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mercoledì 31 gennaio 2018

Tre manifesti contro il silenzio

Tre manifesti a Ebbbing, Missouri - la combattiva Mildred Hayes (Frances McDormand
Tagliente. Deciso. Controcorrente. Nessuno si piange addosso. Tre manifesti per alzarsi e combattere. Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017, di Martin McDonagh).

di Luca Ferrari

Angela Hayes (Kathryn Newton) è stata violentata e uccisa. Stufa della sonnolenza della polizia locale, sua madre Mildred (Frances McDormand) è decisa a fare qualcosa. Ecco allora l'idea. Su una strada locale, quello che attraversa ogni giorno dalla propria abitazione al paese, affitta per un anno tre giganteschi cartelloni pubblicitari e vi fa scrivere tre messaggi rivolti allo sceriffo. Una scelta questa che l'autorità non gradirà troppo. Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017, di Martin McDonagh).

Stuprata mentre stava morendo. E ancora nessun arresto. Come mai, sceriffo Willoughby? Sono i tre manifesti voluti da Mildred Hayes. La notizia arriva come un boomerang all'ufficio della Legge. Se l'agente Jason Dixon (Sam Rockwell) dimostra di mal tollerare questa azione, comunque consentita legalmente parlando, e vorrebbe subito passare alle maniere forti, lo sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson) è più incline al dialogo, e va a trovare la donna per cercare di risolvere la situazione.

Mildred non ci sente. Parla diretta e non usa mezze parole. Non si fa intimidire da distintivi e non accetta consigli dalle tonache. Sua figlia è stata ammazzata in modo brutale e dinnanzi all'inerzia delle indagini, lei ha reagito. Se tutti non lo gradiscono, non è affar suo. A farne le spese invece, chi dalla polizia e chi tra i banchi di scuola, il titolare dell'agenzia pubblicitaria dove Mildred ha noleggiato i cartelloni, Red Welby (Caleb Landry Jones), e l'altro figlio di lei, Robbie (Lucas Hedges).

Artefice (carnefice) di un brutto episodio di abuso ai danni di un ragazzo di colore, l’agente Dixon è una mina vagante. Sempre pronto a menar le mani e il manganello. Non ha nessun legame sentimentale e vive ancora con l’anziana madre. Distintivo a parte, è mal visto da molti di Ebbing (località fittizia dello stato del Missouri, ndr). Parla quasi barcollando. Vuole essere rispettato ma i suoi modi lo portano a essere subdolo più che dalla parte della Legge.

I sentieri proseguono. I personaggi si guardano in cagnesco. C’è una sottile vena di rispetto ma perché venga davvero a galla, bisogna scavare dentro le persone. Lo sceriffo intanto non se la passa troppo bene. E' malato e ciò che sembra un destino segnato potrebbe fare saltare molti equilibri. Ad aggiungere benzina alla miscela, l’arrivo in città di un forestiero dai modi poco gentili che vuol far credere di sapere qualcosa dell’omicidio di Angela.

Già vincitore del Premio Osella per la Miglior sceneggiatura (Martin McDonagh) alla 74° Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia, dove è stato presentato in anteprima, e di quattro Golden Globe come Miglior film drammatico, per la Migliore attrice in un film drammatico a Frances McDormand, per il Miglior attore non protagonista a Sam Rockwell e la Migliore sceneggiatura a McDonagh, Tre manifesti a Ebbing, Missouri è ora atteso da nuove sfide

Si comincia il 18 febbraio con i BAFTA - British Academy Film Awards dove la pellicola è candidata a nove premi. Poche settimane dopo, 4 marzo, ecco l’appuntamento più atteso: la 90° edizione dei premi Oscar, dove le nomination sono sei. Miglior film, attrice protagonista (McDormand), miglior attore non protagonista (Woody Harrelson e Sam Rockwell), miglior sceneggiatura originale a Martin McDonagh, montaggio a Jon Gregory e  colonna sonora a Carter Burwell.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017, di Martin McDonagh) è un film potente, alla cui base vi è  una sceneggiatura solida e tre notevoli interpreti. Frances McDormand (Mississipi Burning - Le radici dell'odio, Fargo, Promised Land) è una donna combattiva. Il suo sguardo. Il suo modo di camminare. Ha subito una grave ingiustizia e perciò si alza in piedi. Non chiede l'aiuto di nessuno. Agisce, pronta a mettersi contro tutto e tutti se necessario.

Meno noto al grande pubblico, Sam Rockwell (Il genio della truffa, Frost/Nixon - Il duello, Iron Man 2) ha finalmente trovato il ruolo della carriera. Il suo sbirro Dixon sembra incarnare il peggio dell'America Trumpiana: ignoranza e razzismo. Questa però è solo la crosta superficiale. Il suo personaggio ha molto da dire, e quando si ritroverà pieno di ustioni e pestato a sangue, in molti forse cominceranno a rivalutarlo a cominciare da Mildred stessa.

Più sofferente e poetica la figura dello sceriffo, ben incarnata dall'ex-Natural Born Killer Woody Harrelson (Larry Flint - Oltre lo scandalo, Hunger Games, The War - Il pianeta delle scimmie). Nel cast anche il bravo Peter Dincklage (Funeral PartyIl trono di spade, Pixels) nei panni di James, amico di Mildred e non avvezzo a manifestarle la propria simpatia sentimentale, e John Hawkes (Dal tramonto all'alba, Lincoln, Everest), l'ex-marito di quest'ultima ora alle prese con la nuova fidanzatina ventenne.

Tre manifesti per far sentire la propria voce. Tre manifesti per rompere il silenzio a cui troppo spesso ci si abitua, dentro e fuori di sé. Tre manifesti per provocare senza offendere. Tre manifesti per far vedere i nostri muscoli. Tre manifesti perché a un certo punto il troppo è troppo, e se qualcuno crede che tutto quello che passa ci vada bene, non ha capito niente. Tre manifesti per cominciare ad alzare i toni e affrontare il mondo.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017, di Martin McDonagh) è l'antitesi dei tempi moderni. I suoi protagonisti non cercano scorciatoie per sfuggire al proprio destino cui si trovano loro magrado. Lo affrontano senza lamentarsi e ne pagano le conseguenze. Non si preoccupano delle cicatrici. Se le tengono senza nasconderle. Non si curano di ciò che pensa il prossimo. I protagonisti di Tre manifesti a Ebbing, Missouri non hanno tempo né voglia di andare d'accordo con tutti e se questo non sta bene loro, fanculo!

Il trailer di Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Tre manifesti a Ebbbing, Missouri - lo sceriffo Willoughby (Woody Harrelson) e l'agente Dixon (Sam Rockwell) durante l'interrogatorio a Mildred (Frances McDormand
Cinema Rossini di Venezia, una lettura "a tema" di Ciak e poi si comincia! © Luca Ferrari

venerdì 26 gennaio 2018

Da(i)sy va all'inferno

The Hatefuk Eight - Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh)
Una villain atipica, spietata e odiosa. Il suo nome è Da(i)sy Domergue (Jennifer Jason Leigh) ed è l'unica donna nel mezzo della Tarantiniana tormenta di The Hateful Eight (2015).

di Luca Ferrari

John Ruth (Kurt Russell) detto "il boia" ha pagato per essere l'unico passeggero della diligenza guidata da O.B. (James Park) verso Red Rock. Insieme a lui, c'è una donna. Il suo nome è Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh). È un'assassina e deve essere impiccata. Passeranno ammanettati la notte all'emporio di Minnie (Dana Gourrier) in compagnia di altri ambigui individui. Saranno davvero chi dicono di essere? Si vedrà, questa dopo tutto è l'epopea Tarantinana di The Hateful Eight (2015).

Daisy è attesa dalla forca. L'ignaro cacciatore di taglie però, così come i due inattesi compagni di viaggio, il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson) e il futuro sceriffo Chris Mannix (Walton Goggins), ignorano che il fratello di lei, Jody (Channing Tatum), abbia architettato un piano per salvarla. Bisognerà attendere. Bisognerà aspettare che la neve gelida del Wyoming costringa tutti a stringersi accanto al fuoco e via via lasciare che la verità si sciolga al calore delle bugie.

Daisy Domergue prende le botte. Non è una signora di classe. Sputa, si pulisce il naso in modo poco "ortodosso". Sulla sua testa pende una taglia di diecimila dollaroni sonanti. Anche lei però viene attraversata dalla malinconia e quando imbraccia la chitarra, le pistole per qualche minuto si zittiscono. Tutto sembra poter trovare un equilibrio (quasi) di pace. Ma è solo una flebile apparenza. Un boato sta per abbattersi fragoroso.

Non sono tanti i personaggi femminili così cinici e cattivi. Per trovarne uno all'altezza ci voleva lui, Quentin Tarantino (Le iene, Kill Bill, Django Unchained). Sabato 27 febbraio intanto ha inizio il Carnevale di Venezia e sarebbe bello incontrare questa sporca fuorilegge invece dell'ennesima e scontata cosplayer. Si, vorrei davvero incontrare Daisy Domergue, coperta di sangue e con l'occhio tutto gonfio. Vorrei che mi guardasse bastarda negli occhi e in un mix di (di)sprezzo e disgusto mi ghignasse contro: Quando arrivi a... Venezia, dì che ti manda Desy!


The Hateful Eight, la zuffa tra John Ruth e Daisy Domergue

The Hateful Eight - John Ruth (Kurt Russell) e Daisy (Jennifer Jason Leigh)
Daisy Sigurtà (Jennifer Jason Leigh)

venerdì 19 gennaio 2018

L'ora più buia... è arrivata!

L'ora più buia - Winston Churchill (Gary Oldman)
L'esercito nazista avanza spietato e che fa la Gran Bretagna, ultimo baluardo dell’Europa libera? La Storia passa a Winston Churchill. Ha così inizio L'ora più buia (2017, di Joe Wright).

di Luca Ferrari

Maggio 1940. Adolf Hitler conquista e uccide senza trovare ostacoli. Una dopo l’altra, le nazioni europee stanno capitolando. È in atto l’invasione di Belgio e Olanda. Di lì a poco sarà il turno della Francia. In mezzo a questa devastazione che sta facendo la Gran Bretagna? Cambia Governo per cominciare. La minaccia nazista è più seria che mai e a Downing Street viene messo un uomo dai fallimenti eccellenti ma con la tempra di un granitico gladiatore e Lui, di trattare con la tigre non ne vuole sentire parlare. Fu allora che Winston Churchill dovette affrontare L’ora più buia (2017, di Joe Wright).

Fin dai tempi dell’asilo Winston Churchill (Gary Oldman) aveva un sogno, diventare Primo Ministro. Quel giorno è arrivato ma il momento non potrebbe essere più infausto, trovandosi a raccogliere il pesantissimo (insostenibile) fardello lasciatogli dal suo predecessore Neville Chamberlain (Ronald Pickup), fresco di dimissioni a re Giorgio VI (Ben Mendelsohn). “È la loro vendetta”, confida alla moglie Clementine (Kristin Scott Thomas) prima di essere ricevuto a Buckingham Palace.

Mentre i tedeschi avanzano senza incontrare serie resistenze, in Parlamento si parla e si discute. Churchill ha portato nel suo nuovo Gabinetto anche gli storici rivali, ora all’opposizione: Chamberlain stesso e l’ex-Ministro degli Esteri, il visconte Halifax (Stephen Dillane). Per loro anche solo immaginare di entrare in guerra contro un simile nemico è pura follia e spingono per un intavolare una trattativa con la mediazione degli italiani guidati dal duce Mussolini. Per Winston invece non ci sono dubbi e chiarisce, “la mia politica è fare la guerra!”.

Churchill sbraita. È un leone in gabbia, intanto però la situazione precipita. “Siamo di fronte alla più degradante tirannia. Ciò che faremo sarà sconfiggerli” dice alla radio. La Francia capitola. Come se non bastasse, il supporto d’oltreoceano è complesso e vincolato a trattati, per non dire dunque impossibile (al momento). Un implacabile nemico spadroneggia in tutto il Vecchio Continente e anche in casa le cose non vanno meglio. Churchill è stato buttato nella mischia ma in molti gli rinfacciano ancora la disfatta di Gallipoli nella I Guerra Mondiale.

Si arriva al punto di non ritorno. Il grosso delle truppe inglesi è stanziato a Dunkirk, sulla costa francese. Pensare di andare a riprenderli sarebbe un massacro. Winston allora decide per il sacrificio della guarnigione di Calais, incitando la popolazione civile a salpare per andare a salvare i propri militari. Ha così inizio l’operazione Dynamo. Le pressioni per intavolare un discorso preliminare di trattativa con i tedeschi intanto aumentano e Churchill ha giurato di fare tutto per proteggere il Regno Unito.

Il punto cruciale è: quali potranno mai essere le condizioni imposte da Hitler? Churchill non è per niente entusiasta né ottimista. Ma se a questa domanda lui non sa dare una risposta definitiva, che cosa ne penserebbe il popolo inglese di vedere il proprio Governo sedersi a trattare coi fascisti? Magari ci guadagnerebbero sul fronte della convenienza, ma come reagirebbero i fieri sudditi di Sua Maestà dinnanzi a una simile resa morale? È inammissibile e questo Winston lo ha capito bene. È tempo dunque che lo comprendano anche a Westminster.

La Storia. Il Personaggio. Gli Attori. Non c’era un minuto da perdere. Primo giorno di programmazione al cinema Rossini di Venezia e subito in sala a recensire L’ora più buia (di Joe Wright). Dopo essermi preparato a dovere con l’articolo di Andrea Morandi sul mensile Ciak, inizia il film. Attorno a me intanto, numerosi spettatori hanno preso posto. Tutti “grandi”, nessun giovane. Dall’alto dei miei ormai 41 anni io ero il più piccolino. In parte è stato bello, in parte un po’ triste non vedere nessuna verde generazione confrontarsi con questa opera.

Sono tanti gli episodi che hanno fatto spostare l’ago della vittoria verso gli Alleati nel corso della II Guerra Mondiale, non ultimo l’errore fatale di Hitler di rompere il patto Molotov-Ribbentrop finendo così per impantanarsi nella morsa del gelo sovietico. E per quanto agli americani piaccia tanto sentirsi i veri artefici della vittoria finale, io da italiano, europeo e cittadino libero, ho sempre rivolto la mia gratitudine alla Gran Bretagna. Fu lei, da sola, a reggere l’onda d’urto del Terzo Reich al massimo della potenza. Loro da soli hanno dato speranza a un mondo (quasi) rassegnato all’orrore della svastica.

L’ora più buia (di Joe Wright) è un film che va visto. A dir poco sontuosa la prova offerta da Gary Oldman (Dracula di Bram Stocker, Leon, La talpa), già vincitore del Golden Globe come Miglior attore in un film drammatico e candidato come Miglior attore protagonista ai prossimi BAFTA (British Academy Film Awards), che si terranno alla Royal Albert Hall di Londra il prossimo 18 febbraio. Sempre nella medesima manifestazione, L’ora più buia ha raccolto altre otto candidature incluso Miglior film, Miglior film britannico e Migliore attrice non protagonista a Kristin Scott Thomas.

Al fianco di Oldman, il regista Joe Wright (Orgoglio e pregiudizio, Hanna, Anna Karenina) ha scelto due generazioni di attrici inglesi: Kristin Scott Thomas (Quattro matrimoni e un funerale, Nowhere Boy, Il pescatore di sogni) e Lily James, quest'ultima classe '89 e voluta da Kenneth Branagh come protagonista per la sua Cenerentola (2015). Ne L'ora più buia è la fedelissima segretaria personale di Churchill, Elizabeth Layton. Una giovane donna capace di sostenere il suo scorbutico principale anche quando tutto sembra precipitare nell'abisso.

Un nome su tutti che risuona ne L'ora più buia è Dunkirk. Forse a quest'ora non potrei scrivere questa recensione se il popolo inglese non avesse risposto con coraggio all'appello del suo Primo Ministro, attraversando la Manica e dunque andando in soccorso del proprio esercito. Una missione quella, raccontata di recente da Christopher Nolan nell'omonima opera, Dunkirk (2017) appunto. Ma se il regista della trilogia di Barman si è più concentrato sugli aspetti tecnici, trascurando uomini e storia (in particolare l'operato francese), di tutt'altra pasta (e sceneggiatura) è L'ora più buia dove non è la telecamera a fare da padrona ma la suspense e il cuore.

Impossibile assistere alla proiezione de L’ora più buia senza pensare e ragionare sul presente. Un tempo questo non certo paragonabile ai bombardamenti e ai campi di concentramento, ma verso il quale soffiano venti strani e inquietanti, di isolamento e xenofobia. Un pericoloso mix che potrebbe gettare le basi per nuovi e atroci conflitti. Winston Churchill si batté non solo per la sua "casa" ma per tutta Europa, quello stesso continente che oggi, con la complicità di politiche ignoranti e correnti razziste, vede nella divisione la sola strada per la ripresa economica. Qualcosa di tragicamente già sentito e tutti abbiamo visto cosa è successo dopo.

E se la Gran Bretagna di oggi è in pieno Brexit, sempre più Italia, ingozzata di talk show, programmi di cucina e tutologi digitali, è lì a rimpiangere Mussolini trascurando tutti gli atroci crimini che commise, offendendo così il sacrificio di milioni di persone che hanno lottato per la libertà. “Le cause perse sono le uniche per cui valga la pena combattere” dice Churchill in metropolitana dinnanzi ai pendolari sbigottiti nel vederselo seduto accanto a loro. È davvero una causa persa immaginare un’Europa unita, libera e multiculturale nel 2018? Diamoci da fare allora, tutti. Perché le ore buie potrebbero tornare e forse come allora, “è molto più tardi di quanto si possa immaginare”.


Il trailer de L'ora  più buia

L'ora più buia - Winston Churchill (Gary Oldman) si avvia in metropolitana verso Westminster
Dentro la sala 2 del cinema Rossini di Venezia leggendo de L'ora più buiasu Ciak © Luca Ferrari

mercoledì 17 gennaio 2018

Ella & John, romanticismo on the road

Ella & John The Leisure Seeker - i coniugi Spencer, John (Donald Sutherland) ed Ella (Helen Mirren)
La vita non è mai davvero finita se a scaldare i cuori c'è il rombo dell'amore. Presentato in concorso a Venezia74, esce domani Ella & John - The Leisure Seeker (2017, di Paolo Virzì).

di Luca Ferrari

Ella e John hanno avuto una vita intensa. Gli inevitabili acciacchi dell’età senile si fanno sentire e due figli (cresciuti) troppo ansiosi non sono esattamente l’ideale per provare a godersi gli ultimi anni delle loro esistenze. È tempo di agire. È tempo di allontanarsi. È tempo di partire per un (forse) ultimo grande viaggio d’amore. I coniugi Spencer hanno ancora tanto voglia di stringersi l’un l’altro senza stare dietro a preoccupazioni, problemi e medicine. Presentato a Venezia74, esce domani sul grande schermo Ella & John – The Leisure Seeker (2017, di Paolo Virzì).

Ella Spencer (Helen Mirren) è una donna malata, e così pure il marito John (Donal Sutherland). Sono affaticati ma non abbastanza da rassegnarsi a consegnare la propria salute e umore ai figli, dalla scarsa tempra morale. Meglio allora disfarsi di ansie e preoccupazioni. Meglio allora sfruttare le luci dell’alba salendo a bordo del vecchio camper modello Leisure Seeker, e partire per un viaggio sempre rimandato: l’isola di Key West con visita alla casa di Ernest Hemingway.

Ha inizio l’avventura. Ha inizio il road movie. Tappa dopo tappa, non senza disavventure e risate, la coppia si ferma guardando teneramente abbracciati i tanti scatti della loro vita insieme. Ella e John parlano. Battibeccano come due innamorati e poi proseguono. Si perdono e si ritrovano. Sono passati parecchi anni da quando si unirono in matrimonio ma nulla è cambiato nei loro cuori, e questa è di sicuro la conquista più grande.

Presentato in anteprima alla 74° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il regista Paolo Virzì era stato chiaro: “per dirigere questo film americano voglio solo Helen Mirren e Donald Sutherland”. Così è stato, e il risultato è un film sulla vita e la libertà. Un film che premia il coraggio di andare avanti. I due attori principali funzionano alla perfezione incarnando come meglio non si potrebbe una coppia di “vecchi” decisi a sbattere in soffitta tutti i preconcetti sull’anzianità.

Premio Oscar come Miglior attrice protagonista in The Queen – La regina (2006), Helen Mirren (State of Play, Woman in Gold, L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo) è una donna della middle class americana. Poco colta, tenera e decisa. Non è impressionata dall’abnorme cultura del marito, docente universitario in pensione sempre pronto a raccontare aneddoti e fare lezioni a chiunque incontri. Barba bianca e intelletto maestoso, Donald Sutherland (Sorvegliato speciale, JFK – Un caso ancora aperto, The Italian Job) conferisce al personaggio una tremula e maestosa eleganza.

Si viaggia. Si sogna. Ci si commuove (e parecchio). Si può vedere Ella & John – The Leisure Seeker al cinema (01 Distribution) da soli o in coppia. Si può assistere alla proiezione di Ella & John – The Leisure Seeker felici o più malinconici. Si uscirà dalla sala dopo aver visto Ella & John – The Leisure Seeker con qualche fazzoletto in meno e una consapevolezza maggiore su ciò che il cuore e la persona con cui stai passando o vorresti passare la vita, ti sanno trasmettere e spingere a osare. L’importante è non arrendersi mai e andare avanti. L’importante è amare.

Ella & John – The Leisure Seeker non è una scampagnata oltreoceano. L'attenta telecamera Virziana ci mostra anche tutto quel nugolo di attenzioni che un marito e una moglie riversano l'un l'altro. Un mosaico inconcepibile per chi ne è fuori. L'età dei capelli bianchi porta tanti problemi ma nessuno è davvero tale se a fine giornata hai accanto esattamente chi desideri. Nulla è insormontabile se nel buio della notte ti senti protetta/o.

Ella & John – The Leisure Seeker è un film delicato. La regia “sentimentale” di Paolo Virzì (Ovosodo, La prima cosa bella, La pazza gioia) carezza le corde dei nostri corpi segnati dalla vita, e allo stesso tempo riesce a condurre una narrazione senza scadere nell’inevitabile pietismo tipico del Bel paese. Paolo Virzì ci guida negli States senza nessuna ricerca esistenziale. Paolo Virzì attraversa gli Stati Uniti in camper lasciandoci nella miglior compagnia possibile, a guardare le diapositive della vita di Ella & John – The Leisure Seeker.


Il trailer di Ella & John - The Leisure Seeker
Ella & John The Leisure Seeker - i coniugi Spencer, John (Donald Sutherland) ed Ella (Helen Mirren)

domenica 7 gennaio 2018

Golden Globe 2018, cineluk li assegna a...

Al via una nuova edizione dei prestigiosi Golden Globe
Previsioni. Speranze. Bando alle ciance. Cineluk - il cinema come non lo avete mai letto si rivela e scrive a chiare lettere chi premierebbe questa notte alla 75° edizione dei Golden Globe.

di Luca Ferrari

Non ho bisogno che la giuria dei Golden Globe faccia le proprie scelte. Io faccio le mie e in largo anticipo, perciò li assegno adesso. D'accordo o meno che siate con me, non m'interessa. Aldilà di vedere alcuni di questi vincitori trionfare davvero, la mia speranza è che il tanto decantato Dunkirk di Christopher Nolan venga sonoramente affondato (musica a parte). Tanto efficace negli effetti tecnici, quanto deludente e scarso nella sceneggiatura e nella storia. Ma questo è il trend che tanto garba, tutto effetti e pochi veri contenuti.

Tante le nomination raccolte dal vincitore dell'ultima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia: La forma dell'acqua - The Shape of Water di Guillermo del Toro. Sarebbe pura cine-blasfemia se Gary "Winston" Oldman non dovesse trionfare. Sebbene dubito che vincerà per il secondo anno consecutivo dopo La La Land, sarei davvero felice se Emma Stone conquistasse un altro Globo per l'ottima performance esibita in "gonna e racchetta" come Billy Jean King nell'intenso La battaglia dei sessi (2017, di Jonathan Dayton e Valerie Faris).

Cineluk - il cinema come non lo avete mai letto assegna i seguenti Golden Globe:
  • Miglior film drammatico: Tre manifesti a Ebbing, Missouri (di Martin McDonagh)
  • Miglior film o commedia musicale: The Disaster Artist (di James Franco)
  • Miglior regista: Martin McDonagh (Tre manifesti a Ebbing, Missouri)
  • Migliore attrice in un film drammatico: Sally Hawkins (La forma dell'acqua)
  • Migliore attore in un film drammatico: Gary Oldman (L'ora più buia)
  • Migliore attrice in un film commedia o musicale: Emma Stone (La battaglia dei sessi)
  • Migliore attore film commedia o musicale: James Franco (The Disaster Artist)
  • Miglior film d'animazione: Loving Vincent (di Dorota Kobiela e Hugh Welchman)
  • Miglior film straniero: Per primo hanno ucciso mio padre (di Angelina Jolie, Cambogia)
  • Migliore attrice non protagonista: Octavia Spencer (La forma dell'acqua)
  • Migliore attore non protagonista: Sam Rockwell (Tre manifesti a Ebbing, Missouri)
  • Migliore sceneggiatura: Guillermo del Toro e Vanessa Taylor (La forma dell'acqua)
  • Migliore colonna sonora originale: Hans Zimmer (Dunkirk)
  • Migliore canzone originale: This Is Me (Pasek and Paul - The Greatest Showman)
Sul fronte del piccolo schermo, scontato il premio a Kyle MacLachlan protagonista indiscusso della terza discutibile stagione del resuscitato Twin Peaks (di David Lynch), tutta la mia ammirazione è concentrata su due serie candidate in sezioni differenti. La prima è The Crown (di Peter Morgan), incentrato sulla giovane monarca britannica Elizabetta II,  in nomination come Miglior serie drammatica e Miglior attrice in una serie drammatica (Claire Foy). Standing ovation poi per Big Little Lies (di Jean-Marc Vallée), possente serie con un grandioso cast femminile capace di parlare come poche volte è stato fatto di violenza domestica. 6 le candidature per quest'ultima:
  • Miglior miniserie o film per la televisione
  • Miglior attrice in una mini-serie o film per la televisione: Nicole Kidman
  • Miglior attrice in una mini-serie o film per la televisione: Reese Witherspoon
  • Migliore attrice non protagonista in una serie, mini-serie o film tv: Laura Dern
  • Migliore attrice non protagonista serie, mini-serie o film tv: Shailene Woodley
  • Miglior attore non protagonista serie, mini-serie o film tv: Alexander Skarsgård
Buona cine-serata!
The Crown - la Regina Elisabetta II (Claire Foy)
L'ora più buia - Winston Churchill (Gary Oldam)

mercoledì 3 gennaio 2018

Wonder è un invito a crescere

Wonder – Auggie (Jacob Tremblay) e Jack (Noah Jupe)
I grandi uomini (o bambini) non si limitano a cambiare la propria storia, sono un’ispirazione per il cuore di tutti. Wonder (2017, di Stephen Chbosky).

di Luca Ferrari

Il piccolo Auggie è fin’ora sempre uscito di casa con un casco spaziale in testa per coprirsi il viso.
Ha una vistosa malformazione facciale ed entro pochi giorni, per la prima volta, si farà vedere dal mondo esterno facendo il suo ingresso in 1° media. I suoi genitori sanno che sarà dura ma è arrivato il tempo di abbandonare l’ombra e affrontare la vita. Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo scritto da R. J. Palacio, è sbarcato al cinema Wonder (2017, di Stephen Chbosky).

Auggie Pullman (Jacob Tremblay) è un ragazzino di 10 anni affetto dalla sindrome di Treacher Collins. Fin dalla sua nascita ha subito numerosi interventi chirurgici per sopravvivere. Anche se al giorno d’oggi è in grado di fare ciò che ogni normalissimo bambino fa (tv, consolle, adora StarWars), il suo viso è palesemente deformato. Un aspetto questo che non può passare inosservato e dunque capace di tirare fuori il peggio delle persone (grandi e piccini) quando lo incontrano per la prima volta.

Dopo avergli fatto da maestra privata, la madre Isabel (Julia Roberts) è pronta per il grande passo. D’accordo col marito Nate (Owen Wilson), Auggie viene mandato in una vera scuola. Viene così accolto dal gentile sig. Tushman (Mandy Patinkin), preside della Beecher Prep School. Con acume e delicata intelligenza, affida il compito di introdurlo nell’edificio scolastico a tre studenti: Julian (Bryce Gheisar), Charlotte (Elle McKinnon) e Jack Will (Noah Jupe, visto di recente in Suburbicon, 2017, di George Clooney).

Com’è inevitabile, la stragrande maggioranza delle attenzioni della famiglia Pullman sono per il piccolo Auggie. Lui è il secondogenito, fratello di Olivia (Izabela Vidovic) detta Via, “la ragazza più comprensiva del mondo” come l’ha definita sua madre. È un’adolescente e maturità a parte, anche lei prova dolori e paure senza però farne mai parola con i genitori. Sa che Auggie ha più bisogno di mamma e papà ma anche lei, come lui, sta per iniziare un nuovo mondo scolastico alla high school. L’impatto non è dei migliori anche perché la sua amica del cuore, Miranda (Danielle Rose Russell), è cambiata e la degna a stento di uno sguardo.

La vita è dura per Auggie. A peggiorare le cose, l’apparentemente amichevole Jack, presto rivelerà qualcosa di inaspettato, e proprio quando il neo-arrivato stava iniziando a fidarsi. A complicare le cose, l’esasperato bullismo verbale di Julian, che dietro la facciata del bravo ragazzo davanti agli adulti, è un misero prepotente capace solo di umiliare i più fragili. Auggie però non è solo. Ha una vera famiglia alle spalle e presto la sua capacità di resistenza farà breccia ovunque, anche senza l’aiuto diretto dei grandi, incluso il suo attento insegnante, il prof. Browne (Daveed Diggs).

Wonder (2017, di Stephen Chbosky) è un film che non ha età. Potranno passare gli anni e potremo anche nasconderci sotto barbe, rughe o tinte, ma le debolezze rimangono e tutti nella vita abbiamo una parte di noi stessi che si sente ancora “non normale”. Non tutti hanno la forza di farla uscire, anzi. La maggior parte di noi la nasconde, se ne vergogna ancora, non ne fa parola a nessuno o magari non ha mai incontrato alcuno con cui aprirsi e condividerla.

Auggie è un bambino fortunato. Ha una famiglia forte alle spalle. Sanno bene in che modo il proprio figliolo verrà guardato appena varcherà le porte della scuola, “è come mandare un agnello in un pascolo di lupi” dice preoccupato papà Nate. “Più tardi comincerà, peggio sarà” replica la saggia mamma Isabel, preoccupata anche più del marito ma non per questo rassegnata a nascondere Auggie al mondo, perché dietro quei lineamenti facciali anomali c’è una persona e un cuore.

“Non ti puoi nascondere se sei nato per distinguerti” dice decisa la mamma a Auggie. È una frase che seduce e tocca l’anima ma c’è di più. Dentro Wonder c’è il rapporto tra fratello e sorella. C’è la forza sostenuta di un marito e una moglie. C’è un’amicizia di lunga data che troverà la strada per rinnovarsi e rinascere. C’è la normalità dell’amore giovanile. C’è la spensieratezza di “due amici per la pelle” pronti ad aiutarsi l’un l’altro. In Wonder ci sono le lacrime per capire che il mondo è più grande della “nostra” stanza e un giorno dovremo uscire anche noi.

Ho scelto di cominciare il mio anno cinematografico al cinema Rossini di Venezia con un film che sapevo mi avrebbe toccato e in tutta onestà posso dire che durante la proiezione ho pianto così tanto solo con Les Miserables (2012, di Tom Hooper) e The Search (2015, di Michel Hazanavicius). Non è solo la vicenda di Auggie a toccare. È tutto il mondo che gli ruota attorno a far vibrare i sentimenti, come gli stessi coetanei quando iniziano a cambiare atteggiamento nei suoi confronti. Il tema della diversità riguarda ciascuno di noi e Wonder (2017, di Stephen Chbosky) è qui a ricordarcelo.

L'undicenne canadese Jacob Tramblay (Room, Shoot In, Il libro di Henry) lascia il segno. Owen Wilson (Zoolander, Io & Marley, Gli stagisti) è un distinto gregario, mentre Izabela Vidovic è fragile e allo stesso tempo rassicurante. A salire in (cima alla) cattedra c'è lei, Julia Roberts (Erin Brockovic, La guerra di Charlie Wilson, I segreti di Osage County). Tanto dolce quanto energica. Non è una super-mamma né si piange addosso. La sua Isabel è una donna che non si lascia intimorire dalla vita, al contrario l'affronta con le sue due più grandi risorse: se stessa e la propria famiglia.

Si piange. Si cresce. Si ricorda. Wonder è un mondo che si rinnova. Wonder è un invito a essere gentili “perché tutti combattiamo una battaglia dura”. Wonder è un cerotto che bisogna strapparsi dal sangue ormai coagulato di una ferita visibile al mondo e al nostro silenzio. Come l'epidermide, anche la vita ha bisogno di respirare. Wonder risponde a tutto questo. Wonder è un invito ad avanzare nella bolgia degli sguardi superficiali. Wonder non è solo la storia di un bambino. Wonder (2017, di Stephen Chbosky) racconta la storia più difficile di una parte di ciascuno di noi.

Il trailer di Wonder

L'ingresso del cinema Rossini di Venezia con la locandina di Wonder © Luca Ferrari
Wonder – Auggie (Jacob Tremblay) e alcuni compagni di classe, Charlotte (Elle McKinnona dx)
Wonder – il piccolo Auggie (Jacob Tremblay) con la sua mamma (Julia Roberts)

giovedì 28 dicembre 2017

Le migliori cinecolazioni del 2017

Cinecolazione, succulenti krapfen e il toccante Wonder © Luca Ferrari 
Tazzone traboccante di cappuccino, dolciozzo e un articolo di cinema. Sono gli ingredienti delle cinecolazioni. Ed è con le migliori e più gustose dell'anno che cineluk vi augura buon 2018.

di Luca Ferrari

Soffici pancake per l’alleata Marion Cotillard. Strudel e torta al grano saraceno per la banda dei ricercatori. Una robusta porzione di sacher per scaldare i cuori dei neo-sposini durante le loro disavventure insulari-oceaniche. L’intramontabile caffè nero dell’agente speciale Dale Cooper. La colomba pasquale per celebrare il ritorno di Mary Poppins. Le tortine di Sua Maestà per le scorribande piratesche. Sono solo alcune delle migliori cinecolazioni preparate e gustate in questo 2017 ricchissimo di cinema e recensioni.

Una cinecolazione non si prepara solamente, si sente. Non succede mai che la sera prima sappia già che cosa leggerò. La stessa materia prima dolciaria può far propendere per un’intervista, una recensione o un redazionale. O magari la visione imminente di un film da vedere e recensire. Le opzioni sono tante. cineluk - il cinema come non lo avete mai letto non fa gossip, cineluk scrive unicamente di vero cinema. E poi c’è anche lei, la tazza. Una presenza mai casuale. Inzuppare un croissant con Anna dai capelli rossi non è come fare colazione su di un treno gallese dipinto sopra. La sola e unica costante è lui, il cappuccino.

Se nel 2016 la cinecolazione per eccellenza ha trovato nei pancake con lo sciroppo d’acero la propria massima incarnazione, il 2017 è stato segnato dai krapfen con crema Chantilly. Eccoli dunque meritarsi la foto di copertina, gustati insieme a un film ancora da vedere e recensire, Wonder con Julia Roberts, Owen Wilson e il piccolo Jacob Tremblay. A ospitare il cappuccino, l’ultima tazza entrata al servizio delle cinecolazioni, quella dell’UIA – Università Internazionale dell’Arte di Venezia dove si studia (gratuitamente) per diventare tecnici del restauro di beni culturali.

E veniamo alle altre. Quelle cinecolazioni che hanno dato vita a momenti davvero intensi e indimenticabili, da tramandare ai posteri e ai presenti della rete. Risvegli mattutini, che unendo la meraviglia della settima arte su carta stampata e l’impareggiabile momento della colazione, hanno creato piccoli corti dolciario-culturali. Allacciate le cinture dunque e rifatevi il palato con le migliori cinecolazioni del 2017.
  • Protagonista indiscussa al fianco di Brad Pitt in Allied – Un'ombra nascosta (2016, di Robert Zemeckis), Marion Cotillard è decisa e seducente. Una dama d’altri tempi. Il meglio del 2017 “cinecolazionoso” non poteva che cominciare da lei, la premio Oscar come Miglior attrice protagonista in Le vie en rose. Il fucile puntato verso un piatto zeppo di pancake la dice lunga sull’effetto desiderato (gustato) nella mattina di sabato 14 gennaio.
  • Smetto quando voglio - Masterclass (di Sydney Sibilia) era uno dei film più attesi dell'anno e non ha tradito le aspettatevi, aumentando il tasso di risate e mantenendo la partecipazione corale del primo capitolo dove un gruppo di esausti ricercatori universitari si mettono a produrre e spacciare droghe. Una degna cinecolazione dal sapore altoatesino a base di strudel e torta al grano saraceno con tazza "canadese" direttamente dalla Prince Edward Island.
  • Non posso certo dire sia stato uno dei film migliori dell'anno, anzi. L'ho stroncato in modo brutale questo T2 - Trainspotting, sequel dell'unico e solo Trainspotting (1996). La cinecolazione però in compagnia dell'intervista al regista Danny Boyle, torta fatta in casa e tazza rigorosamente inglese dalla contea del Cheshire, hanno toccato apici di notevole godimento in quel giovedì 2 marzo. 
  • Fin troppo criticato a Venezia73La luce sugli oceani (di Dereck Ciangrance) con i neo-sposini Alicia Vikander e Michael Fassbender è una storia tragico-romantica. Un film senza chissà quali effetti speciali né balletti ruffiani, ma una storia di sincero strazio sentimentale. Dinnanzi a tante a lacrime e acqua salata dunque, non restava che una sola cosa da fare: affogare il tutto nel cioccolato di una possente porzione di torta sacher. 
  • Una pagina di storia sconosciuta ai più, ed ecco come alcune donne di colore dall'altissimo quoziente intellettivo, in epoca di discriminazione razziale, diedero un contributo fondamentale alla conquista americana dello Spazio. Una ricca cinecolazione con soffice krapfen al gusto pera-crema-cioccolato fu il doveroso tributo a Il diritto di contare (2016, di Theodore Melfi). Un trittico di grandissime attrici: Octavia Spencer, Taraji P. Henson e Janelle Monáe, spalleggiate da Kevin Costner, Jim Sheldon Parson e Kirsten Dunst.
  • Poteva mancare nel 2017, l'anno della 3° stagione di Twin Peaks, il caffè nero dell'agente Dale Cooper (Kyle MacLachlan)? No, e infatti niente fronzoli. Solo loro due con caffettiera d'oltreoceano e caffè degno del Twede's Cafe. Il risultato della serie però è stato molto al di sotto delle aspettative e più che un lavoro per il piccolo schermo, ha il gusto di una deformazione artistica dell'ego del suo fac totum, ossia David Lynch. Grandioso prodotto artistico, scarso per il filone televisivo.
  • L'unico caso di cinecolazione dedicata a un film ancora da vedere (tutt'ora) e su cui nutro perfino seri dubbi della riuscita. Lei però si chiama Mary Poppins e anche se a interpretare il sequel è l'ottima Emily Blunt, temo sarà un prodotto di bassa qualità. La speranza però è l'ultima a morire e a supporto della mia teoria, le ho voluto dedicare una soffice colomba pasquale.
  • La mia sconfinata passione per i dolciozzi anglosassoni non si è fatta attendere, ed eccomi dunque partire insieme a Jack Sparrow (Johnny Depp) e i Pirati dei Caraibi per affrontare La vendetta di Salazar (2017, di Joachim Rønning ed Espen Sandberg). Con me, un'ottima scorta di tortini alla frutta originally British. L'aria di mare e le grandi imprese, si sa, mettono fame e dunque... coraggio, portami alla sazietà!
  • Dalle stelle alle stalle. Quest'estate è uscito il film omonimo tratto dalla serie cult anni Novanta, Baywatch (di Seth Gordon) con Dwayne Johnson, Zac Efron e Alexandra Daddario. Mai e poi mai sarei andato a vivere una simile baggianata ma era impossibile non dedicargli una ricca cinecolazione. La foto è stata scattata d'estate e non si contano le volte che ho cominciato la mia ora di jogging sulla spiaggia partendo proprio con la sigla originale della serie.
  • Era uno dei film più attesi, per altro incentrato sulla disciplina sportiva a me più gradita, il tennis. Borg McEnroe (di Janus Metz). A dispetto di un baricentro totalmente spostato più sul campione svedese, la pellicola conquista. Le facce dei due atleti al centro del campo di Wimbledon con sopra di loro un bombolone e un saccottino al mirtillo la dice tutta sulla diversità (o meno) dei due campionissimi. Un film da rivedere che non poteva restare immune al fascino delle mie insuperabili cinecolazioni.
  • Nessun film per l'ultima cinecolazione dell'anno, dal sapore natalizio e con tanto di panettone, ma il corposo editoriale della direttrice del mensile Ciak, Piera Detassis, incentrato sul caso Harvey Weinstein e le tante verità venute a galla. Uno scandalo uscito un po' troppo tardi. Una verità, quella degli abusi sessuali, che in troppi sapevano e hanno taciuto. La speranza è che aldilà di qualche scontata (e sicura) parola alle passerelle Globe/Oscar, si lavori perché questi comportamenti vengano stroncati e denunciati sul nascere. Nel mondo del cinema come in ogni altro aspetto della vita.
Arrivederci al 2018 per un'altra grande annata di cinecolazioni e recensioni!

Cinecolazione con Allied - Un'ombra nascosta © Luca Ferrari 
Cinecolazione con Smetto quando voglio - Masterclass © Luca Ferrari 
Cinecolazione con T2 Trainspotting © Luca Ferrari 
Cinecolazione con La luce sugli oceano © Luca Ferrari 
Cinecolazione con Il diritto di contare © Luca Ferrari 
Cinecolazione con Twin Peaks © Luca Ferrari 
Cinecolazione con Mary Poppins © Luca Ferrari
Cinecolazione con Pirati dei Caraibi - La vendetta di Salazar © Luca Ferrari
Cinecolazione con la recensione cinelukiana di The Circle pubblicata su Best Movie © Luca Ferrari
Cinecolazione con Baywatch © Luca Ferrari
Cinecolazione con Borg McEnroe © Luca Ferrari
Cinecolazione con l'editoriale di Piera Detassis sullo scandalo degli abusi sessuali © Luca Ferrari

venerdì 22 dicembre 2017

L'insulto siamo tutti noi

L'insulto - Yasser (Kamel El Basha) e Toni (Adel Karam)
Potente. Istruttivo. Lungimirante. L’insulto (2017, di Ziad Doueiri) ha lasciato il segno a Venezia74. È ora sbarcato sul grande schermo. Fatevi un regalo di natale, andate a vederlo.

di Luca Ferrari

Rancori. Pregiudizi. Parole non dette. Scontro fratricida. Sofferenza. Due uomini contro. Due nazioni contro. Due lancinanti bisogni di riconoscimento e giustizia. Due trascorsi alla ricerca del proprio e tanto atteso antagonista, per dare così sfogo a tutto e a troppo. Presentato in concorso alla 74° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e vincitore della Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile conferita a Kamel El Basha, è uscito L’insulto (2017, di Ziad Doueiri).

Beirut, terzo millennio. Yasser Abdallah Salameh (Kamel El Basha) è un rifugiato palestinese che vive in Libano, capocantiere di una ditta locale. Una grondaia fuori norma dell’appartamento abitato dal meccanico Toni Hanna (Adel Karam), porta quest’ultimo a insultare l’operaio in modo pesante, impegnato a fare solo il suo lavoro, e così ricevendo per tutta risposta “due costole rotte”.  È l’inizio di una drammatica lotta tra i due uomini, passando dal face to face alle aule di tribunale.

In seguito alle ferite riportate, Toni ha un successivo svenimento. Scoperto accasciato, la moglie Shirine (Rita Hayek), incinta, partorisce una figlia prematura per lo spavento, con tutte le conseguenze del caso. Ristabilitosi, e a dispetto dei tentativi familiari-lavorativi di riconciliazione, la disputa finisce in tribunale dove viene rappresentato dall’esperto Wajdi Wehbe (Camille Salameh), mentre l’imputato dalla giovane Nadine (Diamand Bou Abboud). Pur di far vincere il proprio assistito, si scava e si scava ancora. Fino a far emergere le più sepolte delle verità.

L’insulto (2017, di Ziad Doueiri) è un film che ci appartiene. Tutti, nessuno escluso. Xenofobia, razzismo e odio del diverso sono sempre in agguato ma non sono gli unici mostri che dobbiamo combattere. Dietro le nostre più amabili facciate perbeniste si nascondo molti più pregiudizi di quelli che amiamo pensare e ammettere. Magari saremo accoglienti con chi è lontano, ma chi ci sta vicino? Che sia un parente o una prostituta lasciata sulla strada senza fare nulla, anche il silenzio è un insulto al giorno d’oggi.

Ho scelto volutamente di pubblicare la recensione de L’insulto pochi giorni prima di natale, come regalo a tutti voi. È un film che non solo consiglio a chiunque ma è davvero un’occasione per uscire dal proprio orticello di preconcetti, razzismo latente e pregiudizi. Non si può continuare così. Il mondo e la pazienza non sono infiniti. La bontà dell’essere umana sarà presto soffocata dall’odio sempre più globale se non si inizierà a reagire davvero con una cultura differente.

Scelto come portabandiera del Libano ai prossimi premi Oscar, L’insulto è entrato nella top nine come Miglior film straniero 2018. Insieme a lui il cileno Una Donna Fantastica (di Sebastián Lelio), il tedesco Oltre la notte (di Fatih Akin), l’ungherese Corpo e Anima (di Ildikó Enyedi), l’israeliano Foxtrot (di Samuel Maoz), il russo Loveless (di Andrey Zvyagintsev), il senegalese Félicité (di Alain Gomis), il sudafricano The Wound (di John Trengove) e infine il favoritissimo The Square (di Ruben Östlund), svedese, già trionfatore a Cannes.

Appuntamento il prossimo 23 gennaio per conoscere i nomi dei cinque che si siederanno al Kodak Theatre di Los Angeles il 6 di marzo alla 70° edizione degli Academy in attesa del mitico "And the winner is…". L’insulto merita questo premio più degli altri e cineluk – il cinema come non lo avete mai letto lo sosterrà fino alla fine perché il cinema è anche dialogo. Perché il cinema arriva lì dove politica e sproloqui social falliscono ogni giorno. Perché il grande cinema de L’insulto ci tocca la coscienza spronando a costruire un nuovo e migliore domani.

Ci sono film e film. Nessuno pretende che la settima arte possa sostituire insegnanti e libri di storia ma è indubbio che possa dare un contributo non indifferente. Ci sono film fini a se stessi, buoni al massimo per imbonire un pubblico a dieta stretta di materia grigia mettendolo nelle condizioni di ingrassare con superficiale irrealtà. E poi ci sono film come Venuto al mondo (2012, di Sergio Castellitto) o l'ancor più politico-sociale Il figlio dell'altra (2012, di Lorraine Levy), che hanno la capacità di affrontare la vita e tutte le sue più dolorose segmentazioni.

L’insulto ha come protagonista uno scontro libano-palestinese ma potrebbe essere benissimo una disputa italo-austriaca, serbo-ungherese, statunitense-iraniana, veneto-napoletana, partitica, di quartiere, di commensali, etc. L’insulto è uno specchio dove ognuno deve trovare la forza (morale) di mettersi davanti e restarci il più possibile. E più ci resterà, più saprà andare avanti. E più ci resterà, più saprà comprendere il proprio vicino di casa, comune, provincia, regione, nazione, continente, religione.

A questo mondo tutti hanno sempre ragione e forse è così. Ognuno ha le sue ragioni ma non è certo urlando reciprocamente il nostro disprezzo che qualcosa cambierà. Nelle sue ultime parole prima di suicidarsi, il musicista Kurt Cobain fece un augurio a tutti di empatia, qualcosa che al giorno d’oggi non sappiamo più neanche cosa sia. La sola cosa che c’importa è screditare il prossimo e imporre il nostro modo di pensare, credo religioso o ideologia politica che sia. È un mondo triste. È il mondo in cui viviamo.

Non pubblicherò bigliettini di auguri il 24 e il 25 dicembre su cineluk – il cinema come non lo avete mai letto. Questo è il mio regalo per tutti voi. Questa lunga recensione-editoriale sul film L’insulto, presentato al Lido di Venezia in anteprima mondiale lo scorso 31 agosto. Ritagliatevi un momento nella corsa sfrenata allo shopping natalizio, regalatevi la visione de L’insulto e una volta usciti dalla sala, guardate (davvero) la vostra vita a fianco di quelle altrui. Il resto spetta a ciascuno di voi. Buone feste!

Il trailer de L'insulto

L'insulto - a sx, la moglie di Toni Hanna, Shirine (Rita Hayek
L'insulto - Toni (Adel Karam) e Yasser (Kamel El Basha)

mercoledì 20 dicembre 2017

La vita è un (Il) premio

Il premio (2017, di Alessandro Gassman)
Un padre e una famiglia allargata. Un lungo viaggio in auto è un'occasione per conoscere davvero se stessi oltre ai propri vicini di sedile. Seconda regia di Alessandro Gassman, Il premio (2017).

di Luca Ferrari

Una famigli allargatissima e al centro un padre famoso in procinto di andare a Stoccolma a ritirare il Premio Nobel per la letteratura. Insieme a lui si mettono in viaggio due dei tanti figli e il fido segretario, ai quali poi si aggiungeranno altri personaggi. Tra insoddisfazioni e ambizioni pronte ad affrontare la realtà, il cosmo umano fa il suo strampalato corso fino a una conclusione che è il più romantico punto di ripartenza. Il premio (2017, di Alessandro Gassman).

Giovanni (Gigi Proietti) è un uomo colto e di successo. Nella sua intera vita ha collezionato una serie sconfinata di mogli e amanti. Nemmeno ora che gli anni si fanno sentire e la barba è sempre più canuta, è intenzionato a cambiare registro. Patriarca atipico, per niente impositivo e al contrario, libertino. I suoi figli sono sparsi in tutto il mondo e talvolta li chiama e li saluta. Ora lo attende un grande viaggio per ritirare il Nobel per la Letteratura. Di prendere l’aereo però manco ci pensa.

In partenza dunque sulla fedele quattro ruote insieme al segretario di lunga data Rinaldo (Rocco Papaleo), sono pronti a conquistare la capitale svedese quando il classico colpo della strega mette KO quest’ultimo. Di prendere un autista e passare giorni con uno sconosciuto, il capriccioso Giovanni non ci pensa proprio. Fortuna vuole che in quel momento sia passato il figlio Oreste (Alessandro Gassman), alle prese con qualche problemuccio lavorativo e coniugale.

Al terzetto si autoinvita l’invadente e logorroica blogger Lucrezia (Anna Foglietta), anch’essa figlia di Giovanni e sorellastra di Oreste. Tra i due non scorre proprio buon sangue. Se il maschio è più docile e remissivo, la donna è smaliziata e decisa a valorizzare al meglio il premio paterno per il proprio sito, a caccia di sponsor e una certa notorietà, nascondendo (chi lo sa) un certo desiderio di emulazione.

Il viaggio è più lungo del previsto, colpa di Giovanni che per andare a trovare vecchie fiamme, eccentriche anch’esse, impone strade poco battute tra imprevisti con rigidi funzionari austriaci e desideri improvvisi da realizzare. Arrivati in Scandinavia, alla ciurma si unisce anche il nipote Andrea (Marco Zitelli) e l’amica di quest’ultimo, Britta (Matilda De Angelis), italo-islandese, dalle grandi dote canore.

E finalmente si arriva lì, alla sala del Nobel dove Giovanni dopo una cena in cui l’Italia più chiassona conferma stereotipi e luoghi comuni, è pronto per un esplosivo discorso di ringraziamento. Il substrato familiare intanto è in fermento. Parole, azioni, confronti. Operazioni di pensieri e intervalli. Non esiste la matematica nello scorrere e progredire della vita umana, ma solo un infinito periodico incastonato in emozioni e reazioni imprevedibili.

Insolitamente ai miei standard di scrittura, uscito dal cinema Rossini di Venezia, sono passati parecchi giorni prima che potessi trovare la dovuta concentrazione e mettermi a scrivere. Il film di Alessandro Gassman a tratti mi era sembrato molto scontato (il papà latin lover e lo scontro italo-austriaco su tutti) ma sotto quella patina di classica Italia ho sempre avvertito qualcosa di più profondo, malinconico ma non fine a se stesso. I cerchi prodotti da Il premio non si esauriscono nel  tipico stagno ma espatriano nel vicino oceano.

Il confronto generazionale Oreste-Andrea è molto interessante, nettamente a favore della nuova generazione più sveglia e risoluta. Eppure il regista (Il nome del figlio, Se Dio vuole, Beata ignoranza) non lascia affogare i propri protagonisti nella melanconia del piangersi addosso e offre a ciascuno la possibilità di confrontarsi con i propri demoni e dunque ripartire. Per dove, lo dovrà decidere ciascuno ma si sa che quando la testa salta il proverbiale steccato, non c’è più limite alle mete che si potranno raggiungere.

Il cast funziona bene. Gassman si ritaglia un ruolo meno strabordante. Papaleo è un curioso ibrido tra un grillo parlante e Cirano de Bergerac. Anna Foglietta (Noi e la Giulia, Perfetti sconosciuti, Che vuoi che sia) è una donna che nasconde fragilità e a tratti sbruffona, ma intelligente per capire quando è il momento di cambiare rotta. Funzionali e risolutivi per la storia i due giovani protagonisti, con Matilda De Angelis (Veloce come il vento, Una famiglia) sempre più lanciata. E infine lui, il grande vecchio, Gigi Proietti. Emblema di un cinema che avrebbe dovuto osare di più.

Sono sceso dall’auto insieme ai protagonisti de Il premio (2017, di Alessandro Gassman) con un formicolio sul braccio e la schiena graffiata. Ho fatto i miei primi passi all’aria aperta e ho avuto freddo. Non mi sentivo a casa mia ma ho comunque voluto proseguire nelle mie curve. Ho continuato a correre facendo finta di camminare. Adesso sono seduto e ho voglia di ricominciare. Adesso sono in piedi e le terrazze non mi attirano. Adesso ho la certezza che Il premio riguardi anche me.

Il trailer de Il premio

Il premio - Oreste (Alessandro Gassman) e il figlio Andrea (Marco Zitelli)
Il premio - Oreste (Alessandro Gassman) e la sorellastra Lucrezia (Anna Foglietta)