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Visualizzazione post con etichetta Armie Hammer. Mostra tutti i post
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martedì 2 aprile 2019

Lottare sempre per... Una giusta causa

Una giusta causa - l'avvocato Ruth Bader Ginsburg (Felicity Jones)
Il mondo è pronto per il cambiamento, adesso bisogna modificare le leggi. Ruth Bader Ginsburg lo aveva capito e non smise mai di lottare per esso. Una giusta causa (2018, di Mimi Leder).

di Luca Ferrari

Ciao donna, mi rivolgo a te perché tu ti renda conto quanto ancora il mondo sia ingiusto nei tuoi confronti. La discriminazione è ovunque, dal posto di lavoro ai rapporti umani dove eguali comportamenti producono reazioni diverse se a compierle sono gli uomini. Esiste la discriminazione perfino sul significato delle parole come ci spiegò in modo sprezzante Paola Cortellesi durante la presentazione dei David di Donatello. Ciao donna, è finito il tempo delle concessioni perché è questo che tu hai sempre avuto. Invece no, il mondo ti spetta di diritto. Quel diritto che l'avvocato Ruth Bader Ginsburg non smise mai di combattere per farlo cambiare. Vedere questo film è imperativo, per donne e uomini. Una giusta causa (2018, di Mimi Leder).

Ruth Bader Ginsburg (Felicity Jones) è una brillante studentessa ammessa alla facoltà di legge di Harvard, dove da pochi anni hanno iniziato ad avere accesso anche le donne. Il clima però che si respira nel prestigioso istituto universitario, è aperto solo di facciata a cominciare dall'ipocrita rettore Erwin Griswold (Sam Waterston). Poco importa che Ruth sia lo studente più scaltro e preparato, i docenti scelgono sempre i colleghi maschi per chiedere le risposte. Nella medesima scuola è iscritto anche il marito, Marty (Armie Hammer), di tutt'altra mentalità e sempre pronto a sostenere la moglie a dispetto di una cultura ancora ed enormemente testosterogena.

Ottenuta entrambi la laurea, la coppia con già una figlia, Jane, si sposta a New York dove lui ha trovato lavoro. Opposta la situazione per Ruth. I suoi colloqui di lavoro sono al limite della farsa, sentendosi dare le risposte più assurde e a tratti anche offensive. Tutte scuse e/o pregiudizi per non assumerla. Stufa di sentirsi sbattere la porta in faccia, accetta l'insegnamento. La delusione però resta. Ora tocca a lei formare e lanciare le nuove menti per un cambiamento, com'è la figlia Jane (Cailee Spaeny) con cui ha spesso scontri. Quel cambiamento però di cui lei stessa voleva essere soldato in prima linea e non stratega nelle retrovie.

Un caso particolare di discriminazione ai danni di un uomo le arriva sotto il naso. Il sangue da avvocato inizia a ribollire. Ruth ha sempre e solo voluto fare l'avvocato, ed è tempo di dimostrarlo. Charles Moritz (Chrisl Mulkey) è uno scapolo che si è dovuto occupare della madre malata. Giustamente ha detratto le spese dell'assistenza, ma all'epoca era una prerogativa delle sole donne e il fisco ora gli chiede il conto. Lì nel mezzo però, c'è Ruth Bader Ginsburg che spalleggiata dalla sua personale eroina, l'avvocato Dorothy Kanyon (Kathy Bates) e al suo fianco in aula anche dal vecchio amico nonché capofila per i diritti civili Mel Wulf (Justin Theroux), si troverà a sfidare i suoi vecchi docenti, Preside e prof. Brown (Stephen Root), ingaggiati dal Governo degli Stati Uniti per venire a capo della faccenda.

Ruth Bader Ginsburg arriva alla Corte Suprema. Dovrà convincere tre giudici maschi che la legge è ingiusta. Dovrà farlo senza avere effettiva esperienza sul campo. Dovrà guardarli in faccia e argomentare in modo da spazzare via preconcetti e diffidenza. La sua battaglia potrebbe dare il via a una nuova pagina di Storia sociale. Una sua vittoria potrebbe spalancare certe porte fino ad allora neanche immaginate. Sono gli anni delle Contestazioni studentesche e una sua eventuale sconfitta però, potrebbe far perdere anni di battaglie alle donne. Ormai è tardi per tirarsi indietro. Ormai si può e si deve vincere. Il mondo è pronto per il cambiamento. Adesso è tempo di cambiare anche la Legge.

Donne, disuguaglianze e diritti delle donne. Non sono molti i film che hanno fatto di questo delicato e importante tema il centro della propria telecamera. Tutti (..) in apparenza dalla parte del gentil sesso ma nella prova decisiva della pratica, anche il grande schermo è una questione ancora molto e troppo maschile. Se le Suffragette (2015) di Sara Gavron hanno raccolto facili consensi grazie anche alla presenza dell'inossidabile Meryl Streep, in Italia è passato quasi sotto silenzio l'intenso Made in Dagenham (2010, di Nigel Cole) per di più storpiato nell'offensivo e imbarazzante We Want Sex.

Se poi, oltre al genere ci si mettesse anche il colore della pelle, come ne Il diritto di contare (2016, di Theodore Melfi) con protagoniste le brillanti Octavia Spencer, Taraji P. Henson e Janelle Monáe, allora la sfida è ancora più ardua. Nel cinema come nella vita reale la donna deve faticare di più dell'uomo: perché? Come dice il rampante e giovane avvocato Jim Bozart (Jack Reynor), "perché è nell'ordine delle cose ed è sempre stato così". Dunque perché cambiare? La stessa logica che avrebbe potuto mantenere la segregazione, la tortura e tutte quelle cose che al giorno d'oggi ci paiono medievali ma che al contrario, molte di esse sono più vive e vegete che mai.

Per tornare alla settima arte, basterebbe vedere poi quante donne abbiano conquistato l'ambita statuetta per il Miglior film e/o Miglior regia per tirare le somme su quanto machismo ancora imperversi a Hollywood e dintorni. Ben venga il movimento #MeToo, ma non si può aspettare uno scandalo per pretendere ciò che spetterebbe alle donne di diritto e non come concessione-reazione dopo un fatto. Bisognerebbe avere il coraggio di dirlo apertamente: nel 2019 le donne sono ancora tragicamente discriminate, e questo senza andare a scomodare fantomatiche e inesistenti nazioni di psicopatici. E' sufficiente guardare in casa nostra e dentro le mura domestiche.

In casa Ginsburg invece, a differenza dell'ipocrisia maschile MadeInDagenhamiana di casa O'Grady (dove la signora Rita è solo in apparenza spalleggiata dal marito), c'è un vero sostegno. Moglie e marito sono una grande squadra. Lei sostiene lui, lui sostiene lei. Questa dovrebbe essere la base di ogni civiltà. Questo dovrebbe essere l'abc di ogni nazione che è fatta dalle famiglie, ed è inutile sorprendersi se anni dopo i maschietti uccidono donne perché lasciati, se fin dalla nascita ci inculcano che noi uomini valiamo più delle donne. Si comincia dal basso. Si comincia dalla tenera età, quando i bambini hanno i giocattoli legati a professioni, le bambine alla cucina. Il mondo si cambia dalle radici.

Regista di celebri pellicole come The Peacemaker (1997, con George Clooney e Nicole Kidman),  Deep Impact (1998 con Robert Duvall e Tea Leoni) e Un sogno per domani (2000, con Kevin Spacey ed Helen Hunt), questa volta Mimi Leder si affaccia alla cronaca della vita vera, portando sul grande schermo la storia di una Donna che negli Stati Uniti è più famosa dei rapper. Forte della sceneggiatura di Daniel Stiepleman, il film è un assolo corale di parole e azioni. Una giusta causa (2018) va diritto alla mente delle persone, incidendo nel cuore la sacra fiamma della giustizia umana. Una giusta causa (2018, di Mimi Leder) è un costante richiamo al senso di giustizia che lotta per costruire una strada più equa dentro ciascuno di noi.

"Ehi coglione, baci tua madre con quella bocca?" inveisce Jane Ginsburg contro un rozzo operaio che si permette di sbeffeggiare lei e sua mamma con i classici epiteti sessuali. Jane ha in casa un modello femminile che combatte per le proprie cause. Jane è una giovane donna protagonista di un mondo in fermento e a cui vuole dare il proprio contributo. Generazioni unite si aiutano a vicenda. Generazioni di donne, uomini, studenti universitari e teenager imbracciano l'arma più pericolosa per una società: il cambiamento. Si deve sempre lottare per le giuste cause. Non bisogna mai smettere di lottare per una giusta causa. Una giusta causa (2018, di Mimi Leder), al cinema e nella vita di tutti i giorni.

Il trailer de Una giusta causa

Una giusta causa - Marty (Armie Hammer) e Ruth  (Felicity Jones
Una giusta causa - Ruth Bader Ginsburg (Felicity Jones) sui banchi di Harvard

martedì 6 agosto 2013

The Lone Ranger, goodbye justice

The Lone Ranger - Tonto (Johnny Depp) e John Reid (Armie Hammer)
Oggi gli eroi o ranger solitari non bastano più. Dovremo tutti indossare la maschera di V e sfidare un intero sistema. Allora forse cambierebbe qualcosa.

di Luca Ferrari

Favola da latte caldo e biscotti. Gore Verbinski, Jerry Bruckheimer e Johnny Depp. Qualcosa di già sentito. Abusato. La collaborazione funziona al botteghino e allora orsù, riproviamoci, tanto le pecore non diserteranno certo la sala. E così è stato.  

The Lone Ranger irrompe nell’estate 2013 mettendo nello stesso piatto un pirata caraibico truccato come un Nativo americano, un improbabile eroe che più che Ranger Solitario andrebbe chiamato come il fedele amico Tonto, una donna di mondo e due cattivi pronti a tutto pur di avere ricchezza e potere. 

Teatro della vicenda, quel sacro West americano colonizzato dalla feroce bramosia dell’uomo bianco europeo che uccide senza pietà chiunque non permetta il suo degno sviluppo. Qualcosa che al giorno d’oggi potremmo chiamare “esportazione di democrazia” (dove le avrò già sentite queste parole?...). No, non basta la “sparrowiana” simpatia di Tonto e la faccia d’angelo dell’avvocato John Reid (Armie Hammer) per destare lo sguardo altrove. 

Il brutale fuorilegge Butch Cavendish (William Fichtner) e il rispettato e potente capitalista Latham Cole (Tom Wilkinson) rappresentano al meglio le dinamiche contemporanee. Dove c’è un uomo (un gruppo, una nazione) che compie i peggiori atti criminali, c’è chi (un uomo, una multinazionale, una nazione) pilota per dettare leggi, regole e soprattutto crearsi un impero. 

Allora come oggi, questo perverso gioco di dominio prosegue indisturbato. I singoli tutt’al più gridano il proprio dolore e la propria sete di giustizia su qualche social network, o al massimo unendosi in una delle tante evanescenti manifestazioni di piazza mentre i burattinai proseguono indisturbati nel loro viaggio perpetuo tra paradisi fiscali e accuse rispedite al mittente.

Eroico. Adrenalinico. Dinamico. Si, ok. The Lone Ranger inizia e finisce lì. Nelle parole di un vecchio. Messo in vetrina. Come tutta quella immensa generazione che si prostra alla ricerca di un lavoro vendendosi per necessità alle peggiori condizioni e impossibilitato a racimolare qualsiasi brandello di giustizia. No certo, non è compito del cinema cambiare né salvare il mondo. Però in questo turbine d’immondizia economica, qualcosa di più ispirante (e ispirato) ci starebbe bene.

Il trailer di The Lone Ranger

The Lone Ranger - Tonto (Johnny Depp)
The Lone Ranger (2013, di Gore Verbinski)

sabato 14 aprile 2012

Biancaneve... e la strega Julia Roberts

Biancaneve - La perfida strega (Julia Roberts) e Biancaneve (Lily Collins)
Fragile Biancaneve (Lily Collins). Amletiana Regina Cattiva (Julia Roberts). Specchio specchio delle mie brame, mostrami un film degno del mio reame.

di Luca Ferrari

Con la magia nera (...) una donna senza scrupoli s’infila nel letto di un re vedovo facendogli perdere la testa e poi trasformandolo in una spaventosa creatura al suo servizio. Ma perché il trono diventi una sua definitiva proprietà deve ancora fare due cose: sbarazzarsi della figliastra e sposare un ricco, e possibilmente affascinante, principe. Sulla sua strada però arriverà uno strampalato gruppo di nani e un impacciato quanto belloccio reale spagnolo. 

Biancaneve (2012 - Mirror Mirror ) è poco più di una favoletta inoffensiva, già sofferente dell'inevitabile confronto con il più romanticamente guerriero Biancaneve e il cacciatore (2012, di Rupert Sanders), in arrivo in estate, con una malefica Charlize Theron, la “neo-vampira” Kristen Stewart e Chris Thor Hemsworth

Diretto dall’indiano Tarsem Singh, Biancaneve non punge proprio. Una storia incapace di decollare e dove la protagonista, aldilà dei duelli che sanno da spettacolo di burattini, pare potersi infrangere da un momento all'altro come cristallo sul pavimento

La giovane Lily Collins presta il proprio candore a Biancaneve. Julia Roberts prova a sviscerare perfidia ma sembra più una semplice vanitosa che non una regina cattiva pronta a tutto. Con abiti a dir poco Elizabethiani, è costantemente seguita dall’impacciato e fedele Brighton (Nathan Lane, visto di recente nei panni del magico Zio Albert del film Lo Schiaccianoci 3D, con Elle Fanning). 

È vero che manda a morte la figliastra nella foresta, ma affidare la missione al suddetto consigliere, sarebbe come chiedere a un agnellino di sbarazzarsi di una gattina. Biancaneve verrà trovata dai classici sette nani, una combriccola di fuorilegge dove spicca il volto noto di Martin Klebba, l’indimenticabile Randall che insieme all’inserviente terrorizzano il povero J.D. (Zach Braff) nella serie televisiva Scrubs.

Dopo la non certo esaltante performance nel festival dei luoghi comuni Mangia prega ama (2010, di Ryan Murphy) e il poco riuscito Larry Crowne (2011, di Tom Hanks), c’era molta curiosità nel vedere Julia Roberts nei panni di una “cattiva”. Il risultato è stato tiepido, per non dire annacquato. 

Quando è nella carrozza reale in procinto di sposarsi, sembra più la giovinetta di Pretty Woman (1990) che non una navigata donna di mondo mangiauomini. E quando gli si presenza davanti, a torso nudo, l’aitante Principe Andrew (Armie Hammer), la sua reazione pare ripescare dall’universo di What Women Want (2000), dove Helen Hunt nei panni di Darcy McGuire si ritrovava involontariamete a curiosare con lo sguardo sul “cavallo” del rivale/collega Nick Marshall (Mel Gibson). 

Ma più che davvero perfida, la regina Robertsiana è una donna alla disperata ricerca della grazia, della ricchezza e della gioventù perduta. E la magia serve fino a un certo punto visto che prima del matrimonio la donna si sottopone a una terribile ed estenuante seduta di trattamenti di bellezza al limite della tortura cinese su tutto il corpo.

Vermi le sfiorano i polpastrelli della dita facendola uscire di testa. Scorpioni, serpenti e altri insetti le camminano attorno l’ombelico e sulla pancia facendole il solletico a più non posso, e perfino escrementi di uccellini spalmati sul volto come maschera di bellezza. Il doveroso prezzo da pagare per essere la più bella del reame.

Pochi gli spunti interessanti se non quello shrekkiano di non giudicare le persone dal proprio aspetto e accettare gli altri. Saranno i nani che insegneranno a Biancaneve ad aquisire la fiducia necessaria per credere in se stessa e affrontare così la Regina e la terribile creatura, che faccia a faccia, non pare stranamente intenzionata a ucciderla.

Ma è il finale a far riprendere quota a una pellicola tutto considerato, modesta. La celebre mela avvelenata arriva anche qui, subito dopo le nozze tra Biancaneve e il principe. Insieme ai fidati amici la ragazza non solo ha imparato a cavarsela nelle avversità e a colpire di spada, ma ha anche a tenere la guardia alzata. E sotto quel cappuccio che le offre il frutto c’è qualcuno di cui non sarebbe il caso di fidarsi. Ma il suggerimento me lo posso anche risparmiare. Biancaneve ha capito tutto da sola.

Il trailer di Biancaneve

Biancaneve - la candida Biancaneve (Lily Collins)

venerdì 13 aprile 2012

PERCHÉ NON TU, biancaneve? PERCHÉ NON NOI?

siamo stati gli indesiderati
per molto tempo

mi sono costruito una casa,
e adesso non
la vorrei proprio abbandonare

ho visto il mondo
prendere
la strada del supplizio
senza che nessuno
capitasse per sbaglio
a compiere
una nobile impresa

da che parte
si trovano
le nuove colonne d’Ercole? Dalla mia ultima caduta
mi è rimasta
solo una fionda in mano
ma sono certo mi sarà sufficiente
per distruggere
ciò che ha saputo  causare molto dolore

siamo tutti qua…ma se vi
aspettate che inghiotta
quanto offertomi
da una mano nascosta
solo per una ragione di amore, vi
dovrete ricredere al più presto

imparerò a camminare
sull'acqua se necessario, ma non
ho intenzione
di chiedere il permesso di fare un nuovo
sogno
                           (Mestre [Ve], cinema Palazzo, 12 Aprile ’12)