersi a contaminare la Pixar che già possiede una struttura cine-narrativa del tutto differente, i risultati sono all'altezza per entrambe. Dopo i recenti Maleficient (2014, di Robert Stromberg) e Cenerentola (2015, di Kenneth Branagh), eccola rituffarsi nell'universo Carolliano, in attesa (magari) di uno spin off dedicato a lei e solo lei, Helena “Iracebeth” Carter.

Ricevere il testimone da Tim Burton con cui il il proprio lavoro verrà messo a confronto, non è impresa facile. James Bobin (Muppet, Muppets 2 – Ricercati, MIB23) accetta la sfida e il risultato è una storia piacevole, capace di scorrere tanto sui binari delle interpretazioni attoriali e la loro alchimia, quanto su varie sfaccettature dell'umanità (o comunque delle creature), debolezze incluse.

Rigido demiurgo, il Tempo col passare dei minuti si fa sempre più malleabile pasticcione, a tratti “HugoCabretteschi” (il cui ispettore Gustav è sempre interpretato da Coen). Ma come nel primo capitolo, a salire in cattedra è sempre lei Iracebeth, la Regina Rossa. Donna capricciosa? Si. Ma anche giovane ferita e umiliata dal popolo che avrebbe dovuto accoglierla come monarca, non lasciandole altra strada che il risentimento e la vendetta.

Già lupo “Disneyano” in Cenerentola, Johnny Depp riprende un ruolo che ben si sposa con la proria bizzarra natura. Meno mattatore ma più delicato. Tragico e giullare. Doloroso e allegro. Il suo Cappellaio vive, cade e cresce. Al suo fianco Alice è la risorsa che fa la differenza nella propria vita. Un pugno ben assestato allo stomaco della rigida e maschilista società inglese, a cominciare dal coloratissimo abito indossato al party degli Ascot.

Tutti almeno una volta avremmo voluto tornare indietro nel tempo per sistemare le cose ed evitare magari qualcosa che ci ha segnato la vita per sempre. E se invece non si potesse proprio fare? Certo, è così ma allora perché ci facciamo tentare da queste facili paludi che non portano a nulla se non a un crogiolante rimpiangersi addosso? Non sarebbe più semplice imparare da ciò che è già stato e iniziare a scrivere subito una nuova pagina del presente?

Nulla è deciso per sempre. Non esistono libri in cui il nostro futuro sia incatenato in un sentiero ordito da chissà quali poteri oscuri o superiori. Il passato si, quello è immutabile. E il tempo che passa non è per forza un nemico verso cui sfogare le frustrazioni del passato, ma potrebbe diventare un giardino dove far germogliare i sogni del domani. Lo specchio si può attraversare in qualsiasi momento. Basta decidere di voler riconoscere un Brucaliffo e sancire cosa davvero è per ciascuno di noi.

Il trailer di Alice attraverso lo specchio

Alice attraverso lo specchio - il Cappellaio (Johnny Depp)
Alice attraverso lo specchio - la Regina Rossa (Helena Bonham Carter)

martedì 8 marzo 2016

Suffragette, il coraggio di essere donna

Suffragette - Maud (Carey Mulligan) al lavoro
Nell'Inghilterra dei primi del '900 le donne sono decise a tutto pur di ottenere ciò che gli spetta: il diritto al voto. Suffragette (2015, di Sarah Gavron).

di Luca Ferrari

Le donne chiedono, l'universo maschile ignora. Le donne si battono, l'uomo risponde con la forza. Siamo nella seconda decade del XX secolo quando per le strade di Londra esplode il malcontento femminile, ancora schiavo dell'altro sesso in ogni aspetto della vita: pubblica, sociale e privata. È tempo di cambiare. È tempo di evolversi. È tempo di lottare strenuamente. Quello era il tempo delle indomite Suffragette (2015, di Sarah Gavron).

Maud Watts (Carey Mulligan) è una lavandaia. È sposata con Sonny (Ben Whishaw), anch'esso impegnato nella medesima fabbrica. Insieme hanno un figlio, il piccolo George. La sua vita non prevede nessuna concessione. Fa la madre, la moglie e la lavoratrice. Per le strade della città intanto, il grido di ribellione delle Suffragette, così come furono etichettate le donne che chiedevano il diritto di voto, inizia a farsi sempre più presente/possente. Maud però se ne tiene alla larga, almeno in principio.

Avvicinata dalla collega neo-assunta Violet (Anne-Marie Duff), suo malgrado si ritroverà esposta in prima linea a parlare dinnanzi al cancelliere David Lloyd George (Adrian Schiller) in persona, diventando così parte integrante del movimento suffragista femminile guidato da Emmeline Goulden Pankhurst (Meryl Streep), nelle cui fila si muovono audaci e determinate anche Emily Davison (Natalie Press) e la farmacista Edith Ellyn (Helena Bonham Carter) insieme al marito Hugh (Finbar Lynch).

Insieme alla prima manifestazione Maud scoprirà la prigione con tutte le conseguenze possibili per una donna in una società non solo ancora fortemente maschilista ma anche terribilmente schiava del (pre)giudizio altri. Che nome avremmo dato se avessimo avuto una figlia? Chiede la ragazza al marito una volta uscita di cella. “Margareth, come mia madre” risponde fiero lui. E che vita avrebbe avuto?, replica Maud ormai sempre più coinvolta in una battaglia che non potrà che avere un solo e unico esito: la vittoria delle donne.

Ogni causa ha i propri martiri e con la stampa imbavagliata dalla politica e dalla corte di re Giorgio V, non resta che una soluzione. L'estremo sacrificio sotto gli occhi delle telecamere in modo che nessuno possa più ignorare ciò che sta succedendo. Di fronte allo spettro dell'ennesimo fallito tentativo di lasciare il segno infatti, qualcuno sta per uscire dagli schemi puntando decisa all'obiettivo. Non importa che prezzo pagherà. Per curare la cieca sordità di una società, alle volte serve la cura più amara.

Suffragette è uscito sul grande schermo a ridosso della Giornata Internazionale della Donna. Suffragette va oltre la mera conquista sociale delle donne inglesi, mostrando alla base un altro e per certi versi ben più grave problema mai affrontato veramente e tutt'ora irrisolto: la violenza sulle donne. Queste lasciatele libere, se ne occuperanno i mariti! si sentono schernire Maud e altre donne. Era appena un secolo fa e la donna, anche nell'elevata e colta società occidentale, non era nulla di più di una proprietà.

Negare il voto alle donne è una palese forma di aggressione. Maud come tante altre colleghe ha subito violenze carnali nell'omertà generale di tutti: uomini, donne e marito stesso. Quel problema non esiste secondo i canoni della società contemporanea eppure i dati (quelli veri) sono imbarazzanti. Nessuno fa nulla. A che serve aver ottenuto il diritto di voto se poi ancora una donna ha paura a denunciare un uomo che la picchia?

Non sono una suffragetta, ripete Maud a metà tra il veritiero e l'impaurito dinnanzi alla ispida autorità dell'ispettore Steed (Brenda Gleeson). Le si può credere o meno ma è dinnanzi all'ennesimo sopruso che l'agnello diventa una fiera decisa. Usando le parole della drammatica Jeremy (Pearl Jam): “Seemed a harmless little fuck/ Ooh, but we unleashed a lion – Sembrava un coglione inoffensivo ma scatenammo un leone”. Maud è debole. Maud è fragile. Maud sarà privata di ciò che più ama al mondo ma non si spezzerà e a quel punto marcerà ancora più decisa.

Terza regia per la britannica Sarah Gavron, in Sufraggette il ruolo principale è stato affidato a Carey Mulligan (Wall Street – Il denaro non muore mai, Il grande Gatsby). Il suo viso lacrimevole al momento del vedersi allontanata dal proprio figlio è una cascata letale verso la disperazione più lacerante. Ma è solo un aspetto di una donna. Helena Bonham Carter (Big Fish, Alice in Wonderland, Les Miserables) è stanca ma non smette di combattere. Offre lezioni di autodifesa alle donne perché non basta alzare la voce quando il poliziotto (o qualcun altro) sta per colpirti.

Emblematica infine la presenza di Meryl Streep (Mamma mia, The Iron Lady, I segreti di Osage County). Giusto poche battute ma l'immedesimazione con la Pankhurst è totale sotto più di un aspetto. Meryl è la miglior attrice in circolazione. Non è mai stata una bellezza preponderante ma ha conquistato il mondo con le proprie capacità. Mostra fiera gli anni che ha, immune al fascino di fantomatici elisir dell'eterna (falsa) giovinezza. Lei è lì, a guardare negli occhi la giovane Carey-Maud per sostenerla nella sua lotta.

Troppo facile in questo 8 marzo 2016 fare i paladini dei diritti delle donne e poi fregarsene nei restanti 364 giorni. La donna è ancora palesemente svantaggiata sull'uomo sotto tanti aspetti nel Bel paese. Ma è la cultura italiana a dover cambiare, slegandosi da qualsiasi forma di ideologia o religione che possa minarne la piena libertà o autoaffermazione. Ma finché anche l'uomo non sentirà propria questa battaglia, difficilmente qualcosa potrà cambiare in modo definitivo.

Molto interessanti le didascalie finali in Suffragette con l'anno in cui le donne ottennero il diritto di voto nel mondo. In Italia nel 1945. Solo 70 anni fa. Fa riflettere a vedere come tante nazioni (mi ha colpito la Svizzera) ci siano arrivate così tardi. Magari tra cent'anni gli asili nei posti di lavoro saranno la normalità e le donne non verranno licenziate se avranno l'ardire di mettere al mondo figli, al momento non è proprio così.

Pochi film hanno fin'ora trattato l'argomento donna-diritti. Nel 2010 sbarcò sul grande schermo Made in Dagenham (di Nigel Cole) con al centro della vicenda le lotte femminili nel mondo del lavoro. In attesa di qualche definitivo cambiamento, mi rimetto davanti a Suffragette (2015, di Sarah Gavron) provando a immedesimarmi in una donna d'inizio '900 e pensare a quello che avrei provato nel non essere padrone di nulla, neanche della mia vita. Che cosa avrei fatto? E tu, donna e uomo del terzo millennio, che cosa avresti fatto?


Guarda il trailer originale di Suffragette

Suffragette - Emmeline Pankhurst  (Meryl Streep)
Suffragette in azione: (da sx) Emily  (Natalie Press) ed Edith (Helena Bonham Carter)

martedì 6 agosto 2013

The Lone Ranger, goodbye justice

The Lone Ranger - Tonto (Johnny Depp) e John Reid (Armie Hammer)
Oggi gli eroi o ranger solitari non bastano più. Dovremo tutti indossare la maschera di V e sfidare un intero sistema. Allora forse cambierebbe qualcosa.

di Luca Ferrari

Favola da latte caldo e biscotti. Gore Verbinski, Jerry Bruckheimer e Johnny Depp. Qualcosa di già sentito. Abusato. La collaborazione funziona al botteghino e allora orsù, riproviamoci, tanto le pecore non diserteranno certo la sala. E così è stato.  

The Lone Ranger irrompe nell’estate 2013 mettendo nello stesso piatto un pirata caraibico truccato come un Nativo americano, un improbabile eroe che più che Ranger Solitario andrebbe chiamato come il fedele amico Tonto, una donna di mondo e due cattivi pronti a tutto pur di avere ricchezza e potere. 

Teatro della vicenda, quel sacro West americano colonizzato dalla feroce bramosia dell’uomo bianco europeo che uccide senza pietà chiunque non permetta il suo degno sviluppo. Qualcosa che al giorno d’oggi potremmo chiamare “esportazione di democrazia” (dove le avrò già sentite queste parole?...). No, non basta la “sparrowiana” simpatia di Tonto e la faccia d’angelo dell’avvocato John Reid (Armie Hammer) per destare lo sguardo altrove. 

Il brutale fuorilegge Butch Cavendish (William Fichtner) e il rispettato e potente capitalista Latham Cole (Tom Wilkinson) rappresentano al meglio le dinamiche contemporanee. Dove c’è un uomo (un gruppo, una nazione) che compie i peggiori atti criminali, c’è chi (un uomo, una multinazionale, una nazione) pilota per dettare leggi, regole e soprattutto crearsi un impero. 

Allora come oggi, questo perverso gioco di dominio prosegue indisturbato. I singoli tutt’al più gridano il proprio dolore e la propria sete di giustizia su qualche social network, o al massimo unendosi in una delle tante evanescenti manifestazioni di piazza mentre i burattinai proseguono indisturbati nel loro viaggio perpetuo tra paradisi fiscali e accuse rispedite al mittente.

Eroico. Adrenalinico. Dinamico. Si, ok. The Lone Ranger inizia e finisce lì. Nelle parole di un vecchio. Messo in vetrina. Come tutta quella immensa generazione che si prostra alla ricerca di un lavoro vendendosi per necessità alle peggiori condizioni e impossibilitato a racimolare qualsiasi brandello di giustizia. No certo, non è compito del cinema cambiare né salvare il mondo. Però in questo turbine d’immondizia economica, qualcosa di più ispirante (e ispirato) ci starebbe bene.

Il trailer di The Lone Ranger

The Lone Ranger - Tonto (Johnny Depp)
The Lone Ranger (2013, di Gore Verbinski)

domenica 27 gennaio 2013

Voglio lo spin-off dei Thénardier di Tom Hooper

Les Misérables - i coniugi Thénardier (Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen)
Bruti. Sporchi. Truci. Lestofanti. Sono i coniugi Thénardier di Les Misérables (2012), interpretati da Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen.

Les Misérable (2012, di Tom Hooper) sbarca oggi in Italia. Io devo ancora vederlo ma guardo già oltre e immagino una storia tutta per loro, i Thenardier. Giovedì 31 gennaio 2013 si alza il sipario su Les Misérables del regista londinese Tom Hooper. Sono passati quindici anni esatti da quando Billie August aveva portato per l’ultima volta sul grande schermo il capolavoro di Victor Hugo, I Miserabili (1862), con allora protagonisti Liam Neeson (Jean Valjean), Uma Thurman (Fantine), Geoffrey Rush (Javert) e Claire Danes (Cosette).

Non particolarmente alto il successo. L’esatto contrario della pellicola diretta dal premio Oscar per Il discorso del Re. Les Misérables infatti si è già distinto ai Golden Globes 2013 ottenendo tre premi: Miglior film commedia o musicale, Miglior attore in un film commedia o musicale e Migliore attrice non protagonista. Il cast è di quelli da paura. Primi protagonisti maschili, Hugh Jackman nelle vesti del fuggiasco Jean Valjean e Russell Crowe in quelle dell’inflessibile gendarme Javert. 

Spazio poi al gentil sesso con Anne Hathaway a interpretare Fantine e Amanda Seyfried, a dare grazia, gote rosse e innocenza alla giovane Cosette. Jackman e Hathaway hanno vinto i Globes. Per l’indimenticabile Andy, segretaria tuttofare della diabolica Miranda Priestly (Meryl Streep), si parla già di Oscar assicurato. Ma nella storia ambientata nella Parigi del XIX secolo ci sono altri due fondamentali personaggi, i malvagi coniugi Thénardier alle cui celate angherie la piccola Cosette viene affidata. 

Nella pellicola hooperiana, a dare volgarità e maleducazione ai locandieri marito e moglie, ci sono Helena Bonham Carter e Sacha Baron Cohen. La prima volta che vidi una loro immagine tratta dal film, lui era sbracato su una sedia con gambe allargate e boccale nella mano sinistra. Lei con una gonna rattoppata che emanava un non so che di sudicio, con una folta capigliatura paglierina biondo nera e con le labbra dense di rossetto rivolte all’ingiù, per una complessiva sensazione di abbietto disgusto.

Les Misérables esce oggi in Italia. Alla prossima edizione degli Academy è candidato a otto statuette: Miglior film, Miglior attore protagonista (Jackman), Miglior attrice non protagonista (Hathaway), Migliore scenografia, Migliori costumi, Miglior trucco, Miglior sonoro e Miglior canzone per Suddenly di Claude-Michel Schönberg, Herbert Kretzmer e Alain Boublil.

Sia quel che sia, e aldilà delle celebrate superstar da copertina, ancor prima di piazzarmi davanti al grande schermo a gustarmi Les Misérables, io scommetto già sul travolgente successo di quelle due canaglie di Helena e Sacha. E già mi pregusto l’idea di uno spin-off. La loro storia. Come si sono conosciuti. La locanda "Al sergente di Waterloo" di Montfermeil. Una favola nera, che più gotica non si potrebbe immaginare. Ehi Tim (Burton), mi ricevi?

Les Misérables (2012) di Tom Hooper - Madame Thénardier (Helena Bonham Carter)

giovedì 24 maggio 2012

Dark Shadows, Gothic Confusion

Dark Shadows - Barbabas (Johnny Depp) e Angelique (Eva Green)
Minestrone gotico con la sensualità di Eva Green a reggere la stabilità di flebili Dark Shadows (2103, di Tim Burton). Dall'inizio alla fine la pellicola convince poco.
 
di Luca Ferrari

Vampiri, streghe, demoni e licantropi. Ehi Tim (Burton), ma cosa ti sta succedendo? Una volta ti bastava un cavaliere senza testa e pochi effetti speciali per fare cinema sopra le "gotiche" righe. Le ombre, umane o dall’Aldilà che siano invece di Dark Shadows (2013), più che muoversi nell’oscurità, sembrano un po’ confusionarie e alla fine dello show, ti sei già dimenticato cosa hai appena visto.

Se ti chiami Brad Pitt, Steven Spielberg o Tom Cruise, ogni film è un evento. Quale che sia il risultato, fa poca importanza. L’inchiostro prende sempre una direzione fin troppo scontata. Tim Burton è sicuramente un grande regista ma negli ultimi tempi non ha mai convinto del tutto. Il suo problema non è tanto l’accontentare critica e pubblico (ma chi se ne frega), quanto forse l’aver girato film grandiosi in passato che sovrastano gli attuali.

Dark Shadows è stato pompato alla stregua dell’ennesima pacchianata hollywoodiana. Certo, incominciare l’ennesimo film con sempre gli onnipresenti Helena & Johnny alla lunga è un po’ stancante. Sarà un caso ma l’ultima pellicola veramente originale di Tim Burton è stata Big Fish (2003) dove i protagonisti principali erano Ewan McGregor, Jessica Lange e Albert Finney.

Che Tim Burton guardi molto alle implicazioni del passato sul presente, è palesemente visibile in moltissimi dei suoi lungometraggi. Su tutti La Fabbrica di Cioccolato (2005), le due pellicole di Batman (1989, 1992) e Il mistero di Sleepy Hollow (1992).

E anche in questo film, il delicato meccanismo psicologico risulta determinante, specialmente in Victoria (Bella Heathcote), sbattuta bambina in manicomio dai genitori e poi guidata da una “misteriosa presenza” verso i Collins, antica famiglia sull’orlo del collasso finanziario, ma tenuta ancora a galla grazie all’impegno della matrona Elizabeth Collins Stoddard (Michelle Pfeiffer).

Dark Shadows vede salire in cattedra le protagoniste femminili, a cominciare dalla dolce metà del regista, Helena Bonham Carter, che dopo la perfida Regina dei Cuori, capace perfino di oscurare il Cappellaio deppiano di Alice in Wonderland (2010), è perfetta nei panni della psicologa Julia Hoffman, sempre attaccata a superalcolici e sigaretta in bocca, e con la camminata della tipica zia goffa e ficcanaso.

Dolcemente e provocatoriamente mefistofelica, Eva Green, la perfida Angelique Bouchard. Una donna che è stata amata, e poi abbandonata. Una donna col cuore spezzato, per sfortuna di Barnabas e non solo, pratica di magia nera che trama e ottiene vendetta, dando inizio alla rovina della famiglia Collins. Prima uccidendo i genitori di Barnabas, poi portando al suicidio Josette, la sua nuova fiamma e alla fine condannandolo a restare imprigionato per due secoli sottoterra e per di più tramutato in vampiro. Esagerata? Sicuramente. Ingannata? Può darsi.

Riesumata per caso la bara con la neo-creatura infernale ancora viva, ha inizio la rivincita/vendetta di Barnabas. Lì nel mezzo, i suoi eredi che passano in un amen dal decadentismo più isolato ai flash della nuova fama riconquistata grazie al suo impergno, e poi di nuovo nel regno degli emarginati. La strega però ha la meglio, e imprigiona nuovamente Barnabas in una bara e incatenato, questa volta lasciandogli in modo molto kitsch delle mutandine rosse sopra la faccia.

Ma per sua fortuna passano solo venti minuti e il piccolo di casa lo libera. Ha inizio lo scontro finale. E a venire in soccorso dei Collins, ci pensa una forza dall’oltretomba. Angelique è sconfitta. La strega si fa bambola. E si rompe. Ma nel frattempo Victoria sta andando anche lei a gettarsi dalla scogliera. Il passato più tragico ritorna. In tanti hanno criticato il finale, presumibilmente perché troppo Twilightiano. Con l’amore eterno, nel vero senso della parola questa volta, che trionfa. Una strega in meno, e due vampiri. C’è aria di seguito.

Ciò che ci definisce, ci lega” soleva dire Barnabas Collins (Johnny Depp). Appunto. Alle volte però, senza farci vedere altre strade. È un peccato.

Il trailer di Dark Shadows

Dark Shadows - Barbabas (Johnny Depp)
Dark Shadows -Victoria (Bella Heathcote)
Dark Shadows - Angelique (Eva Green)