!-- Codice per accettazione cookie - Inizio -->

mercoledì 21 marzo 2018

Oltre la notte, incubo senza fine

Oltre la notte - La disperazione di Katja Sekerci (Diane Kruger)
Un vile attentato. I pregiudizi. Il desiderio di vendetta. Un incubo senza fine. Un incubo che prosegue inesorabile anche Oltre la notte (2017, di Fatih Akin).

di Luca Ferrari

Un atroce azione criminale. Una famiglia distrutta. La polizia indaga, una donna è alla deriva. Quale futuro può esserci per chi perde i propri affetti più cari per mano razzista? Il sentiero è duro. Il sentiero è una scogliera senza oceano né tramonti. Il sentiero è un vicolo cieco e sordomuto. Ispirato agli attentati di Colonia per mano della falange neonazista Nationalsozialistischer Untergrund (NSU), è uscito sul grande schermo Oltre la notte (2017, di Fatih Akin).

Katja (Diane Kruger) e Nuri Sekerci (Numan Acar) sono una coppia multietnica della Germania contemporanea. Lei tedesca, lui turco di origine curda. Dopo aver scontato una pena in galera per spaccio di droga, l’uomo si è messo in carreggiata e ora ha un proprio studio commercialista dove svolge anche il lavoro di traduttore per molti connazionali. A dargli la forza di cambiare vita, oltre alla moglie anche il figlioletto Rocco (Rafael Santana).

È una giornata come altre quando Katja porta il piccolo dal marito al lavoro per vedersi con la sorella incinta. Prima di andarsene, una giovane ragazza lascia una bicicletta nuova con bauletto posteriore  proprio lì davanti. Katja se ne accorge e la mette in guardia sul fatto che gliela potrebbero rubare. Questa ringrazia, specificandole che sarà di ritorno in pochi istanti. Katja se ne va spensierata, pronta a godersi un pomeriggio di relax. Al suo ritorno però, nulla sarà più come prima. Un’esplosione ha ucciso marito e figlio.

È la fine. È un incubo da cui è impossibile svegliarsi. Un orrore inimmaginabile. La polizia inizia le indagini e manco a dirlo, la prima pista su cui puntano sono fantomatici legami religiosi con chissà quali gruppi terroristici. Nulla potrebbe essere più lontano dalle verità. Katja ha un sospetto, e lo dice chiaramente al proprio avvocato e amico di famiglia, Danilo Fava (Denis Moschitto): “sono stati i neonazisti”, e potrebbe essere stata quella ragazza che abbandonò la bicicletta.

Fatte le indagini, la pista della donna sembra corrispondere al vero. Gli indizi portano proprio ad André (Ulrich Brandhoff) ed Edda Möller (Hanna Hilsdorf). Si va al processo ma ovviamente il passato del marito, ex-spacciatore, emerge trascinando con sé anche la moglie, accusata dalla difesa capitanata dal deciso avvocato Haberbeck (Johannes Krisch), di essere stata poco lucida il giorno dell’attentato e dunque incapace di riconoscere davvero la presunta terrorista.

Sul banco dei testimoni intanto si siede anche il padre del ragazzo, Jürgen Möller (Ulrich Tukur), le cui parole di disprezzo verso il figlio per le idee antisemite sembrano far pensare al più scontato degli verdetti. A sparigliare le carte però, la testimonianza di un albergatore greco dalle idee non troppo distanti di quelle degli imputati. La sentenza viene emessa, quello che accadrà dopo è un viaggio senza una vera meta. O forse è tutto già deciso.

Presentato alla 70° edizione del Festival di Cannes dove Dianek Kruger si è aggiudicata il Prix d'interprétation féminine, nei primi mesi dell’anno Oltre la notte ha conquistato anche il Golden Globe, il Critics’ Choice Award e il Satellite Award (qui bissando anche il successo della Kruger, ndr) come Miglior film straniero, mancando (...) la partecipazione alla cinquina finale degli Oscar,  questi poi andato al film cileno Una donna fantastica (Una mujer fantástica), di Sebastián Lelio.

Diane Kruger (The Hunting Party, Bastardi senza gloria, Padri & figlie) regala un’interpretazione che dire intensa è dire poco. Se è vero che è più facile far piangere che ridere, l’attrice tedesca va oltre la mera disperazione. Le lacrime. Le urla di disperazione. Le sigarette. Il sangue. La forza contro entrambe le famiglie. La risolutezza nel cercare una via d’uscita (vendetta). La rabbiosa reazione inzuppata di odio contro Edda mentre viene letto dal medico il rapporto su come il figlio è stato trovato dopo l'esplosione.

Non c’è solo il bieco razzismo, anche in un dramma mostruoso com'è quello dell'assassinio, l’egoismo umano fa la sua spregevole parte. Se la madre di Katja appare di posizioni poco "multietniche", spingendo la figlia a far ricadere tutte le colpe sul marito (inclusa la droga trovata in casa dalla polizia), i suoceri vorrebbero portare in Turchia i resti del figlio e del nipote, dandole poi il colpo di grazia al funerale dicendole “se fossi stata più attenta, MIO nipote sarebbe ancora vivo”.

Se l'acclamato regista Steve Spielberg in questi giorni ci sta portando nella realtà virtuale di Ready Player One, il collega Fatih Akin (La sposa turca, Soul Kitchen, Il padre - film quest'ultimo sul genocidio armeno) ci mette al muro di una realtà che riguarda tutti noi: il razzismo più ignorante ormai sconfinato in azione terroristiche. Se una grande fetta di mondo inneggia a fantomatiche guerre di civiltà, dimenticando che la stragrande maggioranza del mondo arabo si fa pacificamente gli affari propri, nelle comunità occidentali monta l'odio verso lo straniero (ben alimentato dalle forze politiche) con le più inevitabili conseguenze.

Ciò che colpisce poi di Oltre la notte è la giovanissima età dei terroristi e la domanda dovrebbe emergere impetuosa e spontanea: come possono due ragazzi arrivare a compiere un simile gesto e per di più definirsi seguaci di Adolf Hitler? Se così fosse, è evidente il fallimento di una intera società. Un’ammissione di colpa però che nessuno avrà mai il coraggio di affermare per paura di perdere qualche voto. Meglio chiudere gli occhi e sperare che la patata bollente se la sbologni qualcun altro.

Oggi, nel 2018, la xenofobia equivale a una dichiarazione di guerra. Troppi i precedenti per stare zitti. Troppe le (ignorate) lezioni di storia per credere che siano il delirio di qualche opportunista. In principio si spara/prende a pugni-calci, poi si passa alle piazze e infine ci spaparanza tronfi in Parlamento. L’iter è questo, sul grande schermo così come nella realtà. La gente ci casca perché come diceva l’incazzoso trader Mark Baum (Steve Carell) de La grande scommessa, “è più interessata all’attricetta che va in clinica a disintossicarsi o al risultato della partita di football”.

Oggi nel 2018 un film come Oltre la notte (2017, di Fatih Akin) va ben oltre le riflessioni e le lacrime (tante) che si versano nel corso della proiezione. Oltre la notte (2017, di Fatih Akin) è una pugnalata volontaria ai pregiudizi e all'apparente quiete che ci circonda. Oggi, attraverso la rete della condivisione senza controllo, anche un singolo post può contribuire a far esplodere tutto, semplicemente approfittando dell'ignoranza e l'odio ben veicolato. Bisogna leggere con attenzione il mondo che ci circonda e comprendere chi siamo davvero prima del prossimo e decisivo passo oltre la notte.

Il trailer di Oltre la notte

Oltre la notte - l'avvocato Danilo Fava (Denis Moschitto) in tribunale insieme a Katja (Diane Kruger)
Venezia, al cinema Giorgione a vedere e recensire Oltre la notte © Luca Ferrari

giovedì 15 marzo 2018

Ricomincio da noi, il ballo della vita

Ricomincio da noi - Sandra (Imelda Staunton) e Charlie (Timothy Spall)
Tenera storia di creature non più giovani decise comunque a godersi la vita. Si affrontano i dolori condividendo un sorriso e magari un ballo. Ricomincio da noi (2017, di Richard Loncraine).

di Luca Ferrari

La vita non è dei soli giovani. La vita non finisce con la pensione. La vita può e deve ancora regalare emozioni a dispetto dell’inevitabile avanzare dell’età e degli acciacchi. Non è mai troppo tardi per ricominciare. Non è mai troppo tardi per riallacciare relazioni abbandonate. C’è sempre tempo per imparare a sorridere davvero perché "un conto è aver paura della morte, un conto è aver paura di vivere”. Scritto da Nick Moorcroft e Meg Leonard, sedetevi comodi e godetevi Ricomincio da noi (2017, di Richard Loncraine).

Sandra Abbott (Imelda Staunton) ha una vita felice ed è finalmente pronta per godersi la pensione insieme al marito altolocato Mike (John Sessions). Durante la festa per la celebrazione dell’evento e il riconoscimento di Sir e Lady, succede l’inimmaginabile. Sandra scopre Mike avvinghiato con l’amica Pamela (Josie Lawrence), appurando poi che la relazione prosegue da cinque anni. Sconvolta, la donna si rifugia dalla sorella Bif (Celia Imrie), che non vede da parecchio tempo.

Dall’impeccabile giardinaggio dell’alta borghesia inglese, l’altezzosa Sandra si ritrova in una vita diversa anni luce dalla sua. La sorella è una hippy che fa ancora le marce di protesta. Non è sposata, e si gode la vita senza inibizioni. Sandra è rigida, Bif è solare. Tra le due sorelle i rapporti non sono mai stati facili, adesso però, come dice l’amico Charlie (Timothy Spall), potrebbe essere l’occasione per conoscersi davvero.

Sandra guarda tutti dall’alto in basso, così come faceva nella sua ormai ex-vita, ma è solo questione di tempo. Prima i ricordi d’infanzia, poi la sincerità degli amici di Bif iniziano a fare breccia. Nessuno è esente da drammi o dolori. Ted (David Hayman) soffre ancora terribilmente per la perdita dell’amata moglie. Charlie invece, che insieme a quest’ultimo vivono ciascuno su una propria barca ormeggiata in un canale, si sta confrontando con l’Alzheimer della sua dolce metà che ormai non lo riconosce più.

Sandra inizia un viaggio ma le tentazioni di ritornare alla sua vecchia (e tenore di) vita non cambiano. Dai ristoranti ai pub, dove incontrerà anche l'ormai ex-marito insieme alla nuova fiamma. Dai ricevimenti alle feste tra amici. Dall'assenza totale di musica nella propria casa alla scuola di ballo dove conosce anche Jackie (Joanna Lumley), avvocato. Ognuno ha i propri acciacchi. Ognuno ha il proprio vissuto ma ogni settimana sono sempre tutti lì, insieme. Ad ascoltare e raccontarsi, anche solo con un movimento.

Sorrisi e lacrime. Lacrime di dolore, lacrime di gioia. Questa è la vita. Questo è Ricomincio da noi (2017, di Richard Loncraine), e l’arte è sempre lì, per innalzare l’anima umana o più semplicemente regalarle una pausa e una continuazione nel proprio desiderio di condivisione e desiderio di felicità. Come il canto per il commovente Una canzone per Marion (2012, di Paul Andrew Williams), così il ballo per Ricomincio da noi. Come un concerto con attempati anziani con parrucconi heavy metal, così un flash mob per i senza tetto nel centro di Londra.

La telecamera di Locraine (Wimbledon, I due presidenti, Ruth e Alex - L'amore cerca casa) si adagia nel verde urbano-rurale inglese. Costeggia lo scontro generazionale senza infierire sui linguaggi ormai troppo distanti. Le "creature umane" di Locraine fanno il bagno nei canali e finiscono perfino su Youtube, guadagnandosi così un viaggio in una delle più belle città del mondo. Per chi ha voglia di ricominciare e/o continuare, non esisterà mai la parola fine per le proprie ambizioni del vivere quotidiano.

I protagonisti di Ricomincio da noi non hanno nulla a che spartire con Shall We Dance? (2004, con Richard Gere, Stanley Tucci, Jennifer Lopez e Susan Sarandon). Diverse le età, diverse le motivazioni. Eppure, dinnanzi all'iniziale impaccio, poi ci si libera. Ci si lascia andare, entrando in contatto con tutto ciò che abbiamo nascosto, a noi stessi per primi. Dove ci condurrà questa strada, nessuno lo sa, ma non sembra importare ad alcuno. L'importante è restare in pedana e fermarsi quando si è affaticati senza nessun problema o limite.

Sebbene piuttosto standard lo scontro tra sorelle (borghesia e proletariato), la coppia Imelda Staunton (Calendar Girls, Il diario di Bridget Jones, Ritorno al Marigold Hotel)/ Celia Imrie (Molto rumore per nulla, Il segreto di Vera Drake, Pride) funziona bene. Bif, così chiamata per “proteggere” la sorellina (…) ha vissuto libera senza legami, la sua storia però è tutta da scoprire. Sandra è più arrabbiata di quello che vorrebbe dare a vedere.

Ci sono poi attori talmente bravi da risultare sfuggenti alle masse. Timothy Spall, londinese classe ’57, è uno di questi. Scarno il suo carnet di riconoscimenti, che può annoverare solo il premio per il Miglior attore al Festival di Cannes e agli European Film Awards, entrambi nel 2004 per la sua strepitosa interpretazione in Turner (2014, di Mike Leigh), che venne del tutto ignorata dagli Academy nelle nomination dell’87° edizione dei premi Oscar.

Solo negli ultimi anni è stato Codaliscia nella saga di Harry Potter, passando per una breve ma intensa apparizione nel premiato Il discorso del re (2010, di Tom Hooper) nei panni di Winston Chruchill, quindi prestandosi a incarnare l'odioso negazionista David Irving in La verità negata (2016, di Mick Jackson). Ultime due apparizioni, il politico Ian Paisley ne Il viaggio - The Journey (2016 di Nick Hamm) sullo storico accordo di pace nell'Irlanda del Nord, e la brillante dramacomedy The Party (2017, di Sally Potter).

Il suo Charlie è un uomo dolorante ma vivo. Si è sacrificato per chi ha amato ma non ha smesso di credere nei buoni sentimenti. Con la sua barca sogna un giorno di partire, ma certi viaggi per cominciare davvero, devono prima finire. Timothy Spall infonde rustica dolcezza al suo Charlie. Vederlo a passaggio tra le luci natalizie della City insieme a Sandra ci riporta indietro nel tempo (memoria), quando bastava tenersi mano nella mano per sentirsi in paradiso. Eppure loro non hanno sedici anni. Eppure loro non hanno chissà quanta vita davanti a sé .

Ricomincio da noi (2017, di Richard Loncraine) fa bene al cuore. Ricomincio da noi è un toccasana per le tante imperfezioni che non bisogna mai avere paura di mostrare. Ricomincio da noi è una sinfonia di raggi solari, gocce di pioggia e fango floreale. Inutile ambire a ciò che non esiste. Si gattona, si corre e si zoppica. Questa è la vita e come tale va accettata, cercando di tirare fuori il meglio da sé. Lottando e riposandosi. Sorridendo e piangendo. Ricominciando da sé. Ricomincio da noi.

Il trailer di Ricomincio da noi

Ricomincio da noi - le sorelle Sandra (Imelda Staunton) e Bif (Celia Imrie)
Venezia, al cinema Rossini a vedere e recensire Ricomincio da noi © Luca Ferrari

giovedì 8 marzo 2018

Lady Bird, merletti e ragnatele

Lady Bird - Christine "Lady Bird" McPherson (Saoirse Ronan)
Una giovane ragazza desidera ardentemente abbandonare il nido. Tra lei e la sua vita, una madre molto simile alla sua anima. Questa è la storia di Lady Bird (2017, di Greta Gerwig).

di Luca Ferrari

Un’adolescente combattuta e combattiva. Un’adolescente, un'anima sghemba e innamorata. La scuola. La sua stanza. La strada e le amiche. Christine McPherson si fa chiamare da tutti Lady Bird. La libertà di volare però bisogna conquistarsela, anche se si hanno solo 18 anni. Christine “Lady Bird” ha le idee chiare ma questo non è mai stato abbastanza nella vita di una teenager. Diretto dalla giovane Greta Gerwig (’83), è sbarcato sul grande schermo Lady Bird.

Christine McPherson (Saoirse Ronan) è all’ultimo anno di una High School cattolica alla periferia di Sacramento, città che detesta e da cui sogna di andarsene per approdare nella più stimolante East Coast. Le non troppo larghe finanze della famiglia però, impongono alla ragazza, ostile al proprio nome e per questo fattasi chiamare Lady Bird, a cercare vie alternative quali borse di studio e simili. Di questo progetto di college lontano però, la critica madre Marion (Laurie Metcalf) non è per niente entusiasta.

Insieme all’amica del cuore Julianne “Julie” (Beanie Feldstein), Lady Bird si iscrive a un corso di recitazione, ed è qui che fa la conoscenza dell’affascinante Danny O'Neill (Lucas Hedges). La fine dell’anno intanto si avvicina e così pure il ballo scolastico. La ragazza ha poi un nuovo impiego, in una caffetteria dove incontra il musicista Kyle Scheible (Timothée Chalamet). Lady Bird inizia ad allargare il giro delle amicizie, entrando nelle simpatie della ricca Jenna Walton (Odeya Rush).

I mondi di Lady Bird si sovrappongono e i bivi si accavallano. Le cose in famiglia intanto non funzionano troppo. Col fratello adottivo Miguel (Jordan Rodrigues) e la sua ragazza ci sono spesso scontri, la madre è sempre molto dura e non si apre mai alla dolcezza. L’unico angolo di respiro è rappresentato dal padre Larry (Tracy Letts), in difficoltà lavorative. Lady Bird prova a farsi scivolare tutto sopra pensando al suo domani, ma per quello c’è ancora tempo. E ciò che al momento è una gravosa spina nel fianco (cuore), un giorno chissà, potrebbe diventare una sua indistruttibile risorsa.

Segnatevi il nome di Greta Gerwig. Vista davanti alla telecamera in To Rome with Love e Jackie, la giovane regista classe '84 originaria proprio di Sacramento, si è fatta le ossa nel cinema indipendente americano collaborando sia come attrice che come sceneggiatrice con Noah Baumbach (Lo stravagante mondo di Greenberg, Frances Ha, Mistress America). Non sono tante le registe donne a emergere così presto, e ancor meno quelle in grado di cimentarsi anche con il testo di un lungometraggio.

Lady Bird cammina nel deserto metropolitano. Lady Bird è una storia realizzata a matita. Non cerca facili consensi né vuole sorprendere. La trama è un caleidoscopio di merletti e ragnatele. I protagonisti si spintonano rischiando di buttarsi fuori strada. Il lieto fine è un indovinello in apparenza di facile approdo. Non è così. Greta Gerwig ci tramanda una storia di consapevolezza ed errori. Greta Gerwig attraversa una palude trovando la strada per l'oceano. Se Lady Bird la seguirà, è tutto da vedere.

Prima donna indiscussa del film, Saoirse Ronan. A oggi deve ancora compiere 24 anni eppure la sua presenza sul grande schermo, e in Lady Bird in particolare, la fanno sembrare molto più matura e navigata. Lasciato il segno in Espiazione (2007, di Joe Wright), la giovane Saoirse è una delle creature Andersoniane del Grand Budapest Hotel, diventata poi la protagonista dell'ottimo Brooklyn (2015, di John Crowley), basato sull'omonimo romanzo di Colm Toibin.

Figura sempre più presente sul grande schermo, Tracy Letts. Dopo essere stato il cinico Lawrence Fields, capo di Christian Bale nel potente La grande scommessa (2015, di Adam McKay), film che andrebbe rivisto almeno una volta al mese, è “apparso” anche nell'intrigante Elvis & Nixon (2016, di Liza Johnson) con Kevin Spacey e Michael Shannon, e ha assunto le sembianze del comprensivo consulente finanziario di Meryl Streep nel politico-giornalistico The Post (2017, di Steve Spielberg).

Aldilà di qualche presenza di noti film (JFK, Se scappi ti sposo), a Laurie Metcalf è stato il piccolo schermo a regalare fama imperitura, prima nella serie Pappa & Ciccia nei panni della sorella della protagonista al fianco di Roseanne Barr e John Goodman, poi (ancor di più) nel cult Big Bang Theory dove interpreta la madre creazionista dell’insopportabile scienziato Sheldon Cooper (Jim Parsons).

Lady Bird dovrebbe essere un film adolescenziale. Non lo è. Lady Bird dovrebbe avere facile appeal tra i 16-20enni. Dopo tutto la protagonista sta vivendo una fase importante della propria vita, quella della scelta di abbandonare il nido e per di più non senza qualche scontro. Lady Bird sa arrivare al cuore di tutti. Mai banale nella sua semplicità. Mai desideroso di strafare o dare giudizi e condannare alcuno. La vita ha una sua trama e la maggior parte di noi ci metterà molto a capirla, anche se siamo certi di sapere cosa vogliamo fare.

Capitolo premi. Iniziata la stagione alla grande conquistando due Golden Globe come Miglior film o commedia musicale e Miglior attrice in un film o commedia musicale (a Saoirse Ronan), curiosamente Lady Bird è rimasto a bocca asciutta ai BAFTA (0/3) e ai premi Oscar dov’era in lizza per cinque statuette di primissimo livello: Miglior film, regia e sceneggiatura originale, entrambe a Greta Gerwig; miglior attrice non protagonista a Laurie Metcalf e ovviamente Miglior attrice a Saoirse Ronan, quest’ultima già alla terza nomination dopo Espiazione (2007) e Brooklyn (2015).

Lady Bird (2017, di Greta Gerwig) scorre dolcemente intenso, seguendo il ritmo della vita e delle incomprensioni familiari. Le convinzioni fanno capolinea a moli intasati e parcheggi dialettici. I dubbi aprono squarci dove il sole sosta perplesso in qualche sedile posteriore in attesa di abbandonare la tempesta. Lady Bird ci accompagna fino al nostro gate, non senza lacrime, e dove il domani spaventa più di quello che vorremmo ammettere a noi stessi. Lady Bird ci sussurra vicino qualcosa di unico e personale. Forse è solo un arrivederci. Forse una verità di cui un giorno parleremo insieme.

Il trailer di Lady Bird

Lady Bird - Julie (Beanie Feldstein) e Christine "Lady Bird" (Saoirse Ronan)
Lady Bird - figlia e madre, Christine "Lady Bird" (Saoirse Ronan) e Marion (Laurie Metcalf)
Venezia, al cinema Rossini a vedere e recensire Lady Bird © Luca Ferrari

venerdì 2 marzo 2018

Dunkirk non ispira

Dunkirk - il comandante Bolton (Kenneth Branagh
Ha fallito ai BAFTA e ai Golden Globe. Il tanto decantato Dunkirk di Christopher Nolan non è l'incredibile meraviglia che in troppi hanno descritto. E ora tocca agli Oscar.

di Luca Ferrari

Opera incompleta. Superficiale. Troppo tecnica e poco "umana". Fin dalle sue prime indiscrezioni e successiva anteprima veneziana, il nuovo film di Christiopher Nolan, Dunkirk, venne presentato come fosse l'ottava meraviglia e pompato da una certa stampa commerciale in modo fin troppo smaccato. Ma più che raccontare una epica pagina di storia della II Guerra Mondiale, il regista londinese si è più che altro preoccupato di fare sfoggio di ciò che sa fare da dietro la telecamera, lasciando alla storia il tempo che trova.

I premi si sa, se vengono assegnati a chi riteniamo degni, è giusto. In caso contrario la giuria è corrotta o non capisce nulla. Il pensiero degli addetti ai lavori nel mondo del cinema non è diverso da quello del "semplice popolo". E così, una volta arrivata la prova del nove dei riconoscimenti, Dunkirk ha fin'ora miseramente fallito raccogliendone un solo premio su 11 candidature complessive.

In ordine cronologico, ai Golden Globe ha ricevuto tre nomination per il Miglior film drammatico, regista (Christopher Nolan) e colonna sonora originale (Hans Zimmer), restando a mani vuote. Non è andata meglio, anzi decisamente peggio, ai BAFTA - British Acamdey Film Awards dove su otto candidature la pellicola si è portata a casa solo il Miglior sonoro (a Richard King, Gregg Landaker, Gary A. Rizzo e Mark Weingarten).

Domenica 4 marzo intanto è il tanto atteso momento dei premi Oscar. Dunkirk si contenderà la statuetta di:
  • Miglior film a Emma Thomas e Christopher Nolan
  • Miglior regista a Christopher Nolan
  • Migliore fotografia a Hoyte Van Hoytema
  • Miglior montaggio a Lee Smith
  • Migliore scenografia a Nathan Crowley e Gary Fettis
  • Migliore colonna sonora a Hans Zimmer
  • Miglior sonoro a Mark Weingarten, Gregg Landaker e Gary A. Rizzo
  • Miglior montaggio sonoro a Richard King e Alex Gibson
Aldilà dei premi tecnici dove non ho le competenze per poter affermare che sia più o meno meritevole rispetto ad altri, come sostenni su queste pagine digitali prima della notte dei Globe e dei BAFTA, anche questa volta Dunkirk andrà incontro all'insuccesso nelle sezioni principali: film e regista. Una previsione (augurio) non solo dettata dalla presenza di rivali di razza (La forma dell'acqua, Tre manifesti a Ebbing Missouri, Lady Bird, The Post) ma perché la resa della vicenda è poco efficace. Molto prospettica e poco incentrata sugli uomini, questi ultimi i veri protagonisti della Storia.

Inevitabile poi lo scontro/confronto con L'ora più buia (di Joe Wright), anch'esso candidato come Miglior film e dove finalmente Gary Oldman, dopo essersi portato a casa il Globe e BAFTA, verrà di sicuro incoronato Miglior attore protagonista anche dagli Academy. Il film incentrato su Winston Churchill finisce esattamente con la vicenda messa in scenda da Nolan, ma le differenze sono gigantesche. Wright mette a fuoco il personaggio, Nolan il proprio ego.

Francia, 1940. La II Guerra Mondiale è appena agli inizi. La forza nazista è al massimo della sua potenza. Il patto Moltov-Ribbentrop tra Hitler e Stalin è solido. La nazione transalpina è stata aggredita. La sola nazione al momento ancora libera dal giogo nazi-fascista è la Gran Bretagna, una cui grossa fetta dell'esercito adesso si trova a Dunkerque (in inglese, Dunkirk). L'esercito tedesco pattuglia ogni via di fuga. Quale sarà il destino per l'esercito di Sua Maestà e l'intero continente europeo?

Churchill ha l'idea geniale. Sacrificando una guarnigione, sprona il popolo inglese a salpare con i propri mezzi acquei e imbarcare ciascuno il maggior numero di soldati possibili riportandoli a casa, e dunque riorganizzando la difesa. Sembra un'impresa folle ma la Storia non è fatta per chi non sa osare. Tra le tante imbarcazioni che rispondono presente, c'è anche quella di Mr. Dawson (Mark Rylance), uno dei primi a recuperare un soldato ancora sotto shock (Cillian Murphy) dopo essere finito sott'acqua a causa di un sommergibile tedesco.

Nei cieli intanto i piloti Farrier (Tom Hardy) e Collins (Jack Lowden), a bordo dei loro Spitfire, ingaggiano duelli contro la Lutwaffe. A terra invece, la telecamera segue le (dis)avventure del soldato semplice Tommy (Fionn Whitehead) e la fanteria alla disperata ricerca di un rifugio/salvezza, facile preda dei canini nazisti. La guerra potrebbe finire già lì, su quella fetta di costa francese, ma così non sarà. Un errore di valutazione che cinque anni dopo si trasformerà nel tramonto definitivo del Terzo Reich.

Inutile negarlo, la vicenda di Dunkirk non era così nota. Christopher Nolan (Memento, Inception, Interstellar) l'ha consegnata alla memoria collettiva attraverso il grande schermo. Se la resa puramente cinematografica è notevole, non si può dire lo stesso della narrazione. Poche didascalie esplicative all'inizio e alla fine del film, cosa che al contrario sarebbe stato molto opportuno. D'accordo, Dunkirk non è un documentario di storia ma la vicenda avrebbe meritato qualche spiegazione più dettagliata.

Curiosa poi la scelta di uno dei co-protagonisti, il cantante della boyband One Direction, Harry tyles, alla sua prima incursione sul grande schermo. Forse troppo influenzato dalla propria trilogia di Batman, Nolan punta più sui supereroi o presunti tali. C'è l'aviatore, il fante, il marinaio. Ci sono i singoli, c'è molto meno l'unione. Dunkirk è cinema ad alto contenuto spettacolare e scarso sul fronte storico. I suoi protagonisti si perdono nella coltre di sensazionalismo.

La vicenda di Dunkirk rappresentò uno snodo cruciale per la storia europea. Forse senza quella ritirata strategica, oggi la libertà non esisterebbe e la svastica troneggerebbe ancora nella vita di chiunque. Quell'impresa gridò al mondo, e alla cancelleria Hitleriana, che un popolo era pronto a battersi ben oltre l'inimmaginabile. E oggi, in un'epoca di nazionalismi murati e ignobili ignoranze xenofobe, ciò che successe sulla costa francese dovrebbe farci agire subito, decisi e uniti. Questo purtroppo non succederà e comunque non sarà Dunkirk di Christopher Nolan a ispirarlo.

Il trailer di Dunkirk

Dunkirk - imbarcazione inglese in soccorso dei propri connazionali

martedì 27 febbraio 2018

Elle Fanning, l'Oscar ti aspetta

Elle Fanning protagonista di 20th Century Women (di Mike Mills)
Versatile. Intensa. Piena di talento e grazia. Elle Fanning (Conyers, '98) è una predestinata e presto i riflettori degli Academy saranno tutti per lei.

di Luca Ferrari

Profilo europeo. Musa predestinata. Giovane ma allo stesso tempo col phisique da stella navigata. Il suo nome è Elle Fanning. Il prossimo 9 aprile compirà i fatidici 20 anni ma fino a oggi non è ancora arrivata nessuna nomination ai Golden Globe, né ai BAFTA e meno che meno agli Oscar. Fidatevi, è solo questione di tempo. Il suo nome presto splenderà sempre più alto.

Dopo i classici ruoli da bambina (Mi chiamo Sam, Il mio amico a quattro zampe) e presenze in film di spessore, curiosamente entrambi con Brad Pitt (Babel, Il curioso caso di Benjamin Button), la sorella minore (ma decisamente più brava) di Dakota inizia a catturare l'attenzione del grande pubblico prima con Somewhere (2010, di Sofia Coppola), film vincitore della 67° edizione della Mostra del Cinema, poi con Lo schiaccianoci in 3D (2010, di Andrej Končalovskij) e infine nel teen cult Super 8 (2011, di J.J. Abrams).

Elle non è la classica giovanissima attrice americana. Ha movenze europee e uno sguardo innocente che sa conquistare. Ne fa le spese anche Cameron Crowe, che la sceglie e sistema vicino a Scarlett Johansson e Matt Damon per la sua tenera fiaba (basata su di una storia vera, ndr) La mia vita è uno zoo (2011). Elle è ancora piccolina, e allora ecco passare qualche anno e il suo dolce sorriso torna a sedurre il grande schermo, questa volta nelle vesti della figlia di una "demoniaca" Angelina Jolie nel classico disneyano Maleficient (2014).

Elle Fanning potrebbe avere vita facile con popcorn movie o roba simile, ma lei fa scelte differenti. Il 2015 la vede scendere in campo nel politico L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo, storia da conoscere sulla libertà di parola, e soprattutto eccola protagonista di 3 Generations - Una famiglia quasi perfetta (di Gaby Dellal), al fianco di Naomi Watts e Susan Sarandon. Con non poca bravura interpreta Ramona, giovane adolescente maschio nato nel corpo di una ragazza. Non è un'emarginata, vuole semplicemente essere se stesso senza compromessi.

Il 2016 è l'anno del controverso The Neon Demon, diretto dal regista danese Nicolas Winding Refn, film presentato in anteprima alla 69° edizione del Festival di Cannes. Questa volta Elle è una modella decisa a tutto pur di conquistare le passerelle. Ciò che viene mostrato sul grande schermo è tutto fuorché una storia a lieto fine ma una critica spietata a un mondo cannibale. Elle è algida, eterea. Cucciola timida e fiera felina.

Ultime prove cinematografiche: La legge della notte (di e con Ben Affleck), 20th Century Women (di Mike Mills) con Annette Bening e infine il deludente (non per la performance di Elle) L'inganno, di Sofia Coppola con Nicole Kidman, Kirsten Dunst e Colin Farrell. Una storia questa ambientata durante la Guerra d'Indipendenza americana, e che vede protagoniste varie generazioni femminili di un prestigioso istituto alle prese con un ferito dello schieramento opposto.

Tra le svariate pellicole in arrivo con l'attrice originaria di Conyers, Georgia, uno dei più attesi è di sicuro How to Talk to Girls at Parties (di John Cameron Mitchell), dove tornerà a recitare a fianco della premio Oscar Nicole Kidman, quest'ultima pronta per la 2° stagione dell'ottima serie televisiva Big Little Lies. Altro film in procinto di sbarcare sul grande schermo, Mary Shelley (di Haifaa Al-Mansour), storia di come il poeta Percy Bysshe Shelley venne ispirato per scrivere "Frankenstein".

Quale sarà dunque il ruolo che consacrerà Elle Fanning nel firmamento della settima arte? Il prossimo quinquennio sarà di sicuro un periodo cruciale per la carriera dell'attrice americana e per quanto visto fin qui sul grande schermo, se dovessi azzardare un pronostico, la immagino protagonista di un lungometraggio americano, basato su una storia vera, e diretta da un regista con feeling europeo. La parola ora al cinema.

Elle Fanning protagonista di Mary Shelley (di Haifaa Al-Mansour)
Elle Fanning protagonista di The Neon Demon (di Nicolas Winding Refn)
 Elle Fanning protagonista di How to Talk to Girls at Parties (di John Cameron Mitchell)
Elle Fanning protagonista di 3 Generations - Una famiglia quasi perfetta (di Gaby Dellal)

sabato 24 febbraio 2018

Le calde lacrime di Qui dove batte il cuore (2000)

Qui dove batte il cuore - la giovane Novalee (Natalie Portman) e la sua bambina
Il cinema sussurra ai battiti dell'anima, la poesia si ferma e piange. Si rialza e lotta per la felicità, come i protagonisti di Qui dove batte il cuore (2000, di Matt Williams).

di Luca Ferrari

Storia di provincia americana. Novalee Nation (Natalie Portman) è una giovane ragazza incinta, abbandonata in un wallmart dal suo egoista fidanzato, Willy Jack Pickens (Dylan Bruno). Nnello sprofondo dell'abbandono più totale, la sua vita inizia a cambiare grazie all'incontro di tante persone buone: l'amica Lexie (Ashley Judd), il fotografo Moses (Keith David), la saggia e ospitale Thelma "Sister" Husband (Stockard Channing) e il probo Forney (James Frain).

All'epoca neanche ventenne, l'ex-Jackie Kennedy Natalie Portman (LéomV per Vendetta, Sognare è vivere) è un cerbiatto ferito. Sembra una delle tante persone destinate a finire nel tritacarne dell'indifferenza ma non è così. Le relazioni umane possono davvero fare la differenza e così, giorno dopo giorno, toccherà poi a lei diventare espressione della forza non solo per se stessa, ma anche per la figlioletta Americus (Mackenzie Fitzegerald) e i suoi affetti più cari.

Qui dove batte il cuore è un film che arriva diritto dove vorremmo vivere ogni giorno della nostra vita. Il cinema ispira, la poesia risponde con eterna sincerità:


LÌ DOVE IL CUORE È SOLO UN BATTITO A 125 ASA

Lavoro sui fianchi,
la sfiducia dei miei compaesani
ha contribuito
alla mia dichiarazione d’indipendenza,
adesso potrei mandare loro
il mio esteso curriculum…anche oggi,
che i miei sentimenti sono lontani

Getto parole
ma lei non vuole scrivere
con una penna rossa... è 
esattamente come me,
ci facciamo pagare
per la cosa che più odiamo fare,
... e loro sono orgogliosi di me
così questa notte
assomiglierà anche a una preghiera
consacrata per voi…

la corsia destra è libera
e se voglio davvero crescere
sotto il tuo respiro,
dì pure ai fulmini
che mi sono tatuato bersagli
su ogni parte del corpo
e che non passerò la mia vita
a rubare coperte ai senzatetto

Quattro rose marroni
mi fanno da cuscino,
un ippocastano 
è il diventato il mio migliore amico

Ho perso le scarpe,
per questo ho pensato
di regalarti
un paio di pantofole,
ho partorito nove volte
saltando all’indietro
da un presepe cittadino…non
è stato abbastanza
per impedire ai sentimenti
che mi abbandonassero,
così la spiaggia
si è sistemata da sola la messa in piega,
ha pettinato le onde
e la domenica le fa giocare
coi miei ricordi…ma
cosa potrebbero ancora dire
tutte quelle Nazioni là fuori?

A undici anni pensavo
me ne starei stato da solo
solo per un paio di giorni, 
invece tredici anni dopo
sono ancora un po’ assorto

... l’uomo del porto dopo tutto
non è altro
che un modo originale
per condividere la parola Natale
(Lido di Venezia [VE], 31 Dicembre 2000)    


Qui dove batte il cuore - Novalee (Natalie Portman) e Forney (James Frain)

sabato 17 febbraio 2018

BAFTA 2018, il meglio del cinema di Sua Maestà

And the 2018 BAFTA goes to...
Domenica 18 febbraio alla Royal Albert Hall di Londra si alza il sipario sulla 71° edizione dei British Academy Film Awards (BAFTA). Grandi interpretazioni e film di qualità in gara.

di Luca Ferrari

Gary Oldman, Tre manifesti a Ebbing Missouri, La forma dell’acqua e Saoirse Ronan ci riprovano ai BAFTA – British Academy Film Awards 2018. Dunkirk ancora a caccia del suo primo riconoscimento così come il regista italiano Luca Guadagnino e il suo Chiamami col tuo nome, qui (a Londra), candidato in quattro categorie: Migliore sceneggiatura non originale a James Ivory, Miglior film, Miglior regista e Miglior attore protagonista a Timothée Chalamet.

Tra i film più interessanti, attenzione alla possibile sorpresa nella sezione "Miglior film britannico" dove tra le sei pellicole in gara potrebbe fare il colpo gobbo la brillante commedia Morto Stalin, se ne fa un altro (2017), diretto e sceneggiato dallo scozzese Armando Iannucci. Cero sarà dura battere in patria un film strepitoso come L’ora più buia (di Joe Wright) incentrato sulla figura di Winston Churchill e interpretato in modo magistrale da Gary Oldman.

Delle quattro categorie recitative, le sezioni dei maschietti sembra più una contesa a due: Daniel Day Lewis (Il filo nascosto) e Gary Oldman per il protagonista; derby “Tremanifestoso” per il non protagonista con la sfida Woody Harrelson-Sam Rockwell, quest’ultimo già vincitore del Golden Globe. Di spessore ancor più elevato i corrispettivi femminili dove al contrario tutte e cinque le candidate hanno reali chance di vittoria.

A contendersi il BAFTA come Miglior attrice protagonista saranno le già “GoldenGlobate”
Frances McDormand (Tre manifesti a Ebbing, Missouri) e Saoirse Ronan (Lady Bird), quindi Sally Hawkins (La forma dell'acqua), Annette Bening (Film Stars Don't Die in Liverpool) e attenzione alla mezza-villain sofferente Margot Robbie, per la grandiosa interpretazione espressa in I, Tonya, film ancora inedito in Italia e in uscita il prossimo 22 marzo.

Dei cinque film in gara attraverso le rispettive protagoniste, tre di questi si sfideranno anche sul fronte delle attrici non protagoniste: Laurie Metcalf (Lady Bird), Octavia Spencer (La forma dell'acqua) e Allison Janney (I, Tonya). Nuove presenze per Kristin Scott Thomas (L'ora più buia) e infine Lesley Manville per I l filo nascosto, l’ultima opera di Paul Thomas Anderson (Magnolia, Il petroliere, The Master).

Altro sicuro protagonista della 71° edizione degli Oscar di Sua Maestà, nel bene o nel male, sarà Dunkirk (2017, di Christopher Nolan). Ai Globe ha raccolto zero premi su tre nomination. Ai BAFTA si presenta con ben otto candidature, le stesse di Blade Runner 2049 (di Denis Villeneuve) e secondo solo a L’ora più buia, Tre Manifesti a Ebbing Missouri e La forma dell’acqua, rispettivamente con 9 i primi due e 12 l’opera di Guillermo Del Toro, trionfatore a Venezia74.

Delle otto nomination, sei sono premi tecnici. Christoper Nolan ha realizzato un’opera molto tecnica, tratteggiando appena la storia con pochi sviluppi e preferendo fare sfoggio delle proprie doti di cineasta. Non che questo guasti un film, anzi, ma se a rimetterci è lo sviluppo della storia, si prepari pure il sig. Nolan a raccogliere altre amarezze, e magari raccontando in un'altra occasione qualcosa di più oltre alla prospettiva. Una vicenda così, come l’evacuazione inglese dalla costa francese, fatto che in parte cambiò le sorti della II Guerra Mondiale, lo avrebbe meritato.

Una sola candidatura infine per l’ancora inedito Molly’s Game con protagonisti Jessica Chastain, Idris Elba e Kevin Costner, prima opera da regista del pluri-premiato sceneggiatore Aaron Sorkin. Tra i suoi tanti successi, c’è la sua penna dietro Codice d’onore (1992, di Rob Reiner), La guerra di Charlie Wilson (2007, di Mike Nichols), The Social Network (2010, di David Fincher), per il quale vinse proprio un BAFTA nel 2010 per la Miglior sceneggiatura non originale, Moneyball – L’arte di vincere (2011, di Bennett Miller) e il più recente Steve Jobs (2015, di Danny Boyle).

Scopri tutti i vincitori della 71° edizione dei British Academy Film Awards.

I, Toya - Tonya Harding (Margot Robbie
La forma dell'acqua - Elisa (Sally Hawkins) e Zelda (Octavia Spencer)
Molly's Game - Molly Bloom (Jessica Chastain) e Charlie Jaffrey (Idris Elba)
Il filo nascosto - Cyril (Lesley Manville) e Reynolds Woodcok (Daniel Day-Lewis)

venerdì 9 febbraio 2018

The Post, il diritto di pubblicare

The Post - il direttore Ben Bradlee (Tom Hanks)
"Per affermare il diritto di pubblicare, bisogna pubblicare". Il Washington Post non si piega alle minacce presidenziali e cambiò per sempre la Storia. The Post (2017, di Steven Spielberg).

di Luca Ferrari

L'America ha mentito agli americani. Il Governo degli Stati Uniti ha mentito ai propri cittadini. Fin dal primissimo coinvolgimento alle bugie più eclatanti sul Vietnam, tutto questo adesso sta per diventare di dominio pubblico. Un'autentica bomba capace di ridisegnare non solo la politica a stelle e strisce, ma lo stesso pensiero del cittadino medio. E chi poteva fare tutto ciò se non "i controllori del loro potere", e cioè la stampa? Diretto da Steven Spielberg con sceneggiatura scritta da Liz Hannah e Josh Singer, è uscito al cinema The Post (2017).

1971. La guerra nel Sudest Asiatico è ancora in corso. Ciò che trapela dalla Casa Bianca non potrebbe essere più lontano dalla verità. La farsa prosegue fino a quando qualcuno parla. Migliaia di pagine dei cosiddetti Pentagon Papers, finiscono in mano al primo quotidiano d'America, il New York Times. La bomba esplode ma la reazione dalla presidenza Nixon è immediata. Al rivale Washington Post intanto, da qualche tempo si è insediato un nuovo editore capo, una donna. Il suo nome è Catherine "Kay" Graham (Meryl Streep).

A guidare il giornale della capitale, è il roccioso Ben Bradlee (Ton Hanks). Alla rivelazione dello scoop, lui e i più scafati giornalisti della redazione, su tutti Ben Bagdikian (Bob Odenkirk), si mettono alla ricerca di questi rapporti segreti. La Corte Federale però ha bloccato qualsiasi ulteriore pubblicazione del NY Times. Che cosa potrebbe mai fare dunque il Post ammesso che li trovasse? Dovrebbe sfidare Richard Nixon stesso. E se poi perdesse? Sarebbe la fine per la libera informazione.

Squadra che vince non si cambia. Dopo aver raccontato scambi di agenti segreti dentro e fuori il muro di Berlino della Guerra Fredda ne Il ponte delle spie (2015), la coppia Spielberg-Hanks torna insieme e il risultato è ancor più potente. Sebbene la storia fosse chiara (e nota) fin dalle prime battute del trailer così come l'esito, il film è un crescendo di emozioni lasciando lo spettatore col fiato sospeso fino a quando le macchine non si mettono in funzione e il Washington Post fa il suo dovere di giornale: pubblica tutta la verità nient'altro che la verità.

Se il Ban Bradlee interpretato da Jason Robards in Tutti gli uomini del Presidente era un osso duro, impeccabile e battagliero, quello incarnato da Tom Hanks (Forrest Gump, Salvare il soldato RyanSaving Mr Banks) è più mastino. Un ruolo, quello del due volte Premio Oscar, che resterà tra le sue migliori interpretazioni. Lady Graham-Streep invece è una donna timorosa ma capace di combattere le sue paure. A darle la forza necessaria, oltre a se stessa, il suo coraggioso direttore, animato tanto dalla voglia di fare del Post un quotidiano di primissimo livello, quanto di difendere la sacrosanta libertà di stampa.

Ban Bradlee sa cosa fare, per lo meno adesso. Amico dei Kennedy e dunque più attento a cosa scrivere un tempo, oggi è un leone nella giungla. Kay Graham è più combattuta. Il giornale è stato appena quotato in Borsa e mettersi contro la Casa Bianca potrebbe far volatilizzare molti investitori. Il suo fido braccio destro finanziario, Fritz Beebe (Tracy Letts), è schietto e sincero a metterla in guardia dalle possibili conseguenze ma allo stesso tempo non indietreggia né si comporta da codardo quando il cielo sopra Washington DC minaccia tempesta.

Già giornalista nel politico Leoni per agnelli (2007), questa volta Meryl Streep (Il diavolo veste Prada, The Iron LadyFlorence) passa ai comandi di una istituzione della carta stampata d'oltreoceano. In principio sembra quasi volersi tenere in disparte da uno scontro che presto o tardi dovrà decidere se affrontare o meno. Le sue amicizie altolocate poi, a cominciare dal vecchio amico Robert McNamara (Bruce Greenwood), Segretario della Difesa durante le presidenze di John Kennedy e Lyndon Johnson, la mettono in una posizione molto scomoda.

Autentico ariete in questa battaglia storica dove dice Bradlee, "Se perdono loro (NY Times, ndr), perdono tutti!", è Ben Bagdikian, ottimamente interpretato da Bob Odenkirk, il noto avvocato Saul Goodman delle (grandiose ) serie televisive Breaking Bad prima e Better Call Saul dopo. Curioso che nella pellicola Spielberghiana abbia ritrovato l'ex-compagno di set breakingbadiano, Jesse Plemons, qui nei panni del giovane avvocato Roger Clark.

Doveroso infine spendere qualche parola anche sul regista. È difficile (se non impossibile) immaginare la settima arte senza Steven Spielberg (Lo squalo, Schindler's List, Lincoln). Il suo cinema ha segnato e sta segnando intere generazioni di cineasti e cinefili. Di recente è tornato al suo primo grande amore, la fantasia, realizzando il toccante Il GGG - Il grande gigante gentile (2016). Oggi è tornato con l'altra sua grande passione: la libertà.

Il giornalismo di The Post è una razza morente se non già estinta del tutto. Difficile immaginare oggigiorno e nel domani più ravvicinato che accada qualcosa di simile. Il sistema è cambiato. Il mondo è cambiato. Nell'epoca di internet chiunque si crede un giornalista, senza tra l'altro saper scrivere in italiano corretto. Si apre un sito o blog che sia, facendo mera propaganda delle proprie idee e vomitando opinioni senza alcuna verifica dei fatti. Il gioco è fatto. Per la massa le notizie si fanno così. Vere o false, non ha nessuna importanza. E questo l'autorità lo ha capito fin troppo bene.

Se Quarto Potere (1941, di Orson Welles) e Tutti gli uomini del Presidente (1976, di Alan J. Pakula) hanno segnato il cammino del giornalismo al cinema, il terzo millennio non è stato per nulla avaro sul questo fronte, anzi. Tra i titoli più significativi, Good Night and Good Luck (2005, di George Clooney), ambientato nel periodo nero del Maccartismo, quindi il poco valorizzato La regola del gioco (2014) con protagonista Jeremy Renner nei panni dell'indomito giornalista Gary Webb che riuscì a collegare (e rivelare) i legami CIA e Contras nicaraguensi.

Nell'ultimo biennio, a catalizzare l'attenzione è stato in primis Il caso Spotlight (2015, di Tom McCharty) vincitore del Premio Oscar per il Miglior film e la Miglior sceneggiatura, incentrato sull'inchiesta del Boston Globe che rivelò al mondo lo scandalo dei preti pedofili. L'anno successivo fu la volta di Truth – Il prezzo della verità (2016, di James Vanderbil). Altra inchiesta e altro Presidente (George W. Bush), la cui reazione alle rivelazioni trasmesse da Mary Mapes (Cate Blanchett) e Dan Rather (Robert Redford) fu a dir poco distruttiva.

Se non gli facciamo noi le domande scomode, chi gliele farà? Si domanda un sempre più preoccupato Bradlee. Le macchine da scrivere battono. I telefoni squillano. Il Washington Post a caccia di gloria? Ovviamente si, ma in ballo non c'è una insipida notiziola da rotocalco. Sul banco degli imputati c'è un diritto sacrosanto, anzi c'è il Primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti che sancisce, tra gli altri, la libertà di parola e di stampa.

La stampa serve chi è governato. Non chi governa. Dovrebbe essere così. Dovrebbe essere sempre così. The Post (2017, di Steven Spielberg) ci riporta a un'epoca dove si poteva osare, anche se in pochi lo fecero davvero. Rispettando il reciproco lavoro, Katharine Graham e Ben Bradlee fecero qualcosa di storico. Qualcosa che sarebbe poi proseguito sulle pagine del Washington Post con lo scandalo del Watergate. Oggi più che la mai il mondo ha bisogno di una stampa libera e audace. Steven Spielberg e The Post sono qui a ricordarcelo.

Il trailer di The Post

The Post - l'editore capo Kay Graham (Meryl Streep)

lunedì 5 febbraio 2018

Se mi lasci ti cancello (per l'eternità)

Se mi lasci ti cancello Clementine (Kate Winslet) e Joel (Jim Carrey
Una storia d'amore inizia e poi finisce. Ma se il ricordo fa troppo male, perché non farsela cancellare dalla memoria? Cult intramontabile, Se mi lasci ti cancello (2004, di Michel Gondry).

di Luca Ferrari

Joel Barish (Jim Carrey) e Clementine Kruczynski (Kate Winslet) s'incontrano. Sono due anime stanche. Segnate. Si portano dentro molto. Ha inizio una storia che non sembrava neanche immaginabile fino a pochi secondi prima. L'amore fa rinascere, brucia e usura. La storia deraglia fino alla scoperta più amara. Clementine si è affidata alla Lacuna, guidata dal Dr. Howard Mierzwiak (Tom Wilkinson), per farsi cancellare porzioni di memoria, e nello specifico la sua storia con Joel. Una strada che lui stesso, spinto dalla rabbia, deciderà di percorrere. Qualcosa però non va per il verso giusto.

Cast scelto con estrema cura e coppia Carrey/Winslet superlativa, con quest'ultima a tratti CourtneyLoviana. Se da allora Jim Carrey (Man on the Moon, Il Grinch, Una settimana da Dio) non ha più trovato pellicole all'altezza del suo incredibile talento con la sola eccezione della versione animata di A Christmas Carol (2009, di Robert Zemeckis), al contrario la sua collega di set si è confermata come una delle più apprezzate protagoniste della scena mondiale nella settima arte attraversando tutti i generi possibili e immaginabili.

Dalla poetica letteraria di Neverland - Un sogno per la vita al fianco di Johnny "James Berry" Depp all'Oscar come Miglior attrice protagonista per The Reader - A voce alta (2008, di Stephen Daldry), passando per il commovente romanticismo di L'amore non va in vacanza insieme a Cameron Diaz, Jack Black e Jude Law. E poi ancora il dramma di Revolutionary Road con Leonardo DiCaprio, il massacro relazionale di Carnage (di Roman Polanski) fino ai più recenti Steve Jobs (2015, di Danny Boyle) e La ruota delle meraviglie - Wonder Wheel (2017, di Woody Allen).

Firenze, ottobre 2004. Era una fredda giornata autunnale e io mi presentai abbacchiato in un cinema del capoluogo toscano per assistere alla proiezione di Se mi lasci, ti cancello, film tanto particolare e onirico, quanto stuprato nella traduzione italiana del titolo il cui originale è Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Basato su una grandiosa sceneggiatura del regista stesso Michel Gondry insieme all'amico Charlie Kaufman, oggi di una recensione non so che farmene. Ecco allora riemergere dagli archivi digitali di allora, una poesia scritta subita dopo la visione fiorentina...

ERRONEAMENTE ADDOMESTICATI

un arco a croce,
dice che è un arco a croce

è qualcosa di sfuggito
alle liti dell’inconscio... è
sfuggito al segnalibro
della mia ossessionata intransigenza
... se Bracobaldo era davvero un cane azzurro,
e aveva per amici
un cavallo e una tartaruga,
allora significa che non sono del tutto fuori
pericolo... tu invece chi saresti?

Adesso invece rispondimi, sapresti inventare
nuove forme di congiunzione
per le nostre costipazioni?
...
Faccio sempre un po’ fatica
a stabilire una qualsiasi connessione
tra ciò che è brevemente flebile
e i sostenitori della pace mentale

perché nel mondo
dei questionari
dobbiamo mostrare interesse
perfino per uno spazzolino da denti
volendo risultare profetici
anche su ciò che diranno di una persona come te?

siamo la memoria
dei nostri errori... siamo la coscienza
di tutti gli errori
che non abbiamo voluto tramandare

se almeno una volta
mi potessi svegliare ancora a letto
ritrovandomi un attimo dopo
sulla spiaggia
con i capelli rosso-coraggio
e gli occhi indistinguibili dalla sabbia,
forse comincerei a capire
chi sono davvero.

Una croce mutata in arco
è la sola eredità
sfuggita all'armamento
dei mie ricordi...
(Firenze, 22-23 Ottobre 2004)

Clip de Se mi lasci, ti cancello

Se mi lasci ti cancello - Joel (Jim Carrey) e Clementine (Kate Winslet)